Giu 13

Adam Scott
Dunque. Ci sono delle fasi in cui mi pare di arrivare grossomodo ad un punto fermo nel golf, di capire più o meno qualcosina dello swing, del gioco corto, del putt (non tutto insieme, per carità – troppa realtà mi sotterrerebbe!). Mi era successo l’anno scorso – splendida sensazione, dopo dieci anni, quella di intuire che avevo raggiunto un minimo di controllo sul mio movimento –, mi ricapita in questo periodo con il putt.

Il putt – i miei venticinque lettori lo sanno – è sempre stato il mio punto forte, quello dove non temo la concorrenza di chicchessia. Ebbene, ragionando e riragionandoci sopra, provando e riprovando, leggendo e soprattutto riflettendo mi rendo conto di avere delle intuizioni, delle sensazioni, dei pensieri che sono ancora da elaborare – golf is a game of circles, dopotutto – ma che possono portare ad un sistema sensato e per me e traslabile ad altri.

L’occasione scatenante è stato un commento casuale, una sera, di Roberto Zappa durante il The Players: ad un telespettatore che chiedeva a lui e a Nicola Pomponi dell’applicabilità dell’AimPoint Express di cui tanto di recente si parla (tutti hanno visto Adam Scott e quel suo “strano” modo di alzare un dito o più dietro alla palla in green), Zappa ha suggerito di frequentare uno dei tanti corsi tenuti da istruttori certificati che esistono ormai anche da noi. Il suggerimento è di certo corretto, ma mi ha fatto pensare. Sono allora andato a cercare dei riferimenti in rete, nella convinzione (presunzione?) che le mie conoscenze del putt possano anche evitarmi questo passaggio (non che non sia utile, per carità, ma in quel momento volevo seguire il mio ragionamento).

Sono partito da qui, dove si spiega in poche parole l’AimPoint Express (il video collegato è da oggi privato – peccato! –, ma l’ho visto più volte e trovato molto utile). (Poi naturalmente in rete c’è materiale infinito, il problema è distinguere quel pochissimo davvero utile per te dalla pletora di siti fatti per vendere, pieni di fuffa eccetera.)

Insomma ho capito il sistema, e il giorno dopo – era il 2 giugno – ero sul putting green con mia figlia piccola, che per gioco ha elaborato per me quello che ha chiamato il sistema punto. Quello che ho fatto, in pratica (è difficile scrivere parole che non appaiano sciocche o banali), è stato mettermi in un punto a circa 5 metri da una buca dove la pendenza media, calcolata col BreakMaster, era di un grado, che corrisponde (semplifico molto, ma è per capirci) ad un dito nell’AimPoint Express; poi segnare con un tee il punto e infine mirare a quello.

La cosa fantastica è che quella domenica mattina – complice il sole, la presenza di mia figlia o chissà che cosa – ero in perfetto flow e praticamente tutti i putt entravano con la velocità e dalla parte corrette. Insomma ho visto che questo sistema funziona, e che data una buona tecnica c’è tanta parte del putt che è “semplice” matematica: quindi imbucare è (in parte) come risolvere un’equazione di primo o al massimo secondo grado.

Tangenzialmente ho anche impostato la correzione di alcuni miei errori di tecnica, su cui sto lavorando da allora:

– devo avere il sedere più in alto, perché questo mi fa stare con l’occhio sinistro esattamente sulla palla;

– devo tenere i gomiti attaccati al corpo, perché questo toglie variabilità al movimento, che così può essere perfettamente pendolare;

– devo tenere i piedi paralleli alla linea di tiro, mentre io tendo ad aprire il sinistro come in uno swing, perché ciò aggiunge stabilità.

E ho avuto la conferma, anche se non ce n’era bisogno, che nel 90% dei casi si sottostima la pendenza.

Ora, tutto ciò costituisce una bella sensazione, ma naturalmente è più un punto di partenza che di arrivo. Voglio lavorarci ancora per arrivare a capire meglio il movimento, in maniera da poter davvero aiutare me stesso e – di conseguenza – il golfista con questo gesto in apparenza semplice ma nello stesso tempo complicatissimo ma che è anche, di fatto, un’equazione nella maggior parte dei casi risolvibile. Stay tuned.


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