Lug 01

La faccio breve perché nelle settimane scorse ho fatto il pieno con il golf, e prima di rischiare la saturazione, prima di rovinare il mio rapporto con una tra le attività più belle che conosca, ho capito che è giunto il momento di staccare per un po’. (Più in generale, penso che una pausa ogni tanto sia di beneficio per chiunque, nel golf.)

Ci sarà ancora – forse – qualche gara (questa e questa sono nel programma), ma dopo un paio di settimane di pausa (cominciate ieri) e, soprattutto, dopo a tante cose belle tra le quali quelle di cui ho parlato qui. Poi più nulla fino a metà settembre.

Mercoledì, durante l’ultimo giro (un 79 discreto, in cui ho provato buone sensazioni), ho capito bene quel concetto di cui parla ogni tanto Silvio Grappasonni (non è che lo dica lui soltanto, naturalmente; è che le sue parole sono da ascoltare sempre con molta attenzione), ovvero che nei grandi giocatori vedi bene come i movimenti esistono cristallini fin da quando erano bambini. Insomma: se riuscissi effettivamente ad arrivare nei dintorni dello 0 nei prossimi sei anni sarebbe certo uno splendido risultato, ma non posso dimenticare il fatto che certi limiti non derivano da mancanza di talento (che cos’è il talento, dopotutto?) o di dedizione (che non mi manca di sicuro): sono “semplicemente” il risultato del fatto che io da bambino ero goffo e grassottello e non sapevo nemmeno cosa fosse, il golf.

Comunque: quel che voglio dire qui in una parola è che non smetteranno certo le mie filippiche del venerdì, è solo che lascio per due settimane i bastoni al mio circolo senza pensarci più: e più avanti si vedrà.

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Giu 24

A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, vedere morire, ritrovare la Mora com’era adesso.
Cesare Pavese, La luna e i falò

Oggi parto da una citazione:

When deciding whether to do something, if you feel anything less than “Wow! That would be amazing! Absolutely! Hell yeah!” then say no.

È tratta da questo libro (ma consiglierei di cominciare dal sito dell’autore).

Nel mio golf recente – diciamo dell’ultimo anno, grossomodo; anche se le radici sono da ricercare più indietro – si sono inseriti elementi che prima non esistevano. A questo punto della mia avventura golfistica, se qualcuno oggi mi chiedesse se il golf per me è assolutamente “wow” non sarei sicuro della risposta. Al di là dei motivi (e delle motivazioni), oggi non sarei più così convinto delle mie convinzioni.

Nei miei primi anni di golf tutto era assolutamente entusiasmante ed emozionante. Ricordo con assoluto piacere la prima volta che misi piede in un circolo di golf, la mia prima lezione, la mia prima volta in campo, la prima volta che scesi sotto gli 80, le clinic, la prima volta che l’handicap scese sotto l’8, l’ingenuo incanto delle patrocinate di Sanremo che aprivano la stagione eccetera.

Poi col tempo… Sono cambiato io, certamente. Forse è l’essere arrivato nei pressi dei miei limiti, forse è il tempo che passa che rende le cose più difficili, forse sono altre attività, come il camminare in montagna, che attirano la mia attenzione.

Qualche anno fa mi colpirono le parole di Maria Pia Gennaro, cui feci un’intervista, che disse:

L’handicap era in clamorosa salita (7.3). Giocavo ultimamente non più di una volta a settimana mentre prima, quando facevo tornei, con un hcp fra il 2 e il 3, a livello nazionale ed ero ancora all’università, giocavo anche quattro volte.

Mi colpirono perché non le capivo, esattamente. Che cosa voleva dire che un tempo il golf giocato ti piaceva più di ora? Era un concetto che mi era estraneo; mentre ora riesco a coglierlo molto meglio.

Dove mi porterà questa incertezza non lo so adesso. Certo l’estate porta in sé, fortunatamente, i germi della riflessione – a guardarmi indietro vedo bene che i pensieri più profondi e più forieri di sviluppi (e non parlo soltanto del golf, ma della professione e della vita in senso lato) – li ho avuti in luglio e agosto, spesso e volentieri in luoghi di vacanza.

Quindi approfitterò certamente del periodo “leggero” e vedremo. Continuerò comunque a dire qui la verità come ho sempre fatto: perché non devo “vendere” alcunché ma voglio “solo” registrare i miei pensieri.

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Giu 17

Il golf è fatto a onde, si sa; il gioco va e viene senza che ci sia un vero motivo. Ne ho avuta una prova lampante – non che ce ne fosse davvero bisogno – nella gara della settimana scorsa, dove ad un anonimo 78 (il campo è un par 70) ha fatto seguito un bel 71, rotondo e convincente.

Il primo giorno mi sentivo la testa pesante, nel senso di oppressa da tanti pensieri che col golf non c’entrano molto ma che se li porti in campo pesano, e come! Venerdì scorso, prima della gara, avevo parlato qui di questi argomenti, dicendo in sostanza che se non vai avanti anche a stare fermo significa che stai tornando indietro. E questo non va bene, tantomeno all’età mia.

Ad ogni modo ho archiviato sabato come un giro senza nulla da raccontare, e domenica sono arrivato al campo mezz’ora prima del tee time, con l’idea di non passare dal campo pratica (non da ultimo perché quelle palline meriterebbero di stare in un altro luogo, non certamente lì; ma soprattutto perché mi sembrava cosa inutile); ho dedicato invece tutto il tempo necessario al putt e soprattutto allo stretching.

Morale: alle 11 ero pronto per fare il mio giro. Sbaglio qualche putt per il birdie e faccio qualche errore qua e là, ma concludo le prime nove in par. Alla 12 un bruttissimo putt da un metro mi fa salire a +1; alla 13, 15 e 16 faccio dei gran recuperi – dei bei colpi, diciamolo – e poi un birdie alla 17 mi riporta in par. Gioco la 18 un po’ in difesa, ovvero con l’idea di potermi anche accontentare del bogie ma di non fare assolutamente sciocchezze. Così è stato, +1 finale che mi ha rifatto fare pace col mio golf.

A gara appena conclusa su Facebook ho scritto quel che mi pare riassumere questo momento:

Oggi mi sono dimenticato di ricordarmi di pensare che non so giocare a golf.

Perché domani ci saranno altre difficoltà e altre batoste, e ieri, per dire, mi sono fatto un paio di video e ho visto uno swing francamente brutto; ma domenica è stata una bella giornata di golf. Mi sono anche fatto firmare lo score, quello che tengo per me, dai miei compagni di gioco: cosa che non mi capitava da anni, il che vuol dire che da millanta giri non mi sembrava di fare veramente un bel giro di golf. Ebbene, domenica l’ho fatto.

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Giu 10

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È venerdì sera (tardi) e io non ho ancora scritto il post con le mie elucubrazioni settimanali. Ma non è che oggi non abbia dedicato tempo al golf: ho fatto la prova campo per questa gara di domani e dopodomani, e ho anche consegnato l’articolo a Il Mondo del Golf Today con le recensioni per luglio/agosto.

Però il mio golf è stanco. Sostanzialmente credo che sia il fatto di non riuscire a superare i miei stessi limiti, ovvero il fatto di essere da anni tra il 3 e il 4 e non riuscire a schiodarmi di lì. Anche il tempo, si sa, non gioca a mio favore.

Da una parte sì, mi spingono parole come queste:

Once you have practiced for a while and can see the results, the skill itself become part of your motivation. You take pride in what you do, you get pleasure from your friends’ compliments, and your sense of identity changes.

Che sono estratte da questo libro che ho finito di leggere in questi giorni, e di cui parlerò anche qui nelle prossime settimane. Però quando il tempo passa e tu non vai avanti, allora in poche parole vuol dire che stai tornando indietro.

Forse mi occorre una riflessione profonda sul senso ultimo del golf, per me. Chissà. Ci ho messo l’anima per anni, ma poi mi accorgo che rimango sempre “della razza / di chi rimane a terra”; e non che non trovi ciò normale, ma insomma un po’ di scoramento ti viene.

Tant’è. Anche se non mi sento preparato, il campo di domani è proprio quello dove tre anni fa feci un giro di gran soddisfazione che mi permise di entrare nell’Ordine di merito. Se quei giorni torneranno, ignoro; ma domani, intanto, si va.

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Mag 20

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Ho faticato tanto, e onestamente la gara era un po’ troppo per me, un po’ fuori della mia portata; ma è stata una bella esperienza.

Vi avevo già partecipato l’anno scorso, ma con risultati disastrosi (e anche litigando con un ragazzino compagno di gioco per un droppaggio – ogni tanto Gianni, di solito molto pacifico, diventa litigioso).

Quest’anno è stato diverso.

Nella prova campo, fatta con l’amico Edoardo che pratica otto ore al giorno tutti i giorni (la mia pratica, al confronto, impallidisce), drive, legni e anche ferri avevano la tendenza maldestra – che non riuscivo a correggere se non con la seconda palla – ad andare a destra.

Tant’era. La partenza del primo giro era fissata per le 7:52, ma già dalla sera prima era quasi scontato che non si sarebbe giocato per la pioggia. E, dopo una sospensione annunciata fino alle 11, così è stato: annullato il secondo giro (dei quattro), ci si sarebbero giocate le carte nel primo giro del venerdì. Allora giovedì è stato un giorno lento, di campo pratica e poi stretching in camera. Ho tirato otto gettoni, ovvero 160 palle (che in confronto alla pratica di Edo fanno ridere, ma tant’è), e rimesso le cose a posto. La sera ero sereno: non mi aspettavo nulla dal giorno dopo ma ero tranquillo.
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Oggi ne ho tirati tanti, troppi (87: ecco, l’ho detto): cinque doppi bogey sono troppi per chiunque, anche ammettendo l’attenuante del campo lungo.

Non importa; è andata. È stata una bella esperienza. Il vantaggio del giocare le gare difficili rimane: quando torni nel tuo orticello tutto ti sembra più semplice. Si va avanti, va bene così.

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Mag 06

Per la prima parte di stagione mi ero dato quattro obiettivi:
– passare il taglio a questa gara;
– arrivare entro i primi otto a questa gara;
– riprendere l’ordine di merito;
– entrare a far parte della squadra della Margherita a questa gara.

Non ho centrato nessuno di questi.

All’Albenza mi sono cancellato la mattina del giorno prima, perché ero primo in lista di attesa (sarei poi entrato, ma non lo sapevo al momento) ed era il decimo compleanno di mia figlia: considerando che i dieci anni arrivano una volta sola per tua figlia piccola, ho preferito una gita al mare con lei e la famiglia intera a una gara di golf. Si parva licet, anni fa lessi non ricordo dove che Arnold Palmer un giorno stava per pattare quando un bambino si mise a parlare. La mamma lo zittì. Lui si rimise pazientemente sulla palla e il bambino, di nuovo, aprì la bocca. Alla terza volta la mamma era atterrita, pronta a ricevere una lavata di capo da Palmer e lui le disse: “Non si preoccupi, signora. Il mio putt non è così importante, dopotutto”. Che poi è la stessa cosa che ho pensato ieri pomeriggio al mio circolo, quando ho visto un papà, solitario in campo pratica col suo bambino di cinque anni forse – io unico testimone del momento –, tirare colpi col figlio in una giornata di sole.
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A Boves sono arrivato in un’anonima diciannovesima posizione: al sabato quando alla diciotto ho visto il mio putt (il ventottesimo) sbordare leggermente ho capito che quel colpo mancato sarebbe stata la mia virgola del giorno (e infatti così è stato); il giorno dopo due acque di troppo mi hanno ricacciato indietro in classifica. Ogni anno la stessa storia, in un campo che conosco a menadito e che adoro. Mi sovveniva Pavese de Il diavolo sulle colline:

Come, – gridò Pieretto nel vento, – non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.

L’ordine di merito non ripreso è stato una conseguenza di questi due episodi. Ormai senza ordine di merito entrare nel field di una gara della federazione è cosa rara (come mi è accaduto a Sanremo quest’anno, per dire, anche se in quel caso un lutto familiare è stato il discrimine reale).

Non essere entrato nel team della Margherita mi è pesato, ma solo fino a un certo punto: perché il circolo ha per fortuna giocatori più in palla (e più giovani, ma questo è un fattore che a mio avviso ha un peso molto relativo) di me e sono fiducioso nel fatto che saliremo di categoria, come certamente il circolo merita.

Nel frattempo comunque il gioco c’è, pur con tutte le magagne di uno swing cominciato da adulto e non da bambino, e l’handicap è sceso in questo inizio di stagione. Vedo in maniera chiara il mio prossimo obiettivo, quel “due virgola” che sbandiero da due anni almeno, e sono pronto per le prossime sfide.

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Apr 29

Ultimamente parlo un po’ troppo di me, ma le due ultime gare sono state prove convincenti e desidero condividerle.

1. La penultima: Ciliegi, sabato 23. Ci sono tornato per via dell’acqua alla trentaseiesima buca della settimana prima, che mi era rimasta sul gozzo. 73 colpi finali, ottime sensazioni lungo tutto il giorno ma è la 18, appunto, il luogo in cui ho avuto la mia completa rivincita sul campo.

Ero a +1 in quel momento (un doppio, 2 bogey e tre birdie), e la 18 in sé è sempre un momento delicato quando stai giocando bene. La settimana prima ero finito in acqua con un colpaccio col legno 3, ma avevo calcolato che avrei preso comodamente il fairway anche con un ibrido 19°, per poi tirare al green con un ferro 9 anziché con un pitch. Problema: apro il colpo, la palla tocca una pianta e torna indietro. Sono in rough a 170 metri dall’asta con l’acqua davanti. Non penso nemmeno per un momento a un lay up, perché snaturerebbe l’essenza del mio golf in un campo che conosco così bene. L’ibrido 24° batte in green qualche metro prima dell’asta ma naturalmente corre, si arrampica dietro al green e… e rimango col fiato sospeso: sarà buona? sarà fuori?

La palla è buona, dentro di mezzo metro; con un pitch la metto a due metri e mezzo dall’asta. Studio il putt, vagamente penso agli ottimi colpi tirati su quel green (anche se non è esatto dire che ci penso, è più preciso dire che le tante splendide sensazioni dei putt imbucati in passato a quella buca mi accompagnano in quel momento), la palla entra. Sensazioni magiche.

2. Due giorni dopo alla Margherita, 75 colpi. Inizio con due bogey, poi mi riprendo e finisco le prime nove in +1. Poi quattro bogey nelle prime quattro delle seconde nove mi scorano un po’ (errori sciocchi, mi sembrava di non avere il controllo del mio gioco), ma tengo mentalmente. Sul tee della 16 un caro amico mi dice che magari, con un paio di birdie potrei ancora fare risultato… Sul momento non do peso alla cosa, ma alla 16 (par 5) faccio birdie prendendo l’asta col terzo colpo; alla 17 sono in asta ma tiro un putt senz’anima per un anonimo par; alla 18 sono col secondo a 143 metri dall’asta. Calcolando salita e vento laterale la scelta cade in maniera naturale su un ferro 6 pieno, che si ferma a due metri dalla bandiera. Guardo e riguardo il putt, mi sdraio anche per terra per vederlo meglio, sono sicuro. Il putt entra senza problemi per un 75 che mi dà piena soddisfazione.

(Con un 75 alla Marghe non sei nemmeno a premio – ecco perché sono venuto qui, per imparare a sfidare il campo.)

L’handicap è passato di conseguenza da uno stanco 4,0 a un più consono 3,3, che mi permette finalmente di vedere il mio obiettivo primo degli ultimi due anni circa, quel “due virgola” dove ora sono pronto ad andare. Quel che succederà, vedremo.

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Apr 22


Sabato e domenica scorsi sono tornato alle radici prime del mio golf. Ero stato in campo ai Ciliegi per l’ultima volta il 12 luglio 2014. Ho provato sensazioni strane e bellissime, che cerco ora di mettere in parole.

La prima cosa, la più importante: sono stato accolto calorosamente da tantissime persone che non vedevo da tempo, e che sono state gentili e amichevoli con me. Questo mi ha fatto un grande piacere, perché mi ha ricordato che dieci anni in un luogo non passano invano.

Poi, dirò che il campo è in condizioni splendide: in entrambi i giorni mi hanno accompagnato paesaggi magnifici, bei fairway e green curati come è nella consuetudine del luogo.

Per i due giorni di gara sono stato rapito dalla bellezza del luogo, una bellezza che un tempo mi era familiare. Già, c’era un alone di malinconia in me, che stava tra il montiano “non tornare a Monesiglio” e il montaliano “noi, della razza / di chi rimane a terra”.

Qualche parola, infine, va spesa anche sul mio gioco. Il risultato finale (78 – 77) non è brutto in sé, e sono stato in controllo del mio gioco per buona parte della gara, ma ho fatto anche qualche errore di troppo, soprattutto errori banali: 35 putt nel secondo giorno (un’enormità) e acqua alla 18 col primo colpo.

Per quanto riguarda i putt è stato strano. Sentivo di pattare decisamente bene, ma in più di un caso mi è scappata la mano, per così dire (e dal birdie al bogey è un attimo, si sa).

Per l’acqua, quella sì mi ha colpito. È stato un errore mentale (tecnicamente il colpo non presenta difficoltà, è un normalissimo legno 3 con ampia area di atterraggio), analizzando il quale, a mente fredda, sono andato a una radice del mio golf – del mio carattere – che temo non potrò cambiare, ovvero la mancanza di lucidità nei momenti decisivi. Credo che questo sia un tratto comune a tantissimi golfisti, e in fondo, molti livelli più in su, è ciò che distingue il golfista ottimo dal campione assoluto. Mentalmente ho lavorato tanto su di me in questi anni, ma so bene che ci sono tratti che sono connaturati in noi e non possono essere ribaltati, al limite solo un poco modificati. Niente, si tratta di accettare i propri limiti.

Al di là di questo sono state due giornate splendide, un ritorno all’antico e un girare attorno a milioni di sensazioni e pensieri che nei miei dieci anni di Ciliegi ho provato e pensato. Già, perché ogni scorcio del circolo è legato a memorie, a episodi, a linee, a vittorie e sconfitte; ogni scorcio ha memorie positive per me. Sono tornato nel luogo dove sono nato golfisticamente, ed è stato magnifico.

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Apr 15

Domenica scorsa, in gara alla Margherita, ho messo in pratica un semplice cambiamento sperimentato in maniera del tutto casuale in campo due giorni prima e poi provato in campo pratica il giorno seguente. Sono passato, infatti, da qui:
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a qui:
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Non so se è una cosa piccola oppure importante, non so ancora giudicare – time will tell. So però perché è successo che io abbia spostato la posizione della palla rispetto alla testa del bastone in partenza dal centro (dov’è logico e naturale che stia) alla punta: qualche anno fa avevo notato, soprattutto col drive, che quella posizione favoriva un impatto più vicino allo sweet spot. Da lì avevo esteso l’accorgimento a tutti i bastoni; anche, ma per fortuna per breve tempo, al putter.

C’era stato l’avallo di un maestro in ciò, e altri maestri in seguito possono aver notato la cosa ma non mi hanno detto nulla. Per me è diventata dunque nel tempo una caratteristica naturale, qualcosa di dato, cui non pensi perché è così e basta.

Ma venerdì scorso, in campo, ho fatto uno splendido giro in solitaria (sono partito di fatto nel momento in cui “bisognerebbe” smettere e ho terminato con le ultimissime luci del giorno, con un 77 dai bianchi in perfetto flow, incluso un putt di un metro e mezzo in discesa alla mia 18, che è la 9 del campo, per i 77 colpi, che mi ha lasciato estatico e gaudente). Ebbene, in quel giro assolutamente per caso ho provato a spostare la posizione della palla verso il centro e visto che, magia!, funzionava lo stesso. E anzi meglio.

Questa era tra l’altro l’atmosfera:
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Naturalmente si tratta di qualcosa da sperimentare a lungo, da registrare; ma insomma ho capito che è più efficace così. (Tranne che coi i tre wedge, ma questa è una storia differente.)

È stata un sensazione magnifica, quasi come svegliarsi da un lungo sonno. E domenica questo cambiamento ha funzionato senza che ci pensassi; ho fatto degli errori, certo, ma dovuti soprattutto ad altri fattori. Lo swing – sempre all’interno della considerazione che si tratta di una cosa viva, e dunque in mutamento continuo – ora mi sembra che ci sia.

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Apr 01

… ma che fatica.

Ieri prima gara dell’anno, al mio circolo (in realtà avevo già fatto gara domenica, ma questa era la prima valida per l’handicap).

Iniziamo dal fondo: 76. Che non è un numero malvagio, certo; ma l’handicap è passato da 3,9 a 3,8. Una miseria, una briciola. Ieri sono stato in the flow per tutte le cinque ore di gara, mi sono goduto fino in fondo ogni colpo, ogni volo di palla, ogni rimbalzo; e i numeri però non mentono.

Ho fatto cinque bogey e un birdie. Il campo era facilissimo. I cinque bogey sono stati frutto di due errori di swing, due errori di strategia e un brutto rimbalzo: tutte cose comprensibili e accettabilissime.

Il punto però è che io non posso al momento giocare molto meglio di così. Insomma un 76 può abbastanza facilmente diventare un 74, ma per farlo diventare un 71 o 72 occorre molto più lavoro del tantissimo fatto in questi anni.

Vale la pena, io sempre lì a pensare come migliorare un passaggio dello swing? Io con i miei 48 anni (e mezzo, anche il mezzo conta) e considerando che l’enorme quantità di pratica fatta fino a oggi mi ha portato “soltanto” qui? Golfisticamente parlando non è poco quel che ho fatto, certo, ma inevitabilmente arriva un momento in cui le somme le devi tirare per forza. E qui si innesta la parte filosofica del golf, che per me da sempre è stata quella che conta davvero. I miei pensieri quando sono in campo da solo. Il mio stato d’animo quando sono in campo pratica. Mettermi in macchina per 22 minuti per arrivare al circolo. Keep grinding rimane un motto validissimo, l’obiettivo 0 nel 2022 l’ho ben presente davanti a me.

Mi sovviene comunque Ligabue:

calendari a chiederci se
stiamo prendendo abbastanza

L’aspetto filosofico del golf, questo è il punto; tutto il resto è contorno secondario.

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