Ago 26

In questi giorni mi sembra che lo scrivere di un’attività (in apparenza) frivola come il golf possa parere irriverente e quasi blasfemo. Tuttavia ho letto tutto quel che potevo sul disastro che colpisce ciascuno di noi; e poi ho pensato che la vita va avanti, e che la cosa migliore che potessi fare era scrivere un post leggero ma attento.

Riporto dunque qui a seguire un passo tratto da questo splendido, ancorché datato, libro, la cui recensione apparirà sul numero di ottobre di “Il Mondo del Golf Today”. Protagonista è il colonnello Bob Jones, padre del famoso golfista, durante il primo giro che fece all’Augusta National nel 1932 in compagnia del figlio e di Clifford Roberts. La traduzione a seguire è mia.

A small pot bunker was originally positioned in the center of the eleventh fairway at roughly the distance of a reasonable drive. The bunker, which could not be seen from the tee, was Jones’s idea. He had wanted the course to have an hazard that could be avoided only with good luck or local knowledge – the sort of seemingly arbitrary booby trap that is plentiful on the Old Course. Jones’s father, Colonel Bob Jones, drove into the hidden hazard during his first round on the course, in 1932. When the Colonel found his ball in the sand, he shouted, “What goddamned fool put a goddamned bunker right in the goddamned center of the goddamned fairway?” or words to that effect. His son, who was playing with him (along with Roberts), had to answer, “I did.” The bunker was eventually filled in, though not till many years later.

Un piccolo pot bunker era in origine stato posizionato nel centro del fairway della undici, grossomodo alla distanza di un drive medio. Il bunker, che non si poteva vedere dal tee, era stata un’idea di Jones. Aveva voluto che il percorso avesse un ostacolo evitabile solo con una buona dose di fortuna oppure conoscendo il campo – il tipo di ostacolo, apparentemente arbitrario, che abbonda sull’Old Course. Il padre di Jones, il colonnello Bob Jones, spedì il suo drive in quell’ostacolo nascosto durante il suo primo giro nel nuovo campo, nel 1932. Quando il colonnello trovò la sua palla nella sabbia gridò: “Chi è quel tale maledettamente stupido che ha messo un maledetto bunker nel maledetto centro del maledetto fairway?”, o parole simili. Il figlio, che stava giocando con lui (insieme a Roberts), dovette rispondere: “Sono stato io”. Il bunker è stato poi eliminato, anche se solo dopo molti anni.

Ago 05

Five Lessons
(La traduzione italiana della lunga citazione che inserisco a seguire si trova qui, grazie ad Andrea Gandolfi. Il grassetto è mio. Del secondo putt che Ben Hogan tirò in quell’occasione ho parlato qui.)

Twenty-five years ago, when I was 19, I became a professional golfer. I suppose that if I fed the right pieces of data to one of our modern “electronic brain” machines it would perform a few gyrations and shortly afterwards inform me as to how many hundreds of thousands of shots I have hit on practice fairways, how many thousands of shots I have struck in competition, how many times I have taken three putts when there was absolutely no reason for doing so, and all the rest of it. Like most professional golfers, I have a tendency to remember my poor shots a shade more vividly than the good ones – the one or two per round, seldom more, which come off exactly as I intend they should.

However, having worked hard on my golf with all the mentality and all the physical resources available to me, I have managed to play some very good shots at very important stages of major tournaments. To cite one example which many of my friends remember with particular fondness — and I, too, for that matter — in 1950 at Merion, I needed a 4 on the 72nd to tie for first in the Open. To get that 4 I needed to hit an elusive, well-trapped, slightly plateaued green from about 200 yards out. There are easier shots in golf. I went with a two-iron and played what was in my honest judgment one of the best shots of my last round, perhaps one of the best I played during the tournament. The ball took off on a line for the left-center of the green, held its line firmly, bounced on the front edge of the green, and finished some 40 feet from the cup. It was all I could have asked for. I then got down in two putts for my 4, and this enabled me to enter the playoff for the title which I was thankful to win the following day.

I bring up this incident not for the pleasure of retasting the sweetness of a “big moment” but, rather, because I have discovered in many conversations that the view I take of this shot (and others like it) is markedly different from the view most spectators seem to have formed. They are inclined to glamorize the actual shot since it was hit in a pressureful situation. They tend to think of it as something unique in itself, something almost inspired, you might say, since the shot was just what the occasion called for. I don’t see it that way at all. I didn’t hit that shot then — that late afternoon at Merion. I’d been practicing that shot since I was 12 years old.

Ben Hogan’s Five Lessons: The Modern Fundamentals of Golf, 1993 [la prima edizione è dell’ottobre 1957], 128 pp.

Mag 27

Adventures in Extreme Golf
Alcune citazioni tratte da questo bel libro – la mia recensione completa sarà pubblicata su “Il Mondo del Golf Today” di giugno.

If music is the space between the notes, then golf must be the walk between the shots (p. 28).
[Se la musica è lo spazio tra le note, allora il golf deve essere la camminata tra un colpo e l’altro.]

Coaching golf is, of course, one of the game’s more recognized occupations – and our perpetual ineptitude at the game suggests it will be for some time (p. 152).
[L’insegnamento del golf è, naturalmente, uno dei mestieri più riconosciuti nel campo: e la nostra inettitudine perenne al gioco suggerisce che sarà così per tanto tempo ancora.]

There is an old saying in golf: You can’t fire a cannon from a canoe. Foundations may not be fancy, but they are the key component (p. 155).
[C’è un vecchio detto nel golf: non puoi sparare con un cannone da una canoa. Le basi possono non essere attraenti, ma sono la componente chiave.]

To the detriment of my various careers, I play golf (pp. 176-177).
[A scapito delle mie varie carriere, io gioco a golf.]

Of course the social, communal side is an important adjunct of golf; but as long as it takes precedence over the game itself, golf culture will marginalize the people who have the most fire for the game (p. 178).
[Ovviamente l’aspetto sociale e comunitario è un importante complemento del golf; ma fintanto che ha la precedenza sul gioco stesso la cultura del golf marginalizzerà le persone che hanno la passione più grande per il gioco.]

Duncan Lennard, Adventures in Extreme Golf: Incredible Tales on the Links from Scotland to Antarctica. 2013, 199 pp.

Mag 29

John Updike
“Il golf rovescia la vita come un guanto; fa riposare le parti troppo usate del nostro io e mette alla prova facoltà altrimenti trascurate, come la capacità dell’occhio di valutare le distanze o il segreto accordo ritmico che c’è tra i piedi e la mani. In cambio di tutte le ore e i giorni che mi ha tolto, il golf mi ha dato un altro Io, il mio Io golfistico, che mi aspetta fiducioso sul primo tee, quando accantono le mie altre personalità di capofamiglia e di amante, di padre e di figlio. Il golf allunga la vita”.

John Updike, La vita è troppo breve per il golf? in: Sogni di golf, Parma, Guanda, 1998, pp. 196-197.

(Sia detto tangenzialmente, questo libro ormai quasi dimenticato è uno dei primissimi che ho recensito per una rivista – credo fosse “Life Club” – tanti anni fa.)

Nov 28

Oggi vorrei suggerire uno spunto sul quale sto meditando da tempo, qualcosa che non credo abbia un vera e propria soluzione (quantomeno in parole). Lo farò mettendo insieme due citazioni su Ben Hogan.

Dice Curt Sampson:

From a performance standpoint, Hogan understood himself better than any athlete ever. That was Hogan’s Secret. It didn’t become a book or a magazine series because mental toughness, self-control, focus, and the connection between mood and performance couldn’t be photographed.

Gli fa eco Andy Brumer:

They said Ben Hogan refused to tell his supposed secret of his superior ball striking because he didn’t want to give his competitors the same advantage it gave him. […] I think he didn’t tell anyone his secret because he couldn’t, since he didn’t experience it in words.

Sono completamente d’accordo. E me ne rendo conto per esempio in campo pratica, quando cerco di fissare sulla carta le sensazioni ricavate dalla pratica stessa, in maniera da comporre una sorta di “manuale di auto-aiuto” a mio uso e consumo futuri. In parte funziona, ma troppo di quel che vorrei eternare sulla pagina va in realtà perso, perché capisco di non avere gli strumenti adatti. Il movimento corretto e ripetuto serve a interiorizzare quel feeling, a farlo diventare parte di me; ma certamente la parola scritta è ahimè troppo rudimentale per essere davvero utile in ciò.

E lo dico io che penso che se una cosa non è scritta non esiste! Però questa consapevolezza mi agevola: sapere che le parole non potranno mai descrivere in maniera compiuta quel che vorrei mi aiuta a fare il meglio che posso con ciò che ho a disposizione. Far passare dei concetti è estremamente difficile – credo sia per questo che non si può insegnare, si può solo imparare –, ma questo strano rapporto maestro-allievo (dove io sono entrambi) mediato dalla carta ha una sua logica.

Ott 24

Every Shot Counts
Innanzitutto devo ringraziare Mauro, che credo sia il lettore più fedele di questo blog, per avermi suggerito di spostare questo libro in cima alla mia lista “e di leggerlo il prima possibile”.

Detto fatto (ah, quant’è facile comprare libri con il Kindle! Il problema viene semmai dopo, perché io adoro i miei “vecchi” e tradizionali libri di carta). Ho iniziato subito a leggerlo. Certamente ne farò una recessione approfondita in futuro, quanto l’avrò terminato e assimilato, ma per oggi vorrei concentrarmi su un punto sul quale ho spesso riflettuto, e che è anche uno dei cardini di questo volume: quanto è importante il gioco lungo nel gioco complessivo di un golfista?

La mia idea è questa: è molto importante per gli handicap alti e bassi, meno per quelli medi.

Ovvero: per un handicap fino a 20-25 è fondamentale, perché se non riesci a mettere la palla in pista non puoi proseguire, in gara segni una sfilza di X e di fatto perdi motivazione.

Per un handicap medio, diciamo dai 20 ai 5 (mi rendo conto che la mia definizione di “medio” può non essere condivisibile, ma prendiamola cum grano salis, o meglio letteralmente – ovvero come qualcosa che sta in mezzo ad altre cose), l’importanza relativa scende, perché in pista la metti già e hai un numero di colpi sufficiente per provare altre strade. Infatti per scendere a una cifra il gioco corto è fondamentale e imprescindibile.

Quando scendi ancora più in basso (single digit basso), allora ritorna importante, perché senza un gioco lungo lungo per davvero non vai molto lontano. (In effetti mi rendo conto che io ho due prossime aree di miglioramento: 15 metri in più col drive e più green presi coi ferri 5, 6 e 7.)

Mette conto anche notare quanto Dave Pelz, guru riconosciuto del gioco corto, ha detto a John Paul Newport che lo intervistava per questo articolo (la citazione è inserita nei commenti perché per questioni di spazio non potè entrare nel testo):

If you could improve any one aspect of your game to pro level, what would you choose? It would be the long game, absolutely. The problem is, you can’t. It would take forever and you still couldn’t get there.
[Se potessi portare qualunque parte del tuo gioco a livello professionale, quale sceglieresti? Il gioco lungo, assolutamente. Il problema però è che non puoi: ci vorrebbe un’eternità e non basterebbe ancora.]

Insomma se il tuo handicap è davvero basso (diciamo intorno ai miei livelli attuali), ciò significa che il tuo gioco corto e il tuo putt sono generalmente molto più che buoni. Ma per arrivare a 0 o a un handicap positivo devi migliorare il gioco lungo, ovvero devi dedicare altri anni a fare quello che hai fatto finora sul putt e negli approcci, che costituiscono la parte di gioco dove hai maggiori possibilità di intervenire.

E questo è il commento di Newport:

Pelz and Broadie agree that for almost everyone, the best and surest way to lower your score is to work on the short game, because rapid improvement is possible there, quickly. Making substantial improvements in the long game takes months and years of hard work.
[Pelz e Broadie concordano sul fatto che per quasi tutti il modo migliore e più sicuro per abbassare lo score è quello di lavorare sul gioco corto, perché è un’area in cui un miglioramento rapido è possibile. Effettuare miglioramenti sostanziali nel gioco lungo richiede mesi e anni di duro lavoro.]

(Gianni, forza e coraggio.)

Mar 21

John Fante
John Fante è uno tra i miei scrittori preferiti. Adoro il suo stile asciutto e diretto al punto. Ho letto e riletto diverse volte i suoi libri.

Fante si dilettava col golf, anche se non mi risulta che abbia mai raggiunto grandi vette. Era piuttosto per lui un passatempo divertente.

In ogni caso in un libro solo, La confraternita dell’uva, ha scritto di golf. È una scena in cui il protagonista incontra dopo tanto tempo l’odiata suocera, che gli chiede di portarsi via i suoi bastoni da golf (“mazze”, nella traduzione – il che è per me una trafittura nell’orecchio). Vediamola.

Le mie mazze da golf! Erano in un angolino di un armadio da letto. Le mie mazze! Le mie magnifiche Stan Thompson su misura: quattro di legno, nove di metallo, con impugnature speciali, coi manici di grafite leggeri come piume; attrezzi costosi dal perfetto equilibrio, in grado di sparare una pallina lontanissimo e con la massima precisione.

Eccole là, sul cotto umido della rimessa: la borsa di pelle si era strappata nel momento in cui l’avevo sollevata. Un brutto colpo. Un disastro. Una cosa sacrilega, come sputare sull’ostia consacrata. Soltanto un golfista poteva misurare tutta l’estensione di questo crimine brutale e immotivato. Le mazze erano tutte arrugginite, le impugnature venivano via dai manici. Era qualcosa di più che un assassinio di mazze da golf. Era un attacco a me, alla mia vita, ai miei piaceri. Soltanto uno squilibrato poteva concepire una simile dissacrazione.

La traduzione dei termini golfistici lascia qui alquanto a desiderare: ad esempio quel “manico” che traduce “shaft”, per dirne una. Del resto tradurre di golf per un non golfista è un’attività comprovatamente suicida. Ma al di là di questo mi piaceva porre l’accento sulla narrazione di una passione, per quanto tangenziale, di uno scrittore che è un mito.

Mar 14

Correre o morire
Come segno di auspicio per la nuova stagione di gare che sta prendendo l’abbrivio – dalla finestra del mio studiolo vedo da pochissimo peschi ed albicocchi in fiore – oggi non parlo io, ma parla un libro che in teoria parla di tutt’altro ma in pratica parla della stessa cosa: a che cosa pensiamo quando mettiamo l’asticella solo un po’ più su.

Le nostre vite giravano intorno alle gare. Dormivamo e mangiavamo il giusto per poterci allenare e ci allenavamo al massimo per poter gareggiare e cercare di ottenere i migliori risultati possibili. Tutte le nostre entrate […] erano destinate al pagamento dell’appartamento e all’acquisto del miglior materiale. […] Il punto culminante fu a marzo, quando, senza luce nel monolocale, poiché la ritenevamo meno importante di un buon paio di bastoncini di carbonio, un mercoledì, insieme ad Àlvaro, il compagno di appartamento e di corse, sul pavimento della camera, con i duecento euro di affitto di quel mese sparsi sulla moquette, discutevamo se fosse più importante darli a Madame Levy, la proprietaria, o partire quella sera stessa per Arêches-Beaufort, che per noi, in quel momento, era il centro del mondo, il luogo dove l’indomani cominciava la Pierra Menta (p. 31).

Mi diverto a gareggiare. E gareggiare è vincere. È la sensazione di tagliare il nastro d’arrivo. Fare l’ultimo giro della corsa e vederlo in fondo al rettilineo finale. Girare indietro la testa per l’ultima volta e constatare che nessuno ti rovinerà quel momento. Guardare avanti, chiudere gli occhi e accelerare, per sentire come il pubblico mi spinge verso la vittoria, dimenticando il dolore, dimenticando il corpo, avendo coscienza solo del mio spirito, che vibra per le emozioni degli ultimi secondi prima di notare come il mio petto, ancora bagnato di sudore, spinge il nastro e lo fa cadere per terra. È la rabbia per la tanta pressione vissuta per anni, per mesi e durante le ultime ore della corsa, che esplode in questi ultimi metri nel vedere che tutti i sacrifici e il lavoro sono valsi la pena. È sentimento, quello di tutta la gente che mi ha accompagnato durante la mia carriera, che ha contribuito a costruire questa vittoria. È cuore, quello che mi ha detto che avrei potuto farcela e che ora mi dice che ce l’ho fatta. È tutto questo, pochi secondi prima di tagliare il nastro della vittoria, a far sì che il mio corpo abbia una forza impressionante e sia capace di correre veloce come non mai, che sia capace di saltare più in alto, più lontano o di alzare il peso più grande e, al tempo stesso, ciò che fa sì che la mia mente crolli e mi faccia ridere, piangere, cadere, baciare senza controllo. È la pelle d’oca e le lacrime di felicità. È incredibile. E per questo valgono la pena tutti i sacrifici fatti e ancra di più (pp. 33-34).


Sono seduto accanto al letto, spogliato e pronto per andare a dormire. […] Faccio un ripasso veloce della corsa. Immagino di essere sul percorso, il tracciato che troverò e il passo che terrò in ogni momento. Cerco di immaginare in che stato sarà il mio corpo in ognuna di queste parti. Determino il luogo esatto in cui mi prenderò ognuno dei gel, in quale momento mi idraterò e in quale momento dovrò accelerare o far decidere agli altri il ritmo della corsa. È tutto sotto controllo (pp. 34-35).

Gen 13

I libri dedicati al golf esercitano un fascino particolare su di me, spesso devo farmi violenza per non comprare questo o quel volume – se potessi, li acquisterei tutti. Adoro i libri usati, e ho scoperto qualche tempo fa questa libreria online dove solo gli usati sono oltre mille.

Per 2,49 sterline ho comprato questo libro; senza un motivo specifico, ma perché adoro leggere le storie dei campioni di golf.

Trovatomelo davanti poi, quando è stato il momento di iniziarlo mi sono chiesto perché avevo speso quei soldi, per quanto pochi. E non sono riuscito a darmi una risposta precisa (davanti ai libri mi sento come mia figlia piccola davanti a una vetrina piena di oggetti marchiati Hello Kitty: questa è la verità).

Ma la storia mi ha preso subito: perché ben raccontata, perché molto emozionante, perché istruttiva. Apprezzo l’umiltà della persona, il suo senso del dovere, l’ammirazione per il padre. Ho adorato quel concetto di “golf totale”, ovvero la fortunata esposizione al golf cui sono stati soggetti Davis Love III e suo fratello Mark da piccoli: avevano la libertà – ma non sono mai stati forzati in nessun modo – di giocare a golf nella maniera che preferivano.

Ho ritrovato concetti espressi in maniera brillante e chiarissima in ambiti assolutamente non correlati al golf, come qui e qui. L’idea, per esempio, che il talento è indispensabile per diventare dei numeri uno, ma un ruolo altrettanto importante – o, dovrei dire piuttosto, fondamentale – lo giocano il caso e il fatto che si raggiungano le diecimila ore di pratica in una determinata disciplina già negli anni della formazione. (Ah, se avessi avuto un papà golfista…)

Il libro amalgama la vita di Davis Love III con insegnamenti del padre. E non è agevole, ma probabilmente nemmeno utile, distinguere che cosa proviene dall’uno e che cosa dall’altro, tanto le due vite sono state intrecciate. Ecco allora qualche passo che mi ha colpito in maniera particolare:

Confidence is born of proper practice. If you practice well, you can do the things on the practice tee that will be demanded of you on the golf course, then you can play with confidence. And if you can play with confidence, you can play well (p. 60).
[La fiducia in se stessi nasce dalla pratica corretta. Se pratichi bene, puoi fare in campo pratica le cose che ti saranno richieste in campo, e allora potrai giocare con fiducia. E se puoi giocare avendo fiducia in te stesso, allora puoi giocare bene.]

Develop one part of your game, and then move on. Improve one thing and move on. Golf is a circle. Keep moving to the next station. Sooner or later, you’ll come back to where you were, then that part will need attention. Don’t try to perfect any one part of the game. That’s a sure road to burnout. Just improve, and move on (p. 61).
[Sviluppa una parte del tuo gioco e poi passa oltre. Migliora una cosa e passa oltre. Il golf è un cerchio. Bisogna che tu vada al passo successivo; prima o poi tornerai dov’eri, e allora quella parte di gioco richiederà la tua attenzione. Non cercare di perfezionare i vari aspetti del tuo gioco tutti insieme: sarebbe la strada sicura per l’esaurimento. Semplicemente migliora e vai avanti.]

Davis parla del rapporto del padre con i propri allievi:

Dad made these people feel better about the future of their golf games, and for many people that meant feeling better about themselves (p. 113).
[Papà faceva sentire meglio queste persone a riguardo del futuro del loro golf, e per tanti tra loro ciò significava stare meglio con se stessi.]

E qui invece il padre parla alla nuora, incinta della primogenita e preoccupata per non poter più fare tutte le cose che desiderava col marito:

We know you’re upset. But you have to understand that everything happens for a reason and everything’s going to work out fine (p. 123).
[Sappiamo che sei turbata. Ma bisogna che tu capisca che tutto accade per una ragione, e che ogni cosa andrà al suo posto.]

Insomma è un libro da cui si possono trarre grandi lezioni, per il golf e – soprattutto – per la vita.

Dic 17

In dicembre capita sempre qualche giornata abbastanza mite. La luce scintilla come un sottile guscio di ghiaccio sopra i rami spogli e grigi, il cielo è a strisce come un bacon blu, un tardivo stormo di oche selvatiche oscilla verso sud, e l’aria è ricca di ossigeno e felice di cederlo a qualche coraggioso sportivo. I partecipanti del foursome, ridotti magari a tre o a due, si incontrano davanti alla sede del circolo ormai chiusa con tanto di tavole di legno, divertiti all’idea di avere l’intero campo tutto per loro. Gli alberi nudi lasciano scoperti tutti i fairway che, visti dal primo tee, si succedono a zigzag uno dopo l’altro, avanti e indietro. Non ci sono tee-marker, né score e nemmeno i cart: solo uomini pazzi per il golf, coi berretti di lana in testa e due maglioni ciascuno, che si spostano a piedi. Il computer per calcolare gli handicap è stato staccato con la chiusura stagionale, così l’unico sprone a giocare bene è l’elementare senso della competizione umana: un semplice nassau per la pallina migliore o una posta di cinquanta centesimi, e il conto viene tenuto a mente dal commercialista o dal bancario in pensione del gruppo. Ti sembra, nel golf decembrino, di reinventare il gioco, ambientandolo in qualche primitivo reame precedente le moderne raffinatezze.

[…] Ormai il nassau è deciso e il crepuscolo sta strisciando dagli alberi al fairway. L’allegro scambio di punzecchiature è cessato. Il ghiaccio è riuscito a entrarmi nelle scarpe da golf; non sento più le dita della mano destra e il freddo mi taglia il viso. È ora di smettere. La radio dice che domani nevicherà. “Butta le mani verso la buca”. L’ultimo swing sembra sferrato senza sforzo e la pallina svanisce dritta davanti a me, un punto grigio che si perde nel grigio, verso il luogo dove dovrebbe esserci la bandiera della diciottesima buca. Ecco, finalmente ho scoperto il segreto del golf che ho inseguito per questi sette mesi. Adesso, il trucco sta nel tenerlo a mente, per tutti i mesi che dovrò passare al coperto, e sperare che tutto non si squagli.

John Updike, Golf decembrino, in: Sogni di golf, Parma, Guanda, 1998, pp. 204-207.

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