Lug 15


Ho appena finito di leggere – ma dovrei dire meglio: gustare – questo bel libro di John Richardson. È la storia di un golfista della domenica che, a dispetto dei tantissimi pareri contrari, decide di imbarcarsi in un’avventura decisamente fuori dagli schemi: girare in par lordo nel suo campo nel giro di 12 mesi.

Mi ha compito molto e ne parlo volentieri per due ragioni:

– perché mi immedesimo decisamente nell’autore: e questo perché il mio progetto – partecipare alla gara che può dare il “passaporto” da professionista entro il 2012, passare il taglio e poi decidere se perseguire quella carriera oppure no (ma, punto estremamente importante per me, solo dopo aver passato il taglio) – ha molti tratti in comune con quanto Richardson ha realizzato;

– perché uno dei capisaldi dell’autore è la convinzione che i detrattori saranno sempre pronti a svalutare un progetto al di fuori dei canoni comuni, non tanto perché non vorrebbero il tuo successo, ma soprattutto perché esso confermerebbe la loro mediocrità – e questo sarebbe decisamente troppo da sopportare.

Ecco alcuni passi che mi hanno colpito più di altri:

My heroes have always been those people who insist on doing things their own way, in face of all opposition, with flamboyance and perhaps an element of ‘screw you’ (p. 94).

[parla la figlioletta di 7 anni] ‘And that’s why you did that stupid and embarrassing swinging when we were in Tesco and the lady in the queue looked at you like you were a bit mad?’ (p. 122)

And be sure to ignore anyone who say it isn’t possible. Just go for it. (p. 184)

In una parola è una lettura piacevole, e non solo da un punto di vista golfistico.

John Richardson, Dream on: One Hack Golfer’s Challenge to Break Par in a Year, Skyhorse Publishing, 2010, pp. 192, EUR 21,96.

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Lug 07

Prima di lasciare i miei bastoni a riposare qualche settimana e rinnovare lo spirito nella mia seconda patria, la Corsica, ho preso parte lo scorso fine settimana alla patrocinata di Castelconturbia, i cui risultati – quantomeno per me – si sono rivelati ancora una volta (casomai ce ne fosse bisogno) una metafora della vita.

Primo giorno: arrivo tutto caricato, faccio tutta la mia routine di preparazione tecnica e mentale (e il giorno prima avevo fatto la prova campo): col risultato che ne tiro 91, con un quadruplo bogey alla 17 dove tra il caldo e la mia incapacità di tirarmi fuori dai pasticci mi scappava persino la voglia di finire la gara.

Sono quindi in bassa classifica e senza nessuna speranza per il giorno dopo. Però la sfida con me medesimo è avvincente, non posso tirarmi indietro. La differenza è che la prendo mooolto più alla leggera: arrivo al circolo mezz’ora prima della partenza, non passo nemmeno dal campo pratica ma faccio solo qualche minuto di stretching, dieci minuti di putt e un po’ di preparazione mentale. Ed ecco i risultati:

colpi: 79 (1 birdie, 9 par, 8 bogey)
fairway: 62% (8/13)
GIR: 61% (11/18)
putt: 36 (di cui 3-putt: 3) [per me sono tantissimi – 5 sopra la media –, ma i green di Castelconturbia non sono una passeggiata di salute per nessuno]
punti Stableford: 38
nuovo handicap: 5,3

Quel che mi rimane di questa giornata è, in una parola, la sensazione di calma olimpica che mi ha accompagnato da appena sveglio al termine della competizione, quell’oggetto fantomatico, evanescente e meraviglioso che si chiama flow e che tutti i golfisti, consapevolmente o meno, ricercano sempre nelle loro prestazioni. Una metafora della vita, appunto.

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Giu 24

In questi sette anni di golf ho avuto modo di giocare in una quarantina di campi: non moltissimi, ma sufficienti per farmi un’idea. Il ragazzo vanitoso come un gatto che è dentro di me ha pensato allora di stilare una mia personalissima classifica dei 5 campi più belli, sulla scia di quel che avevo fatto tempo addietro per i libri, e prendendo a prestito il nome dalla Hot List di “Golf Digest”.

5. Les Dunes (Agadir – non mi risulta che abbia un sito), tipico campo da vacanza ma che per me ha un valore particolare legato alla buca 4, un par 5 che ricordo molto bene per aver messo in pratica alcuni insegnamenti dei miei maestri (lo stato associato, il calore del sole sopra di me, le sensazioni visive e così via).

4. Is Molas, Pula, tracciato relativamente lungo ma decisamente gradevole, splendido campo da campionato.

3. – I Ciliegi, Pecetto Torinese (potevo escludere il “mio” campo?), un 9 buche stretto e tecnico, perfetto per imparare a giocare a golf perché ti costringe a essere preciso con i ferri e soprattutto nel gioco corto.

2. Golf Club Cuneo, il campo dove per la prima volta sono sceso sotto gli 80 (77 per la precisione), e che trovo gradevole perché è largo, un campo per “picchiatori” ma che ti lascia giocare.

And the winner is…

1. Sanremo, che credo sia il primo campo a parte il mio circolo su cui abbia messo piede, e che adoro per la storia che rappresenta e per l’atmosfera di vero golf – “inglese”, vorrei dire – che vi si respira.

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Giu 14


Se volessi fare una sorta di yogiberrismo, potrei dire che la gara dopo alla gara prima può in teoria essere più difficile, ma in pratica anche no.

Questo per dire che la gara di sabato scorso ai Ciliegi, svolta in condizioni del tutto simili a quella del sabato precedente – campo perfetto, amici come compagni di gioco, tempo buono – poteva portare in maniera normale ad una virgola: invece sono ancora sceso di handicap (sia pure di poco, da 5,7 a 5,5).

Il risultato finale è stato un +5 che mi soddisfa, anche se ho fatto un errore grave (ma che anche a pensarci dopo non recrimino, e dirò ora il perché) alla 16.

Dopo aver fatto birdie alla 15 ero a +2 lordo. Alla 16 – un par 5 corto – tiro un bel legno 3 dal tee, che però è leggermente a sinistra e mi lascia un colpo di 170 metri alla bandiera. Ho una pianta che mi impedisce una visione completa. In sostanza non visualizzo il colpo, e l’errore è qui: voler insistere a effettuare un colpo che non si visualizza in maniera chiara e completa nella mente.

Decido comunque di tirare un ferro 6, che naturalmente sbaglio (chiudendo il colpo); e poi non riesco a recuperare, finendo con un doppio bogey e un 3-putt dettato solo dal fatto che ero ancora scosso dall’errore. Errore che si è trascinato alla buca dopo, dove ho fatto bogey. Par alla 18 e risultato quindi di +5.

Tuttavia, anche pensandoci dopo, sono convinto di aver fatto bene a provare il colpo: e questo per il fatto che la mia finestra è ormai decisamente stretta, che devo giocare all’attacco ogniqualvolta sia possibile perché sono ben pochi gli errori che posso commettere.

In sostanza: bisogna che giochi spesso per il birdie, e non per un tranquillo par. Ottenerlo, ovviamente, è ben altra cosa: ma il punto è di avere la disposizione mentale per tendere ad un obiettivo raggiungibile e ambizioso.

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Giu 06

La gara ai Ciliegi, ieri, non era cominciata nel migliore dei modi: par – bogey – bogey, ma io ero comunque tranquillo. Un birdie alla 7 e il par alle altre buche mi fanno arrivare alla 9 con un risultato di +1 lordo (-3 netto). Sono tranquillo.

Alla 10 un legno 3 dal tee tirato male provoca un altro bogey, e alla 11 comincio ad avvertire netta la stanchezza. Una provvidenziale banana – le banane contengono potassio – mi porta del sollievo. Sono calmo, il campo mi sembra facilissimo, tutto mi riesce come voglio.

Seguono alcuni par e un birdie alla 14. Alla fine della 15 intuisco di essere già a 36 punti stableford, e che tutto quel che verrà in più sarà come manna dal cielo.

Alla 16 la scelta è se rischiare per il birdie o giocare per il par in sicurezza: opto per la seconda via. Par alla 17, arrivo alla 18 senza sentire stanchezza o pressione: è come se i colpi partissero da soli. Col ferro 4 dal tee sono in centro pista, a 110 metri dalla bandiera. La scelta è tra un 52° tirato al massimo o un pitch controllato: il pitch mi dà in quel momento più sicurezza. Due prove e via: la palla atterra a 50 centimetri, si ferma a 30 centimetri dall’asta. Tap in, birdie, 72 colpi. Mi godo il momento, la pace interiore dentro di me; tanti amici si complimentano e mi sento appagato e felice.

I dati:
– colpi: 72 (3 birdie, 12 par, 3 bogey)
– fairway presi: 8/14
– green in regulation: 12/18
– putt: 28 (di cui 3-putt: 1)

I crediti: in campo c’ero io, ma di primo acchito mi vengono in mente almeno tre fattori ausiliari:

il mio maestro, il suo supporto e i consigli che mi dà da oltre un anno e mezzo;

Giuseppe Lazzarotto, che amichevolmente potrei definire “il re della sautissa” per lo spirito allegro e goliardico che anima il suo circuito golfistico, che ieri ha giocato con me ed è stato un compagno tranquillo e brillante;

– Gabriele, il nostro greekeeper, che ha preparato un campo magnifico.

Non dimentico neanche le lunghe – e per me assolutamente divertenti – sessioni in campo pratica, le oltre mille palle che tiro al mese in quel luogo che è diventato una sorta di seconda casa per me.

Nei prossimi giorni penserò a obiettivi nuovi, al futuro, all’handicap che adesso è di 5.7; ma per ora mi godo il momento e le sensazioni di una gara memorabile.

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Mag 25

Il golf è uno sport strano, nel senso che può metterti a contatto stretto – ancorché casuale – con personaggi famosi di questo mondo.

Case in point: questa sera, al mio circolo c’era la premiazione della Pro-Am – la prima dopo undici anni. Mi trovo casualmente faccia a faccia con Marco Soffietti (scusa Marco, qui un link sarebbe perfetto ma non mi risulta che tu abbia un sito tuo) e lui per primo si presenta, ci diamo la mano e iniziamo a parlare del campo e della gara.

Io sono onorato e imbarazzato di scambiare qualche parola con lui – lui che oggi ha stabilito il record del campo (69) tra l’altro, ma tant’è. A cena è un conversatore brillante, io lo guardo con ammirazione; è una specie di felicità fanciullesca la mia, un po’ come quando da piccolo chiedi l’autografo ai tuoi campioni preferiti.

La felicità è fatta di piccole cose, dopotutto.

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Mag 17

Dopo qualche settimana di silenzio, dovuto al cambio di “casa” sul Web (come dire, prima ero in affitto, ora sono davvero a casa mia – e non importa se qualche presa magari non funziona, se in qualche stanza bisogna ancora dare il bianco e così via: farò tutto a tempo debito), riprendo con l’analisi del mio gioco di questo inizio stagione, per cercare di trarne delle conclusioni che abbiano una qualche validità generale.

Iniziamo dai dati. In 15 gare singole fatte fino ad ora, ho preso otto virgole, in quattro casi l’handicap è rimasto invariato e in tre è sceso: il risultato è che ora è leggermente più basso rispetto a inizio anno (7,4 contro 7,6).

La media dei colpi è di 85 (due volte sotto gli 80), 50% di fairway presi, 29% di GIR, 30 putt in media (0,9 i 3-putt).

E veniamo alle sensazioni, che credo siano molto più importanti. Mi sono reso conto che le brutte prestazioni (tirare oltre 90 colpi) sono capitate ma sono state un incidente, mentre più volte sono stato in the flow anche per tutto il giorno – che sensazione splendida! Sono queste le sensazioni che cerco di ritrovare durante le gare.

Mi è stata (e mi è) utile in proposito l’opera di Mihaly Csikszentmihalyi (questo è un buon punto di partenza per esplorazioni successive).

E finisco con una nota di colore. Ogni tanto qualcuno mi dice: “Pagherei per tirarla lunga come te” (mi è capitato tre volte solo nell’ultimo mese). Però – considerazione mia – queste persone non vanno mai in campo pratica!

Apr 26

Un lettore scrisse su questo blog tempo fa, come commento a un post:

Ciao vorrei proporti la traduzione di un libro che migliorerà il tuo gioco e quello di tutti noi: Master Strokes by Nick Mastroni and Phil Franké. Edito da Running Press.
È un piccolo libretto che sta in una tasca, ma per me equivale ad un enciclopedia del Golf.
Davide Brusotti
Istruttore Golf UISP

Quando un mio lettore usa il suo tempo prezioso per fare un commento, io mi faccio scrupolo di prenderlo molto sul serio. Allora ho comprato il libro e l’ho letto.

È un libro di piccole dimensioni, ma di quasi 500 pagine. Ciascuna pagina è un veloce consiglio corredato da un disegno esplicativo. I vari suggerimenti sono ovviamente divisi per argomenti.

Gli aspetti negativi:
– formato poco maneggevole;
– il voler essere tutto per tutti è a mio avviso un limite di libri del genere, perché ciascun golfista ha delle caratteristiche e un livello di gioco specifici;
– i consigli dati in poche parole hanno efficacia limitata, perché non permettono di andare a fondo alle questioni che interessano.

Gli aspetti positivi:
– tocca tutti gli elementi del gioco;
– è ben scritto;
– le illustrazioni completano e arricchiscono il testo;
– costa poco.

Nick Mastroni – Phil Franké, Master Strokes, Philadelphia, Running Press, 2003, 484 pp.

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Apr 22

Grazie a Paola Parmendola e al suo blog scopro che, come è capitato a lei, anche a me è successo che un signore, tale Francesco Nicoletti, ha preso miei post da questo blog per metterli sul suo (Paper Tiger e Il golf come metafora della vita, che avevo pubblicato rispettivamente il 5 giugno e il 30 novembre 2009).

Gli ho scritto, chiedendogli di rimuoverli. Non mi ha risposto, né li ha rimossi.

Mi sembra un’operazione più ingenua che altro, ma comunque non nascondo un senso di fastidio perché per me lo scrivere è orgoglio e mestiere, atto pubblico e privato nello stesso tempo: comunque operazione che ha delle regole ben precise che vanno rispettate in ogni caso, come le regole del golf.

La mia conclusione è che non solo il golf è metafora della vita, ma anche la vita è – a volte – metafora del golf.

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Apr 10

Sarà il lungo lavoro invernale, sarà la clinic ad Agadir, saranno gli allenamenti di fatto quotidiani, sarà anche il caso ma il mio gioco ha preso un bel ritmo: sperimento sempre più spesso gare intere “in the flow”, e giocare sotto gli 80 colpi è diventata una piacevole abitudine.

Anche per questo, per limare quei due o trecento difetti che avverto nel mio swing, parteciperò alla clinic al Pelagone (30 aprile – 3 maggio) tenuta dagli amici/maestri Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati.

Avendone sperimentato i benefici sul lungo periodo (disclaimer: non disgiunti da lunghe sessioni solitarie in campo pratica), mi sento di consigliarla ai golfisti desiderosi di migliorare il proprio gioco.

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