Feb 12

Scrive un lettore, Fabio:

Ti chiederei con questo mio post di scavare nella tua esperienza golfistica, ritornando ai tuoi inizi, per dare un piccolo conforto a quei golfisti che, come me, hanno iniziato da poco e sono alle prese con uno swing da costruire. Mi piacerebbe in particolare sapere se anche a te capitava in determinati giorni di trovare uno swing fantastico, che ti consentiva di tirare qualunque bastone con grande confidenza, ed in altri misteriosamente questa capacità svaniva facendo una fatica mostruosa. […] Hai presente quando fai un puzzle? Sei verso la fine, ormai trovi velocemente i pezzi da attaccare, poi succede che lo lasci lì per un paio di settimane e quando lo riprendi non sai più da dove cominciare, e allora tanto vale che lo smonti tutto e ricominci da capo.

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Partiamo dalla fine: questa esperienza è comune a tutti o quasi tutti i golfisti che iniziano, e la soluzione esiste e si chiama pratica, o più in particolare spaced practice e deliberate practice. Questa è la versione corta.

Ora la versione lunga. Per immedesimarmi nella situazione sono andato a riprendere le mie statistiche del 2006, ovvero della mia terza stagione di golf. L’handicap di inizio anno era 20,6, a fine anno era diventato 18,5 – dunque un handicap abbastanza tipico, diciamo da golfista medio. (Con una differenza sostanziale di atteggiamento: il 20 può essere un punto di passaggio oppure di arrivo, ma questo dipende dagli obiettivi. Ovviamente stiamo parlando del primo caso.)

Registrai 17 giri completi quell’anno. Lo score più basso fu un 80 (ma il secondo più basso un 86 – comunque quel giro me lo ricordo bene, e rammento in particolare un ferro 4 in un par 3 lungo che atterrò in centro green – all’epoca non credevo che fossi capace di cose del genere, anche se oggi ho il fondato sospetto che avvenne sostanzialmente per caso), il più alto un 104; la media poco più di 96, la mediana 98. Quindi già da questi pochi dati si vede bene quel che dici tu, la variabilità degli score (che è risultato della variabilità degli swing e dei putt). Quindi sì, anche a me capitava quel che dici tu, ma lo trovo del tutto normale.
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La soluzione, ovvio, è nella pratica: sia in campo pratica che – quando possibile – in campo (senza scontrarsi con le madame, grazie). Ma non, certamente non nella pratica per la pratica, ovvero nel tirare duecento palle un giorno (di cui magari cento con lo stesso bastone) e poi dimenticarsene per i giorni a venire. La pratica ha senso se fatta in maniera costante; non servono tre ore al giorno, può bastare mezz’ora – ma non una volta ogni due settimane, o si vanificherebbe ogni sforzo. (Questo libro di Pelz può essere inutile, ma il titolo è significativo.) La pratica deve essere pensata (spaced, per dirla con Guadagnoli – in quella intervista che ho citato sopra ha detto cose molto interessanti). Insomma lo swing è una cosa viva che solo col tempo si attacca a te come una seconda pelle; e anche così sarà sempre qualcosa che cambia di continuo; ma quantomeno la pratica pensata e ripetuta porterà agli automatismi che sono il sale degli score bassi, proprio perché un score basso si fa senza pensare a nulla – è il gioco stesso che si prende cura di sé, e il risultato è una semplice conseguenza.

E comunque l’obiettivo della pratica non è quella di arrivare ad eseguire il colpo perfetto (che non esiste nemmeno per i pro, salvo rarissime eccezioni – anche il Tiger dei tempi d’oro diceva che in un giro non tirava più di 4-5 colpi esattamente come li aveva pensati), ma di acquisire una tale confidenza che sbagliare diventa impossibile (almeno come idea).

Altra considerazione: l’apprendimento procede a cerchi, e dunque per migliorare occorre peggiorare: perché acquisire un movimento nuovo vuole dire adattarsi a sensazioni nuove, cha all’inizio saranno tutt’altro che confortevoli. Quindi se si cambia qualcosa dello swing occorre accettare l’idea che molto probabilmente per un po’ di tempo si peggiorerà, fino a che quel movimento diverrà acquisito.

Ho dato un po’ di conforto? 🙂


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