Feb 22

È stato un concatenarsi di cause, ma è un fatto che negli ultimi due-tre mesi ho sia allungato sia raddrizzato il driver.

Prima il mio volo di palla era un fade che tendeva troppo spesso allo slice, e dunque puntavo (anche inconsciamente) a sinistra per sperare di rimanere in pista, mentre ora i colpi sono molto più dritti e, cosa che non fa male, più lunghi. Forse una decina di metri o poco più, nulla di inaudito o fenomenale; ma se metti insieme i due fattori ottieni un risultato che ti porta a un bel sorriso.

Come ho fatto?

Io racconto qui la mia esperienza, che non intende essere una maniera di segnare la strada, ma è soprattutto un segnale di speranza: tirare driver più diritti e più lunghi è possibile. Anche se hai più di cinquant’anni. Anche se giochi da tanto tempo.

Però, certo, non capita per magia da un giorno all’altro. Richiede pensiero e lavoro.

Concause, dicevo. Io ne ho individuate quattro.

1. Il gatto e la volpe, di cui ho parlato qui. Ovvero ho cambiato il driver. E quello nuovo non è nuovo, è un modello di qualche anno fa che si adatta come un guanto alle mie caratteristiche. Non ha la canna stiff, per dirne una. Magari mi darò meno arie, ma i colpi parlano già per me.

2. Il fitting, che comunque ha confermato ciò che mi era stato fatto intuire. Avere la consapevolezza del fatto che l’attrezzatura che usi è quella corretta per te è importante. Suggerimento per il navigante: non dimenticare il fitting nei tuoi prossimi acquisti di attrezzatura. Con la tecnologia che abbiamo a disposizione oggi sarebbe come lasciare del denaro sul tavolo.

3. L’esercizio fisico specifico, seguendo i dettami e l’app del buon Mike Carroll. A dire il vero tra le quattro cause che ho individuato, e che si intersecano, non credo che questa sia fondamentale. O almeno questa è la mia impressione, perché dopo tanti mesi non era cambiato praticamente nulla, mentre molto è cambiato con nuovo driver e col punto di cui dirò di qui a poco. O forse il cambiamento aveva solo bisogno di tempo per diventare realtà. E in ogni caso il fitness dovrebbe rientrare di diritto tra le buone pratiche di un buon golfista.

Infine…

4. Mezz’ora di lezione con un nuovo maestro. Hai letto bene: mezz’ora. Ed era la prima (e per ora unica) mezz’ora fatta con lui. È stato bravissimo, dicendomi poche cose ma di sostanza. Forse io ci ho messo del mio; forse sono venuti a maturazione concetti per anni pensati e di cui ho scritto nel mio privatissimo diario di bordo: il fatto è comunque che è avvenuto in me uno scatto paragonabile a quello che nella linguistica si chiama déclic, ovvero quel momento in cui la persona inizia a vivere veramente una lingua straniera, a sentirla come sua. Ecco, il driver è stato spesso una langue inconnue per me, mentre ora comincio a sentirlo mio. A scanso di equivoci preciso che non credo ai quick fix, né li desidero (figurati!), ed ero – e sono – infatti pronto ad un ciclo di lezioni; ma le sue indicazioni sono state importantissime, e hanno portato risultati in cui non speravo, una sorta di low hanging fruit.

Poi, ovviamente, si sa che se sposti qualcosa nel movimento ne risentirai probabilmente da un’altra parte. Ora infatti tendo ad agganciare gli ibridi, e questa sarà la prossima sfida. Però il fatto rimane: nel mio cinquantacinquesimo anno di età, all’inizio del mio diciannovesimo anno di golf mi sono allungato col driver.

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Giu 14

Ho fatto una bella gara, in questi giorni. Una tipica gara di circolo, nulla di importante, ma un 73 che mi ha dato molte soddisfazioni.
E, al di là di quello che posso avere fatto o non fatto io, che può interessare sì e no a tre persone, ho ripensato all’esperienza di sabato e cercato di trarne delle indicazioni di valenza più o meno generale.

Innanzitutto, il mio handicap è sceso al livello più basso di sempre (2,4), il che è una soddisfazione autotelica che non ha bisogno di ulteriori rinforzi o commenti. Come credo sia per quasi qualunque golfista, quel numerino è pari alla stella da sceriffo che da piccoli ci attaccavamo alla camicia a quadrettoni, o – nella versione femminile – qualcosa come il cerchietto da principessa che conteneva mondi interi.

In secondo luogo, questo handicap è venuto a fronte di un “impegno” in campo pratica molto ridotto rispetto agli anni passati (chiedo scusa, ma per me imparare a giocare a golf è sempre stato assimilabile non dico ad un lavoro, ma comunque ad un’attività con regole precise e scandite), e invece a molto più tempo dedicato – in proporzione – al campo. (Perché alla Margherita ci sono delle regole non scritte, ma non per questo meno efficaci, e rimanere in campo pratica quando i tuoi amici vanno in campo è un’offesa decisamente grave.) Con un’eccezione significativa: quello che non è eliminabile è il tempo dedicato al putt e soprattutto al gioco corto: fatto 100 il tempo dedicato alla pratica, al momento 60 è il tempo dedicato al gioco corto, 30 al putt e lo scarno resto al gioco lungo.

In terzo luogo, sabato ho di sicuro fatto un giro brillante, ma con dei punti di debolezza che sono tipici miei, il più immediatamente evidente essendo la lunghezza col drive. Il mio drive non è certamente lungo, e questo è un limite col quale mi scontro e dove non posso fare molto, ma la sicurezza che ricavo dal legno 3, dagli ibridi e dai ferri è grande, e soprattutto più mi avvicino alla buca e più mi sento in controllo della situazione. Questo per dire che anche chi non è lungo dal tee ha ancora speranza, e come!

In quarto luogo, ora sono molto meno ossessionato di un tempo da numeri e statistiche. Anzi, devo dire che non le tengo nemmeno più: ho amato il tanto tempo che per lunghi anni ho dedicato alle statistiche, ma ora mi piace pensare in termini di risultato (nel golf you are your numbers, si sa), unitamente alla cara, vecchia analisi del giro. Quella sì non mi pare eliminabile: quindi trovo fondamentale rivedere nella mente tutti i colpi, ripensare allo stato d’animo avuto durante la preparazione e l’esecuzione del colpo, col risultato di avere alla fine delle 18 buche un’idea chiara su cosa ha funzionato benissimo e su che cosa invece è da rivedere.

Gen 14


Quando vado a guardare nella mia scheda sul sito Federgolf la pagina Tesseramento ritorno per un attimo bambino. Un attimo soltanto, ma un attimo magico.

L’occhio scorre la lista dei circoli che sono fiero di aver “rappresentato” in questi diciassette anni di golf (il diciottesimo sta iniziando), e io mi paragono a qualche mio mito calcistico di allora, qualche “vecchio” di metà anni Settanta (chessò, qualcuno ondivago come Anastasi, Boninsegna o Benetti, o qualche altro più “stabile” come Furino). Per loro erano le casacche calcistiche (del resto il Gianni bambino non poteva pensare ad altra attività sportiva che non il calcio; e dove sarei ora se non fossi cresciuto con l’album dei calciatori Panini?), per me sono i miei tre circoli (ma dire due più uno è forse più corretto).

Questa lunga premessa per dire che quest’anno sono passato dai Ciliegi alla Margherita, ovvero ho compiuto la stessa scelta di sei anni fa, sostanzialmente con le stesse motivazioni e con lo stesso groppo in gola. Ed entrambi mi sono molto chiari.

La motivazione principale è la competizione, il giocare in un “vero” campo di golf, in un ambiente competitivo. Questo per me è un aspetto fondamentale, giocare contro se stessi ma all’interno di un contesto dove una vittoria ha un significato almeno tanto sportivo quanto sociale. Un luogo dove il golf è un’attività sacra, che va praticata e sofferta e goduta con tutto il cuore e il cervello e financo l’anima, perché il golf è una cosa seria. Ovvero: il golf è troppo bello per essere giocato con una pallaccia (Stefano dixit).

Il groppo in gola è lo stesso di sei anni fa, soltanto un pochino più acuto. Perché il tempo passa e gli anni di golf davanti a me si assottigliano, e la vista cala, e i capelli ingrigiscono, e devo fare il doppio degli sforzi rispetto a prima solo per arrivare allo stesso risultato; ma tutte le persone dei Ciliegi sono ancora là, amici e conoscenti, persone che ho lasciato con dispiacere ma con la promessa di tornare presto. (Quasi tutte, ma niente nomi, perché “Not everybody wants publicity, you know.”)

Insomma alle porte della stagione numero diciotto accanto all’anno troverò scritto “Margherita”. Ci saranno accadimenti meravigliosi. E io sono felice di assistere a quel che accadrà.

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Dic 18


Ogni tanto mi diletto a rileggere i pensieri relativi al mio golf che esprimo qui da dodici anni. L’occasione è in genere un fatto esterno che mi porta a sensazioni e convinzioni che sono già presenti in me, anche se magari dimenticate.

L’avvenimento recente è stato il cambiamento del sistema di calcolo dell’handicap, che come ciascun golfista sa è stato portato a termine il 15 dicembre. In base alle indicazioni che si trovavano dappertutto mi era chiaro che il mio nuovo handicap sarebbe stato 2,6, ma vederlo scritto fa un effetto pieno e strano, perché il “due virgola, stabile” è un sogno che ho cullato e accarezzato per anni – dal 2014, nientemeno – senza mai poterlo toccare con mano (se non per un brevissimo giorno).

È vero che le ultime gare sono state per me brillanti (77 – 75 – 75 – 70 i risultati recenti, e 77,8 la media dell’anno), ma vedere quel numerino, che per me ha la stessa precisa valenza che aveva la stella da sceriffo che mi appuntavo sulla camicia a quadrettoni quand’ero bambino (allora ero nientemeno che Tex Willer di pirzona pirzonalmente, ora sarò qualcosa come un novello Ben Hogan), è una soddisfazione autotelica che non ha bisogno di altro nutrimento che di se stessa.

Ora il viaggio continua. E la domanda non cambia: dove vado da qui? Me lo sono chiesto, e per ora mi sono dato una risposta provvisoria – mantenere il due virgola stabile. Che forse non basta o forse è troppo generica, ma questo significa in primo luogo che devo rafforzare la parte mentale del mio golf, nel senso che devo essere nell’ordine di idee del girare mediamente in 75 colpi al massimo in qualunque campo, con punte occasionali in alto o in basso.

Con un occhio – o forse entrambi – al mio obiettivo di lungo termine: diventare scratch entro i 55 anni di età. L’età avanza inesorabile e il tempo stringe, e quindi quel lungo periodo non è poi così tanto lungo, e magari là non ci arriverò mai; ma forse il mio obiettivo è più importante della stella da sceriffo che oggi porto sul petto.

Ieri mia figlia Michela (Michi per me), rispondendo a una domanda di antologia, ha scritto un pezzo per me magnifico che del tutto casualmente, ma in maniera magistrale, riassume e forse espande i miei pensieri:

L’autore con l’opposizione tra l’orso e l’uomo ci fa pensare che esiste un mondo inimmaginabile dove non ce l’aspettiamo, e che il confine tra realtà e immaginazione è più sottile di quanto riusciamo ad immaginare.
Gli uomini, ogni giorno, sono impegnati e stressati con il lavoro, vanno sempre di fretta e sembra che non abbiano più tempo per creare dei bei ricordi che si porterebbero per sempre nel cuore.
Non hanno di certo tempo per pensare al mondo delle favole e, da quando non sono più bambini, non viaggiano più con la mente usando immaginazione e fantasia.
Questo racconto, però, ci dimostra che se siamo disposti a fermare per qualche istante la nostra vita per immaginare un mondo fantastico potremmo ritrovare la felicità e la spensieratezza persa nelle innumerevoli faccende quotidiane.
Secondo me, l’autore ci insegna a non pensare sempre a tutti gli impegni che abbiamo, perché ce ne saranno sempre, ma a staccare dal ritmo consueto delle nostre giornate per qualche ora, per riscoprire un mondo che non sapevamo neanche esistesse e apprezzare le piccole cose considerate futili.

E dunque, Gianni, goditi il viaggio.

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Dic 27

Mi prendo la libertà, nell’ultimo post dell’anno su questo blog, di parlare del mio anno golfistico. Per una sorta di riepilogo delle cose passate, come ho spesso fatto negli ultimi anni; per raccontare (e raccontarmi) un anno di avventure; e anche perché negli ultimi mesi ho rarefatto, per via di vicende personali, la mia scrittura. Ma la scrittura – al pari del golf – è per me vita.

Il libro, innanzitutto. Campo pratica è qualcosa di cui vado fiero, un libro che se non avessi scritto quest’anno non avrei scritto mai più, uno strumento che sinceramente penso utile per il golfista seriamente intenzionato a migliorare. (È difficile, lo so, e non tutti hanno la voglia di mettersi in gioco eccetera; ma chi lo vuole fare ha un mezzo in più.) Per questo sono grato ai miei compagni di avventura – Andrea De Giorgio, Roberto Cadonati e Franco Iacovitti – e all’editore Caissa Italia, e in particolare a Yuri Garrett, che ne è l’anima e che proprio oggi mi ha reso edotto dei lusinghieri dati di vendita. È un mio libro certo, ma insomma è un’opera corale – non dobbiamo dimenticare mai che, comunque vada, siamo nani sulle spalle dei giganti.

Poi, per quanto riguarda il golf giocato, ho tre cose da dire.

1. Questo è il primo anno, da che ho preso in mano un bastone da golf, in cui non ho preso nemmeno una mezz’ora di lezione. Il mio golf è cambiato con gli anni, è vero, e ora mi sento molto più a mio agio nel dissezionare il mio gioco, trovare gli errori, lavorarci su e così via. Purtuttavia prenderei volentieri una serie di lezioni (se non altro per non essere il solito calzolaio con le scarpe rotte), ma quest’anno mi hanno frenato essenzialmente problemi di denaro (“è più prosa che poesia”, direbbe Rino Gaetano). Ma se, come mi auguro, riuscirò a risolvere a mio vantaggio la lotta con l’euro, sono sicuro che nei prossimi mesi quest’astinenza finirà.

2. Come nel 2011, ho vinto entrambi i campionati match play (scratch e pareggiato) del mio circolo. “Ma non c’era nessuno!”, mi si dirà. Potrebbe essere vero, e in effetti una volta soltanto – nella semifinale dello scratch – ho patito l’avversario e magari avrei anche potuto perdere. Però chi non partecipa ha torto a prescindere (o quantomeno non dovrebbe avere diritto di parola sull’argomento); e comunque io mi sono preparato in maniera specifica per queste gare (che adoro!); e averle vinte entrambe, e aver messo ancora per quest’anno in fila i ragazzi (per il prossimo si vedrà), è una discreta soddisfazione per me.

3. Per due volte quest’anno sono andato sotto par in gara (mi era già successo una volta l’anno scorso, ma ero da solo). (Qui il racconto di una delle due giornate.) Anche qui le attenuanti sono tante, prima tra le quali il fatto che il campo, il mio campo, non è un campo da campionato. Ma intanto tirali tu 71 colpi! Poi si vedrà. Del resto io non mi misuro con i ragazzi, con cui non c’è partita, ma principalmente con i senior: l’aver cominciato a 36 anni comporta il fatto che la mia visione del golf, e parallelamente quello che realmente posso fare nel golf, ha dei limiti oggettivi e forti. Cionondimeno l’esempio del mio dolce mito e la chimera delle 10mila ore sono sempre dinnanzi a me.

Detto tutto questo, il mio handicap attuale è 4,2 e quello di inizio anno era 4,4 – ovvero altissimo, poche balle. Sono sceso a 3,5 ma non sono riuscito ad andare oltre. Manca il denaro, gli anni sono quelli che sono, tutto quel che vuoi; io però mi sento sempre come il Piccolo principe, e voglio continuare a coltivare la mia rosa.

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Mag 06


Ieri, gara di circolo ai Ciliegi. Una gara come tante altre, con la differenza che era la gara di Giuseppe Lazzarotto, la Ci.Ti.Elle e tutto quanto di buono lui ha fatto in questi anni. (Beppe era tra l’altro presente la prima volta che ho fatto il par del campo.)

Io sono andato “discretamente” bene, perché per la prima volta in vita mia sono sceso sotto par in una gara (71 colpi). Parto dai dati:

– colpi: 71 (5 birdie, 9 par, 4 bogey)
– fairway presi: 50% (7/14)
– green in regulation: 39% (7/18)
– up & down 70% (7/10)
– putt: 23

Note positive: come si vede bene, il putt; ma anche il drive e i ferri lunghi, anche se dai numeri non traspare.

Punti da migliorare: il legno 3 (l’ho usato, orribilmente, due volte, tanto che quando avrei voluto usarlo una terza e una quarta l’ho tenuto in sacca a favore dell’ibrido 3, che non era il bastone giusto ma mi dava la giusta fiducia, seppure a scapito di qualche metro di distanza) e gli approccini (30-40 metri, su cui sto studiando – sto cambiando delle cose di cui dirò, e questo non mi dà la necessaria confidenza all’uso del 60° che peraltro è il bastone che, dopo il putt, adoro maggiormente).

Ma la nota positiva numero uno non è tecnica, è mentale. Sono riuscito per tutto il giro ad affidarmi in maniera pressoché completa alle sensazioni, delegando alla parte conscia della mente solo le questioni di cui dovrebbe occuparsi quando siamo in campo: il lie, il tipo di colpo, la scelta del bastone e così via. Insomma delle scelte strategiche, perché per il resto a giocare a golf più o meno dovrei già essere in grado. E questa “scelta” di fiducia deriva a sua volta da un libro sugli aspetti mentali dello sport, e del golf in particolare, che sto traducendo e di cui dirò prossimamente (sia detto incidentalmente, è una bella sensazione essere tornato a tradurre un libro che verrà pubblicato, qualcosa che ho fatto per l’ultima volta oltre vent’anni fa), e dalle lezioni ricevute lungo gli anni da Roberto Cadonati, che ha scritto il capitolo relativo alla mente nel golf nel libro che sta uscendo in questi giorni (tra parentesi: non vedo l’ora di avere nelle mani questo quinto figlioletto).

Di ieri ancora voglio ricordare la striscia di quattro birdie consecutivi (13-16), che hanno trasformato un giro normale (ero a +2 in quel momento) in un giro per me speciale, e la conseguente tenuta nelle due buche finali (un bogey forse sciocco ma accettabile e soprattutto il par finale, dove a differenza di altre volte ho sentito poco la pressione).

E questo, ancora: lungo il giro più volte sentivo le farfalle nello stomaco, ma immediato mi veniva il pensiero a quanto dice Jack Nicklaus, del suo desiderio di sentire quelle farfalle nei momenti topici di un giro. Trovarsi sotto pressione e saperla gestire, questo è un punto importante in un giro di golf.

In poche parole: in base a quello che so io, per giocare bene a golf devi dimenticare qualunque pensiero tecnico e lasciare andare qualunque preoccupazione – allora il risultato si prenderà cura lui medesimo di sé.

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Ott 04


… per la prova campo di questa gara, una gara dove essendo circa 70ª riserva ero (e sono) assolutamente certo di non partecipare. Ma Margara è un campo bellissimo, e come già fatto in passato non volevo perdere l’occasione di fare un giro, sia pure fine a se stesso, ovvero fatto per me soltanto, soltanto per la gioia del giocare.

Sono partito alle 8:52. Ero il primo del giorno ed ero da solo, e ho preso subito un bel ritmo. Non pensavo a nulla altro che fare un bel giro senza metterci troppo tempo. Ed essere partito per primo da solo chiaramente aiuta in questo.

Tra le altre cose tra il serio e il faceto pensavo perché non danno una wildcard a un senior come me, o più precisamente al progetto delle 10mila ore?

Le idee, anche extra golfistiche, scorrevano fluide. Perché è questo che fanno i pensieri quando sei da solo in un campo da golf la mattina presto, concentrato senza essere concentrato, libero e sereno, ovvero in uno stato di flow: fluiscono liberamente, senza soluzione di continuità. E allora io questa mattina ho semplicemente annotato i pensieri che affioravano alla mente man mano che il giro procedeva, senza preoccuparmi del fatto che fossero positivi o negativi, utili o meno. Semplicemente li annotavo e andavo avanti.

I bogey non mi davano fastidio, i par salvati mi davano grande gioia.

La velocità dei green era 3,14, che a parer mio è una specie di quadratura del cerchio, un pi greco dei green. Perché i green erano molto veloci e comunque perfetti, e queste due condizioni insieme significano che un bravo pattatore avrà un vantaggio notevole. Infatti la palla rotolava benissimo e io mi sono trovato ottimamente, a differenza per esempio di quanto successo a Vigevano, dove per quanto la colpivo forte non arrivavo mai alla buca (e la frustrazione era immensa, col risultato di aver deciso che non voglio più fare gare della Federazione che hanno green lenti perché mi farei solo del male).

Alle 10:30 ho completato le prime nove in 37 colpi, senza alcun disturbo esterno. Alle 12:04 ho messo dentro l’asta alla 18: 3 ore e 12 minuti per 77 colpi (dai gialli, che ho scelto perché mi parevano più adatti al mio momento). Grande divertimento, o per meglio dire intenso flow.

Esperienza esaltante, semplice ed elegiaca, in perfetto flow. Domani non prenderò parte alla gara ma va bene così.

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Ott 02

Con la prossima stagione ritornerò ai Ciliegi.

Ho passato alla Margherita quattro anni splendidi, di cui ricordo con piacere moltissime sensazioni e pensieri: gli amici conosciuti, le sfide infinite, il campo sempre magnifico, le gare vinte e quelle (tante) perse, lo studio matto e disperatissimo dello swing, del gioco corto e del putt. Ero passato alla Margherita con l’obiettivo di fare un salto di qualità (leggi handicap più basso, ovvero – leggi meglio – “due virgola stabile”), ma non ci sono riuscito. È vero, oggi la conoscenza del mio swing è molto più solida, e sono sempre determinato a completare le 10mila ore di pratica concentrata entro i miei 55 anni di età per vedere la fine dell’arcobaleno; ma i risultati al momento esprimono un concetto differente. (Non importa, io e la mia rosa andiamo diritti per la nostra strada.)

Ora torno là dove sono partito, il 7 febbraio 2004, per alcuni motivi molto prosaici.

La questione economica: sono anni difficili, questi, da un punto di vista economico. Certo questo non c’entra nulla col golf giocato, ma per quanto il golf rivesta un ruolo centralissimo nelle seconde nove della mia vita non posso dimenticare le mie responsabilità.

La questione logistica: la differenza di dieci minuti pare una sciocchezza, ma moltiplicala per qualche centinaio di volte e inizia ad assumere un certo valore.

Anche l’atmosfera molto familiare dei Ciliegi ha avuto il suo peso nella decisione.

L’idea per il futuro prossimo è in due parole questa: tenere i Ciliegi come base di allenamento e continuare a inseguire quell’elusiva araba fenice del due virgola stabile attraverso le gare della Federgolf, sempre secondo il principio guidante che il tuo handicap è reale se lo giochi grossomodo in tutti i campi dove vai. E poi la gara della domenica al tuo circolo può essere divertente, a volte; ma la formula di prova campo + due-tre giorni medal esprime ottimamente l’idea che ho io di golf come competizione con se stessi.

Insomma per me è un cambiamento importante, che faccio con un misto di piacere e rammarico. La sfida con me stesso continua.

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Set 15


Strana bestia, il golf; strana forte. E crudele.

Ieri, al secondo giorno di questa gara (per quanto rientrante nel clima rilassato dell’Agis, si tratta pur sempre di un campionato nazionale, sono pur sempre gli A1), mi sento bene e parto bene. Faccio qualche errore di troppo, ma alla 10 sono a +2 – niente che possa passare alla storia, ma qualcosa di più che discreto. Non ho nessuna paura, gioco libero e tranquillo, accetto gli errori e passo oltre.

Alla 11 ho il putt per il birdie da 9 metri forse, in discesa. Calcolo male la distanza e mi ritrovo con un putt da tre metri, che lascio di nuovo corto. Bogey e +3. Pazienza, si va alla prossima.

Che è un par 5 senza grandi difficoltà (il giorno prima avevo fatto birdie, per dire). Dove mi parte un colpo basso a sinistra tra gli alberi – avrò fatto 80 metri. Ripensandoci a distanza, sentivo che qualcosa non andava in quel momento, non ero del tutto connesso con il movimento. Ma non importa, gioco per il bogey e con il quarto sono in green da 6 metri. Altri tre putt, e doppio. Comincio a innervosirmi.

La 13 del Torino blu è un par 3 impegnativo, in discesa e con acqua davanti. Anziché giocare il 6 impugnato corto, che sarebbe stato il bastone corretto, compio un altro errore mentale e opto per il 7 sparato al massimo, per difendermi dalla mia adrenalina. Palla in acqua a sinistra e prevedibile altro doppio bogey.

Non importa raccontare le altre cinque buche, dove ho perso altri otto colpi; lasciamole all’imperituro oblio. Ma importa il numero finale, un orribile 87; importa la differenza tra prime (+2) e seconde nove (+13); importa soprattutto la qualità dei miei pensieri nelle ultime sette buche. Perché in tutte quante ho provato allo spasimo a tornare alla serenità precedente, ma invano.

Ma com’è possibile, mi chiedo, fare due parti di gara così completamente diverse tra di loro? Come se a metà della 11 Gianni se ne fosse andato, e fosse arrivato al posto suo un golfista poco abile che non conosco. Io non sono così scarso!

Quindi la chiave è la mente (nulla di nuovo in questo, ma è per chiarire). Infatti sempre più spesso andando in campo pratica mi accorgo che non dovrei andare in campo pratica, se voglio veramente migliorare, ma in campo pratica mentale. Ovvero il punto è allenare la testa a guidare il corpo a fare i movimenti corretti (l’ho detto millanta volte, da ultimo qui). E con tutta la pratica che ho alle spalle posso onestamente dire che i movimenti corretti sono acquisiti, mentre i “movimenti mentali” a volte no. E questo fa tutta la differenza del mondo. Perché non c’è altra spiegazione per cui io faccia cinque volte tre putt in otto buche, se non pensare alla testa che, ieri, non sono riuscito più a guidare.

Però dov’è il campo pratica mentale?

In ogni caso, sono già abbondantemente nelle mie seconde nove della vita (e quindi già col fisico avrò i miei problemi, negli anni a venire), almeno nel golf voglio guidare e non essere guidato.

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Set 01


È una sciocchezza, lo so; ma per me, novello Peter Pan, antico Piccolo principe, la mia rosa è molto importante, dà significato a tante altre cose che mi stanno intorno.

Oggi compio gli anni (cinquantuno? avrei mai immaginato, da ragazzo, che si potessero avere così tanti anni?) e ieri mi sono fatto un regalo: per la prima volta in vita mia ho concluso un giro intero sotto par.

Ero partito a metà pomeriggio per un giro in solitaria ai Ciliegi. Il campo era insolitamente vuoto (probabilmente la temuta pioggia, che poi sono state due gocce due, ha tenuto lontani molti golfisti – mentre prova a fare un giro da solo ai Ciliegi in qualunque momento di qualunque giorno, te lo raccomando), e io ero molto tranquillo. Sono stato molto veloce nelle prime buche; ho mancato i primi tre green su quattro ma sempre recuperato, e dopo sei par faccio birdie alla 7 (abbastanza scontato, data la semplicità della buca) e poi alla 9, con un putt di quindici metri tirato millimetricamente e scientificamente, anche se non puoi dire che il caso non giochi la sua parte nel fatto che la palla scompaia in buca da distanze del genere. Per prendermi in giro in casi come questo penso a Fahrenheit 9/11 di Michael Moore e a George W. Bush: “Somebody gonna say nice shot?”

Sono seguiti altri par dalla 10 alla 14. Alla 15 per troppa adrenalina ho volato il green e fatto bogey, compensato dal birdie alla 16. Alla 17 faccio un bel par, però recuperando in una buca di per sé senza difese (il carattere come fai a cambiarlo? io sono sempre in recupero). Alla 18 tiro un ibrido a sinistra sotto le piante, e non ho vista sulla bandiera. Tiro un 52° al 110% per arrivare in green, però sono – come prevedevo – lontanissimo; un bel primo putt da forse diciotto metri mi lascia il secondo a un metro e mezzo in discesa. Lo studio ma lo sbordo – “se era dritta era in buca”, come dico ogni tanto anche in contesti non golfistici per prendermi e prendere in giro chi dice delle ovvietà. Ma sono 71 colpi, ho fatto quello che volevo.

I dati:
– colpi: 71 (3 birdie, 13 par, 2 bogey)
– fairway presi: 72% (10/14)
– green in regulation: 61% (11/18)
– up & down 86% (6/7)
– putt: 29

Le sensazioni: dall’inizio del giro, dopo le prime 3-4 buche, avevo già in testa l’obiettivo di completare un giro sotto par. Sono stato molto calmo per tutto il giorno, tranne le quattro buche finali dove un po’ di ansia mi è venuta; ma ho saputo tenerla a bada. L’aria era leggera e fina, io ero in pace e mi godevo quel che vedevo intorno a me.

Va detto che il campo è in questo momento semplice: le partenze erano abbastanza avanzate, e il terreno secco lo rende quasi simile a un links. E poiché sto terminando la lettura di questo libro, la cui recensione uscirà su “Il Mondo del Golf Today” di settembre, a tratti mi immedesimavo in Tom Coyne. Cionondimeno, il giro va fatto.

Inoltre, non ho praticato per nulla ieri. Settantuno sono i colpi totali che ho tirato in tutto il giorno. La mia conclusione è che sul lungo periodo l’handicap è certamente espressione reale delle tue capacità golfistiche, ma il singolo giro è del tutto aleatorio (basta un brutto rimbalzo, per dire, e dal birdie al bogey è un attimo).

Quattro anni fa scrivevo che sapevo che l’avrei fatto. Ieri mi sono fatto un regalo e così è stato.

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