Feb 14


Ho fatto una gara ieri, ne ho tirati 86 [sic].

Nel dopogara non ci stavo bene, ripassavo le buche, i miei errori, le ingenuità. Posso dire che non conoscevo bene il campo (l’ultima volta, e forse l’unica, ci ero stato oltre dieci anni fa), posso dire che ho avuto un paio di sbordate, posso trovare altre scuse ma questo non mi porterà da nessuna parte.

Allora ho pensato a uno splendido libro che ho terminato da poco, e ai concetti che esso porta. Questo sì è interessante, Questa sì è una chiave di lettura decente e gravida di significato.

Prima di tutto ieri ho giocato male e basta. È stata colpa mia. Ma il punto non è questo, le giornate storte al golf capitano, e come! Quel che devo fare – quel che, credo, ciascuno dovrebbe fare dopo una gara andata male, se veramente vuole migliorare, se veramente vuole diventare il golfista migliore che possa diventare – è analizzare davvero le cause. Lasciando da parte l’ego, mettendo da parte l’immagine di golfista che ho di me. Ovvero non proteggermi pensando a quanto comunque sono bravo, ma sfidarmi pensando a come e dove posso migliorare.

E questo mi porta ad almeno due conclusioni.

La prima è che fisicamente sto cambiando. A cinquant’anni. In meglio, già. Nonostante l’età, io non sono mai stato così flessibile, così preparato atleticamente, così in forma. Mai nella mia vita. E di conseguenza anche il mio swing sta cambiando: le sensazioni nello swing sono piacevolmente inedite, provo un senso di leggerezza soprattutto nel finish; e questo si traduce – si può tradurre, almeno – in un movimento che deve ancore essere messo a punto. Io sul fatto che il mio swing è un work in progress che invecchiando migliora non ho dubbio alcuno, perché ora golfisticamente mi sento pronto per quell’agognato “due virgola, stabile” di cui vado scrivendo da anni.

Il secondo punto riguarda l’imparare. Josh Waitzkin in questa intervista esprime numerosi concetti interessanti, sviluppa gli spunti del libro ma va anche oltre. Parla (semplifico) di un lavoro lungo, lento, costante, faticoso, mai finito ma sempre pieno di gioia e di soddisfazioni.

E nell’imparare c’è il succo di tanto golf – del mio, almeno. Anche perché quando qualcuno mi dice (o pensa senza magari osare dirlo) “perché passi così tanto tempo a cercare di abbassare il tuo handicap?”, la risposta non è in un numero, per quanto lo 0 entro i 55 anni è comunque la carota che ho sempre davanti agli occhi; né sono l’ammirazione, che certamente fa piacere, né la possibilità di essere di esempio, ovvero un testimone da passare. Probabilmente la risposta non è nemmeno da ricercare nel campo del golf: io passo così tanto tempo in campo pratica per le sottigliezze e i dettagli che il golf mi insegna.

E quindi io le cerco, quelle occasioni, perché non voglio proteggere l’esistente ma voglio andare oltre, pavesianamente parlando mangiarmi una collina, e questo solo per il piacere di farlo, per la gioia dell’imparare, che è poi un segno dell’essere vivo e presente a me stesso.

E allora è questa la chiusura del cerchio, è per questo che di un 86 mi vergogno sul momento, ma dopo un giorno tutto mi è passato; dopo un giorno sono di nuovo in campo pratica a lavorare su di me. Perché il campo pratica è in poche parole uno specchio della vita.


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