Feb 12

Oggi primo giro al mio circolo. Cominciamo dai numeri, freddi e crudeli ma sinceri:

colpi: 95
fairway presi: 29%
GIR: 28%
putt: 37 [disastro]
(di cui 3-putt: 3) [disastrissimo]
punti stableford: 22
punteggio lordo: 15 (4 par e 7 bogey)

Che debba rileggere How to Break 90? 🙂

Forse più interessanti sono le sensazioni: aria fredda e asciutta, sole, luce stupenda, giro completato in solitudine in 3 ore e 10 minuti, senso di soddisfazione, certezza di essere tra le persone più fortunate della terra.

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Feb 09

Segnalo una nuova e, a prima vista, interessante rivista online sul golf, “Golf Links”.

Un difetto – forse non eliminabile in iniziative del genere – mi pare evidente: l’eccessiva presenza di pubblicità occulta. Tuttavia comprende una serie di articoli gradevoli.

La citazione migliore – autoironica e al contempo drammatica – è a pagina 53. Dice Doug Sanders, a proposito del putt mancato nel 1970 che gli avrebbe potuto dare la vittoria al British Open a St Andrews:

Do I still think about missing that putt after these years. Heck, no. Yesterday I went at least five minutes without it even crossing my mind.

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Feb 07

“Nel 1841 la Lanterna Vecchia segnava il punto estremo del Delta”, dice con la sua voce calma e ferma, “mentre oggi arriva quattro chilometri più in là, al Faro di Gorino. E questo ti dà la misura di quanto avanzi il Po, e di come il paesaggio intorno a noi cambi di continuo”.

Chi parla è Vadis Paesanti – si chiama così in onore dello zio, morto in guerra –, pescatore di vongole a Gorino Ferrarese, paesino nella Sacca di Goro, nell’estremo Delta, sindacalista per le cooperative di pescatori della zona, già guida turistica. Quando Linea Blu, la trasmissione di Rai Uno dedicata al mare, passa di qui, è lui che viene intervistato, che accompagna la conduttrice a conoscere questi luoghi magici.

L’ho conosciuto un giorno, amico dei miei ospiti a Bosco Mesola, in un piccolo agriturismo dove il tempo ha una dimensione del tutto diversa da quella cittadina a cui siamo ormai assuefatti. Qui si discorre senza fretta. In un campo da golf della zona (parentesi: un circolo che costa 430 euro l’anno tutto compreso, meno di una palestra – e poi dice che il golf è uno sport da ricchi) abbiamo incrociato i nostri bastoni e siamo diventati amici in dieci minuti. Senza dircelo, ma per sempre. Perché Vadis è uomo che ama parlare e far sentire la sua voce, far sapere che esiste; ma non vuole parlare di sé, risponde sempre alle domande ma non va oltre lo stretto necessario quando si tratta di lui.

Un tempo, sul Po, c’erano quelli che venivano chiamati gli “om ad Po” (gli uomini di Po), personaggi mitici e leggendari che vivevano in baracche sulle sponde del grande fiume. Non parlavano di loro medesimi, ma a starli a sentire ti snocciolavano storie a non finire sui fatti della zona.

Ecco, Vadis è così, schivo e aperto al tempo stesso, entusiasta e amico tuo. Si offre di portarmi nel Delta con la sua barca, finito il turno di pesca. Io sono stato più volte al Delta, ho letto molti libri, guide e siti sull’argomento (per me la conoscenza primaria passa dalla parola scritta: è un mio difetto congenito, mi sa), ma non l’ho mai visto dal’’acqua. Epperò ho netta dentro di me la sensazione che il Delta visto dagli argini è sì magico e meraviglioso, ma avverti che ti manca qualcosa, ti sembra di non poter possedere una terra. Mentre il Pavese che è in me vorrebbe mangiarsi una collina: il che, traslato qui, vuol dire più o meno fare l’amore con una valle da pesca o un canneto. E dunque so matematicamente di essere, per dirla con Montale, “della razza / di chi rimane a terra”.

Quindi quando Vadis si offre, sua sponte, di farmi conoscere il Delta dalla sua barca è la gioia subitanea dentro di me. Viene a prendermi lungo un canale, mi fa salire, mi porge una giacca portata per l’occasione – mi sento un signore e un amico su quel batlin dondolante –; poi partiamo. E mi illustra le microstorie dei luoghi, la storia e la cronaca. Incontriamo un pescatore e si parlano di gambari e delle fatiche per trovarli. Arriviamo al Faro, punta estrema di questo tratto di Delta, osserviamo germani, aironi cenerini e garzette.

Finiti i miei giorni al Delta torno a casa, gli occhi pieni di quei paesaggi magici, nelle orecchie la voce di Vadis e l’eco delle sue storie. Oggi sono più ricco, il Delta ha un suo cantore.

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Feb 03

Ho avuto un’interessante conversazione con Diego Fiammengo, uno dei maestri al mio circolo, riguardo la differenza di concezione e di impostazione del golf negli Stati Uniti rispetto all’Italia.

Diego va tutti gli anni per un paio di settimane ad affinare il suo swing in Florida. Quest’anno è stato con David Leadbetter e Jim Mc Lean, due tra i mostri sacri a livello mondiale dell’insegnamento del golf. Ha dunque una conoscenza approfondita di come il golf quotidiano (non quello della televisione) viene giocato in America.

Diego dice che, anche da noi, il golf dovrebbe essere giocato secondo il modello americano: ovvero avendo come primo obiettivo la velocità di gioco. Questo si ottiene tramite l’uso obbligatorio del cart (attrezzato con GPS e tutte le diavolerie possibili), i generi di conforto ordinati alla cart girl, il rispetto assoluto dei tempi indicati e così via.

Risultato: le 18 buche prendono 3 ore, e le 9 buche possono occupare un paio di orette (esagerando), che si possono passare con l’amico dopo il lavoro, prenotando il tee time.

Esempio italiano: le Vigne del Barolo, pensato proprio secondo questa logica e gestito non a caso da una società americana, la Troon Golf, che gestisce 200 campi in 31 paesi del mondo.

Entrambi eravamo concordi sul fatto che, in ogni caso, per arrivare lì la strada è lunghissima.

Io ho giocato una volta sola negli Stati Uniti, dunque ho una conoscenza specifica limitata. Però devo dire che penso che l’uso del cart – per quanto comprenda appieno le ragioni anzidette – snaturi l’essenza stessa del golf, che a mio modo di vedere è fatto anche di profumo dell’erba, panorami, albe e tramonti. In genere: sensazioni, che la velocità rende difficile cogliere.

D’altra parte vorrei, fortemente vorrei che questo sport passasse dagli 85mila praticanti a numeri più in linea con altri paesi europei. Bisogna anche aggiungere che l’Italia ha delle risorse turistiche che non sono seconde a nessun paese del mondo, e che farebbero il paio perfetto con i campi da golf. Fare sistema, insomma, questa dovrebbe essere la logica – ma a questo punto non siamo ancora arrivati.

Opinioni in proposito?

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Feb 02

Alla fine ce l’ha fatta. Il ragazzino è riuscito a vincere la sua prima prova dell’European Tour.

L’up and down alla 18 è stato un misto di abilità, freddezza, benedizione degli dei, fortuna, liberazione, audacia. E poi, occhi al cielo, ti sei aggiustato il cappello alla tua maniera. Sei un grande.

Un futuro brillantissimo ti aspetta, ragazzo…

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Gen 29

Sogni di golf
A 76 anni (era da tempo malato di cancro) è morto lo scrittore americano John Updike, vincitore di due Pulitzer.

Non troppo noto è il fatto che Updike fosse un fanatico del golf. Il golf fa capolino in vari suoi romanzi, ma soprattutto a questo sport aveva dedicato un bel libro, Sogni di golf.

Sono trenta racconti, scritti in un arco temporale lunghissimo (tra il 1958 e il 1995), divisi in tre sezioni che si intitolano “Imparare il gioco”, “Giocare il gioco” e “Amare il gioco”, che potrebbero essere intese come le tre fasi dell’approccio di un golfista a questa disciplina. Il libro è la testimonianza di una dedizione appassionata, testarda e lunga una vita dell’autore al gioco del golf.

La brevità dei racconti ne facilita la lettura. La narrazione unisce la leggerezza della scrittura alla conoscenza di questo sport: questo è il vero punto di forza del libro. Si ritrovano tutte le gioie, ma soprattutto le ansie e le frustrazioni tipiche di un golfista, sensazioni che qualunque golfista ha provato almeno una volta nella sua vita. Updike illustra infatti un concetto che per un golfista è fondamento stesso di questo sport, ma vallo a spiegare a tua moglie non giocatrice: “Il golf non è solo un passatempo o uno sport, il golf è un viaggio della mente”.

Il golf è dunque una metafora della vita, e si avvicina alla metafisica. Tutto questo viene fuori soprattutto nell’ultima parte del volume, che è quella dove il gioco giocato lascia il posto alle riflessioni sul senso ultimo del golf, fin quasi a farlo diventare una religione.

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Gen 28

Domenica notte, ore 5. Sono in un villaggio, tra un’ora suonerà la sveglia: mi aspetta la seconda giornata della patrocinata. (Parto alle 7.50: è la prima partenza, il che vuol dire che il giorno prima è stato un disastro.)

Mi sveglio all’improvviso: la macchina si trova all’interno del villaggio, il cui cancello non aprirà fino alle 8 (cosa che sapevo benissimo, ma me ne ero scordato). Come faccio a essere alle 7.50 al tee della 4 se il cancello apre alle 8?

Dopo essermi dato dello stupido, decido di non darla vinta al destino. Google Maps mi dice che la distanza a piedi è di “5,4 km – circa 1 ora 6 min”. Prendo qualche nota, mi preparo ed esco. Ce la posso fare. Ce la voglio fare.

Non provo nemmeno a fare l’autostop, a quest’ora chi si fermerebbe? In un’oretta di cammino veloce arrivo in centro Sanremo; mi rendo conto che la strada è ancora lunga. Capisco che la provvidenza – nel senso goethiano del termine – potrebbe venirmi incontro.

Così accade, sotto forma di un operaio del comune – di lì a poco sarebbe cominciato il Festival dei fiori – che, gentilissimo e disponibile, mi porta per un bel pezzo lungo la strada. Poi mi indica una mulattiera; mi incammino e alle 7 sono all’ingresso del circolo. Fantastico, assolutamente fantastico.

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Gen 22

Sabato e domenica si svolge la prima patrocinata FIG dell’anno, il Trofeo Sanremo.

Adoro questo tipo di gare, per l’atmosfera concentrata che si respira. Le trovo vero golf, un’ottima occasione per i dilettanti di avvicinarsi dall’interno al clima di un torneo professionistico.

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