Ott 31

A stagione finita (analogamente a quanto fatto l’anno scorso), tiro le somme di quanto ho realizzato quest’anno e penso al prossimo. Prima i dati, poi le sensazioni e infine gli obiettivi.

I dati

L’handicap è sceso da 7,6 a 4,8 (mi ero dato un obiettivo di 5,5).

Ho registrato 41 giri completi, di cui 12 sotto gli 80 in 4 campi diversi; uno tra questi è stato in par lordo nel mio campo. Ecco le medie (tra parentesi i dati per il 2009):
– colpi: 82,8 (87)
– fairway: 53% (48%)
– green: 38% (32%)
– putt: 30,9, di cui 3-putt: 1,1 (32, di cui 3-putt: 1,9)
– birdie: 1 (1)
– par: 8,5 (7)
– bogey: 5,7 (7)
– doppi o peggio: 2,8 (3)

Le sensazioni

L’anno scorso ero cresciuto moltissimo quanto a sicurezza mentale. Questo è stato invece l’anno della tecnica: per esempio, ho imparato a usare con sicurezza e precisione il legno 3 – per anni, uno dei miei tanti talloni d’Achille.

Nel contempo, questi miglioramenti mi danno una misura più precisa di quelle due o trecento cose che ancora mi mancano per diventare un “vero” giocatore: un drive veramente affidabile, l’abilità di dare con sicurezza effetto alla palla quando necessario, una maggior precisione nel gioco dai 50 ai 20 metri dal green (ovvero la capacità di mettere la palla data nella maggior parte dei casi quando sono a quelle distanze), il rendere i 3-putt un fenomeno occasionale (una media di 1,1 3-putt a giro è tutto tranne che fenomenale).

In ogni caso, i miglioramenti sono tangibili e il bilancio è dunque molto positivo.

Gli obiettivi

Come ho detto qui, l’obiettivo generale è diventare professionista nel 2012.

Gli obiettivi specifici per l’anno veniente sono invece:

– handicap 3,5 per fine maggio e 3,0 per fine settembre;
– prendere parte alla gara delle Querce a ottobre, non con l’intento di passarla (che lasciamo per il 2012) ma per fare esperienza;
– vincere almeno una patrocinata (il lordo, ovviamente);
– vincere la gara di match play al mio circolo (pareggiato e, soprattutto, scratch).

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Ott 13


Due mesi fa mi ero dato degli obiettivi (mooolto ambiziosi) a breve termine: arrivare a 4,4 di handicap entro il 30 settembre per andare da 12 al 15 ottobre a Roma per la gara che è di fatto il primo passo per diventare professionista (passo che fa tremar le vene e i polsi, visto che ieri – primo giorno di gara – ci sono stati un paio di 96).

Non ce l’ho fatta per una differenza di 0,6 (5,0 era l’handicap alla data), che potrebbe apparire poco ma è in realtà tantissimo – forse 10mila swing di differenza, qualcosa del genere.

Allora sto articolando meglio il progetto, che ha un nome (Eagle! – e il segno di punteggiatura è parte integrante del nome) e una durata (due anni da ora).

Innanzitutto, perché? Perché non limitarsi a figurare come un brillante giocatore dilettante, fare le patrocinate e le ufficiali, essere il numero uno al tuo circolo anziché un oscuro professionista (e tutt’altro che giovinotto)? La risposta è, chiara e limpida, dentro di me; ma la dirò meglio prendendo a prestito le parole di Cesare Pavese, che il 19 gennaio 1949 annotò sul suo diario (Il mestiere di vivere):

Sei consacrato dai grandi cerimonieri. Ti dicono: hai 40 anni e ce l’hai fatta, sei il migliore della tua generazione, passerai alla storia, sei bizzarro e autentico… Sognavi altro a vent’anni?
Ebbene? Non dirò ‘tutto qui e adesso?’ Sapevo quel che volevo e so quel che vale ora che l’ho. Non volevo soltanto questo. Volevo continuare, andar oltre, mangiarmi un’altra generazione, diventare perenne come una collina.

Si parva licet, naturalmente: ma è soltanto per essere chiaro. Lo faccio perché il mio inner self, il fuoco che è dentro di me mi impone di farlo. Lo faccio perché lo desidero, perché è un sogno che diventerà realtà.

O potrei dirlo anche con le parole di un vero poeta, Pierangelo Bertoli:

Che musiche ti spingono, che forze ti sorreggono, che limiti?

Che cosa farei, adesso, se non avessi più nessuna paura? Ecco, questa è una delle cose che farei. E dato che ho abbandonato le paure, è una delle cose che farò.

Poi, come? Be’, intanto inizio – ho già iniziato, in effetti (“ce la stiamo già facendo”, direbbe il mio amico Domenico Torta, sia pure parlando di tutt’altro) – e i dettagli li vedo man mano. Ma, spannometricamente, vuol dire – oltre agli ovvi allenamenti, clinic (Andrea!), palestra – presentarsi alle Querce a ottobre 2011 per provare e ripresentarsi l’anno successivo facendo sul serio. Avrò 45 anni allora e sarò senza rete di protezione – non vedo l’ora!

Insomma si inizia, poi le cose succedono.

Infine, con chi? Questo è un progetto articolato ed è chiaro che non posso farcela da solo. Cercherò quattro sponsor tecnici talmente fuori di testa da credere ad un progetto concepito da un sognatore, ma soprattutto talmente poco realisti da credere nel sognatore che ha pensato quel progetto.

Gli aggiornamenti, sempre su questo canale.

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Ott 04


A occhio, direi che la lunghezza del putt di ieri di Francesco alla 18 era la stessa rispetto a quello che aveva Edoardo lo scorso novembre a Mission Hills.

Ma l’importanza, credo, era superiore: da tempo gli si elogiano le doti nello swing e si storce il naso per il suo rendimento sui green. E la media putt sul tour, che al momento è di 30,02, parla da sola (si parva licet, la mia è di 31,08).

Allora tu puoi studiare il putt fin che vuoi, consultarti con tuo fratello, esaminare tutti i fili d’erba che stanno tra il marchino e la buca. Ma l’unica cosa che conta, lo sai benissimo, è che vada in buca. Altrimenti surgeranno nella mente fantasmi che non immagini nemmeno. Non ci vuoi nemmeno pensare.

E infatti lui non pensa. Si allinea e tira. Quel putt va dentro. In un istante si sciolgono delusioni, frustrazioni, amarezze. Sono novanta centimetri che cambiano una carriera.

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Set 25

In questi giorni ho preso parte per la prima volta ad una gara ufficiale della Federazione, il Trofeo Glauco Lolli Ghetti a Margara.

Cornice (ovviamente) splendida, organizzazione impeccabile. Ci sono entrato come “wild card” – che di solito si danno ai ragazzi di belle speranze… – e di fatto il mio handicap (5,5 al momento dell’iscrizione) era il più alto o comunque tra i più alti del field. E già mi dava gioia e mi faceva onore la possibilità di competere con giocatori davvero bravi (c’erano dieci partecipanti con handicap inferiore a 1 e complessivamente 47 con handicap inferiore a 3).

Il primo giorno sono stato completamente immerso “in the flow”: 78 è stato il risultato finale (12 par, 6 bogey e handicap sceso per la prima volta sotto i 5). Mi sono goduto l’intera giornata, dove tutto mi veniva semplice e naturale. Il colpo che ricordo con maggior soddisfazione (drive for show, putt for dough) è un putt per il bogey alla 8 (la mia penultima buca), che seguiva un drive spedito in acqua a 50 metri dal tee [sic – quandocumque bonus dormitat Homerus], un ibrido e un ferro 4 per arrivare in green col quarto, a dodici metri dalla buca in leggera discesa. Studio il putt da davanti, da dietro, da destra, da sinistra: non penso a nulla (come il mago Walter quando il trucco gli riesce, per dirla alla Ligabue) tiro e la palla parte leggermente forte ma dritta come una spada… buca! Son soddisfazioni.

In classifica ero 28° nel lordo e 8° nel netto. Il che, su un totale di 90 partecipanti, non è affatto male.

Il secondo giorno – oggi – la musica, senza un motivo apparente (o forse sì, ma è facile spiegare i fenomeni dopo che sono successi, come ci insegna Nassim Taleb), è cambiata completamente: 87 colpi, con le prime 9 giocate alla viva il parroco e un recupero nelle seconde quando ahimé era troppo tardi.

Totale: 165 colpi complessivi, taglio a 158, domenica a casa.

Mio bilancio: assolutamente positivo, sia come esperienza che come handicap (-0,3). Da anima bella, sono felice.

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Set 10


Ieri, sul tee della 18 in una gara al mio circolo, ero molto tranquillo: ero +2 in quel momento (2 birdie e 4 bogey), e per tutto il giorno avevo giocato tranquillo guardando le nuvole, conversando amabilmente coi compagni, sentito il fruscio delle foglie, goduto del calore del sole sulla pelle. Ero certamente in the flow.

La 18 da noi è un par 4 semplicissimo per gli handicap bassi, soprattutto con le partenze avanzate: bastano un ferro 4 o un ibrido davanti al secondo lago, un ferro 8 o 9, due putt e il par è praticamente assicurato.

Ho scelto di tirare l’ibrido – un Cleveland XLS monster HiBORE XLS 3i, 22° gradi di loft, di gran lunga il bastone più facile (a parte il putt) che io abbia mai avuto – come primo colpo, purtroppo chiudendolo e mandandolo inesorabilmente in acqua.

Ma la cosa bella – mi sono stupito da solo – è quel che ho detto appena è partito il colpo e mi sono reso conto di aver fatto un errore: “Non è da me”, detto in maniera assolutamente assertiva, tranquilla, semplice. L’insegnamento mi viene dal mio compagno di gioco di ieri e amico di infiniti giri ai Ciliegi: Massimo, ragazzo esuberante, simpatico e divertentissimo.

Il punto è che il flow, quando c’è, ti entra dentro e “ce l’hai” davvero. Alla fine è stato un prevedibile doppio bogey e quindi +4, ma ho mantenuto quella sensazione meravigliosa di poter controllare i miei movimenti e – cosa più importante – le mie emozioni. Insomma mente, corpo e cuore esistono in noi senza soluzione di continuità, e quando si allineano a laser il flow è (quasi) automatico.

Il tutto, sintetizzato per la giornata di ieri in quella frase: “Non è da me”. Grazie Max!

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Ago 31

… in questo momento, anche se ne avessi la possibilità, non renderei un bel servizio al golf se tentassi la strada del professionismo: non sono ancora sufficientemente preparato, non sarei un bravo professionista.

E il golf è per me innanzitutto sportsmanship: quindi per ora non se ne parla.

La prova è nel campo: gli ultimi risultati sono stati compresi tra i 78 e gli 85 colpi anziché tra i 75 e gli 80 come mi aspetterei.

Dunque, continuo a lavorare duro e mi do altri 12 mesi, quelli del “progetto Eagle!” E a settembre 2011 si tirano le somme.

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Ago 27

I golfisti sono un po’ (a volte un po’ tanto) paranoici, si sa. Io non faccio eccezione; ma del resto, come dice Tom Peters, “you can’t shrink your way to greatness”.

Allora quando ieri mattina, scoprendo quel che avevo fatto (involontariamente, ovvio) l’altra sera, ovvero buttato distrattamente la sacca in macchina dopo una giornata di golf e quindi fatto in modo che la canna del mio drive si rompesse, non potevo non essere leggermente fuori fase (e l’avverbio, com’è facile intuire, è un eufemismo).

Arrovellandomi per trovare una soluzione – come potevo stare senza drive con un mese di gare che incombono e 1,1 colpi da perdere? –, ho pensato bene di visitare Golf Nevada (o Nevada Bob’s che dir si voglia), dove la fortuna – è sempre la fortuna che gioca la sua parte, non c’è nulla da fare – mi fa incontrare una persona gentile (il proprietario del negozio, I suppose) che si prende in carico il mio Monsterino spezzato e me ne offre nel frattempo gratuitamente uno, identico preciso, in uso fino a che l’altro non tornerà.

Risultato: non è fisicamente lui, ma di fatto è lui. Ho completato il tutto comprando un ibrido, proprio quello che da tempo volevo: il 3i della stessa serie, che da quest’anno non è più in produzione e che era dunque difficile da trovare.

Risultato laterale: a fine mattinata ero un ragazzino felice, in campo pratica, a tirare i miei (e non miei) legni lunghi e diritti.

Infine: lezione imparata, da ora in poi tratterò i ferri del mestiere con le dovute cautele.

In ogni caso: grazie Golf Nevada!

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Ago 21


Ho conosciuto Bernard Lombard in una veste inedita per un presidente di circolo di golf: come starter al Golf Club Cuneo. Quando abbiamo conversato a lungo, qualche giorno fa, in quella che potrebbe essere definita un’intervista mooolto informale, mi ha spiegato il motivo: “In questa maniera riesco ad avere un contatto diretto con molti tra i nostri soci, che sono poi i nostri clienti”.

Il motivo per cui ci siamo seduti a conversare – no, per essere precisi affinché io ascoltassi i concetti interessanti che aveva da esprimere – sono stati i DVD di Golf TEE-V Italia, prodotto che ho scoperto proprio a Cuneo. E non a caso, visto che è proprio lui che cura il progetto. Gli ho chiesto, per iniziare, come fosse nata l’idea di creare l’edizione italiana di Golf TEE-V. La risposta è stata articolata, parte da lontano: ma è a mio avviso utile per comprendere bene il progetto stesso.

“Io sono professionista dal 1988, e sono cresciuto golfisticamente in un circolo dalle grandi tradizioni: Saint Endreol. Poi col tempo ho sentito l’esigenza di avere una struttura mia, e così è nato il progetto di Vievola e quindi – tre anni fa – la gestione del circolo di Cuneo. Un amico aveva avviato il canale web TEE-V per la Francia, e da lì è nata l’idea di offrire un prodotto/servizio simile anche per l’Italia. Abbiamo creato quindi questa serie di DVD: quattro sono i numeri usciti fino ad ora, il quinto è pronto e il sesto è in gestazione. Il progetto è stato studiato con cura, e ha degli avalli importanti: sia nella home page della Federgolf che della PGAI si trova infatti un link al nostro sito.

In ogni caso per iniziare ho pensato che la base fosse il turismo, nel senso che è il mezzo principale che può fare da volano al golf, in Italia come altrove. Allora mi sono rivolto alla rivista “Golf & Turismo”: il risultato è che la direttrice Maria Pia Gennaro cura la rubrica del turismo sul DVD (in ogni numero si esplora una differente regione italiana).

Per le regole ci siamo avvalsi della preziosa collaborazione di Corrado Graglia, direttore del Golf Club Cherasco, e di Davide Maria Lantosco della Scuola Nazionale della Federgolf.

C’è poi una parte sulla manutenzione dei campi, seguita da Massimo Mocioni della Scuola Nazionale della Federgolf, che abbiamo pensato perché il golfista normalmente non ha idea di come cresce l’erba, di come si curano i green, i fairway eccetera.

C’è una rubrica sullo swing e sull’attrezzatura: ma non è sponsorizzata, e questo è importante perché permette indipendenza di giudizio.

La rubrica dei viaggi è curata da Greens du Monde, il maggiore tour operator golfistico francese.

Io seguo e coordino l’intero progetto: il cui centro è chiaramente il DVD, ma ci sono poi molte altre iniziative che vengono al traino, come ad esempio il guanto antivibrazione Noene (che ho fatto io!). E anche iniziative future già pensate e ancora da sviluppare, come Golfradio, una radio su Web che intendiamo offrire ai circoli come servizio per i loro soci e ospiti: una radio che dia notizie, informi e nello stesso tempo intrattenga. Altro progetto sono delle score card che stiamo elaborando per i circoli: per questo ho preso spunto dalle score card francesi, molto eleganti. Un altro progetto riguarda i tappetini per il campo pratica, anche questi con tessuto Noene (trae infatti origine dal guanto) allo scopo di eliminare le vibrazione della testa del bastone minimizzando i rischi articolari”.

E qual è la diffusione? “Oltre agli abbonati, tutti i circoli e tutti i professionisti italiani ricevono il DVD”.

Il discorso si è allargato poi in maniera naturale al golf in Italia: questo perché io gli ho chiesto come vedesse la situazione attuale e le prospettive future del nostro sport.

“Il golf – ha risposto – è stato chiuso per troppo tempo. Ora ha bisogno di aprire le porte. Servono nuovi giocatori – i campioni li abbiamo. Il problema è che troppo spesso si sviluppa la struttura e solo dopo si pensa al pubblico. Questo va bene nel caso di progetti immobiliari, nei quali la parte immobiliare va a coprire le perdite derivanti dal golf; ma in tutti gli altri casi sarà molto, molto difficile. Bisogna trovare nuovi giocatori. In questo senso Anna Motta ha fatto un lavoro egregio: qui da noi vengono ad esempio molte scuole, e quindi molti bambini hanno la possibilità di avvicinarsi ad uno sport che altrimenti sarebbe loro precluso.

Poi c’è il turismo: bisogna prima far sapere che esiste una destinazione golfistica, e poi svilupparla. Ma è un processo lungo, e che sarà lungo. Bisogna che i campi sviluppino sinergie tra di loro (per esempio offrendo sconti ai soci di un circolo che vanno in un altro). Consideriamo anche che i 9 buche di fatto non esistono per il turismo.

È un processo lungo, perché l’Italia in generale e il Piemonte in particolare non sono conosciuti come destinazioni golfistiche. Tuttavia sono queste le strade da intraprendere, perché il bel tempo del golf – quello in cui ci si poteva permettere di scegliere i soci – è finito, finito per sempre. Tutti avranno bisogno di offrire di più.
Insomma il circolo è una vera e propria azienda, non più un club esclusivo. Bisogna lavorare insieme: il futuro sarà nella collaborazione.
Il golf di domani sarà così: un ambiente piacevole dove il golfista può ottenere un servizio completo”.

Tutto molto interessante. Per parte mia posso solo aggiungere un “grazie, presidente!”

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Ago 05

In tutti questi anni il mio “modello” di golfista è stato Tiger Woods: scontato, probabilmente, ma mi ha sempre affascinato la sua forza mentale, la sua capacità di credere in sé stesso e di pensare di potere comunque farcela. (Sto parlando del campo, ovviamente, quello che fa altrove non mi interessa.)

La stampa, dopo lo scandalo dello scorso inverno, l’ha dipinto come il cattivo della situazione: e questo fatto non mi è mai piaciuto, né ho mai capito veramente perché una persona tanto idolatrata viene da un giorno all’altro scagliata nella polvere senza pietà.

Leggo ora un’intervista di Hank Haney sull’ultimo Golf Digest che mi sembra, in una parola, brutta. Con la premessa che noi comuni mortali possiamo sapere ben poco del rapporto professionale tra Tiger e il suo maestro, leggo delle dichiarazioni che mi sembrano quantomeno mancare di stile.

Per esempio, alla domanda su che cosa gli avesse detto Tiger la prima volta che si sono parlati dopo che Haney gli aveva fatto sapere (tramite sms, tra l’altro) che recedeva dall’incarico, il maestro risponde:

He thanked me for all the hard work I did, and he told me how much he thought he had improved his game and his understanding of it.

E io davvero non me la vedo, questa scena. Più sotto dice:

I always tell the truth.

Chissà perché mi viene in mente quel giochino per la mente del tale che dice: “Io mento sempre”?

E alla domanda di quando ha parlato a Tiger per la prima volta dopo l’incidente, risponde:

I texted him but got no response. I think his phone was shut off almost immediately. I got a text message at the end of December some time. I got maybe another text after that, and then a phone call in February when he started playing again.

Io qui non capisco, ma il tutto mi suona quantomeno vagamente stonato. Adoro questa rivista, ma non è tutto oro quel che pubblica.

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Ago 03

Ieri, dopo quasi settimane di astinenza golfistica (per scelta: soprattutto per ritornare caricato dopo le vacanze, e per evitare potenziali nausee da stress mentale) ho ripreso la preparazione.

L’obiettivo – ambizioso, me ne rendo conto; ma la candela brucia in fretta – a breve termine che mi sono dato è questo: scendere a 4,4 di handicap, per partecipare alla gara del 12-15 ottobre alle Querce (qui i dettagli) per intraprendere il cammino verso il professionismo. Non con l’intenzione di superare la selezione – i posti disponibili sono solo 8: un‘inezia, soprattutto se penso ai tanti ragazzi (vent’anni meno di me, almeno) che respirano pane e golf da quand’erano bambini –, ma di fare esperienza in vista di un tentativo più serio e strutturato nel 2011.

La finestra, per me, è (giustamente) molto stretta. Posso arrivare lì tramite poche gare, con tanto lavoro (mentale, certo, ma anche tecnico e fisico – in questa fase non so dire quale può essere l’ambito che dovrebbe essere prioritario, quindi per non sbagliarmi li curo tutti e tre) e – soprattutto – tanta fortuna.

L’idea è questa: quattro ore di golf giornaliere per sei giorni (via, almeno cinque) la settimana nelle prossime otto settimane, con un giorno di riposo – i Ciliegi sono ahimè chiusi al martedì, e non ho ancora le chiavi –, tempo sufficiente (a mio avviso) per curare i principali aspetti del gioco.

Qualcosa succederà. E in ogni caso sarà divertentissimo! 🙂

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