Ago 28

Reginu
Al Golf du Reginu, tre anni fa realizzai il sogno di abbinare Corsica e golf. Qui, in un posto decisamente improbabile (ci sono campi pratica molto più attrezzati, anche se forse non tanti così accoglienti), mi tornò la voglia di giocare, smarrita dopo la delusione del 2011 (ma del resto golf is a game of cicles, come ci insegna Mark Guadagnoli); qui ho elaborato una routine del putt; insomma qui ho pensato tanto alla tecnica del golf, in maniera rilassata e per questo produttiva.

(Sono abbastanza sicuro che il lavoro di queste due settimane porterà i suoi frutti nei prossimi sei mesi, ma certo non posso dirlo ora.)

A luglio, come ho detto più volte nelle settimane passate, avevo fatto il pieno di golf e me ne sono voluto staccare per settimane intere (per 34 giorni non sono andato al mio circolo, per dire), tempo lungo il quale non mi è mancato: ho fatto altro, semplicemente. Ma poi scatta qualcosa dentro di te per cui ti rendi conto che tutte quelle migliaia di ore di pratica solitaria hanno un senso complessivo, che a volte può venire smarrito ma che poi, presto o tardi, si ritrova. E io l’ho ritrovato – e non è un caso – qui.

In particolare, ciò che trovo molto utile fare qui è la spaced practice (sempre per citare Guadagnoli), ovvero l’idea che un colpo ha bisogno di essere pensato prima di essere eseguito, e digerito dopo. Ieri l’altro l’atmosfera era perfetta per questo. Innanzitutto era l’ora più bella (secondo me) per la pratica, ovvero le sette di sera. Poi, il campo pratica era deserto – dopo un pomeriggio in cui c’era stato parecchio andirivieni. Il clima era ideale. Era spuntata la luna, là sopra il villaggio di Belgodere. Ho preso ritmo negli swing – pareva che andassero da soli, fossero ferri corti, lunghi, legni o drive. Mi aiutava una canzone (io non posso dirmi tifoso, ma questo inno è legato a un pomeriggio alla stadio con mia figlia piccola; in più, ho sperimentato che il suo ritmo è perfetto per il mio ritmo di allenamento).

Insomma mercoledì ho raggiunto uno stato di assoluto flow, in cui la fatica non si sentiva e non avrei voluto smettere neanche alla palla numero 160. L’autotelismo del golf. Poi, tornando verso casa ho avuto venti minuti per elaborare un pochino i pensieri legati allo swing, e più in generale al golf. Era l’imbrunire, il suggello di un pomeriggio magnifico di pratica golfistica. Vivere per raccontarla.


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