Apr 18

Due settimane fa scrivevo, per così dire nel mezzo dell’azione, della gara nazionale cui ho partecipato. Ora, passato un po’ di tempo (ed elaborato in parte il lutto improvviso per la perdita della “mia” direttrice), ne scrivo in maniera più lucida e distaccata.

Del mio gioco ho poco da dire. Sono finito in fondo alla classifica; non che non fosse prevedibile, visto che per handicap ero tra gli ultimi, però ho mancato troppi green (ne ho presi poco più del 30%), e soprattutto negli up and down sono stato disastroso (24%). Ho però delle indicazioni precise sui cui lavorare in questo periodo:

– più palestra (e soprattutto più pesi, tutti i giorni) per allungare la distanza con drive e legni;

– più allenamento nel gioco attorno ai green;

– più forza mentale (a volte mi pareva di comportarmi come se non mi importasse fare bogey, come se non facesse differenza; e invece dentro di me la fa, e come!).

Invece mi interessa approfondire aspetti generali di questo tipo di gare.

1. I tempi di gioco: abbiamo completato sia il primo che il secondo giro in quattro ore e un quarto [sic], senza nessun problema e senza dover correre. È logico che dato il livello medio dei partecipanti a queste gare il numero di colpi non sia alto, però il ritmo deve essere questo, sempre: non ha senso passare sei ore in campo per una qualsiasi gara (o, peggio ancora, per una gara qualsiasi).

2. La differenza nei risultati, diciamo tra un 75 e un 84, sono “piccolezze”: per esempio alla 3, un par 3 di 150 metri in discesa e quindi per me un normalissimo ferro 7, nel secondo giorno né io né un mio compagno di gioco abbiamo preso il green. Nell’approccio io l’ho messa più vicina rispetto a lui: io a poco più di un metro e lui a due metri abbondanti. Però poi lui ha messo il putt e io no. Sembra una sciocchezza, ma alla fine di un giro episodi minimi come questo fanno tranquillamente la differenza tra un giro ottimo o buono e uno pessimo. A questo proposito devo notare due cose:

– la naturalezza che un ragazzo può avere in qualunque colpo di golf: per me lo swing e il putt sono costruiti, nel senso che sono movimenti che ho appreso da adulto e dunque mi rimarranno per sempre un po’ “appiccicati”, per quanto tempo io possa dedicare alla pratica (e ricordo un commento fatto di recente da Silvio Grappasonni a un approccio di Els: lui notava quanto si vedeva il fatto che quel colpo lui l’aveva praticato da sempre, e dunque è in lui un gesto assolutamente naturale);

– in errori come questi c’è una componente motivazionale: a volte mi pare di non volere abbastanza un determinato risultato. La volontà conta, e come! Su questo punto, come notavo sopra, devo lavorare.

3. In una delle rare attese sul tee, ho parlato con un golfista del team successivo, che mi pareva grossomodo mio coetaneo; e quando ho scoperto che era più giovane di me ho avuto la netta sensazione (confortata dall’osservazione dei miei “colleghi” nei tre giorni di gara) di essere il più vecchio partecipante alla gara. Questo da una parte mi inorgoglisce, perché la mia potrebbe essere l’età in cui le gare le guardo in TV e io invece sono lì a fare fatica, a gioire eccetera; però dall’altra mi rendo conto che molti tra i partecipanti sono ragazzini che hanno grossomodo l’età di mia figlia maggiore – e non dovrebbe ciò farmi sentire ridicolo? (Risposta: no, no assolutamente.)

4. In conclusione, il mio sogno è sempre quello: diventare il golfista più bravo che io possa diventare. Per cui non mi scoraggia il fatto di arrivare a fondo classifica in una gara del genere: al contrario, mi incentiva a fare di più e meglio. Ovvero, come disse Ben Hogan ad un giovanissimo Gary Player al termine dello US Open del 1958 in cui Player era giunto secondo:

– Bravo ragazzo, ben fatto; diventerai un grande giocatore. Esercitati tanto.
– Certo, pratico almeno quanto fa lei, Mr. Hogan.
– Bene. Ora raddoppia.


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