Ago 27

Il secondo numero di “Golf Italia” contiene le mie recensioni:

Andrea Mezzadri, Il Divano sul Green: Storie di Golf al Tempo del Covid-19;
Bob Rotella, Il golf è il gioco della fiducia.

Taggato:
Lug 08

Come Jack Walsh (Robert De Niro) in Prima di mezzanotte, allorché Alonzo Mosley gli traffica attorno con delle ricetrasmittenti e lui sorride perché – dice – “mi sento di nuovo uno sbirro”, io sentivo la mancanza delle mie care recensioni di libri di golf.

Ora l’attesa è finita.

“Golf Italia” è una rivista nuova, più forte della pandemia. Ecco le mie recensioni per il numero di giugno-luglio 2020:

Dave Alred, Sotto pressione. Gestire lo stress, sfruttare l’energia e performare quando conta;
Michael Carroll, Fit For Golf Warm-Up Manual. Golf Warm-Up Routines For Every Level Of Golfer (prodotto digitale).

Taggato:
Giu 10

C’è un problema apparentemente banale, ma molto significativo da un punto di vista golfistico, che riguarda un luogo preciso della buca 18 del Merion Golf Club:

Esattamente da quel punto, giusto settant’anni fa, Ben Hogan tirò uno dei colpi di golf più famosi dell’intera storia golfistica, immortalato dalla foto di Hy Peskin, a detta di innumerevoli storici la più famosa foto mai fatta a un golfista. Chiunque si trovi a giocare le 18 buche di uno dei campi più famosi del mondo, un campo che trasuda storia a ogni cantone (il 27 settembre 1930, per ricordare un fatto soltanto, Bobby Jones completò su questo medesimo percorso il suo Grand Slam vincendo lo US Amateur Championship), si sente quasi costretto una volta giunto in quel punto del fairway della 18 a provare quel colpo: la conseguenza è che l’erba intorno a quel punto è perennemente mancante.

Quel colpo fa parte di una storia che di per sé è uno dei maggiori avvenimenti sportivi di tutta la storia del golf, ovvero il ritorno sui campi da golf di Ben Hogan dopo l’incidente avvenuto il 2 febbraio 1949, quando Hogan stava tornando con la moglie – Hogan viaggiava sempre con la moglie – e la sua auto fu colpita da un pullman guidato da un autista che nella nebbia aveva tentato un sorpasso decisamente avventato. Hogan subì talmente tanti traumi che il dubbio dominante dei medici, nei giorni successivi, era che non sarebbe più tornato a camminare – il golf a quel punto era ben al di là dell’immaginabile. Eppure la sua tenacia e la sua dedizione lo fecero tornare sui campi nel giro di un anno, e poi a vincere il torneo di maggior prestigio, quello cui teneva di più, sedici mesi dopo quel tragico giorno.

Quel giorno era la trentaseiesima buca per Hogan (all’epoca il terzo e quarto giro dello US Open si giocavano entrambi al sabato), un uomo che prima e dopo di ciascun giro di golf doveva sottoporsi a un rigido regime di sali e fasciature, per alleviare il dolore alle gambe malandate dopo l’incidente. Dopo il drive Hogan sapeva che i due leader, Lloyd Mangrum e George Fazio, avevano terminato prima di lui a 287 colpi. I calcoli erano semplici: un birdie per vincere, un par per il play off del giorno successivo (e in teoria anche un bogey per uscire dai giochi, anche se possiamo supporre con ragionevole certezza che un pensiero del genere non poteva attraversare la mente di Hogan).

Aveva ancora oltre 180 metri a inizio green. La scelta era tra un legno 4, che probabilmente nessuno al mondo sapeva tirare meglio di lui, e quel ferro 1 che aveva messo in sacca togliendo il ferro 7 perché, come disse, “non ci sono ferri 7 a Merion”. Ma il pericolo del legno 4 era che avrebbe sì agevolmente passato il bunker che proteggeva l’ingresso alla buca, ma col pericolo di finire nel rough al fondo, da dove un par sarebbe stato piuttosto complicato. Quindi la scelta era pressoché forzata.

Skee Reigel, un golfista che finì dodicesimo in quel torneo, e che si trovava in quel momento negli spogliatoi sopra il pro shop, un luogo da cui si godeva la vista del green della 18, ricorda la scena come “incredibilmente tranquilla, come se ci fossero 10mila persone sedute in chiesa”. In quel momento Hy Peskin, fotografo emergente della rivista “Life”, si era piazzato esattamente dietro a Hogan, a meno di cinque metri da lui, mentre l’uomo considerava il da farsi e, momenti dopo, immortalò quell’attimo. A quanto è dato sapere non c’erano altri fotografi, o quantomeno non ci sono giunte altre fotografie del gesto.

Questa elegante fotografia in bianco e nero, che sarebbe stata pubblicata su quella rivista nove giorni dopo e che adorna le clubhouse di mezzo mondo, mostra Hogan in equilibrio perfetto, l’eleganza nel vestire, il cappello di lino che era uno dei suoi tratti distintivi, e tutto il pubblico voltato a osservare la palla, quasi “dimenticandosi” della storia che stava dipanandosi proprio in quegli istanti.

La palla atterrò con sicurezza in green, e due putt consentirono a Hogan l’accesso al play off del giorno dopo (che vinse). Il secondo putt, di poco più di un metro – ovvero il colpo in assoluto più difficile nel golf – entrò dal bordo destro della buca, ma era tutt’altro che scontato e avrebbe anche potuto uscire, come si vede qui al minuto 0:39. Se così fosse stato, la storia che racconteremmo oggi sarebbe molto più simile a quella del Masters del 1946, dove in green alla 18 dell’ultimo giro fece tre putt da 4,6 metri per mancare il play off per un colpo. Ma a volte le stelle si allineano tutte insieme in vista di un risultato.

E anche quel ferro 1 ha una storia da raccontare. Fu rubato quel giorno stesso, insieme alle scarpe di Hogan, e ritrovato solo nel 1983: fu presentato a Hogan, che lo esaminò con grande cura e poi disse: “It’s good to see my old friend back”. Si trova ora nel museo della USGA. Nel libro Hogan parla di ferro 2, ma in seguito ammise di essersi sbagliato e confermò che si trattava di un ferro 1.

10 giugno 1950: il giorno di una magia senza tempo.

Taggato:
Apr 27

Sulla base della mia credenza generale che una cosa è vera fondamentalmente quando è scritta, nel golf ho cercato per anni il libro perfetto, quello che finalmente mi avrebbe permesso di craccarne il codice in maniera definitiva. Le recensioni, il blog, il libro sono state tutte conseguenze naturali; ma prima, per me, per il mio proprio golf questo è stato fondamentale. Per anni ho scavato nelle librerie, librerie fisiche, librerie polverose di libri usati, librerie online, alla ricerca del libro, quell’unico libro che mi avrebbe finalmente spiegato come poter giocare a golf.

Credo di esserci andato vicino in alcuni casi. Con le Five lessons, ovviamente, che però ho scoperto tardi perché non credevo, nella mia supponente ignoranza, che un libro di sessant’anni prima avrebbe potuto veramente dirmi qualcosa; ma prima in Pelz, e certamente in altri volumi (o parti di essi) che sono percolati dentro di me e di cui ora non ho memoria.

Ho avuto qualche risultato negli anni; minime soddisfazioni personali. Sono stato hcp 2.9 per un giorno, ad esempio. Il che mi porta direttamente ai pavesiani Mari del Sud:

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.

Per una settimana, tanti anni fa, ho giocato a fare il professionista.

Marco Mascardi un giorno mi scrisse:

Io non gioco più, ovviamente, ma davanti a un 4,1 ho ancora sufficienti energie per togliermi il cappello da solo.

Il mio handicap, insomma, è sempre stato pari alla stella da sceriffo che da bambino appuntavo summo cum gaudio sulla camicia a quadrettoni. Ma – è sempre Pavese a venire in soccorso:

Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

E quel tempo mi ha fatto capire che quel libro non esiste. O più precisamente che aveva ragione il mio dolce mito, ovvero che il mio swing – come quello di chiunque – esiste già, cristallino e perfetto, solo che è nella polvere del campo pratica, da dove io soltanto posso estrarlo. Con l’aiuto di un maestro, ovvio; e di libri, naturalmente, e altre fonti; ma il libro perfetto non esiste. È stata una scoperta.

E intanto ho passato 6mila ore e sedici anni di vita a respirare golf. E sono ancora qui a coltivare la mia rosa.

Taggato:
Apr 03


Coronavirus, tempo di fare altro. Oggi vorrei commentare una foto che da anni ho sotto gli occhi, e che rappresenta al meglio il mio dolce mito e – si parva licet – quello che io vorrei essere nel golf negli anni a venire.

Ce l’ho sotto gli occhi perché è raffigurata nella copertina della miglior biografia a mio avviso esistente su Ben Hogan (ne avevo parlato qui).

La foto è stata scattata da Jules Alexander (fotografo la cui storia meriterebbe un post tutto suo) a Winged Foot mercoledì 10 giugno 1959, il giorno precedente l’inizio dello US Open. Hogan, che all’epoca aveva già dato – golfisticamente parlando – il meglio di sé, stava giocando il suo giro di prova con Claude Harmon, che era il pro di casa.

Sul green della 15 Hogan, dopo una breve pausa nella casa di Freddie Corcoran – l’autore della foto pensa per fare pipì –, si accese una sigaretta e si appoggiò in maniera molto rilassata e tranquilla al putter, rimanendovi per un certo tempo; sempre Alexander pensa che fu per dare al fotografo una possibilità in più di fare il suo lavoro.

(Curiosa nota laterale: la foto mostra i pantaloni abbottonati in maniera imperfetta, e Alexander pensa che Harmon gliel’abbia fatto notare di lì a poco, visto che sul tee della 16 erano a posto.)

Ebbene, in questa foto c’è tanto Hogan: c’è la quiete dell’uomo, la pace di chi ha raggiunto quel che voleva; e poi l’uomo nel suo ambiente naturale, e l’eleganza tranquilla di chi non ha bisogno di fare rumore per far sapere che c’è.

Ed è anche una sorta di augurio: il golf che vorrei per me e il golf come vorrei che fosse in futuro.

Taggato:
Mar 26

Ci troviamo in una situazione inedita che ci accomuna, un luogo dove non siamo mai stati prima. Bene, dato che ne usciremo completamente diversi (rinovellati di novella fronda, potremmo dire riprendendo padre Dante), questa è un’ottima occasione per fare il punto e imparare cose nuove.

Cominciamo dalle basi. La lamentazione comune ai golfisti è l’astinenza forzata dallo sport preferito. Ebbene, il golf non si gioca solo in campo. E anche oltre alla pratica, di cui non smetterò mai di essere patrocinatore, ci sono almeno altri tre ingredienti fondamentali per lo sport più bello del mondo che vanno curati in parallelo: la forma fisica, la forma mentale e l’alimentazione. Il primo tra questi, la forma fisica, può essere allenato in casa, non richiede nulla che non si abbia già o che non ci si possa procurare con facilità e ci farà tornare in campo, quando sarà, al meglio delle nostre possibilità.

Qui mi occupo quindi di questo aspetto.

Una parola di avvertenza, anzi due. Non sono un professionista del settore, solo un dilettante preparato. Quel che scrivo qui deriva dalla pratica prolungata e dalle letture; ma sono ben consapevole che un esperto del settore avrebbe molto da ridire su questa esposizione. Invito il lettore a usare sempre il suo miglior giudizio, a non fare cose sciocche e a rimanere – soprattutto all’inizio – ben al di qua del confine delle sue possibilità fisiche. Perché la forma fisica è una metafora del campo pratica: non serve fare uno sforzo eroico da impreparati, che è anzi potenzialmente dannoso. Ma nulla dies sine linea, questo serve: poco per giorno e si fa tutto. Tanto il tempo ce l’abbiamo.

Ho messo qui un paio di schede possibili. Ho immaginato la situazione di una persona abituata a giocare a golf ma non troppo abituata a fare esercizio fisico, e dunque ho pensato un programma molto semplice, che parte dalle basi e che potrà poi essere implementato nel tempo, arricchito, variato e così via. Si tratta di sedute che possono durare nell’intorno dell’ora (tanto anche tu il tempo ce l’hai, no?) e che andrebbero svolte almeno un paio di volte la settimana, idealmente aumentando la frequenza nel tempo.

Materiali occorrenti:
– un tappetino (va benissimo il tappeto di casa);
– un bastone da golf (non dirmi che non ce l’hai in casa, non ti credo!);
– due pesi (da 1 o 2 kg, presupponendo una persona la cui forma è ancora da costruire);
– una palla medica (eventuale).

Sono schede simili nella struttura: c’è il riscaldamento iniziale (che non va sottovalutato, proprio come il riscaldamento va fatto sempre prima di giocare o praticare), la parte centrale (addominali e braccia nel primo caso, gambe e spalle nel secondo), esercizi di sganciamento per lo swing (comuni alle due schede, perché è un movimento fondamentale nel golf) e il raffreddamento finale (come il riscaldamento, comune a entrambe).

Un paio di note:
– nelle schede ho messo un link a un video che illustra alcuni tipi possibili di esercizi di stretching, e ho sparso qua e là delle immagini volte a chiarire per quanto possibile gli esercizi; ma per il resto mi pareva inutile inserire altri link o immagini: basta cercare le parole chiave;
– i numeri dopo l’esercizio indicano il numero di ripetizioni (se “x 2” suggerisco di ripetere l’esercizio dopo una pausa di qualche secondo).

Riassumendo: ci sono due ingredienti fondamentali: la cautela e la costanza. Date queste basi tutto si può fare. Il benessere psicofisico che deriva dall’esercizio fisico è garantito.

Io personalmente, dato che la corsa, le camminate e la palestra sono escluse sine die, faccio un’ora e mezza di esercizio fisico tutti i giorni. Perché dopo sarà tutto diverso, questo è lampante; ma più saremo preparati – agili, come si dice ora – e meglio sarà per noi.

Feb 26

Per la prima volta quest’anno, e comunque per la prima volta da tanto tempo, ho provato un paio di giorni fa una sensazione intensa di flow. Ero nel bunker di pratica, un cestino da 21 palline (più una raccattata in giro – non sia mai che io veda una palla di campo pratica e la lasci al suo destino) e io, e per sei volte ho tirato quelle 22 palle, per un totale di 132 colpi. La cosa interessante è che mentre tiravo quei colpi non mi rendevo esattamente conto di quello che stavo facendo, anche se mi fermavo spesso a riflettere sulle sensazioni; e comunque la stragrande maggioranza di essi terminava molto vicino alla buca. Un paio (di fila) li ho imbucati, e non mi è sembrato punto strano.

La versione breve è che ho la sensazione di essere di nuovo ritornato a essere sicuro, concentrato ed efficace nelle uscite dal bunker, come mi accadeva diversi anni fa – almeno in pratica, perché poi la gara è una bestia di fattezze del tutto differenti. E l’obiettivo adesso è diventare più bravo. (E questa è di per sé un’ottima cosa, perché nel golf se non vai avanti non puoi che retrocedere – non è possibile rimanere fermi.)
Nel mio diario di bordo la sera ho scritto:

24 febbraio, cp Ciliegi, quando intorno a te si parla solo di Coronavirus:
in bunker, uscita standard:
1. mani molto indietro, al centro;
2. spezzare subito i polsi senza portare indietro le braccia.

E ora la versione lunga, con l’idea di dare al lettore qualche spunto per affrontare un colpo che è di fatto semplicissimo, ma che può dare parecchio tremore. Ora, come dice Ernie Els,

There’s never been only one way to get the ball in the hole efficiently.
[Non c’è mai stato un solo modo per mandare la palla verso la buca in maniera efficiente.]

Quindi ci possono essere mille strade per uscire dal bunker in maniera efficace. Ma descrivo a seguire la tecnica che uso io ora con gran soddisfazione. Mi rendo conto che una descrizione a parole contiene un livello di approssimazione molto grande, perché magari non cito caratteristiche del colpo che per me sono scontate, ma che potrebbero non esserlo per il lettore; o viceversa posso enfatizzare caratteristiche che sono scontate per il lettore ma non per me. Ad ogni modo:

1. Le linee del corpo sono aperte, ma non di molto, qualcosa come 10° a sinistra dell’obiettivo;
2. La palla è appena oltre il centro dello stance;
3. La faccia del bastone è molto aperta, molto molto molto aperta, ai limiti del pensabile, del possibile e dell’immaginabile;
4. Il peso favorisce la parte sinistra del corpo, ma non in maniera eccessiva, qualcosa come 60 – 40;
5. Affondare con i piedi nella sabbia può aiutare, ma non è strettamente indispensabile;
6. Le mani devono essere molto indietro, quasi centrali o possibilmente centrali (questo è un punto fondamentale, perché permette al bounce del bastone di lavorare nella maniera migliore), e vicine al corpo;
7. Nello stacco le mani quasi non si muovono ma si spezzano subito i polsi e si porta su la testa del bastone. Quanto su dipende ovviamente dalla distanza e da altre condizioni, ma per un’uscita standard è sufficiente che il bastone arrivi parallelo al terreno o poco più;
8. La discesa deve essere decisa e avvenire con un’accelerazione progressiva, e la velocità massima si raggiunge dopo l’impatto;
9. Le mani nella discesa devono stare il più possibile attaccate al corpo.

Dic 27

Mi prendo la libertà, nell’ultimo post dell’anno su questo blog, di parlare del mio anno golfistico. Per una sorta di riepilogo delle cose passate, come ho spesso fatto negli ultimi anni; per raccontare (e raccontarmi) un anno di avventure; e anche perché negli ultimi mesi ho rarefatto, per via di vicende personali, la mia scrittura. Ma la scrittura – al pari del golf – è per me vita.

Il libro, innanzitutto. Campo pratica è qualcosa di cui vado fiero, un libro che se non avessi scritto quest’anno non avrei scritto mai più, uno strumento che sinceramente penso utile per il golfista seriamente intenzionato a migliorare. (È difficile, lo so, e non tutti hanno la voglia di mettersi in gioco eccetera; ma chi lo vuole fare ha un mezzo in più.) Per questo sono grato ai miei compagni di avventura – Andrea De Giorgio, Roberto Cadonati e Franco Iacovitti – e all’editore Caissa Italia, e in particolare a Yuri Garrett, che ne è l’anima e che proprio oggi mi ha reso edotto dei lusinghieri dati di vendita. È un mio libro certo, ma insomma è un’opera corale – non dobbiamo dimenticare mai che, comunque vada, siamo nani sulle spalle dei giganti.

Poi, per quanto riguarda il golf giocato, ho tre cose da dire.

1. Questo è il primo anno, da che ho preso in mano un bastone da golf, in cui non ho preso nemmeno una mezz’ora di lezione. Il mio golf è cambiato con gli anni, è vero, e ora mi sento molto più a mio agio nel dissezionare il mio gioco, trovare gli errori, lavorarci su e così via. Purtuttavia prenderei volentieri una serie di lezioni (se non altro per non essere il solito calzolaio con le scarpe rotte), ma quest’anno mi hanno frenato essenzialmente problemi di denaro (“è più prosa che poesia”, direbbe Rino Gaetano). Ma se, come mi auguro, riuscirò a risolvere a mio vantaggio la lotta con l’euro, sono sicuro che nei prossimi mesi quest’astinenza finirà.

2. Come nel 2011, ho vinto entrambi i campionati match play (scratch e pareggiato) del mio circolo. “Ma non c’era nessuno!”, mi si dirà. Potrebbe essere vero, e in effetti una volta soltanto – nella semifinale dello scratch – ho patito l’avversario e magari avrei anche potuto perdere. Però chi non partecipa ha torto a prescindere (o quantomeno non dovrebbe avere diritto di parola sull’argomento); e comunque io mi sono preparato in maniera specifica per queste gare (che adoro!); e averle vinte entrambe, e aver messo ancora per quest’anno in fila i ragazzi (per il prossimo si vedrà), è una discreta soddisfazione per me.

3. Per due volte quest’anno sono andato sotto par in gara (mi era già successo una volta l’anno scorso, ma ero da solo). (Qui il racconto di una delle due giornate.) Anche qui le attenuanti sono tante, prima tra le quali il fatto che il campo, il mio campo, non è un campo da campionato. Ma intanto tirali tu 71 colpi! Poi si vedrà. Del resto io non mi misuro con i ragazzi, con cui non c’è partita, ma principalmente con i senior: l’aver cominciato a 36 anni comporta il fatto che la mia visione del golf, e parallelamente quello che realmente posso fare nel golf, ha dei limiti oggettivi e forti. Cionondimeno l’esempio del mio dolce mito e la chimera delle 10mila ore sono sempre dinnanzi a me.

Detto tutto questo, il mio handicap attuale è 4,2 e quello di inizio anno era 4,4 – ovvero altissimo, poche balle. Sono sceso a 3,5 ma non sono riuscito ad andare oltre. Manca il denaro, gli anni sono quelli che sono, tutto quel che vuoi; io però mi sento sempre come il Piccolo principe, e voglio continuare a coltivare la mia rosa.

Taggato:
Ott 26


Viene un tempo, ora, in cui è vero che si gioca a golf ancora quasi come se si fosse in estate, ma il cambio dell’ora, le temperature decrescenti e la luce declinante sono fattori limpidi di ciò che sta per venire. Anche le gare stanno terminando (magari lasciano il posto a qualche gara goliardica o poco più, ma il golf “serio”, quello fatto per il risultato, è alle spalle). È tempo dunque di pensare alla stagione che verrà. È questo, l’incipiente mese di novembre, il periodo migliore per pensare ai cambiamenti che desideriamo apportare al nostro gioco e per visualizzare i miglioramenti che avremo.

È presto? Forse. Più avanti penseremo al golf decembrino, ma per adesso potrebbe venirci in soccorso padre Dante (Purgatorio, III, 78):

Ché perder tempo a chi più sa più spiace.

Che cosa significa questo, in pratica? Ecco un paio di spunti, che poi ciascuno adatterà a sé come vorrà.

1. Un obiettivo davanti a sé

Ciascuno avrà le sue risposte, ma per me pensare alla stagione successiva significa da anni una cosa innanzitutto: il Trofeo Sanremo, gara che da decenni si svolge l’ultimo fine settimana di gennaio, 36 buche medal che sono una manna per i golfisti del nord che d’inverno di fatto possono giocare pochissimo. E anche se anni fa ci entravo senza problemi (e ricordo il risultato magico del 2011), mentre negli ultimi è stato sempre un patimento quello del trovarmi escluso – quest’anno ventesima riserva, per dire – , finita la stagione metto sempre quella carota davanti a me a mo’ di sprone per quel che verrà. Sentire quell’aria tepida, o la neve che può scendere leggera, o la pioggia, ma comunque la luce di quel campo, la casa di Casera, le memorie che conservo care di Marco Mascardi, il primo post di questo blog, circa mille anni fa e quell’aiutante magico che in quella stessa occasione mi portò lassù sono tutti incentivi a pensare avanti, a diventare il golfista più bravo che io possa diventare (anche adesso, coi capelli sempre più grigi, la vista che cala, gli sconvolgimenti che prendono dal di dentro la mia vita e la scuotono e la sconvolgono come tempesta). Ovvero, come disse Ben Hogan ad un giovanissimo Gary Player al termine dello US Open del 1958 in cui Player era giunto secondo:

– Bravo ragazzo, ben fatto; diventerai un grande giocatore. Esercitati tanto.
– Certo, pratico almeno quanto fa lei, Mr Hogan.
– Bene. Ora raddoppia.

Quindi: qual è il tuo prossimo obiettivo? IL sogno che da dentro ti consuma?

2. Un cambiamento tecnico preciso

Può essere una parte dello swing (anche se non facciamoci ingannare: lo swing è il primo pensiero quando si pensa al golf, ma lo swing è solo una parte, e nemmeno tanto grande, del golf), possono essere gli approcci da 40 metri, possono essere i putt da un metro (senza dubbio il colpo più difficile che ci sia). Ma potrebbe essere anche la preparazione fisica, o anche l’alimentazione, o la gestione strategica delle gare. Il concetto è: scegliamo qualcosa in cui vogliamo migliorare, facciamo un piano e diamoci una scadenza. E diamoci dentro, perdio!

Quindi: qual è il tuo prossimo cambiamento tecnico? Su che cosa lavorerai nei mesi a venire?

Insomma: a breve ci attenderanno mesi che apparentemente sono in netto contrasto con il golf, ma che di fatto sono il periodo in cui si possono sperimentare cambiamenti che daranno i loro frutti nella stagione. La pratica può procedere tranquilla, perché non necessita di risultati immediati ma è sostenuta da una visione di respiro ampio. Magari poi non si concluderà nulla, o magari sì; ma questo, in fondo, non è importante. Perché anche il golf, in sé considerato, non è importante; invece è importante, è fondamentale la tua idea di golf, il tempo e la passione che tu hai messo, metti e metterai nella pratica golfistica. Il Piccolo principe torna sempre:

C’est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante.

Alla fine l’handicap è una stelletta che ti rende fiero ma di cui agli altri non importa nulla. E comunque avere il tempo di “scolpire” il movimento, di provare e riprovare è il bello, il vero bello, del golf fuori stagione.

Ago 25


Be’, in realtà non so se si può definire il colpo più difficile in assoluto, ma certamente è catalogabile tra i 4-5 più complessi. Sto parlando dell’approccio da 30-40 metri; anche se siamo in fairway e con bandiera scoperta, il grado di difficoltà rimane elevato perché è un colpo (o, più precisamente, un mezzo colpo) dove il controllo deve essere massimo.

Qual è un buon risultato? Prendendo come misura i 40 metri, considero che il colpo è ottimo quando l’errore non supera il 5%: ovvero quando la palla si ferma entro i 2 metri dalla bandiera. (Per definire un colpo come “buono” possiamo calcolare un margine d’errore del 10%: ma sappiamo bene che le percentuali di palle imbucate dai 4 metri rispetto ai 2 stanno in una categoria completamente differente. Insomma è un colpo salva-par, e al contempo un toccasana per l’autostima golfistica.)

Ieri sera, in un momento di intenso flow, l’ho messo a punto. (Anche se sarebbe più corretto dire che quel che ho “scoperto” ieri è frutto di tentativi ed errori che vanno molto indietro nel tempo.) Ecco come lo eseguo io:
– bastone: 60° (io adoro il lob, ma anche il sand è perfetto al caso);
– peso 65-35 (ovvero favorire l’appoggio sul piede sinistro, per un attacco più verticale);
– palla centrale (ho scoperto che non serve metterla più avanti, anzi è probabilmente deleterio);
– bastone impugnato normalmente (non serve impugnarlo più corto);
– mani molto vicine al corpo (no, di più – questo è un punto fondamentale);
– mani molto indietro, quasi centrali (in questa maniera il bounce fa pienamente e bene il suo lavoro);
– attaccare il colpo (ovvero accelerare con decisione all’impatto – il punto di massima velocità è appena dopo l’impatto, non prima);
– finire il colpo (questo permette alla palla di volare alta).

Per variare la distanza, ovvero per colpi più corti o più lunghi, basta semplicemente modificare la lunghezza del backswing, mentre tutte le altre condizioni restano invariate.

preload preload preload
© 2024 Gianni Davico  Licenza Creative Commons