Giu 06

Guardo il movimento del golf nel suo complesso – dai vari tour al giocatore della domenica mattina –, e cerco di capire che cos’è che non va. Perché la Francia ha 400mila golfisti, la Germania 600mila e noi solo 100mila, con economie e società paragonabili?

Poi guardo il campo e il campo pratica del mio circolo, e inizio a intuire qualcosa.

Il campo del mio circolo ha la tendenza chiara e netta, negli ultimi anni, a diventare più facile. Vengono abbattuti degli alberi senza che altri ne vengano piantati, vengono costruiti dei nuovi tee a semplificare delle buche che di difficile hanno ben poco. Sospetto che non sia un caso isolato.

Il campo pratica è spesso sostanzialmente deserto. Al limite il golfista pensa che la soluzione sia nel marketing dei bastoni, ovvero che il miglioramento non passi per la polvere del campo pratica ma piuttosto per il nuovo drive da 400 euro. E infatti in campo pratica si sente molto di più lo zing di un drive che non il suono di un putt da tre metri, o di un approccio da quaranta. (Ho fatto uno shank imperiale, ieri mattina alla 14 di Monticello, col lob da 47 metri dall’asta in fairway e ho pensato che no, non sono ancora arrivato a 10mila ripetizioni per quel preciso colpo e dunque non posso pretendere che vada in automatico.)

Mia figlia grande ha giocato a golf per qualche tempo, è arrivata alle soglie dell’handicap ma poi ha lasciato stare: in parte perché non le interessava, ma in parte perché il compito era troppo difficile rispetto alle sue capacità.

Capisco la politica del circolo (dei circoli), che deve prima di tutto garantirsi una base di soci, altrimenti dal punto di vista economico perde di significato; e dunque il rischio sarebbe, domani, di non avere più circolo. Ma ho anche l’impressione che non sia questa la soluzione.

Tanto è stato detto su questo problema, che effettivamente per il movimento golfistico italiano di questi anni è significativo, per esempio sulle varie riviste. La soluzione per me ha molte facce:
– quella della Federazione;
– quella dei circoli;
– quella del golfista.

Ha la faccia della Federazione, che è il tramite (semplifico) tra la politica e l’economia, perché senza investimenti non andiamo da nessuna parte. Esempi di investimenti: promozione a tappeto del golf nelle scuole (fuori dai denti: soldi della Federazione per far provare il golf ai bambini e ai ragazzi, allo scopo di suscitare l’interesse di qualcuno tra di loro); agevolazioni a chi investe nel golf, eccetera. (Non dimentichiamo che lo sport vale l’1,6% del PIL italiano.)

Ha la faccia dei circoli, per esempio con costi differenziati: perché, ad esempio, si preferisce puntare sul notaio ottantenne – lo dico con tutto il rispetto, sia chiaro – piuttosto che non sul ragazzino di dieci anni? E non sul ragazzino bravo, quello che può diventare un handicap basso, perché sarebbe scontato: sul ragazzino normale, uno che gioca a golf per divertirsi con gli amici.

E ha, naturalmente, la faccia del golfista, che in un ambiente che aiuti il suo avvicinamento sarà più agevolato a provare e continuare. (Però non dovrà dimenticarsi, il golfista, del fatto che il segreto di Ben Hogan è ormai compiutamente svelato, e risiede nella polvere del campo pratica.)


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