Di nuovo in campo pratica

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L’ultimo giorno in cui sono andato in campo, a tutt’oggi, è stato il 3 agosto (avevo vinto, by the way), mentre l’ultimo giorno di pratica prima della pausa estiva è stato il 16 agosto. Da lì sono seguiti 22 giorni interi senza che prendessi in mano un bastone. L’ho fatto per scelta, perché volevo fare altre cose interessanti (le vacanze, ovviamente; ma anche la corsa, le lunghe camminate, la canoa, lo yoga) e soprattutto perché ormai so che un paio di pause lunghe l’anno sono beneficiali per il mio golf.

Anche questa volta è stato così. Lunedì scorso sono tornato in campo pratica e, al di là del fatto che ho imbucato i primi due putt (da 7 metri, ma può essere stata una combinazione) le sensazioni sono subito state positive.

Anche perché il segreto dello staccare non sta nel mettere il soffitta il golf, ma nel guardarlo da una prospettiva diversa: io per i primi giorni l’ho semplicemente lasciato a se stesso, perché sentivo la necessità di “depurarmi” dalle scorie che la ricerca del risultato porta con sé, ma poi l’ho ripreso (con cautela) dal punto di vista mentale, innanzitutto grazie a letture, che a loro volta hanno portato riflessioni eccetera. Poi negli ultimi giorni prima del ritorno ho cominciato ogni tanto a provare lo swing (senza attrezzatura), prima in maniera leggera e poi sempre più concentrata.

Mercoledì agli approcci ho imbucato di fila due uscite dal bunker. Coincidenze, si dirà; ma di quelle pesanti, perlomeno.

Poi c’è un concetto che mi ritorna periodicamente, ovvero quello della pratica concentrata. Sempre mercoledì ho fatto l’esercizio del putt e dopo dieci serie, ovvero cinquanta putt, ero drenato nelle energie. Questo significa due cose:

1) che la pratica concentrata richiede molte energie (soprattutto mentali, si capisce);
2) che per conseguenza non può essere esercitata per tante ore di seguito ma, nell’ottica del diventare il golfista migliore che si possa diventare, occorre farla possibilmente tutti i giorni (sei su sette, via).
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Su questo tipo di pratica ritornerò senz’altro presto, perché è un concetto troppo importante nel golf. Mi limito per ora a rimandare a due miei post, che a loro volta riprendono due ottimi – ottimi davvero – libri sull’argomento, qui e qui. Nonché a segnalare un libro che sto leggendo e di cui certamente dirò nei prossimi mesi, perché fa cardine su un concetto fondamentale non solo nel golf, sebbene non sia ancora del tutto chiaro: ovvero il fatto che il duro lavoro può più del talento, ovvero è molto più significativo, rispetto a quel che c’è scritto nei nostri geni, nel diventare un’eccellenza in qualunque campo umano; e devo dire grazie a Dan McLaughlin, dal cui libro mi proviene lo spunto.

(Per Fabio e tutti coloro che fanno fatica a leggere in inglese: esiste anche la traduzione italiana, vedo che non è disponibile ma certamente il libro si trova usato oppure nelle biblioteche, chi è interessato non ha scuse! :-))

Per riassumere:

staccare periodicamente dal golf fa bene e produce risultati;
la pratica concentrata produce risultati.

Commenti

Mauro ha detto:

Ciao Gianni,
leggo con piacere che la pausa ha fatto bene al tuo già ottimo gioco!!! 😉

Sarà un caso ma i miei giri migliori li faccio sempre alle mie prime uscite in campo dopo lunghi periodi di pausa, devo ancora capire se è perchè gioco con cautela o solo perchè non ho grandi aspettative “Sono 3 mesi che non gioco quindi oggi gioco tanto per giocare”, anche questa estate il giro migliore è stato il primo, gli altri o per una ragione o per l’altra sono stati peggiori.

Ho trovato e prenotato il libro “La trappola del talento” in biblioteca, quindi dato che ho il polso destro dolorante (Troppo allenamento + Sono troppo una pippa = infortuni^2) settimana prossima tra un putt e l’altro mi dedicherò anche (ho già iniziato a leggere “Every Shot Counts” con molta fatica per via della lingua) a questa nuova e sembra interessantissima lettura.

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