Feb 21

I Ciliegi, putting green
Quest’anno per me è iniziato, golfisticamente parlando, in maniera diversa rispetto a tutti gli altri dieci che l’hanno preceduto. La differenza fondamentale sta nell’avere una tessera di campo pratica anziché una quota completa, ragion per cui il campo va pagato ogni volta. Un po’ è il clima di crisi generale, certo, per cui ogni singolo euro ora va soppesato con attenzione, e un po’ è quell’army golf da cui pare non si possa uscire. (Ne parlo e ne riparlo, ma chi mi sente?)

Io, comunque, sono contento così. In fondo, anche se il golf è ovviamente quello giocato in campo, mi è sempre piaciuta l’idea di passare ore e ore in campo pratica a provare e riprovare allo sfinimento i vari colpi. Un pomeriggio in putting green, per dire, non mi è un concetto sconosciuto e non mi pesa per nulla. (Lunedì sono andato in campo pratica solo per stare in putting green: un’ora e mezza io e i putt da 1-2 metri.)

Va da sé che bisogna mettere sull’altro piatto della bilancia quel che si perde, a stare così tanto in un singolo posto. Ma io mi sento un novello (si fa per dire) epigono di Ben Hogan o di Vijay Singh, ovvero qualcuno che trova la pratica avvincente almeno quanto il campo. O, per dirla con il Piccolo principe,

C’est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante.

Alla fine delle fini non considero perduto quel tempo, lo considero un percorso di conoscenza.

E poi c’è la competizione, che sta chiaramente su un livello diverso. Adesso mi preparo per bene – ben sapendo che non sarò mai pronto come vorrei –, e il prossimo mese comincia la stagione per davvero. I’ll keep you posted, and thanks for asking.


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