
Innanzitutto devo ringraziare Mauro, che credo sia il lettore più fedele di questo blog, per avermi suggerito di spostare questo libro in cima alla mia lista “e di leggerlo il prima possibile”.
Detto fatto (ah, quant’è facile comprare libri con il Kindle! Il problema viene semmai dopo, perché io adoro i miei “vecchi” e tradizionali libri di carta). Ho iniziato subito a leggerlo. Certamente ne farò una recessione approfondita in futuro, quanto l’avrò terminato e assimilato, ma per oggi vorrei concentrarmi su un punto sul quale ho spesso riflettuto, e che è anche uno dei cardini di questo volume: quanto è importante il gioco lungo nel gioco complessivo di un golfista?
La mia idea è questa: è molto importante per gli handicap alti e bassi, meno per quelli medi.
Ovvero: per un handicap fino a 20-25 è fondamentale, perché se non riesci a mettere la palla in pista non puoi proseguire, in gara segni una sfilza di X e di fatto perdi motivazione.
Per un handicap medio, diciamo dai 20 ai 5 (mi rendo conto che la mia definizione di “medio” può non essere condivisibile, ma prendiamola cum grano salis, o meglio letteralmente – ovvero come qualcosa che sta in mezzo ad altre cose), l’importanza relativa scende, perché in pista la metti già e hai un numero di colpi sufficiente per provare altre strade. Infatti per scendere a una cifra il gioco corto è fondamentale e imprescindibile.
Quando scendi ancora più in basso (single digit basso), allora ritorna importante, perché senza un gioco lungo lungo per davvero non vai molto lontano. (In effetti mi rendo conto che io ho due prossime aree di miglioramento: 15 metri in più col drive e più green presi coi ferri 5, 6 e 7.)
Mette conto anche notare quanto Dave Pelz, guru riconosciuto del gioco corto, ha detto a John Paul Newport che lo intervistava per questo articolo (la citazione è inserita nei commenti perché per questioni di spazio non potè entrare nel testo):
If you could improve any one aspect of your game to pro level, what would you choose? It would be the long game, absolutely. The problem is, you can’t. It would take forever and you still couldn’t get there.
[Se potessi portare qualunque parte del tuo gioco a livello professionale, quale sceglieresti? Il gioco lungo, assolutamente. Il problema però è che non puoi: ci vorrebbe un’eternità e non basterebbe ancora.]
Insomma se il tuo handicap è davvero basso (diciamo intorno ai miei livelli attuali), ciò significa che il tuo gioco corto e il tuo putt sono generalmente molto più che buoni. Ma per arrivare a 0 o a un handicap positivo devi migliorare il gioco lungo, ovvero devi dedicare altri anni a fare quello che hai fatto finora sul putt e negli approcci, che costituiscono la parte di gioco dove hai maggiori possibilità di intervenire.
E questo è il commento di Newport:
Pelz and Broadie agree that for almost everyone, the best and surest way to lower your score is to work on the short game, because rapid improvement is possible there, quickly. Making substantial improvements in the long game takes months and years of hard work.
[Pelz e Broadie concordano sul fatto che per quasi tutti il modo migliore e più sicuro per abbassare lo score è quello di lavorare sul gioco corto, perché è un’area in cui un miglioramento rapido è possibile. Effettuare miglioramenti sostanziali nel gioco lungo richiede mesi e anni di duro lavoro.]
(Gianni, forza e coraggio.)







L’importanza (relativa) del gioco corto: http://t.co/cmKjEAucrh (Gianni, forza e coraggio.) http://t.co/4JQVTYHYTj
Ciao Gianni,
grazie a te, sei sempre troppo buono, ho anche fatto leggere a mia moglie il tuo post…”Hai visto amore, Gianni mi ringrazia per avergli consigliato un libro…”… 🙂
Credo che un giocatore con un handicap alto (ad es. me) può abbassare l’handicap migliorando qualsiasi aspetto del gioco, nel senso che facendo un po’ tutto schifo e facendo un sacco di colpi si fa “presto” a limare un colpo qua ed uno la…
Andando però più nello specifico, nel mio caso già quest’estate mi sono reso conto che se anche tiravo il driver in maniera decente (centrando il 61% dei FW) a causa di colpi al green penosi (16% dei green presi) e lasciandomi quasi sempre un primo putt sopra i 10mt (39 putt) avrei dovuto lavorare più seriamente sulla stessa tipologia di colpo di cui Mark sottolinea l’importanza nel libro.
Infondo se tirassi sempre la pallina in asta anche con il mio attuale putt potrei farne 26 invece di 39… 🙂
Inoltre la prossima volta non mi incavolerò/deprimerò se non inbucherò il putt da 2,7mt… infondo i migliori Pro del PGA da quella distanza inbucano solo il 50% delle volte… quindi perchè mai dovrei imbucare il 100% delle volte io comune mortale?!? 🙂