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Museo privato Bisagno: collezionismo e passione


C’è un’opera di estremo interesse per ogni golfista sinceramente innamorato di questo sport che nasce da un fatto tragico avvenuto nel 1999: la morte di Davide Bisagno, ragazzo strappato alla vita nel fiore degli anni. Il padre Marco, per onorarne la memoria, ha dato vita nella sua città – Verona – ad un museo unico nel suo genere. È infatti l’unico museo privato di golf esistente al mondo, e contiene migliaia di palline logate (è stata questa raccolta, nello specifico, che ha dato l’abbrivio al museo), migliaia di bastoni (alcuni di fine Ottocento, alcuni adoperati da Jack Nicklaus) e numerosi oggetti di varia natura legati al golf.

Tale museo è dunque, innanzitutto, un’opera d’arte. Sono stati necessari otto anni di lavoro per raccogliere i materiali, restaurarli, catalogarli e sistemarli. Questo perché i pezzi, soprattutto quelli più antichi, a volte vengono identificati da segni piccolissimi: è quindi necessaria una pazienza certosina, unita a una conoscenza specifica nel clubmaking, per definire con precisione un bastone.

Il museo è ora anche un libro, edito da Cierre grafica con carta Fedrigoni, che ha richiesto quattro anni di lavoro e rappresenta una sorta di […] continua a leggere »

A volte ritornano


Lo US Open dell’anno scorso ha portato gloria, sponsor e denaro a Rocco Mediate. Ma quest’anno c’è una storia ancora più appassionante e avvincente da raccontare, e riguarda David Duval.

Il vincitore del British Open del 2001, stella mondiale del golf a cavallo del millennio e che poi per vari motivi – sia personali che fisici – ha visto la sua grandezza oscurarsi in fretta e inesorabilmente, era arrivato allo US Open di quest’anno dalle qualificazioni e occupando la posizione numero 882 nel ranking mondiale.

Eppure, come da tempo andava dicendo, David Duval era convinto che i numeri non riflettessero il livello del suo gioco attuale. Ora abbiamo le prove che aveva ragione: -2 per il torneo, secondo a pari merito con Phil Mickelson e Ricky Barnes.

Adesso è alla posizione 142 nel ranking mondiale – un bel salto. Strameritato.

E molto si può imparare dalla sua attitudine mentale e dalla fiducia in se stesso. Nelle interviste alla fine del torneo ha infatti dichiarato: “Sono certamente felice per come ho giocato, ma estremamente deluso per […] continua a leggere »

Lenta anche a uscire dal campo

È raro che io vada in campo al di fuori delle gare, e il motivo principale – anzi, direi pressoché l’unico – è il gioco lento.

Ieri pomeriggio mi sono concesso il lusso di fare 9 buche al mio circolo, con altri due soci incontrati sul tee della 1. Tempo totale: due ore e mezza. Davanti a noi avevamo quattro madamin, persone per le quali il golf è un semplice passatempo in alternativa al ramino o al burraco.

Abbiamo aspettato praticamente su ogni colpo. Un giro che si farebbe in un’ora e mezza da soli e in due ore al massimo in due o tre persone richiede due ore e mezza e fa passare la voglia.

Uscendo dal circolo, per combinazione questa signora era davanti a me sulla sua Cinquecento gialla splendente e nuova fiammante, ed era lenta pure a uscire dal parcheggio e poi sulla strada.

Allora mi è venuto in mente un commento fatto da non so più quale telecronista a proposito di Massimo Mauro, al tempo ala destra della Juve: “Lento pure a uscire dal campo”.

Pat Nesi, in memoriam

Ieri era una tranquilla sera di golf in televisione, Celtic Manor, i ritardi per la pioggia, un bogey di Himenez: business as usual.

Poi Mario Camicia dice “do una notizia che non avrei mai voluto dare, riguarda un caro amico che dopo una lunga lotta se ne è andato”. Molto prima che lo nominasse avevo già capito che stava dicendo che era mancato Pat Nesi.

Io non l’ho mai conosciuto di persona. L’ho sentito al telefono diverse volte, ci siamo scritti altrettante, ho scritto alcune recensioni – molte meno di quante avrei voluto, pensandoci ora – per la sua rivista, “Green”.

Ad ogni modo ho tanti motivi per ricordarlo con affetto e stima. Pat Nesi è stato il primo editore di golf che ha creduto nella mie capacità, tanto da concedermi uno spazio non piccolo sulla sua rivista. Abbiamo parlato di progetti importanti – la traduzione in italiano dei libri di Dave Pelz, per dirne una -, che non si sono concretizzati per le “solite” questioni economiche, in un mercato asfittico come quello italiano. Esigente, preciso, controcorrente – qualcuno da cui non puoi che imparare, qualcuno che comunque rispetti e ammiri.

L’anno scorso, a fine luglio, di nuovo Mario Camicia […] continua a leggere »

Paper Tiger


Sarà perché mi identifico parecchio con l’autore, ma questo è il libro di golf più bello che abbia letto quest’anno – e io ne leggo uno a settimana.

È la storia, narrata in prima persona, del tentativo di un golfista non professionista, con un handicap intorno al 10, di entrare nella mitica Q-school. Trecento e passa pagine di emozioni, patimenti, errori, miglioramenti, delusioni e speranze.

Il risultato finale è – credo – abbastanza scontato; ma non è nel risultato il punto di forza di questo romanzo. Lo snodo del libro è infatti nei progressi che l’autore fa rispetto al suo swing, nei maestri che incontra, nei pensieri che lo accompagnano: nel suo viaggio alla ricerca del suo personalissimo Santo Graal.

Phil Mickelson e il senso della vita


Da un’intervista di Golf Digest a Mickelson, pubblicata sul numero di giugno della rivista:

— quote —
GD: A few years ago, Mark O’Meara mentioned that his pal Tiger might retire sooner rather than later. Where do you think you’ll be in five years?

PM: I have no idea. Five years or 10 years, who knows? I have a lot of things going on, besides family, but it’s not like I have a master plan to leave competitive golf. I love it. I love the competition. I really enjoy it. But I also enjoy spending time with my family, and our oldest daughter, Amanda, is 9. That means she’s halfway out the door to college.
— unquote —

Ecco, credo che quel “that means she’s halfway out the door to college” debba far riflettere sul senso relativo di ciascuna nostra singola attività o passione in rapporto ad un quadro più generale della nostra vita. E il golf ci può aiutare molto in questo.

Mala tempora currunt

Tee della 1 del mio circolo (I Ciliegi, Pecetto Torinese), questa mattina alle 9.30. Sto per partire in un match play, gara per la quale è regola – non sono sicuro che lo sia in tutti i circoli, anche se suppongo di sì; ma comunque lo è da noi – che gli altri giocatori cedano il passo su semplice richiesta.

Davanti a noi stanno per partire tre persone, che appartengono alla categoria dei pensionati golfistici (da un punto di vista anagrafico, è possibile; da un punto di vista mentale, è certo), ai quali chiediamo di farci passare per via del match play.

“Eh! Ma come?!?” Espressioni incredule e attonite. Evidentemente non parliamo la stessa lingua. Dopo una nostra breve spiegazione, ci lasciano passare, ma “fate veloci”. I mugugni si sprecano.

Una signora in quel momento si trova per caso vicino a noi. “Ma lo fate in tre il match play?”

Capisco che i circoli abbiano bisogno di tali personaggi, perché aggiustano i bilanci: però mi irrita dover pestare i piedi per ottenere quello che mi spetta di diritto, e ancora più mi irrita l’ignoranza delle persone che stanno su un campo da golf senza la minima idea delle regole che […] continua a leggere »

Defending conspicuous leisure

Dall’editoriale di “Golf Digest”, maggio 2009:

“It’s time for golf to stop apologizing and start defending itself. […]

Private enterprise has been involved in golf sponsorship and entertainment for 100 years, not because the boss plays but because it’s good for business. Bank of America officials told the Sports Business Journal that for every $1 spent on sponsorships, $10 in revenue and $3 in earnings is brought in. […]

When we come out of this cycle, and we will, the allure of our sport based on its values and ethos will still prove good for business. The best stimulus package is a robust golf economy, because nobody out-travels, outspends or out-contributes a golfer.”

Jerry Tarde
Golf Digest Chairman
Golf Digest Editor-in-Chief

Golf means Business

GMB
L’ultimo numero di “Life Club” pubblica la mia recensione al volume di Jérôme Block Golf means Business, uno dei pochi libri che copre l’area del “business golf”.

Sorpresa!

Ieri era una giornata tranquilla, in studio da me: business as usual. A metà mattina mi chiama il mio maestro: “Ciao Gianni! Perché non ti sei fatto più sentire? Cosa stai facendo?” E, soprattutto: “Perché non andiamo a giocare a Margara adesso?”

Breve momento di confusione interna. Però quando il maestro chiama l’allievo risponde, no? E quando mi ricapita un’occasione così?

Detto fatto, a mezzogiorno e rotti ci troviamo al circolo, e da lì partiamo per quello che per me è stato uno splendido pomeriggio di golf. Era la prima volta che giocavo con un professionista, e al di là dell’amicizia – sentimento da non sottovalutare, peraltro – ho trovato utilissimo il vedere come un professionista agisce di fronte alle difficoltà e alle opportunità, come pensa, come segue una routine sempre identica.

Quanto a me, è bastato un piccolo suo suggerimento iniziale (gira di più, mooolto di più, i fianchi nella discesa) per darmi delle sensazioni positive rispetto a un movimento che sta diventando via via più pieno e completo.

Grazie Andrea!