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Sam Little, o del difficile mondo del golf professionistico

Sam Little
Oggi raccontiamo la storia di Sam Little, prendendo spunto da questo articolo apparso sul numero di gennaio/febbraio di “Golf Today”.

Little è un professionista che ha giocato sullo European Tour dal 2005 al 2010. Il suo risultato migliore è un secondo posto al Mallorca Classic del 2007, ultimo torneo della stagione che lo fece passare da sicuro escluso (era oltre il 170° posto prima del torneo) al mantenere la carta per la stagione successiva.

En passant mi viene da pensare: magari se quel torneo l’avesse vinto, anziché arrivare secondo, la sua storia oggi potrebbe assomigliare di più a quella di Oliver Wilson.

Ma il golf in questo è magnifico come crudele, in quanto fagocita i miti stessi che crea. E Little è soltanto uno tra i tanti: il golf professionistico è pieno di ragazzi dal grande talento, il cui handicap quando sono passati professionisti era abbondantemente positivo, che poi vivacchiano sull’Alps Tour. Anche queste sono storie da raccontare.

L’anno scorso ha vinto 18.700 dollari, […] continua a leggere »

Per la gioia del giocare

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Venerdì scorso sono stato in campo per la prima volta in quest’anno al mio circolo.

Avevo chiesto ad amici se volevano venire, ma nessuno ha risposto all’appello. Non importa, il golf a me piace sia in compagnia che in solitaria; era una cosa che desideravo fare e l’ho fatta.

Nelle prime nove ho giocato così così, con tre bogey frutto in un caso di imprecisione con l’ibrido, nel secondo di una flappa doc e nel terzo di un po’ di fretta nell’approccino.

Comunque mi sento bene, mi immagino un teorico risultato finale di 77-78 colpi, cosa che mi mette di buonumore.

Alla 11 sbaglio un putt in salita di poco più di un metro per il birdie, ma non la prendo male. Birdie che arriva in maniera casuale alla 13. Alla 14 faccio un magnifico up and down (dopo aver sbagliato l’approccio col ferro 6), alla 15 un bellissimo birdie (propiziato da uno splendido secondo colpo con l’ibrido).

Alla 16 faccio un brutto drive, che finisce in rough a destra, seguito da un ibrido […] continua a leggere »

Andrea Zanardelli e il D-Plane

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Io ho un debito di riconoscenza.

Con Andrea Zanardelli.

Premessa: capire lo swing in sé mi interessa quanto giocare bene. Voglio dire, vedo papà che con i suoi 86 anni deambula a fatica e quando sono a golf sono felice perché sono in movimento, faccio delle cose divertenti e così via; ma capire quel che faccio, sapermi spiegare per esempio perché una palla parte a destra e poi curva a sinistra (non solo poterlo fare, ma potermelo spiegare) è importante per me. Fa parte del mio obiettivo più generale, che è quello di diventare il golfista migliore che posso.

Ebbene, nelle ultime settimane mi sono agitato un po’ per il D-Plane. Ho capito che negli ultimi anni c’è stata una rivoluzione copernicana nella teoria, e che ora strumenti quali il Trackman e il Flighscope ci spiegano il perché di determinati fenomeni. Abbiamo capito che alcune teorie erano in realtà credenze, di fatto sbagliate al 100%.

Io non riuscivo a cogliere bene le sottigliezze del D-Plane, pur arrovellandomi qua e là. continua a leggere »

Il tempo

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Quando hai i piedi gelati e sei in campo pratica puoi andare nello spogliatoio e spararti il phon diretto nei piedi; ma non basta il calore, occorre tempo.

Quando mi rendo conto di un difetto nel mio swing (facile… ne ho trecento – and counting) faccio i passi che ritengo opportuni per correggerlo. Ma non posso correre, perché so che ci vorrà tempo perché la variazione diventi automatica.

Il tempo. Non ci sono scorciatoie. Vale il concetto di spaced practice magistralmente espresso da Mark Guadagnoli nel suo libro. E sul tema vedi anche la nostra conversazione:

La cosa più semplice che si può fare in campo pratica è quella di guardare la palla il più a lungo possibile prima di prendere una seconda palla da colpire. I dilettanti colpiscono quasi sempre la palla troppo velocemente: ciò dà vita a cattive abitudini e limita l’apprendimento. L’apprendimento è un cambiamento nella biologia del cervello e questo richiede tempo. Forse pochi secondi o […] continua a leggere »

Play Great Golf with Warne Palmer – terza parte

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Pubblico oggi la terza e ultima parte dell’intervista a Warne Palmer (qui la prima, che tratta di temi generali, e qui la seconda, che parla della pratica), in cui il pro americano discorre di gioco corto, di putt e di chip.

Con questo post – e con un caloroso grazie all’amico Warne – il cerchio si chiude.

– Could you give a list of drills for putting?
[Puoi fornire una lista di esercizi per il putt?]

Putting drills should be fun so I encourage my students to practice in a game format. Here are three of my favorite drills:

1) North, South, East, West Drill—the player places three balls on a line north of the hole at intervals of 3, 5 and 7 feet and rolls those putts; the player repeats the drill from the other three directions for a total of 12 putts. If the player makes 8 or more putts he or she wins the game. This […] continua a leggere »

L’onta di un 80

78 – 80 (in un par 69), e 29° posto finale.

Al Trofeo Sanremo.

Potrei cercare delle giustificazioni.

Dire, per esempio, che venerdì mattina, a macchina appena entrata in autostrada, il motore si è rotto. Ansia (non solo golfistica, ovvio), carro attrezzi, corse, stanchezza mentale. Al di là dei costi (che in questi anni mi pesano parecchio, è un fatto), un viaggio di due ore e mezza si è allungato di altre quattro.

O citare più generali problemi di testa non libera. (Quando la testa non è sgombra il tuo golf non può funzionare, si sa.)

O anche rammentare il CBA di +4, che ha fatto sì che le variazioni fossero solo in discesa: una maniera elegante per dire che la gara era obiettivamente difficile, e dunque le brutte prestazioni non hanno peso.

Ma si sa anche che nel golf you are your numbers. E quei numeri non sono illustri. E allora lascio parlare le sensazioni.

La prima è stata di leggerezza, venerdì nell’ora che ho potuto dedicare alla prova campo. La scena, all’imbrunire sul green della 14, era questa:
14continua a leggere »

Trofeo Sanremo 2015

È ora.

Come tutti gli anni da tempo immemore, la gara d’apertura dell’anno per me è il Trofeo Sanremo. Vi partecipo ininterrottamente almeno dal 2009 (degli anni precedenti non ricordo): fa quindi ormai parte della tradizione (pavesianamente, sarei tentato di dire del mito), per me.

Certo, quest’anno c’è una differenza:
Sanremo
Mi fa effetto vedere quella dicitura, “Margherita”, in luogo di “Ciliegi” come è sempre stato. Ma è l’evoluzione naturale delle cose, un passaggio che sono molto contento di aver fatto. (Non dimentico il passato, sono stati splendidi quei dieci anni trascorsi nel mio circolo “storico”: ma la mia idea generale è quella di andare a vedere che cosa riesco a combinare un po’ più in là.)

(Come nota laterale, dirò anche che ieri ricorreva il sesto compleanno di questo blog, un figlioletto cui nel tempo mi sono affezionato e cui ho dedicato tanta energia e tanta passione: me ne ricordo immancabilmente quando parlo di questa gara, perché con questa gara – edizione 2009 – nacque.)

Oggi prova campo, domani e domenica gara. I miei obiettivi sono due:
– prendere punti per ritornare nell’continua a leggere »

Play Great Golf with Warne Palmer – seconda parte

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La settimana scorsa ho pubblicato qui la prima (di tre) parte della mia conversazione con Warne Palmer, il pro americano autore di Palmer 60/40 Golf. La volta scorsa abbiamo trattato temi generali; oggi parleremo della pratica (poteva mancare?), mentre la terza parte tratterà del gioco corto e del putt.

– How long should a typical practice session last?
[Quanto dovrebbe durare una tipica sessione di pratica?]

Most golfers would benefit from more frequent, shorter practice sessions than from occasional, longer sessions. I encourage my students to practice four to five times a week. However, the practice can take many forms and doesn’t always have to be at a practice facility or on the course. Golfers who maximize their practice work on all of the four major areas of the game every week—full swing, short game, putting, and fitness.
Full swing practice can occur while playing golf, hitting driving range balls or rehearsing swings at home. Short game and putting […] continua a leggere »

Play Great Golf with Warne Palmer – prima parte

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Nel numero di luglio-agosto 2014 scrissi su “Golf Today” una recensione di due libri pubblicati dal pro americano Warne Palmer. Siamo rimasti in contatto, e in questi giorni gli ho fatto qualche domanda per capire meglio il suo modo di pensare il golf. Ne è scaturita una lunga conversazione che tocca diversi temi, dalla tecnica fino alla “filosofia del golf”, che è un aspetto di questo sport che non dovremmo dimenticare mai.

Poiché le sue risposte sono molto elaborate, le ho divise in tre categorie:
– questioni generali;
– la pratica;
– il gioco corto e il putt.

Pubblico qui a seguire la prima parte dell’intervista, ovvero ciò che riguarda i temi generali di golf; la seconda e la terza seguiranno nelle prossime settimane. Segnalo anche che nei prossimi mesi uscirà un suo nuovo libro, Play Great Golf Now!, che è la rielaborazione del precedente. Ne parlerò a suo tempo.

– Could you elaborate a bit on your 60/40 system?
[Puoi descrivere il tuo sistema 60/40?]

The most significant change in golf […] continua a leggere »

Lag

Non è male che questo sia il primo post dell’anno, perché parafrasando il vecchio adagio potremmo dire che ciò di cui scrivi a Capodanno lo scrivi tutto l’anno. Il tema di oggi è il lag, che è un concetto che mi è stato di fatto sconosciuto fino a poche settimane fa; ma ho capito che è la mia prossima frontiera, ovvero ciò su cui soprattutto dovrò lavorare nei tre anni a venire per giungere al mio obiettivo di medio periodo, che è l’handicap zero.

Il lag – letteralmente ritardo –, concetto che Homer Kelly in The Golfing Machine (libro che prima o poi dovrò affrontare) definisce il segreto del golf, è in parole povere il ritardo che la testa del bastone deve (in uno swing ottimale, perlomeno) avere rispetto alle mani nel downswing, ovvero il fatto che l’angolo tra il braccio sinistro e lo shaft rimanga intorno ai 90° almeno fino a che le mani non arrivano all’altezza della vita nel downswing.

L’immagine qui sotto, che mette a confronto il mio swing di qualche settimana fa (ovvero appunto di quando il problema mi è stato chiarissimo) con quello, si parva licet, di Sean Foley, e che è ricavato dalla videolezione […] continua a leggere »