Mar 20


“Il Mondo del Golf Today”, marzo 2019, recensioni:
John Williamson, Born on the Links. A Concise History of Golf, 2018, 273 pp.;
Corey Lundberg – Matt Wilson, Better Faster. The Modern Golfer’s Blueprint for Getting More from Less, 2017, 120 pp.

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Feb 07

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Cesare Pavese, I mari del Sud

TPC Valencia


Scrivo questo post per mettere una sorta di pietra miliare al mio golf. In questo stesso giorno di quindici anni fa prendevo in mano per la prima volta in vita mia un bastone da golf per la prima lezione. Oggi cerco di volgere lo sguardo al passato per capire un pochino che cosa hanno significato questi 5.479 giorni, e nel contempo di proiettarmi con lo sguardo al futuro.

Il golf mi ha cambiato tanto. Mi ha dato, com’è ovvio, divertimento e amici; è stato soprattutto una sfida con me stesso, io novello Don Chisciotte che non si vuole arrendere nemmeno davanti all’evidenza più lampante; è stato, ed è, e immagino diventerà sempre di più in futuro, un lavoro, sia pure di una categoria sublime, immaginifica e creativa.

Ero un giovane uomo allora, ora sono un uomo di mezza età con i capelli grigi (“Ma nel cuore / nessuna croce manca”, direbbe Ungaretti; e anche se questo non è in linea col discorso è comunque un punto fondamentale).

Ho cercato la foto più antica che io abbia mai scattato relativa al golf. Era domenica 19 giugno 2005, l’unica volta in cui io ho giocato negli Stati Uniti, grazie al mio amico Don (sul quale si aprirebbero finestre e storie infinite, che in gran parte non saranno mai raccontate). Ricordo che il mio handicap era intorno al 30 allora, e il golf era un bel passatempo.

Poi è diventato un affare serio, anche se io da subito mi nascondevo alla vista di terzi per non fare vedere il mio gioco orribile (il primo anno andavo spessissimo ai Ciliegi alle 7:30 di mattina, ero un vero, ancorché inconsapevole, dewsweeper). Alla seconda gara, era settembre, presi l’handicap, e di quel giorno ricordo solo le due Inesis spedite in acqua sia alla 9 che alla 18.

Poi tutto il resto. Il desiderio di diventare professionista, l’aver giocato per una settimana a fare il pro, le clinic con Andrea e Roberto, le varie collaborazioni con le riviste di golf.

Questo blog, che ha compiuto da poco dieci anni.

Lo studio del golf sopra tutto, l’idea di essere un perenne studente dello swing (e del putt, e del putt). Le 6mila ore passate in campo pratica, il freddo il caldo la solitudine la soddisfazione la gioia. (E quel lato del carattere che mi manca, o quantomeno mi è mancato fino ad ora, ovvero l’essere compagnone e amico dei compagni di gioco, ovvero avere lo sguardo non rivolto dentro di me ma all’esterno. Bere una birra con gli amici per il sapore e il piacere dello scambiare quattro chiacchiere con loro, dimentico di qualunque altra cosa.)

Il golf è stato una moltitudine di sensazioni, per me. Non rimpiango nulla.

E il futuro, ora che sono nel mio cinquantaduesimo anno di età, è un po’ più breve di allora, ma non per questo meno interessante. Mi mancano tre anni e mezzo e 4mila ore di pratica. A cinquantacinque anni vedrò la fine dell’arcobaleno – o almeno questo è il sogno che mi è rimasto nel sangue; e se non lo vedrò pazienza. Don Chisciotte, Ben Hogan e il Piccolo principe: questo è il golf per me.

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Dic 22


“Il Mondo del Golf Today”, dicembre 2018, recensioni:
John Hoskison, A Golf Swing You Can Trust, 2017, 88 pp.;
John Hoskison, No Hiding in the Open. A Journey in Professional Golf, 2013, 160 pp.;
Kevin Sverduk, The Performance Mindset. A Process-Focused System for Golf Excellence, 2017, 204 pp.

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Nov 28


“Il Mondo del Golf Today”, novembre 2018, recensioni:
Karen Palacios-Jansen, Golf Fitness, prefazione di Gary Player, 2011, 219 pp.;
Oliver Horovitz, An American Caddie in St. Andrews, 2014, 322 pp.

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Ott 18

Il golf, a volte, va interpretato. Oggi desidero proporre un’idea di allenamento differente dal solito, e valida soprattutto per gli handicap bassi.

Per farlo prendo spunto da un paio di libri.

Il primo è Tour Mentality, di quel gran signore e splendido professionista che è Nick O’Hern, e che ho recensito su “Il Mondo del Golf Today” di settembre (qui la pagina). Nick parla della Three-Club Challenge, ovvero di andare in campo con tre soli ferri, il che ti costringe a essere creativo perché non potrai coprire tutte le distanze. La situazione ti costringerà veramente a pensare fuori dagli schemi, e ti aiuterà molto quando poi il risultato conterà davvero e avrai un colpo non standard.

It’s great for your imagination. You’ll probably really struggle the first time out, but keep at it, and your results will improve. It gets you feeling like a kid again, playing for fun.

Like a kid again, non è una cosa da poco.

(Bubba ne ha tirati 81 con un bastone solo, per dire.)

Il secondo l’ho da poco terminato: An American Caddie in St. Andrews, la cui recensione uscirà in novembre. L’argomento è differente ma l’approccio è identico:

There’s something about caddying for other golfers that forces me to examine the course like I never have while playing. Stripped of the attention to golf swings, I’m free to think about the humps and the hollows. When I run fifty yards ahead of my golfer to forecaddie his approaches into the fifth and thirteenth, I see bounces and incoming shots for the first time. My golfers are playing this course once […] but for me, the shots are part of a long-running series. Patterns form; common mistakes become obvious. Every day, mini-epiphanies strike.

Patterns form. Questo è il punto. Patterns form.

Perché questo succede quando ripeti un gesto per diecimila volte, esaminandolo da ogni lato: vedi le sottigliezze, le complessità, le difficoltà. Impari come superarle, o almeno aggirarle.

Questo ho fatto questa mattina. Questa mattina sono andato al mio circolo con un’idea molto specifica: fare nove buche utilizzando solo due bastoni, il ferro 5 e il 60°. E così ho fatto. Ho fatto circa undici buche (il conteggio non è preciso perché in un paio di casi non le ho terminate, dovendo saltare gruppi regolari che ovviamente andavano a una velocità differente). Ho finito con un birdie quasi senza sforzo, in perfetto flow, alla 9 (ferro 5 a 160 metri, ferro 5 a un metro e mezzo, 60° di lama a imbucare); ma questo non ha importanza alcuna. Ha importanza, invece, e come!, il fatto che affrontare un campo con strumenti insoliti ti aiuta a pensare in modo creativo. Prova!

Ott 04


… per la prova campo di questa gara, una gara dove essendo circa 70ª riserva ero (e sono) assolutamente certo di non partecipare. Ma Margara è un campo bellissimo, e come già fatto in passato non volevo perdere l’occasione di fare un giro, sia pure fine a se stesso, ovvero fatto per me soltanto, soltanto per la gioia del giocare.

Sono partito alle 8:52. Ero il primo del giorno ed ero da solo, e ho preso subito un bel ritmo. Non pensavo a nulla altro che fare un bel giro senza metterci troppo tempo. Ed essere partito per primo da solo chiaramente aiuta in questo.

Tra le altre cose tra il serio e il faceto pensavo perché non danno una wildcard a un senior come me, o più precisamente al progetto delle 10mila ore?

Le idee, anche extra golfistiche, scorrevano fluide. Perché è questo che fanno i pensieri quando sei da solo in un campo da golf la mattina presto, concentrato senza essere concentrato, libero e sereno, ovvero in uno stato di flow: fluiscono liberamente, senza soluzione di continuità. E allora io questa mattina ho semplicemente annotato i pensieri che affioravano alla mente man mano che il giro procedeva, senza preoccuparmi del fatto che fossero positivi o negativi, utili o meno. Semplicemente li annotavo e andavo avanti.

I bogey non mi davano fastidio, i par salvati mi davano grande gioia.

La velocità dei green era 3,14, che a parer mio è una specie di quadratura del cerchio, un pi greco dei green. Perché i green erano molto veloci e comunque perfetti, e queste due condizioni insieme significano che un bravo pattatore avrà un vantaggio notevole. Infatti la palla rotolava benissimo e io mi sono trovato ottimamente, a differenza per esempio di quanto successo a Vigevano, dove per quanto la colpivo forte non arrivavo mai alla buca (e la frustrazione era immensa, col risultato di aver deciso che non voglio più fare gare della Federazione che hanno green lenti perché mi farei solo del male).

Alle 10:30 ho completato le prime nove in 37 colpi, senza alcun disturbo esterno. Alle 12:04 ho messo dentro l’asta alla 18: 3 ore e 12 minuti per 77 colpi (dai gialli, che ho scelto perché mi parevano più adatti al mio momento). Grande divertimento, o per meglio dire intenso flow.

Esperienza esaltante, semplice ed elegiaca, in perfetto flow. Domani non prenderò parte alla gara ma va bene così.

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Ott 02

Con la prossima stagione ritornerò ai Ciliegi.

Ho passato alla Margherita quattro anni splendidi, di cui ricordo con piacere moltissime sensazioni e pensieri: gli amici conosciuti, le sfide infinite, il campo sempre magnifico, le gare vinte e quelle (tante) perse, lo studio matto e disperatissimo dello swing, del gioco corto e del putt. Ero passato alla Margherita con l’obiettivo di fare un salto di qualità (leggi handicap più basso, ovvero – leggi meglio – “due virgola stabile”), ma non ci sono riuscito. È vero, oggi la conoscenza del mio swing è molto più solida, e sono sempre determinato a completare le 10mila ore di pratica concentrata entro i miei 55 anni di età per vedere la fine dell’arcobaleno; ma i risultati al momento esprimono un concetto differente. (Non importa, io e la mia rosa andiamo diritti per la nostra strada.)

Ora torno là dove sono partito, il 7 febbraio 2004, per alcuni motivi molto prosaici.

La questione economica: sono anni difficili, questi, da un punto di vista economico. Certo questo non c’entra nulla col golf giocato, ma per quanto il golf rivesta un ruolo centralissimo nelle seconde nove della mia vita non posso dimenticare le mie responsabilità.

La questione logistica: la differenza di dieci minuti pare una sciocchezza, ma moltiplicala per qualche centinaio di volte e inizia ad assumere un certo valore.

Anche l’atmosfera molto familiare dei Ciliegi ha avuto il suo peso nella decisione.

L’idea per il futuro prossimo è in due parole questa: tenere i Ciliegi come base di allenamento e continuare a inseguire quell’elusiva araba fenice del due virgola stabile attraverso le gare della Federgolf, sempre secondo il principio guidante che il tuo handicap è reale se lo giochi grossomodo in tutti i campi dove vai. E poi la gara della domenica al tuo circolo può essere divertente, a volte; ma la formula di prova campo + due-tre giorni medal esprime ottimamente l’idea che ho io di golf come competizione con se stessi.

Insomma per me è un cambiamento importante, che faccio con un misto di piacere e rammarico. La sfida con me stesso continua.

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Set 25


C’è, nella pratica dello swing, un punto che viene spesso trascurato: lo sweet spot.

Il fatto è che i bastoni moderni – grazie al concetto di peso perimetrale – perdonano parecchio i colpi presi fuori centro, e dunque la differenza tra un impatto nel perfetto centro e uno in una qualunque altra parte della faccia è sopportabile, nel senso che spesse volte produce un colpo più corto e non diritto ma comunque accettabile.

E tuttavia, nell’ottica del diventare i golfisti migliori che possiamo diventare, non è un punto che possiamo sottovalutare (anzi, si tratta proprio del punto per eccellenza). Il nostro impegno, la nostra araba fenice, deve essere quello di cercare di colpire la pallina sempre nello sweet spot.

Questo articolo, uno tra i tantissimi, illustra in maniera chiara e concisa dove si trova lo sweet spot. La foto qui sopra è a un mio vecchio ferro, dove con un pennarello ho segnato il punto di cui stiamo parlando. Lo dico per essere sicuro di essere sulla stessa lunghezza d’onda con i miei venticinque lettori.

Ora: capire come fare per colpire la pallina sempre nello stesso punto della faccia è un discorso complesso che coinvolge studio, lezioni e una vita intera; ma noi abbiamo degli strumenti molto elementari per – prima cosa – renderci conto del punto di impatto. (Da qualche punto dovremo pur partire.) Usando un semplice accorgimento ci possiamo rendere conto di come, di fatto, tendiamo a colpire la faccia molto spesso nella stessa zona.

(O, direbbe Pavese,

– Come, – gridò Pieretto nel vento, – non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.)

Se questo è il caso, siamo fortunati perché la soluzione è semplice.

Come fare? Il sistema migliore che conosca, quello più economico, rapido e preciso, consiste nell’applicare delle etichette bianche adesive alla faccia e poi segnare con un pennarello indelebile un puntino sulla parte posteriore della pallina del campo pratica, verso il basso. Esaminando la faccia dopo il colpo otterremo un feedback immediato e preciso. (Il passo successivo potrà essere quello di cercare di indovinare la zona di impatto prima di esaminarla: un ottimo esercizio per conoscere meglio e più a fondo il nostro proprio swing.)

Le etichette si trovano in vendita, per esempio qui; un sistema alternativo è lo spray, per esempio questo; ma le etichette “casalinghe”, che si possono fare ritagliando dei fogli adesivi, sono molto più economiche e garantiscono lo stesso risultato.

Io le uso ogni tanto. La settimana scorsa ho fatto uno studio con il driver, e ho capito che tendevo a colpire la palla nella parte in alto a sinistra della faccia (guardandola di fronte). Ora, una vera soluzione consisterebbe nell’arrivare nel centro della faccia partendo dal centro della faccia, e comunque questa può essere una tendenza momentanea; ma il mio problema – che è lo stesso di tanti golfisti – è che un movimento talmente radicato da essere automatico potrebbe essere cambiato solo con una quantità esagerata di pratica aggiuntiva, ancora più esagerata delle mie migliaia di ore passate in campo pratica.

Allora, di conseguenza, ho provato a mettere il tee quattro millimetri più in basso e un centimetro più verso l’esterno. Il risultato, non stranamente, sono stati colpi presi molto più vicini allo sweet spot. (A questo punto del mio golf non mi interessa più puntare a uno swing da copertina, ma mi interessa soprattutto un risultato efficace.)

Non esiste un toccasana universale, e il nostro swing sarà sempre un work in progress. Però conoscere la tendenza dell’impatto è un ottimo punto di partenza per migliorarsi.

Set 15


Strana bestia, il golf; strana forte. E crudele.

Ieri, al secondo giorno di questa gara (per quanto rientrante nel clima rilassato dell’Agis, si tratta pur sempre di un campionato nazionale, sono pur sempre gli A1), mi sento bene e parto bene. Faccio qualche errore di troppo, ma alla 10 sono a +2 – niente che possa passare alla storia, ma qualcosa di più che discreto. Non ho nessuna paura, gioco libero e tranquillo, accetto gli errori e passo oltre.

Alla 11 ho il putt per il birdie da 9 metri forse, in discesa. Calcolo male la distanza e mi ritrovo con un putt da tre metri, che lascio di nuovo corto. Bogey e +3. Pazienza, si va alla prossima.

Che è un par 5 senza grandi difficoltà (il giorno prima avevo fatto birdie, per dire). Dove mi parte un colpo basso a sinistra tra gli alberi – avrò fatto 80 metri. Ripensandoci a distanza, sentivo che qualcosa non andava in quel momento, non ero del tutto connesso con il movimento. Ma non importa, gioco per il bogey e con il quarto sono in green da 6 metri. Altri tre putt, e doppio. Comincio a innervosirmi.

La 13 del Torino blu è un par 3 impegnativo, in discesa e con acqua davanti. Anziché giocare il 6 impugnato corto, che sarebbe stato il bastone corretto, compio un altro errore mentale e opto per il 7 sparato al massimo, per difendermi dalla mia adrenalina. Palla in acqua a sinistra e prevedibile altro doppio bogey.

Non importa raccontare le altre cinque buche, dove ho perso altri otto colpi; lasciamole all’imperituro oblio. Ma importa il numero finale, un orribile 87; importa la differenza tra prime (+2) e seconde nove (+13); importa soprattutto la qualità dei miei pensieri nelle ultime sette buche. Perché in tutte quante ho provato allo spasimo a tornare alla serenità precedente, ma invano.

Ma com’è possibile, mi chiedo, fare due parti di gara così completamente diverse tra di loro? Come se a metà della 11 Gianni se ne fosse andato, e fosse arrivato al posto suo un golfista poco abile che non conosco. Io non sono così scarso!

Quindi la chiave è la mente (nulla di nuovo in questo, ma è per chiarire). Infatti sempre più spesso andando in campo pratica mi accorgo che non dovrei andare in campo pratica, se voglio veramente migliorare, ma in campo pratica mentale. Ovvero il punto è allenare la testa a guidare il corpo a fare i movimenti corretti (l’ho detto millanta volte, da ultimo qui). E con tutta la pratica che ho alle spalle posso onestamente dire che i movimenti corretti sono acquisiti, mentre i “movimenti mentali” a volte no. E questo fa tutta la differenza del mondo. Perché non c’è altra spiegazione per cui io faccia cinque volte tre putt in otto buche, se non pensare alla testa che, ieri, non sono riuscito più a guidare.

Però dov’è il campo pratica mentale?

In ogni caso, sono già abbondantemente nelle mie seconde nove della vita (e quindi già col fisico avrò i miei problemi, negli anni a venire), almeno nel golf voglio guidare e non essere guidato.

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Set 01


È una sciocchezza, lo so; ma per me, novello Peter Pan, antico Piccolo principe, la mia rosa è molto importante, dà significato a tante altre cose che mi stanno intorno.

Oggi compio gli anni (cinquantuno? avrei mai immaginato, da ragazzo, che si potessero avere così tanti anni?) e ieri mi sono fatto un regalo: per la prima volta in vita mia ho concluso un giro intero sotto par.

Ero partito a metà pomeriggio per un giro in solitaria ai Ciliegi. Il campo era insolitamente vuoto (probabilmente la temuta pioggia, che poi sono state due gocce due, ha tenuto lontani molti golfisti – mentre prova a fare un giro da solo ai Ciliegi in qualunque momento di qualunque giorno, te lo raccomando), e io ero molto tranquillo. Sono stato molto veloce nelle prime buche; ho mancato i primi tre green su quattro ma sempre recuperato, e dopo sei par faccio birdie alla 7 (abbastanza scontato, data la semplicità della buca) e poi alla 9, con un putt di quindici metri tirato millimetricamente e scientificamente, anche se non puoi dire che il caso non giochi la sua parte nel fatto che la palla scompaia in buca da distanze del genere. Per prendermi in giro in casi come questo penso a Fahrenheit 9/11 di Michael Moore e a George W. Bush: “Somebody gonna say nice shot?”

Sono seguiti altri par dalla 10 alla 14. Alla 15 per troppa adrenalina ho volato il green e fatto bogey, compensato dal birdie alla 16. Alla 17 faccio un bel par, però recuperando in una buca di per sé senza difese (il carattere come fai a cambiarlo? io sono sempre in recupero). Alla 18 tiro un ibrido a sinistra sotto le piante, e non ho vista sulla bandiera. Tiro un 52° al 110% per arrivare in green, però sono – come prevedevo – lontanissimo; un bel primo putt da forse diciotto metri mi lascia il secondo a un metro e mezzo in discesa. Lo studio ma lo sbordo – “se era dritta era in buca”, come dico ogni tanto anche in contesti non golfistici per prendermi e prendere in giro chi dice delle ovvietà. Ma sono 71 colpi, ho fatto quello che volevo.

I dati:
– colpi: 71 (3 birdie, 13 par, 2 bogey)
– fairway presi: 72% (10/14)
– green in regulation: 61% (11/18)
– up & down 86% (6/7)
– putt: 29

Le sensazioni: dall’inizio del giro, dopo le prime 3-4 buche, avevo già in testa l’obiettivo di completare un giro sotto par. Sono stato molto calmo per tutto il giorno, tranne le quattro buche finali dove un po’ di ansia mi è venuta; ma ho saputo tenerla a bada. L’aria era leggera e fina, io ero in pace e mi godevo quel che vedevo intorno a me.

Va detto che il campo è in questo momento semplice: le partenze erano abbastanza avanzate, e il terreno secco lo rende quasi simile a un links. E poiché sto terminando la lettura di questo libro, la cui recensione uscirà su “Il Mondo del Golf Today” di settembre, a tratti mi immedesimavo in Tom Coyne. Cionondimeno, il giro va fatto.

Inoltre, non ho praticato per nulla ieri. Settantuno sono i colpi totali che ho tirato in tutto il giorno. La mia conclusione è che sul lungo periodo l’handicap è certamente espressione reale delle tue capacità golfistiche, ma il singolo giro è del tutto aleatorio (basta un brutto rimbalzo, per dire, e dal birdie al bogey è un attimo).

Quattro anni fa scrivevo che sapevo che l’avrei fatto. Ieri mi sono fatto un regalo e così è stato.

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