Nov 29

Pelz
Il problema è questo: quale bastone usi per fare 60 metri? E per farne 70?

La considerazione di partenza è questa: golf is a game of circles. Insomma gira e rigira le questioni si ripresentano: le puoi accantonare per un po’, ma poi loro puntualmente tornano a bussare alla tua porta.

Ebbene, dai cento metri in giù – nell’area critica dello score, nonostante l’autorevole e di certo non ignorabile parere contrario di Edoardo Molinari (qui un approfondimento in inglese) – sapere come fare una determinata distanza è fondamentale.

Rimando a quel che dicevo 19 mesi fa. E illustro ora come sono arrivato a determinare in maniera precisa le distanze critiche (senza dimenticare quel che dicevo prima, ovvero che tutto va e torna – ovvero che quel che appare vero oggi potrebbe non esserlo tra 18 mesi – o anche molto prima).

Dunque, sono partito dal gap (52°) pieno, col quale faccio 100 metri esatti. I metri sono considerati in un giorno con temperatura normale (diciamo 20 – 25°), senza vento, con un colpo dal fairway in piano; con “pieno” intendo impugnato normalmente, ovvero all’estremità superiore dell’impugnatura, come si fa per un ferro o un legno. Nel colpo con un wedge le mie braccia non superano mai la posizione a ore 9, ovvero il braccio sinistro arriva fino alla posizione parallela al terreno nel backswing ma non va oltre: questo perché ho capito che altrimenti perderei molto in controllo senza un vero guadagno (questi sono colpi di precisione e la distanza deve essere un dato di partenza, non ha importanza fare 10 metri in più).

Provando, riprovando e riprovando ancora sono arrivato a stabilire queste distanze:

– 90: gap ore 9 impugnato a metà;

– 80: sand (56°) ore 9 pieno;

– 70: sand ore 9 a metà;

– 60: lob (60°) ore 9 a metà, oppure sand ore 8:15 a metà;

– 50: qui ho diverse opzioni, ma le mie preferite sono il sand ore 7:30 a metà oppure il lob ore 8:15 a metà.

Sotto i 50 metri la questione cambia, perché aumentano le variabili. Rimanendo nel campo degli approcci per me è generalmente un colpo col lob, dove chiaramente diminuisce l’angolo del backswing e posso variare l’impugnatura tra quella a metà oppure quella corta, ovvero all’estremità verso l’inizio della canna.
Ben Hogan at Merion
Il mio obiettivo attuale è di rendere queste distanze automatiche: quando mi trovo di fronte ad un colpo da 65 metri voglio sapere esattamente che cosa fare, senza dovere fare troppi calcoli, o comunque facendo calcoli semplici (ad esempio: il green è sopraelevato dell’8%, allora occorre aumentare la distanza della stessa misura; c’è un leggero vento a favore, allora diminuisce del 5% – chiaramente sono numeri indicativi).

A me, inoltre, manca ancora il trigger mentale di cui parlava Lorenzo Guanti qui:

Ho fatto un grosso lavoro col mio maestro Elena Polloni, che mi ha permesso di memorizzare le varie distanze fatte con un dato wedge portato ad una determinata altezza, ancorando una determinata posizione ad una precisa sensazione. Risultato: tra gli 80 e i 100 metri la mia palla picchia sempre nello stesso posto, e soprattutto questo mi evita di fare scatti col corpo, perché quando arrivo nel punto desiderato so che posso girarmi sapendo già dove va la pallina.
Questo colpo ti fa fare birdie ai par 5, ti fa recuperare il par ad un par 4 dove sei andato storto col tee shot… può fare la differenza.

Come sempre, e per fortuna, c’è da lavorare. Per un approfondimento su questi temi non posso che consigliare di partire da qui: è un libro che riprendo in mano ogni volta che ho un dubbio o una curiosità sul gioco corto; poi, si capisce, tutto quello che si legge e si sente e si vede va filtrato con le proprie conoscenze, e ordinato all’interno del sistema di quel che sappiamo perché abbia senso per noi. Un altro ottimo punto di partenza è il blog di John Graham.

E tu? Quando ti trovi in fairway a 65 metri dalla bandiera, in piano, in un giornata calma e senza vento, temperatura normale, 1) che cosa pensi e 2) che cosa fai?


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