Tag: consigli non richiesti

La differenza tra noi e loro


Il numero di giugno di “GolfDigest” contiene un articolo, a firma di Max Adler, dedicato a quei golfisti abbastanza bravi per essere considerati delle “stelle” nel loro circolo ma che, nell’universo golfistico, sono mooolti gradini sotto il golf professionistico: How Low Can You Go? Di fatto l’articolo finisce per essere una galleria ben articolata di ciò che diversi professionisti pensano sul tema. Riporto a seguire, commentandoli (e inserendo la mia traduzione di seguito tra parentesi quadre), alcuni punti che reputo degni di nota.

Intanto, il concetto di “scratch golfer” è variato col tempo: il livello scratch, o handicap zero, è stato misurato come il gioco espresso dalla metà migliore dei partecipanti allo US Amateur tra il 1977 e il 1981. Oggi, usando gli stessi criteri si ottiene un livello di +3: ovvero, la concorrenza (per via del progresso tecnologico nei materiali, della preparazione atletica e probabilmente per altri fattori) è molto più agguerrita.

Poi, bisogna distinguere tra colui che gioca scratch sul proprio campo e colui che fa la stessa cosa in giro per campi diversi tra […] continua a leggere »

I maledetti pitch mark…

Ho chiesto a Guido Rolando, compagno di gioco ai Ciliegi e probabile compagno nell’avventura romana di questo autunno (un amico, insomma, con due grossi difetti: avere l’handicap di gioco mooolto più basso del mio ed essere figlio di un maestro – è chiaramente l’invidia che mi fa parlare :-)), di scrivere un articolo sul come riparare i pitch mark. Detto, fatto. Ecco qui il primo guest blogger di Campo pratica.

Guido Rolando dixit:

Quante volte vi sarà capitato, spesso in gara, di pattare dopo aver analizzato minuziosamente la linea, il taglio dell’erba, la pendenza e a un certo punto, magari in prossimità della buca, vedere la pallina saltellare e cambiare direzione…

Ecco: se vi è successo, vuol dire che siete stati vittime di un pitch mark mal riparato.
Il pitch mark è quel segno, scavo o piccola fossetta che provoca la pallina quando atterra sul green. I giocatori più bravi e che imprimono più spin alla palla a volte fanno veri e propri buchi; i giocatori meno bravi invece lasciano dei segni più lievi, che comunque disturbano se mal riparati o addirittura lasciati così come sono.

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Rastrellare i bunker

Visito più volte la settimana l’area approcci del mio circolo. Troppo spesso la trovo in condizioni del genere:


Mentre dovrei – dovremmo tutti – trovarla più o meno così:


Partiamo dalle definizioni. L’etichetta dice:

Prima di lasciare un bunker, i giocatori dovrebbero accuratamente riempire e livellare tutte le buche e le tracce dei piedi fatte da loro e quelle vicine fatte da altri. Se c’è un rastrello ad una distanza ragionevole dal bunker, lo si dovrebbe usare per questo scopo.

Vediamo allora come rastrellare un bunker.

1. La cosa più importante è trovare un punto basso da cui entrare nel bunker: è opportuno non entrare da una sponda alta perché questo vuol dire causare erosione e comunque muovere più sabbia del necessario; senza contare il fatto che rastrellare zone piatte è più semplice.

2. È possibile (è ammesso dalle regole) portare il bastone con sé nel bunker. In alternativa, va comunque avvicinato […] continua a leggere »

La routine

Il golf è uno sport noioso.

Noioso nel senso che richiede dei gesti il più possibile ripetitivi e uguali a se stessi. Il che si traduce di fatto nella routine: la routine è una procedura utilissima per fare in maniera che i nostri colpi (il putt soprattutto, ma non solo) siano il più possibile ripetitivi.

Vediamo quel che ne pensa Tiger (in

Ben Hogan, studente perenne dello swing

Come si dice, un’immagine vale più di mille parole. Ebbene: il video qui sopra, che ho scoperto di recente, è stata per me un’illuminazione.

Questo semplice video di poco più di un minuto fa vedere in maniera chiara, limpida e netta sia l’errore di tanti golfisti (me compreso), sia la soluzione.

Per chi non mastica l’inglese, Hogan dice che la cosa più importante nello swing è il movimento della parte inferiore del corpo quando ci si trova all’apice dello swing.

Il segreto, secondo lui, consiste nel muovere per prima cosa durante la discesa la parte inferiore del corpo. Ovvero: prima partono i fianchi, poi le spalle e solo alla fine le braccia.

Invece, molti golfisti fanno il contrario, in questa maniera arrivando dall’esterno. L’effetto non potrà che essere un pull (palla che parte verso sinistra), con le eventuali varianti pull-slice oppure pull-hook se la palla curverà a destra oppure a sinistra. Questo si vede benissimo ai secondi 41-46.

La differenza rispetto ad uno swing moderno è il movimento delle gambe, che oggi è più contenuto. Ma questo semplice video è in sé illuminante nella sua semplicità.

L’importanza del feeling nel putt


Parlo volentieri con chiunque del putt, della tecnica connessa, dei problemi e delle opportunità che presenta. E spesso sento parole che rivelano insoddisfazione, quando non addirittura frustrazione. Allora mi chiedo se ci siano delle strade possibili per alleviare queste sensazioni negative.

Alla fine, credo che tutto si riduca a questo: che tu senta il tuo putt come un’estensione naturale delle braccia, del corpo, della mente. Che tu ami il tuo putt, e che ami pattare: da qualunque distanza e con qualunque pendenza. Che visualizzi la pallina rotolare con la giusta forza e nella giusta direzione. Che patti per imbucare, e per nessun altro motivo.

Certo, le lezioni di tecnica sono importanti (e in genere trascurate – secondo me a torto – dai maestri). Però, alla fine non è la tecnica in sé che fa la differenza; mentre è fondamentale che la routine sia ripetitiva, sempre uguale a se stessa e noiosa (aggettivo che nella tecnica golfistica è un complimento!).

E non ci sono scorciatoie. L’unica maniera che conosco per memorizzare un movimento, fino ad arrivare al punto di dimenticare […] continua a leggere »

In the flow

Dopo qualche settimana di silenzio, dovuto al cambio di “casa” sul Web (come dire, prima ero in affitto, ora sono davvero a casa mia – e non importa se qualche presa magari non funziona, se in qualche stanza bisogna ancora dare il bianco e così via: farò tutto a tempo debito), riprendo con l’analisi del mio gioco di questo inizio stagione, per cercare di trarne delle conclusioni che abbiano una qualche validità generale.

Iniziamo dai dati. In 15 gare singole fatte fino ad ora, ho preso otto virgole, in quattro casi l’handicap è rimasto invariato e in tre è sceso: il risultato è che ora è leggermente più basso rispetto a inizio anno (7,4 contro 7,6).

La media dei colpi è di 85 (due volte sotto gli 80), 50% di fairway presi, 29% di GIR, 30 putt in media (0,9 i 3-putt).

E veniamo alle sensazioni, che credo siano molto più importanti. Mi sono reso conto che le brutte prestazioni (tirare oltre 90 colpi) sono capitate ma sono state un incidente, mentre più volte sono stato in the flow anche per tutto il giorno – che sensazione splendida! Sono queste le sensazioni che cerco di ritrovare durante le gare.

Mi […] continua a leggere »

Golf clinic al Pelagone (30 aprile – 3 maggio)

Sarà il lungo lavoro invernale, sarà la clinic ad Agadir, saranno gli allenamenti di fatto quotidiani, sarà anche il caso ma il mio gioco ha preso un bel ritmo: sperimento sempre più spesso gare intere “in the flow”, e giocare sotto gli 80 colpi è diventata una piacevole abitudine.

Anche per questo, per limare quei due o trecento difetti che avverto nel mio swing, parteciperò alla clinic al Pelagone (30 aprile – 3 maggio) tenuta dagli amici/maestri Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati.

Avendone sperimentato i benefici sul lungo periodo (disclaimer: non disgiunti da lunghe sessioni solitarie in campo pratica), mi sento di consigliarla ai golfisti desiderosi di migliorare il proprio gioco.

Davide, mi piacerebbe scrivere anche a me

Rispondo a Davide (il titolo di questo post è l’oggetto della sua mail), uno dei miei venticinque lettori di manzoniana memoria, che mi scrive:

Ciao,
mi chiamo Davide, ho 28 anni e anche io vorrei diventare professionista. Amo questo sport ed è da 8 mesi che pratico frequentemente, per il momento sono ancora 33 hc, lo so la strada è ancora lunga!!!
Avevo pensato di scrivere un libro anche io, ma non so poi come funziona, da chi devo andare per pubblicarlo e tutte le trafile che bisogna seguire. Potresti darmi delle dritte se non chiedo troppo? A me piace molto anche disegnare e non me la cavo male pensavo anche ad un fumetto sempre sul golf: cosa ne pensi?!?!..
A me piacerebbe tanto contribuire nel golf e mi piacerebbe lavorarci ma non so cosa si potrebbe fare oltre che il maestro?!? e ancora mi manca molto..
Grazie!! Davide

Innanzitutto, Davide, grazie per la mail, che apre un tema caro a molti.

Nella mail tu parli di due strade differenti, sebbene possano anche incrociarsi: diventare professionista e scrivere di golf.

Quanto al diventare professionista, otto mesi sono forse ancora pochi per giudicare. Il mio consiglio è […] continua a leggere »

Being in the flow

Sabato 24 novembre gara al mio circolo. A seguire i dati.
Colpi: 79 (-2 sul mio hcp di gioco: 3 birdie, 6 par, 8 bogey e un doppio)
Fairway: 79% (11/14, mio record personale)
GIR: 44% (8/18)
Putt: 32 (6 1-putt, 3 3-putt)

E queste le mie sensazioni durante il giro. Sono stato sempre in the flow, concentrato e rilassato nel medesimo tempo – cosa che mi ha colpito molto positivamente. Dopo gli errori non perdevo la calma, ma pensavo al colpo successivo. Stessa cosa quando, verso la fine, cominciavo a fare i calcoli.
Negli intervalli tra i colpi ammiravo la splendida giornata – in particolare il panorama che si godeva dalla 6 – e parlottavo con i compagni di gioco (troppo, in un caso: quando mi sono distratto e ho fatto doppio bogey).

In sostanza, per arrivare ad essere in the flow, sensazione che tutti i golfisti (consapevolmente o meno) ricercano, non esiste una ricetta sicura, ma si possono trovare alcuni indizi:
– concentrarsi sul colpo;
– eseguire sempre la medesima routine;
– rimanere rilassati tra i colpi;
– dimenticare il punteggio.