Ott 28

coccinelle
Era da qualche settimana che sentivo di giocare discretamente, e ieri finalmente i fattori si sono allineati e io ho portato a casa un bel giro. Una garetta del giovedì alla Margherita, quindi nulla di eclatante; comunque questi sono i dati:

– colpi: 75
– fairway: 86% (12 su 14)
– GIR: 61% (11)
– up and down: 71% (5 su 7)
– putt: 31
– putt per GIR: 2,00

È stato un giro molto regolare, con una quantità spropositata di par (16), “sporcata” da un bogey (comprensibile) e da un doppio sciocco (d’altra parte se possono esistere bogey intelligenti, lo stesso non può dirsi per i doppi).

Le statistiche sono molto chiare: il gioco lungo, i ferri e il gioco corto sono stati ottimi, mentre – forse stranamente, ma è questione da approfondire – il putt è stato al di sotto di livelli accettabili: prendere 11 green e fare 11 volte due putt non è certo quella che può considerarsi una prestazione spettacolare. E anche andando ad analizzare i singoli casi mi rendo conto di aver avuto cinque possibilità reali di birdie, di cui una ghiottissima (un metro e mezzo in salita, e non è stata una bella sensazione il vedere la palla staccarsi dal putt con un rotolo orribile).

Ma il putt è la parte di gioco che storicamente mi preoccupa meno, e del resto i green lenti non sono certo di aiuto; mentre il fatto di aver messo insieme, per un giro intero, dal primo all’ultimo colpo, una sequenza di drive, ferri lunghi e medi, approcci e chip con pochissime sbavature (rispetto al mio livello di gioco) mi dà un’ottima carica per il tempo a venire.

Il colpo che ho apprezzato di più è stato il secondo alla 18: dopo un tee shot orribile (un ibrido toppato che ha fatto poco più di 100 metri), ho visualizzato un secondo ibrido in fade che passasse sopra le piante e curvasse verso il green. Quando ho effettuato proprio il colpo che avevo in mente, be’, quella è stata una soddisfazione! Si gioca anche per momenti come quello.

Ieri c’era un bellissimo sole senza nuvole, c’erano mille coccinelle ad accompagnarmi, è stata una magnifica giornata di golf.

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Set 23

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Allora, la settimana scorsa sono stato un paio di volte all’Open (non ci volevo nemmeno andare, ma poi quando sei lì ti rendi conto di quanto è bello quello spettacolo, e di quanto ti serva stare in campo pratica a guardare e sentire gli swing).

E il mio pensiero relativo allo swing della settimana è stato questo: ho capito il mio errore nel grip della mano destra. Ovvero, ho capito che per il mio swing (a proposito: ieri mi sono fatto un paio di video e lascia stare, lavora sui difetti uno per volta nella consapevolezza che tanto non sarà mai uno swing elegante – efficace però, questo penso di sì, e alla fine è questo che conta) la V deve puntare alla spalla destra, o anche un po’ più a destra. In questa maniera le due mani sono in sintonia e lavorano insieme in sincronia e accordo. (Ho già messo sul comodino la mia bibbia del golf, proprio per rileggere il capitolo sul grip.) Io pensavo di doverla chiudere verso il centro, chissà perché. In ogni caso ora funziona tutto: le palle partono sostanzialmente dritte, lo slice è sostanzialmente dimenticato. (Poi lo swing è una cosa viva, domani sorgeranno altri difetti ma va bene così.) Ho tirato un centinaio di palle per giorno negli ultimi giorni, e anche oggi credo lo farò. Ho visto che arriva addirittura l’agognato draw, una sorta di Santo Graal per me.

Questo fatto è una conseguenza forse casuale ma diretta della lezione della settimana scorsa. Che nella mia mente è legata all’Open proprio perché ci sono andato su invito specifico di Andrea. E poi lì sono rimasto affascinato, sabato soprattutto, dal riscaldamento metodico di Willett, e in generale dal ritmo che questi fenomeni riescono ad acquisire e poi a portare in campo.

In sostanza: tutto è casuale ma tutto è collegato. Noi si lavora, e tanto, su qualcosa che per il mondo non vale nulla ma che per noi è paragonabile al mondo intero. Oggi la mia palla parte diritta, e soprattutto sono felice di andare in campo pratica e in campo – e onestamente non mi pare cosa da poco.

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Set 16

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Ieri è stata una giornata dedicata quasi completamente a vari aspetti del golf. Più d’uno è ancora da digerire – che io sia lento lo so dalla notte dei tempi –, e questo post serve anche a mettere ordine nei pensieri.

Dopo tanto tempo sono ritornato a fare lezione col mio maestro “di sempre”, colui che è per me un amico prima ancora che un insegnante, colui che mi ha preso intorno al 9 e portato intorno al 3-4 (bravo a lui!). Le cose che ho sperimentato e sentito ieri le devo ancora digerire, ma insomma intanto sedimentano dentro di me.

Il giorno prima avevo preso in prova i nuovi ferri. Sono fuori produzione, perché il marketing ha le sue leggi ferree, ma la realtà è che non necessariamente serve il bastone di quest’anno (in tanti casi è l’indiano, più che la freccia). Comunque li trovo adatti a me, mi piacciono e soprattutto la palla parte almeno diritta quanto con i precedenti (che adoravo, ma erano consumati da cinque anni di pratica e giri). Visti, piaciuti, comprati. Il ferro 5 è la prova del budino, per me: e riesco a tirare questo ferro 5 con sufficiente precisione. Da lì in poi, appunto, tocca all’indiano – la freccia ha fatto tutto quel che poteva e doveva.

Più tardi sono stato all’Open, e lì è sempre un’emozione. Prima di tutto perché ti immergi in un’atmosfera quasi ovattata, dove impari anche solo respirando (è il consiglio numero 1 di questo bel libretto: “Osservate chi volete diventare”).

Il rumore, poi! Il suono dell’impatto del bastone di un giocatore del tour con la palla (dei ferri soprattutto) è di un’altra categoria, qualcosa che per noi mortali comuni è lontana anni luce dalla quotidianità. Chiudi gli occhi, apri le orecchie e sei già ispirato.
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Ho seguito per due buche Edoardo Molinari, l’ho visto fare birdie alla prima e recuperare il par alla seconda, ho ammirato la sua calma olimpica, la sua tranquillità.

A vedere giocatori bravi davvero la voglia di fare bene ti torna per forza!

Tornando verso l’auto sono passato, in una sorta di serendipity favorita anche dalla luce declinante e splendida del momento, davanti allo stand della “mia” rivista, dove ho incontrato il “mio” direttore; salutatolo, mi sono sentito dire “ormai sei dei nostri”, il che mi riempie di orgoglio e di gioia allo stesso tempo – perché io adoro scrivere di golf, esaminare le sfaccettature infinite di questo sport. E avere la possibilità di farlo sulla prima rivista in Italia non è cosa da poco.

Tante cose mi sono successe ieri, e tante le devo come detto elaborare. Ma la gioia del golf rimane.

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Set 09

cattura
Come dicevo venerdì scorso, infine sono tornato sul “luogo del delitto”.

Mercoledì ho ripreso la pratica, ieri ho fatto un giro con un agevole 77 (ho ripreso dove avevo lasciato un mese fa, insomma). Sono soddisfatto, le pause sono comunque utili e non è che dodici anni di gioco e di pratica possano sparire nel giro di qualche settimana.

Ora mi sembra di essere a un bivio: o proseguo col mio swing brutto e raccogliticcio, senza ovviamente poter pretendere di fare grandi progressi, ma sostanzialmente mirando a mantenere l’esistente, oppure ritorno alle basi dello swing, imparo infine a fare draw e così allora, magari, se sarò molto fortunato potrò anche arrivare all’agognato 0 entro i miei 55 anni.

(Che poi che cosa sarà mai, questo famigerato zero? La coda dell’arcobaleno? La balena bianca? Sono sempre io, coi miei capelli grigi e il mal di schiena ricorrente.)

Sono indeciso. (Perché come vado dicendo da tempo tenere alte e vive le motivazioni è la cosa più difficile che ci sia.) Ma intanto la settimana prossima tornerò a far lezione con Andrea, anche con la malcelata speranza che questo mi aiuti a riprendere vecchi sensazioni smarrite.

In ogni caso ho capito che non sono sempre alle Olimpiadi. Gli anni passano, qualunque cosa succeda va bene così.

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Set 02

Un breve aggiornamento oggi, solo per dire che sta terminando la mia lontananza fisica dal golf – mercoledì tornerò in campo pratica. Credo questo sia il periodo mio più lungo di assenza da che ho preso in mano in bastone, tanti anni fa.

Ma questa pausa mi è servita. A livello mentale certamente, perché ero scorato e deluso e continuavo a girare intorno ai medesimi errori, e negli ultimi tempi non era stato poi così divertente (quando un’attività che dovrebbe essere tra le più piacevoli al mondo non ti fa emozionare alla sola idea di poterla compiere, allora è un segno sicuro che bisogna passare oltre, almeno per un po’). A livello fisico anche, perché in queste settimane ho corso e camminato tantissimo, e la preparazione fisica per l’autunno è dunque a posto. A livello tecnico, com’è logico attendersi, meno; ma vedremo settembre che cosa porterà. In ogni caso ritornare freschi e rilassati a giocare a golf è una cosa positiva.

In più, nel frattempo sono arrivato ai miei quarantanove anni, il che significa che dal prossimo primo gennaio entrerò nella categoria senior. Il che è cosa buona (perché mi permette di competere coi miei pari) e meno buona (perché è la conferma di ciò che sento tutti i giorni, ovvero che il corpo si trasforma e non certo in maniera positiva) allo stesso tempo. Ma tant’è; il tempo passa e possiamo fermarlo solo cercando di viverlo intensamente.

Mi rimane in testa (ovviamente!) il mio progetto di lungo periodo di diventare il golfista migliore che possa diventare. Dato che quest’anno è stato fino ad ora abbastanza altalenante per quanto riguarda i risultati, anche gli obiettivi sono diventati un poco meno saldi nella mia mente; ma a breve giungerà il momento di riprendere il discorso, e sono curioso di ascoltare le mie sensazioni. Del resto la vida es sueño, y los sueños, sueños son, per dirla con Pedro Calderón de la Barca; e se anche quel sogno rimarrà per sempre la mia balena bianca, alla fine della strada per me sarà andato bene così.

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Ago 12

910
Sono stato in campo pratica, mercoledì, per una di quelle sessioni che una volta erano la regola e ultimamente sono state abbastanza latitanti. (Cambierà, suppongo; ma in questi ultimi mesi è stato così.) Ho tirato 96 palline, di cui circa 80 col drive perché volevo sperimentare le varie posizioni della testa, e ciò facendo ho tirato qualche somma:

il mio swing è brutto: mi sono fatto un video, l’ho guardato e ho visto che sia nei colpi disarmonici che in quelli meglio riusciti è comunque qualcosa che non si può vedere (“People are going to swing the way they are going to swing”, come dice Peter Jacobsen in questo libro – la cui recensione completa sarà su “Il Mondo del Golf Today” di settembre);

in ogni caso è efficace, perché se sono arrivato ad avere un handicap discreto e poi a mantenerlo significa che il gioco nel suo complesso, nei limiti del mio essere dilettante, c’è (ieri ne ho tirati 77 facili, per dire – con i green carotati da pochissimo e conseguenti 33 putt, che per me sono un’enormità);

e comunque devo tenermelo così, perché cambiarlo richiederebbe uno sforzo immane, senza garanzie di risultati e soprattutto senza un vero scopo;

– comunque vadano le cose, il tempo vincerà su di me e devo farmene una ragione.

Però va bene così, non è un problema questo; accettare i propri limiti è una cosa importante. Se fino a qualche anno fa avevo accarezzato l’idea di diventare professionista, oggi mi è chiaro che questa impresa non sarebbe stata possibile; e comunque il golf per me va bene fatto in questa maniera: c’è chi arriva a questa conclusione a diciott’anni, io ci sono arrivato verso i cinquanta ma ciascuno ha i suoi tempi, va bene così. È bello che il golf rimanga una cosa divertente, un bel gioco, una sfida con se stessi – e tenendo conto del fatto che non sei sempre alle Olimpiadi.

E poi rimangono in piedi e in corsa due progetti a lungo termine che ho messo in pratica e di cui parlo da tempo:

1) il dimostrare che chiunque, pur cominciando da adulto e senza particolari doti atletiche, può arrivare – con un impegno costante – ad un handicap sotto il 5 (ne sono la prova vivente);

2) lo scrivere di golf, che è qualcosa che mi appassionata tantissimo e dove, modestia a parte, credo di essere molto bravo.

Insomma non diventerò un professionista di golf ma saranno comunque interessanti gli anni a venire.

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Lug 29

La versione breve è questa: ho mancato entrambi gli obiettivi che mi ero dato per la gara della settimana scorsa, e allora ho pensato che è il momento di staccare dal golf in maniera decisa per un po’.

La versione lunga: non posso dire di aver giocato male né sabato né domenica, ma per motivi diversi i risultati non sono arrivati. Sabato, ad esempio, ho fatto uno sciocco triplo laddove in prova campo avevo segnato un teorico eagle (quando non contava, appunto). Domenica ho fatto troppi bogey, con un paio di putt corti sbagliati che sono il segno chiaro che è tempo di cambiare.

Insomma quando giri intorno alle cose è il momento di lasciar perdere, di fare altro. In effetti a guardare quanto ho scritto in questo mio diario pubblico nel mese di luglio degli anni precedenti trovo molte similitudini rispetto a quel che penso ora. E non mi pare strano, sia perché da una parte in questo periodo mi attirano altre attività, sia per il discorso che vado qui facendo da tempo immemore, ovvero della difficoltà di tenere alte le motivazioni quando i progressi non sono visibili.

In poche parole questo significa che da qui a inizio settembre il mio golf sarà soprattutto lettura e scrittura e pensieri, ma non pratica e gioco. Si tratta di cinque settimane, che sono un periodo lunghissimo, me ne rendo conto; ma lo accolgo con piacere.

A settembre riprenderà il lavoro sullo swing (partendo da quell’idea di mirare a destra con la faccia chiusa, ovvero una sorta di draw per qualcuno – io – che pare essere incapace di fare draw), riprenderanno le gare, riprenderà tutto.

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Lug 22

pluck
Due cose, oggi. (E finalmente sono sensazioni positive.)

La prima mi è occorsa ieri, in campo alla Margherita, verso la fine di nove buche in solitaria. Ho capito che per evitare il mio classico fade molto pronunciato, che è parente stretto dello slice, con i legni e con i ferri lunghi non devo mirare a sinistra e poi aspettare che la palla curvi a destra, perché questo la fa curvare ancora di più; ma devo mirare leggermente a destra dell’obiettivo, tenendo la faccia del bastone leggermente chiusa, ricordarmi della K rovesciata, tenere la spalla destra bene all’indietro e decisamente più in basso della sinistra e avere la mano destra ben ruotata verso il centro: in questa maniera la palla parte non troppo alta (io alte le palle non le so tirare, o quantomeno è un obiettivo che mi costa una fatica nera e con risultati molto incerti – un po’ come con il draw) ma dritta all’obiettivo.

Allora poi sono andato in campo pratica – c’ero solo io, le ombre erano lunghe, si stava benissimo – a fissare quella sensazione. E mi sembra di esserci riuscito.

La seconda è di oggi, durante la prova campo per questa gara. Durante il giro quella sensazione mi ha accompagnato, ma è stata ampliata e ingrandita da una sensazione generale di benessere e di divertimento che non provavo da tanto tempo. E alla buca 11 (la mia seconda della giornata) ero a 91 metri dall’asta e ho tirato il 52° impugnato corto: la palla è partita dritta all’asta, la distanza mi pareva giusta. E infatti l’ho imbucata di volo. Pluck. E il pluck è molto diverso dal rumore della palla imbucata con il putt, perché più forte, più secco, più ampio. Ed è anche una bella soddisfazione!

Ho subito pensato al mio dolce mito, e di conseguenza all’hashtag #precisionisback che caratterizza i bastoni Ben Hogan. Alla precisione chirurgica dei colpi, che poi è buona parte del gioco del golf.

E dunque ieri e oggi sono stati due bei momenti di golf, cristallizzati in se stessi e pieni di gioia autotelica. Ho pensato anche a due obiettivi per la gara che sta per cominciare (finire nei primi venti e non tirare più di 158 colpi complessivi); ma quel che sarà sarà, arrivo da un bel momento di gioia golfistica come non mi capitava da tempo – e questo per oggi mi basta.

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Lug 15

Mercoledì sono ritornato alla Marghe dopo due settimane giuste di assenza, e i colpi partivano. Mancava il ritmo gara, e mancavano mille altre cose che forse torneranno e forse no. (Mi sovveniva una nota di tanti anni fa.)

Ieri ho giocato parte da solo e parte con amici, non ho completato il giro ma sarebbe stato qualcosa nei dintorni dell’85: niente di memorabile e niente che valga la pena di raccontare. Comunque è stato divertente, ho giocato senza pensare al risultato ma per la gioia del giocare.

Insomma il golf per me oggi è un po’ come Roma (o la Spagna, è lo stesso) per Marziale: nec tecum nec sine te. In più questa settimana è stata molto strana, per via di un fatto occorso domenica che non c’entra nulla col golf ma che mi ha lasciato molto scosso e di cui dirò ampiamente quando sarà il momento.

Poi ci sono le considerazioni relative alla mezza età. Insomma le motivazioni golfistiche non sono allo zenit, e il golf non può che essere gioia, libertà e divertimento: se diventa costrizione e fatica in sé finisce lo scopo. (Difatti una parola che lego al golf, in questo periodo, è proprio pointless.)

La settimana prossima c’è questa gara, cui penso prenderò parte.

Sono combattuto insomma, e lo sto dicendo da un po’. Mi sono trovato altre volte in situazioni simili, ma non avevo tutti questi anni!

Forse accetterò le mie debolezze, me ne farò una ragione e passerò oltre, pensando che questo è il crescere. Forse non le accetterò e la pianterò lì, pensando che è stata un’avventura magnifica.

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Lug 08

Mi sono preso una pausa dal golf. (Questo l’ho già detto, mi rendo conto.)

Questa settimana ho fatto altre cose. Sono contento di me stesso per aver fatto divertire ventidue bambini (non da solo), aver gestito una situazione di difficoltà nella casa dove abito; e nello stesso tempo aver mandato avanti l’attività. Tutto è proseguito senza troppi patemi, il mondo non è crollato.

Questo post, quindi, non parla propriamente di golf. O forse sì: nel senso che i segni del cambiamento sono difficili da cogliere all’inizio, quando si presentano insieme a tanti altri falsi segnali. Quindi quel che penso ora è che questa fase potrebbe essere di transizione: dalla trance agonistica, ovvero dalla ricerca dell’handicap più basso possibile giocato nel numero più ampio di campi possibili a… a che cosa non lo so esattamente ora. Potrebbe essere un posto onorevole nei senior, dove entrerò tra sei mesi esatti (domani, praticamente), combinato con l’attività di scrittura di golf, che è un luogo dove so di poter offrire il mio contributo e dove non temo la concorrenza di chicchessia (a volte mi sembra di essere nato con la penna in mano).

Comunque a dire il vero oggi, adesso, il golf giocato non mi manca; non sento la necessità di andare in un campo pratica o in campo, tirare palline eccetera. Mi serve ancora qualche giorno; dalla settimana prossima ricomincerò a pensare al golf giocato, e vedremo. Di sicuro, come minimo, questa pausa mi avrà fatto bene; e poi succederà quel che deve succedere.

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