Ago 11

“Il Mondo del Golf Today”, agosto-settembre 2019, recensioni:
Sébastien Audoux, I 50 campi da golf sul mare più belli del mondo, 2015, 298 pp.;
Massimo Bolognesi, Enea Monaco, Carmela Travaglini, Mauro Stegagno, Golf: uno sport per tutti, 2019, 158 pp.

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Lug 18

La settimana scorsa ho fatto ammenda. Ho mantenuto una promessa fatta dieci anni fa. Credo che abbia a che fare col fatto che quando l’allievo è pronto il maestro, magicamente, compare. E raccontare questa storia magnifica è impegnativo, per me, perché tanti pensieri mi si accavallano alla mente nello stesso tempo, tutti desiderosi di venir fuori. Proverò ad andare con ordine.

Parto da qui, dove giusto dieci anni fa raccontai di questo splendido museo. Lo feci con passione, ma concentrandomi sull’incantevole libro che il deus ex machina del museo, l’avvocato Marco Bisagno, col supporto della moglie Iole (perché sarà scontato dirlo, ma come può esistere un grande uomo senza una grande donna al suo fianco?), pubblicò per raccontare della sua “creatura”: opera già in sé sublime, oggetto non venale e fuori commercio (e del resto le stesse considerazioni valgono per il museo: il museo non ha biglietti e orari, è una creazione privata con nulla di commerciale che lo riguardi). Mi concentrai sul libro dunque, e non – come forse sarebbe stato naturale – su una visita al museo stesso. L’avvocato mi telefonò per invitarmi, fu gentilissimo e squisito (cosa di cui ho avuto conferma appunto la settimana scorsa; ma non anticipiamo); io mi limitai però a una di quelle promesse generiche che non hanno scadenza e non sono impegnative.

(Ho sbagliato, mio caro Marco: questo mi è chiaro ora. Ma lei sa bene che c’era un senso più alto e compiuto nella visita recente. “Poi scordarono tutti e passò molto tempo”, direbbe Pavese.)

Da allora sono passati dieci anni, e nel frattempo sono successe alcune cose. Ho conosciuto Carlo Busto, anch’egli gran collezionista di golf (l’hickory è la sua specializzazione) e persona di gran cortesia (anche qui sarà un luogo comune, ma il golf è popolato da veri signori; e se vado indietro con la memoria non posso non citare almeno Pat Nesi, Mario Camicia e Marco Mascardi – la cui collezione di libri di golf, che vidi a casa sua diversi anni fa, ora per sua espressa volontà si trova proprio presso il museo – e un’emozione nell’emozione è stata per me vedere quegli stessi libri in quel luogo quasi sacro). Carlo ha visitato il museo, e di ritorno mi ha riportato l'”ordine” dell’avvocato Bisagno: “Dica a Davico di venire a vedere il museo!”

Insomma non potevo più tirarmi indietro. E ora c’è Paola con me, e tutto è più semplice. Telefono e prendiamo appuntamento. L’avvocato è persona di una cortesia e gentilezza fuori dal tempo; iniziamo subito la visita. Si comincia dalla statua a grandezza naturale di Bobby Locke, e già senti l’emozione nell’osservarne i dettagli. Poi c’è il Pensoso, una statua creata sulla scia del Pensatore di Rodin; una libera interpretazione, probabilmente un desiderio di andare un poco più in là, nella consapevolezza che siamo nani sulle spalle dei giganti. Insomma, già sulla soglia capisci che ti trovi in un luogo magico.

Poi ci siamo avvicinati al museo vero e proprio, e le tante immagini presenti raccontano una vita di viaggi e di filantropia, l’avvocato Bisagno una sorta di moderno Lawrence d’Arabia – fatte tutte le debite proporzioni, come si affretta a ricordare lui.

E quindi si entra nel museo. E non può non prenderti subito un nodo alla gola per tutta la storia del golf che è presente in quel luogo. I bastoni, innanzitutto: dal più antico, datato 1820, a seguire. Le ottomila palline logate, che hanno dato vita a un altro libro, anch’esso fuori commercio; le palline d’epoca. I vari memorabilia, le stampe, i libri. I putt, tra cui uno di Jack Nicklaus. Il tutto incastonato in un legno lavorato con sapienza e con amore.

Il museo – va detto – prende l’abbrivio da un’occasione tragica, che è la morte dell’unico figlio dei signori Bisagno, Davide. E a me non può non venire in mente la rubrica Golf Saved My Life di “Golf Digest”. L’avvocato durante la nostra visita ha affermato che il golf gli ha salvato la vita, e io non ho faticato punto a credergli. (Perché, sia detto incidentalmente, il golf può salvarti la vita.)

Insomma la visita è proseguita con lucida emozione. Non racconterò delle splendide parole che l’avvocato ha avuto per Paola e per me; dirò soltanto che l’abbraccio, dopo una giornata meravigliosa, è stato sincero, sentito e reciproco.

Grazie Carlo, per aver permesso che tutto questo divenisse realtà.
Grazie Paola, per aver portato la tua magia in quel luogo.
Soprattutto grazie, avvocato Bisagno, e grazie, signora Iole, per quello che fate e per come lo fate. (Io sono un semplice testimone della magia.)

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Lug 12


Ieri sera ho presentato brevemente il libro ai Ciliegi. È stato un evento che ho a lungo sognato; poi le cose naturalmente non vanno mai come previsto – ho avuto dei problemi personali nel momento in cui avrei dovuto rendere al massimo e presentare la mia creatura alle persone che compongono il circolo che da sempre adoro. Sono andato abbastanza a braccio, perché non ero al 100% “sul pezzo”; ma per dare prospettiva alla cosa riporto qui la bozza di discorso che ieri avevo preparato davanti allo specchio.

Sarei partito dal ringraziamento al nostro presidente, Alessandro Boggio, da sempre anima trainante dei Ciliegi, perché l’opportunità – comunque la si guardi – era splendida: presentare il mio ultimo “figlioletto” (i miei libri sono sempre dei figlioletti per me) in quella che da sempre è per me la casa del golf.

Avrei cercato di descrivere brevemente il libro. Avrei detto (in realtà questo l’ho detto, anche se molto meno chiaramente di come avrei voluto) che il libro risponde a due domande: come si pratica e perché si pratica; il tutto partendo dalla considerazione che spesso si arriva in campo pratica e poi non si sa come praticare con la massima efficacia. Alla prima domanda sono dedicati i primi due capitoli del libro, che stabiliscono i fondamenti, danno delle definizioni e presentano la letteratura scientifica esistente in tema; alla seconda rispondono i capitoli 3, 4 e 5, dedicati rispettivamente al putt, al gioco corto e al gioco lungo – in quest’ordine, perché ritengo che per un golfista dilettante sia questo l’ordine di importanza. Questi capitoli danno dei suggerimenti e presentano degli esercizi misurabili, specifici e divertenti – perché sì, a condizione che si trovi la chiave corretta la pratica può essere divertente.

Avrei ricordato (anche questo l’ho fatto, in realtà – è importante) che il libro è arricchito dai contributi di Andrea De Giorgio, che è stato mio maestro per diversi anni, portandomi dal 10 al 4 (un salto non da poco) e che ha fornito per così dire l’avallo tecnico al libro (io conosco il campo pratica bene, o molto bene, o forse anche ottimamente; ma non sono un maestro!); di Roberto Cadonati, illustre psicologo che ha scritto il capitolo dedicato alla psicologia applicata al golf, che è di per sé un vaso di Pandora nel senso che contiene aspetti fondamentali che troppo spesso trascuriamo; e Franco Iacovitti, docente alla Scuola Nazionale di Golf, che ha scritto il capitolo relativo alla preparazione fisica.

Avrei infine voluto che si aprisse un dibattito, o che comunque ci fossero domande e un minimo di contradditorio (“Vorrei solo che dall’urto / nascesse una più energica morale”, per dirla con Nelo Risi); così non è stato e pazienza. Ma, anche se quasi mai le cose vanno come previsto, la soddisfazione di aver portato questo mio quinto figlioletto nella casa del golf rimane.

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Lug 11

“Il Mondo del Golf Today”, luglio 2019, recensioni:
Richard Allen, Lo spirito del golf. 56 storie di vita e di sport dai campi del mondo, 2019, 222 pp.;
Stephen Proctor, Monarch of the Green: Young Tom Morris. Pioneer of Modern Golf, 2019, 224 pp.

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Giu 20


Uno dei concetti golfistici che ho fatto più fatica a comprendere, in questi miei quindici anni di golf, è il bounce. Confesso che per anni non ho avuto un’idea precisa di che cosa si intendesse con “bounce”.

In tempi recenti sono arrivato ad alcune conclusioni (provvisorie – ormai mi è chiaro che nel golf non c’è nulla di definitivo), ovvero delle scoperte che cerco ora di illustrare.

Partiamo dalle definizioni. In un bastone, il bounce

è l’angolo tra la tangente ortogonale alla suola e il terreno. In genere i ferri fino al 9 hanno un bounce nullo, mentre è considerevole nei wedge (4-16°), soprattutto allo scopo di permettere una miglior uscita dalla sabbia e dal terreno umido.

(Qui un articolo che spiega bene di che cosa stiamo parlando.)

Per quello che so io del gioco corto il concetto di bounce si applica soprattutto alle uscite dal bunker e al gioco intorno al green, diciamo fino ai 50 metri. (Andando oltre la musica cambia, o quanto meno quello che ho imparato di recente lo trovo applicabile soprattutto a questi tipi di colpi.)

Un mio problema, di cui sono stato consapevole solo in tempi recenti, è stato l’aver usato per i wedge fondamentalmente la medesima posizione del bastone rispetto ai ferri, con le mani tenute verso l’obiettivo (grossomodo all’altezza della tasca sinistra dei pantaloni), di fatto eliminando il bounce e dunque creandomi dei problemi (attività in cui sono maestro; ma non divaghiamo). Confusamente sentivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non riuscivo a capire.

Un barlume di soluzione mi è giunta da un’osservazione letta su My Golf Numbers, che mi ha dato da pensare. Dice infatti Doctor Nick, al secolo Niccolò Bisazza, che tenere le mani molto avanti con i wedge è un peccato capitale, perché rende (insieme ad altri fattori) ingestibile l’angolo d’attacco. Poi, nelle ricerche mi sono imbattuto in questo video dove Silvio Grappasonni fa una breve lezione di uscita dal bunker (e non importa che non dica nulla di che, che si senta poco e che sia pure tagliato: quel che dice Grappasonni per me è oro colato e lo ascolto sempre con attenzione estrema), e quindi in altre letture che ora non sono in grado di citare.

E dunque rispetto alla mia antica posizione ho fatto un paio di aggiustamenti:
– innanzitutto bado a tenere le mani più indietro, ovvero più lontano dall’obiettivo, verso il centro del corpo;
– poi evito il più possibile di spezzare i polsi nella salita.

Questi sono i due aggiustamenti più importanti, cui ne vanno aggiunti quattro “minori”:
1. tenere i piedi stretti;
2. tenere il peso 60 e 40, ovvero favorendo l’appoggio sul sinistro;
3. badare di attraversare bene il colpo;
4. tenere le mani alte nel finish.

Non riesco sempre a mettere insieme tutti questi punti, e del resto non tutti sono necessari e certamente non sempre. Ma tenere le mani più indietro aiuta a far lavorare veramente il bounce, e così la palla parte più alta. Insomma un wedge fa veramente il wedge.

Poi certo, in questa maniera ho scalfito appena la superficie, mentre un inizio di lavoro scientifico vorrebbe dire passare una giornata con un maestro a provare diversi bounce in superfici diverse, con condizioni di campo differenti, e poi leggere e studiare molto di più di quanto non abbia fatto fino ad ora. Senza dimenticare il fatto che siamo ai confini tra arte e scienza, e che come dicevo prima il punto fermo non lo metteremo mai. (Del resto solo i morti non hanno il mal di pancia.)

Conclusione: con questo set up sento il bounce lavorare veramente come dovrebbe. Il rumore all’impatto è differente, più pieno e rotondo; la palla parte più alta e si ferma prima. Insomma il colpo diviene più controllabile e il margine di errore si riduce.

Benedetto bounce.

Giu 17

“Il Mondo del Golf Today”, giugno 2019, recensioni:
Tony Walker, The Peter Thomson Five. A golfing legend’s greatest triumphs, 2017, 169 pp.;
John Steinbreder, From Turnberry to Tasmania. Adventures of a Traveling Golfer, 2015, 217 pp.

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Mag 21


“Il Mondo del Golf Today”, maggio 2019, recensioni:
John Novosel con John Garrity, Tour Tempo. Golf’s Last Secret Finally Revealed, 2004, 161 pp.;
John Novosel con John Garrity, Tour Tempo 2. The Short Game & Beyond, 2011, 177 pp.;
Andrew Rice, It’s All About Impact. The Winners of Over 100 Majors Prove It, 2009, 127 pp.

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Mag 06


Ieri, gara di circolo ai Ciliegi. Una gara come tante altre, con la differenza che era la gara di Giuseppe Lazzarotto, la Ci.Ti.Elle e tutto quanto di buono lui ha fatto in questi anni. (Beppe era tra l’altro presente la prima volta che ho fatto il par del campo.)

Io sono andato “discretamente” bene, perché per la prima volta in vita mia sono sceso sotto par in una gara (71 colpi). Parto dai dati:

– colpi: 71 (5 birdie, 9 par, 4 bogey)
– fairway presi: 50% (7/14)
– green in regulation: 39% (7/18)
– up & down 70% (7/10)
– putt: 23

Note positive: come si vede bene, il putt; ma anche il drive e i ferri lunghi, anche se dai numeri non traspare.

Punti da migliorare: il legno 3 (l’ho usato, orribilmente, due volte, tanto che quando avrei voluto usarlo una terza e una quarta l’ho tenuto in sacca a favore dell’ibrido 3, che non era il bastone giusto ma mi dava la giusta fiducia, seppure a scapito di qualche metro di distanza) e gli approccini (30-40 metri, su cui sto studiando – sto cambiando delle cose di cui dirò, e questo non mi dà la necessaria confidenza all’uso del 60° che peraltro è il bastone che, dopo il putt, adoro maggiormente).

Ma la nota positiva numero uno non è tecnica, è mentale. Sono riuscito per tutto il giro ad affidarmi in maniera pressoché completa alle sensazioni, delegando alla parte conscia della mente solo le questioni di cui dovrebbe occuparsi quando siamo in campo: il lie, il tipo di colpo, la scelta del bastone e così via. Insomma delle scelte strategiche, perché per il resto a giocare a golf più o meno dovrei già essere in grado. E questa “scelta” di fiducia deriva a sua volta da un libro sugli aspetti mentali dello sport, e del golf in particolare, che sto traducendo e di cui dirò prossimamente (sia detto incidentalmente, è una bella sensazione essere tornato a tradurre un libro che verrà pubblicato, qualcosa che ho fatto per l’ultima volta oltre vent’anni fa), e dalle lezioni ricevute lungo gli anni da Roberto Cadonati, che ha scritto il capitolo relativo alla mente nel golf nel libro che sta uscendo in questi giorni (tra parentesi: non vedo l’ora di avere nelle mani questo quinto figlioletto).

Di ieri ancora voglio ricordare la striscia di quattro birdie consecutivi (13-16), che hanno trasformato un giro normale (ero a +2 in quel momento) in un giro per me speciale, e la conseguente tenuta nelle due buche finali (un bogey forse sciocco ma accettabile e soprattutto il par finale, dove a differenza di altre volte ho sentito poco la pressione).

E questo, ancora: lungo il giro più volte sentivo le farfalle nello stomaco, ma immediato mi veniva il pensiero a quanto dice Jack Nicklaus, del suo desiderio di sentire quelle farfalle nei momenti topici di un giro. Trovarsi sotto pressione e saperla gestire, questo è un punto importante in un giro di golf.

In poche parole: in base a quello che so io, per giocare bene a golf devi dimenticare qualunque pensiero tecnico e lasciare andare qualunque preoccupazione – allora il risultato si prenderà cura lui medesimo di sé.

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Apr 16


Ho scritto un libro di golf.

No, abbiamo scritto un libro di golf.

Perché questo volume, che ha l’obiettivo di guidare il golfista nei meandri del campo pratica, di illustrargli i perché e soprattutto i percome del fatto che la pratica golfistica non è soltanto utile, può essere anche divertente, è nato da una mia idea che cullavo da anni, ma si è poi arricchito degli apporti di diversi professionisti: il mio editore, Yuri Garrett, che ha creduto nel progetto; Andrea De Giorgio, che è il maestro che mi ha preso in cura quando il mio handicap era intorno al 9 e volevo andare oltre, e che col tempo mi ha portato fino al 4; Roberto Cadonati, psicologo sportivo da cui negli anni ho imparato tantissimo; e Franco Iacovitti, preparatore atletico e docente presso la Scuola Nazionale di Golf.

Questo libro, che sta andando in stampa e uscirà nel giro di tre settimane, parte da lontano: da quel sabato 7 febbraio 2004, quando per la prima volta presi in mano un bastone da golf; dal 22 gennaio 2008, quando scrissi qui il mio primo, timido post; dalle 6mila ore di pratica concentrata passate in campo pratica, dalle arrabbiature e le conquiste, da quello che ho appreso e anche da ciò che non sono riuscito (ancora) a fare. Ho cercato di sistematizzare tutto quanto per offrire un manuale ad uso del golfista seriamente interessato a migliorare.

E, come detto, non sono stato solo in questa avventura; e sono ben consapevole ora, a progetto concluso, del fatto che il libro è molto più pieno e ricco e completo essendo strutturato in questa maniera.

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Apr 11


“Il Mondo del Golf Today”, aprile 2019, recensioni:
Robert T. Jones – O.B. Keeler, Down the Fairway, prefazione di Jack Nicklaus, 2018, 190 pp.;
Miguel Antinolo, Golf mentale. Tecniche, esercizi e allenamento per vincere, 2019, 142 pp.

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