Mag 25


Da un’intervista di Golf Digest a Mickelson, pubblicata sul numero di giugno della rivista:

— quote —
GD: A few years ago, Mark O’Meara mentioned that his pal Tiger might retire sooner rather than later. Where do you think you’ll be in five years?

PM: I have no idea. Five years or 10 years, who knows? I have a lot of things going on, besides family, but it’s not like I have a master plan to leave competitive golf. I love it. I love the competition. I really enjoy it. But I also enjoy spending time with my family, and our oldest daughter, Amanda, is 9. That means she’s halfway out the door to college.
— unquote —

Ecco, credo che quel “that means she’s halfway out the door to college” debba far riflettere sul senso relativo di ciascuna nostra singola attività o passione in rapporto ad un quadro più generale della nostra vita. E il golf ci può aiutare molto in questo.

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Mag 06

Tee della 1 del mio circolo (I Ciliegi, Pecetto Torinese), questa mattina alle 9.30. Sto per partire in un match play, gara per la quale è regola – non sono sicuro che lo sia in tutti i circoli, anche se suppongo di sì; ma comunque lo è da noi – che gli altri giocatori cedano il passo su semplice richiesta.

Davanti a noi stanno per partire tre persone, che appartengono alla categoria dei pensionati golfistici (da un punto di vista anagrafico, è possibile; da un punto di vista mentale, è certo), ai quali chiediamo di farci passare per via del match play.

“Eh! Ma come?!?” Espressioni incredule e attonite. Evidentemente non parliamo la stessa lingua. Dopo una nostra breve spiegazione, ci lasciano passare, ma “fate veloci”. I mugugni si sprecano.

Una signora in quel momento si trova per caso vicino a noi. “Ma lo fate in tre il match play?”

Capisco che i circoli abbiano bisogno di tali personaggi, perché aggiustano i bilanci: però mi irrita dover pestare i piedi per ottenere quello che mi spetta di diritto, e ancora più mi irrita l’ignoranza delle persone che stanno su un campo da golf senza la minima idea delle regole che governano questo sport.

(Per la cronaca: ho vinto 3&1.)

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Apr 21

Dall’editoriale di “Golf Digest”, maggio 2009:

“It’s time for golf to stop apologizing and start defending itself. […]

Private enterprise has been involved in golf sponsorship and entertainment for 100 years, not because the boss plays but because it’s good for business. Bank of America officials told the Sports Business Journal that for every $1 spent on sponsorships, $10 in revenue and $3 in earnings is brought in. […]

When we come out of this cycle, and we will, the allure of our sport based on its values and ethos will still prove good for business. The best stimulus package is a robust golf economy, because nobody out-travels, outspends or out-contributes a golfer.”

Jerry Tarde
Golf Digest Chairman
Golf Digest Editor-in-Chief

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Apr 20

GMB
L’ultimo numero di “Life Club” pubblica la mia recensione al volume di Jérôme Block Golf means Business, uno dei pochi libri che copre l’area del “business golf”.

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Mar 27

Ieri era una giornata tranquilla, in studio da me: business as usual. A metà mattina mi chiama il mio maestro: “Ciao Gianni! Perché non ti sei fatto più sentire? Cosa stai facendo?” E, soprattutto: “Perché non andiamo a giocare a Margara adesso?”

Breve momento di confusione interna. Però quando il maestro chiama l’allievo risponde, no? E quando mi ricapita un’occasione così?

Detto fatto, a mezzogiorno e rotti ci troviamo al circolo, e da lì partiamo per quello che per me è stato uno splendido pomeriggio di golf. Era la prima volta che giocavo con un professionista, e al di là dell’amicizia – sentimento da non sottovalutare, peraltro – ho trovato utilissimo il vedere come un professionista agisce di fronte alle difficoltà e alle opportunità, come pensa, come segue una routine sempre identica.

Quanto a me, è bastato un piccolo suo suggerimento iniziale (gira di più, mooolto di più, i fianchi nella discesa) per darmi delle sensazioni positive rispetto a un movimento che sta diventando via via più pieno e completo.

Grazie Andrea!

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Mar 14

Phil Mickelson è un giocatore che non ho mai apprezzato molto – sembra più un ragioniere che non un atleta. Ho in parte cambiato idea dopo l’ascolto di One Magical Sunday, che mi ha dato la misura di un bambino e poi ragazzo e poi uomo che ha fatto magie incredibili con i suoi wedge.

Ora, al Doral, le statistiche raccontano dei suoi 42 putt dopo 36 buche: una media stratosferica di 1,17 putt per buca (e con 4 buche a 0 putt).

Quello che ha fatto ieri e ieri l’altro ha del mito.

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Mar 11

È cominciato tutto lunedì della scorsa settimana.

La mattina avevo dimenticato a casa la maglia pesante, e al pomeriggio – diretto al campo da golf dopo il lavoro – ho pensato che non fosse il caso ripassare dal via per ritirare le ventimila, che in fondo sono giovane, che resisto bene al freddo… E sì che la giornata era piovosa e umida anzichenò.

Quindi vado e mi alleno, sento freddo ma resisto. Alla sera ho i brividi, il giorno dopo non migliora. Mercoledì, sempre in campo pratica, storia simile (questa volta col maglione). Insomma arriva venerdì e io parto per Frassanelle con la mia bella scorta di Tachipirina. E la prova campo va bene, gioco bene in un campo che vedo per la prima volta e mi diverto.

La sera però è una tragedia. E sabato, giorno della gara – finale Golfimpresa, mica pizza e fichi… 🙂 – ho un’influenza regolare e piena. Alcuni giocatori hanno magliette leggere, io faccio un po’ ridere con le mie 3 maglie e col mio cappello di lana da vecchietto. Faccio comunque quello che posso. Alla fine, i miei 27 punti diventano 30 col CSA +3, e io sono febbricitante ma soddisfatto. O soddisfatto ma febbricitante?

Seguono premiazione e cena gradevoli. Anche l’accoglienza e le prime impressioni sono state molto positive. Unica pecca: se solo il sito di Golfimpresa fosse più aggiornato…

E il campo? Certo non poteva essere al massimo, ma l’ho trovato piacevole, mosso e stimolante. Impegnativo ma che lascia giocare. Green abbastanza veloci. Il mio voto è un 7 convinto.

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Feb 28


(Avvertenza: Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati sono miei amici. Ciononostante, sono convinto al 100% di tutto quello che scrivo.)

Come molte delle cose che succedono nella vita, Andrea è diventato mio maestro in maniera del tutto casuale, grazie alla mia recensione al libro suo e di Roberto. Quando abbiamo cominciato a scriverci, e di più quando l’ho incontrato di persona, ho pensato a quanto sia vero il detto che “quando l’allievo è pronto, il maestro appare”.

Era la mia prima volta in una clinic, e comunque avevo molte aspettative – che non sono andate deluse. Oltre che con compagni di gioco piacevoli, ho avuto a che fare con professionisti veri, che intendono il golf nella stessa maniera con cui lo vedo io: ovvero come incontro di tecnica e di mente. Concetto che da noi è decisamente nuovo, e forse anche un poco fuori posto: quando dici agli amici che vai a fare una clinic dove oltre al maestro c’è anche lo psicologo, o ti guardano strano o pensano subito al lettino, sdraiato sul quale tu confesserai i tuoi pensieri reconditi; o – più spesso – una combinazione dei due fattori.

Ehm, no. Il golf mentale applica invece al golf le scoperte della psicologia, ma in maniera naturale, semplice, diretta. Come ancorare determinate sensazioni a situazioni specifiche, ad esempio, come dominare le proprie emozioni nei momenti topici delle gare anziché esserne dominati e così via. Argomenti vasti, mi rendo conto, che richiedono una vita di applicazione. E io sono solo un semplice allievo.

E comunque l’alternanza di momenti “impegnati” ad altri di puro divertimento ha dato molto equilibrio alla clinic nel suo complesso. Insomma, è stata un’esperienza esaltante che ripeterò con piacere.

Infine: uno dei ricordi più entusiasmanti che ho portato via con me da Agadir è Andrea che dà del lei al suo maestro. In un mondo in cui darsi del tu è la prassi, in cui troppe cose appaiono scontate, lui dà del lei ad un collega. Mi pareva Dante con Virgilio. Fantastico, assolutamente fantastico.

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Feb 19

Inside each and every one of us is one true authentic swing… Somethin’ we was born with… Somethin’ that’s ours and ours alone… Somethin’ that can’t be taught to ya or learned… Somethin’ that got to be remembered… Over time the world can rob us of that swing… It get buried inside us under all our wouldas and couldas and shouldas… Some folk even forget what their swing was like…

Dentro ciascuno di noi c’è un solo vero autentico swing, una cosa con cui siamo nati, una cosa che è nostra e nostra soltanto. Una cosa che non ti può essere insegnata e non si impara. Una cosa che va ricordata sempre… e col tempo il mondo può rubarci quel nostro swing, che può finire sepolto dentro di noi sotto a tutti i nostri avrei voluto e potuto e dovuto… E c’è perfino chi si dimentica com’era il suo swing. Sì, c’è perfino chi se lo dimentica com’era.

Grazie, Divina, per avermi ricordato questa citazione.

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Feb 14

Ieri è andata così:

colpi: 85
fairway presi: 50%
GIR: 39%
putt: 33
(di cui 3-putt: 2)
punti stableford: 33
punteggio lordo: 23 (1 birdie, 6 par e 8 bogey)

Considerando che i green in questo periodo non fanno testo (mollicci e ondulatissimi per i segni delle scarpe a metà giornata, ghiacciati alla fine con la palla che non rotola ma rimbalza), direi che sono pronto per Agadir e – più in generale per l’anno in corso – a rimanere in maniera sostanzialmente stabile sotto gli 80.

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