Mar 01

the elusive sweet spot
Sono sopraffatto dai pensieri.

Il problema con l’apprendimento, soprattutto degli adulti – e questo vale per il golf come per qualunque attività umana – non è tanto quel che non si sa (tutto si può imparare), ma quel che si sa.

Qualche settimana fa l’incontro con questo libro, la cui idea centrale è che non conti tanto uno swing bello ed elegante quanto l’impatto nello sweet spot con la faccia del bastone diritta il maggior numero di volte che sia possibile, mi ha fatto pensare molto.

Negli ultimi giorni poi, ho iniziato a leggere questo (ne parlerò presto) e un altro mondo si è spalancato. Qui il blog di Tom Wishop, l’autore: è molto tecnico ma mooolto interessante.

Dello sweet spot parliamo poco, ma è il centro di tutto. E lo sweet spot è solo un punto, un piccolo puntino. Da ciò discendono alcune considerazioni: per esempio il fatto che quando il marketing ci dice che il nuovo drive SuperMegaRocket2013 ha lo sweet spot aumentato del 28% ci sta mentendo. Un punto è un punto è un punto, e un punto rimarrà sempre e comunque. Ciò che si intende davvero è che l’area intorno allo sweet spot perdona di più rispetto a prima i colpi al di fuori del centro.

Sweet spot, clubfitting… c’è un mondo dietro a queste parole, dentro a esse. Allora mi sento un piccolo epigono di Ben Hogan, studente perenne dello swing. E mi sovviene Cesare Pavese, in una lettera che scrisse ad un allievo il 29 luglio 1928:

E lavora, andiamo. A testa china, coi denti stretti, senza dir nulla, come una bestia. Vedrai che ti frutta. Su questo ti do la mia parola d’onore. […] Stringere i denti e senza dire una parola menar testate all’avvenire.

O anche quel che scrisse sul suo diario, Il mestiere di vivere, il 4 maggio 1946:

Il bello è forbirti e prepararti in tutta calma a essere un cristallo.

Ecco, studiare e provare, provare e riprovare, prepararsi in tutta calma a divenire un cristallo, diventare il golfista migliore che tu possa diventare: ecco, questo.


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