Set 04


Segnalo questo bel libro, ideale complemento di Paper Tiger di cui avevo parlato qui. Sono le storie dei partecipanti alla famigerata Q School, competizione che permette ai più abili (e fortunati) l’entrata nel PGA Tour dalla porta principale; oppure garantisce un posto nel Nationwide Tour, oppure qualche spot qui e là in questi due circuiti; oppure nulla.

Racconti drammatici, come la storia di Peter Tomasulo, che – in pieno controllo della situazione, 12 sotto il par – almeno uno, o forse anche due colpi all’interno del taglio – nella sesta e ultima giornata della quarta e ultima fase della Q School, il Final Stage, trova il suo secondo colpo al par 5 della 10, un lay up in centro fairway, sopra una zolla di un divot che qualcuno prima di lui non aveva rimesso a posto. Non sa che fare, e un possibile birdie o, alla peggio, un facile par diventa un imperdonabile bogey. Ovviamente questo fatto lo scuote, gli riempie la testa di dubbi; e ciò, combinato al fatto che al tee successivo al suo gruppo tocca aspettare parecchio (ci si gioca una stagione intera, qui si marcano anche i putt da 20 centimetri), porta ad un altro bogey. Seguono cinque par, e alla 17 – la centosettesima buca del torneo – decide di rischiare – ora o mai più –, non essendo sicuro che il –10 gli garantisca la carta. Risultato: doppio bogey, e la certezza di essere fuori.

O racconti luminosi, come quello che riguarda Bill Haas – figlio di Jay, e per questo con molta pressione addosso – che, mentre il papà già si preparava il discorso da fare ai giornalisti per spiegare a loro e a se stesso come mai suo figlio non era riuscito nell’impresa che tutti si attendevano da lui, finisce con birdie birdie e acquisisce così la carta per il PGA Tour.

È uno spaccato veritiero su un mondo che non è spesso molto visibile. Noi guardiamo i campioni in televisione, per i quali perdere un torneo è certamente motivo di delusione, ma non un dramma. Epperò questo golf minore, crudo e drammatico, è ugualmente – o forse più – emozionante.

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Ago 31


Over the years, I learned that life is not so much about having what you want as wanting what you have, and that, in the long run, you have to make peace with yourself before you can be comfortable with everybody else.

[Negli anni, ho imparato che la vita non è tanto avere ciò che si vuole quanto volere ciò che si ha; e che, nel lungo periodo, devi fare pace con te stesso prima di poter stare bene con tutti gli altri.]

Greg Norman, The Way of the Shark: Lessons on Golf, Business, and Life, New York, Atria, 2006, p. 316.

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Ago 28

… le cose sono andate mooolto diversamente:

– 79 colpi (1 birdie, 11 par, 4 bogey e 2 doppi bogey)
– FH 57%
– GIR 44%
– 28 putt

Risultato: 41 punti, e l’handicap è sceso a 7,9. L’obiettivo per l’anno in corso è sempre ambizioso ma si avvicina.

Sensazioni della giornata: calma olimpica per tutto il tempo, anche dopo errori da principiante (alla 7, par 3, dal rough ho mandato la palla avanti di 5 metri in bunker, ma poi da lì ho imbucato) e in seguito a quella che potrebbe essere definita “sfortuna” (alla 17 un drive di 250 metri entra per non più di 30 centimetri in bunker: uscita lunga in green, due putt per il par e via verso la buca dopo); padronanza del gioco, benessere, gioia.

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Ago 24

Ieri, gara a Is Molas, i putt non volevano saperne di entrare. Terminata la 14 faccio un po’ di conti – lo so, lo so che non bisognerebbe contare i punti durante la gara, ma a quel punto mi pareva di avere poco da perdere – e mi rendo conto che ho bisogno di quattro par nelle buche rimanenti per evitare la virgola. Obiettivo ambizioso, ma fattibile.

La 15 è un par 5 di lunghezza media (458 metri), secondo me non particolarmente difficile nonostante sia handicap 2. Sbaglio il drive, corto a sinistra, ma con un bel ferro 5 di secondo arrivo a 100 metri. Sbaglio anche il pitch: mi parte un flyer che supera, sia pure di poco, il green. Ma con un bell’approccio con il lob e un putt di un metro il par è salvo.

La 16 è un altro par 5, di lunghezza quasi uguale alla precedente ma con l’arrivo in salita. Drive perfetto in centro pista, legno 3 perfetto (vabbé, tutto è relativo) e sono a 20 metri dal green. Lob leggermente lungo, mi resta un putt di 4 metri in leggera discesa. Appena lo tocco mi rendo conto che è corto. Infatti si ferma a un centimetro dalla buca. Tap in per il par.

La 17 è un par 4 lungo (362 metri), con un bunker ai 200 metri circa che entra in gioco nel primo colpo. Drive un po’ troppo a destra, ma sono fortunato nel rimbalzo e mi trovo ad un ferro 7 dal green. Colpo che sbaglio a destra, ma fortunatamente la palla si ferma un paio di metri prima dei cespugli. Ottimo lob a un metro e putt per il par.

Rimane la 18, rimane il par di cui ho bisogno. Dopo un ottimo drive sbaglio il ferro 6 a sinistra, ma recupero col “solito” lob mettendo – con fortuna, è chiaro – la palla a un metro dalla buca. Mi rimane un putt in leggera salita, con pendenza leggera da destra a sinistra che può salvarmi dall’odiata virgola.

Indirizzo il putt troppo a destra – il tipo di errore che accomuna tutti i golfisti, dal neofita al professionista –, la palla sborda e arriva il bogey che porta alla virgola.

Il bello del golf, no?

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Lug 20

In un mondo asfittico (nonostante le apparenze) come quello del golf italiano capita, a volte, di incontrare lampi di semplicità che non possono non riconciliarti con l’idea che si può avere di questo sport (amicizia, divertimento e competizione, non solo sfoggio dell’ultima moda).

Giuseppe – Beppe, per gli amici – Lazzarotto è uno di questi fenomeni. Persona semplice, affabile e alla mano, è titolare di un’azienda che sponsorizza un circuito che si snoda lungo dodici tappe tra Piemonte e Liguria.

Gare con bei premi, e alla fine persino la sautissa offerta agli amici con bel deuit tutto piemontese (anche se forse lui piemontese non è, e dovrò fare ammenda).

Da pochissimi giorni è online il sito, pulito e ben fatto, che narra le gesta di questa sua fatica golfistica. Migliorabile, certo; ma si sa che ars longa vita brevis.

Bravo Beppe, sei un grande. Il golf italiano ha bisogno di tante persone come te. Sapere che organizzi manifestazioni del genere ti fa onore, e rende un gran servizio al nostro sport.

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Lug 02


C’è un’opera di estremo interesse per ogni golfista sinceramente innamorato di questo sport che nasce da un fatto tragico avvenuto nel 1999: la morte di Davide Bisagno, ragazzo strappato alla vita nel fiore degli anni. Il padre Marco, per onorarne la memoria, ha dato vita nella sua città – Verona – ad un museo unico nel suo genere. È infatti l’unico museo privato di golf esistente al mondo, e contiene migliaia di palline logate (è stata questa raccolta, nello specifico, che ha dato l’abbrivio al museo), migliaia di bastoni (alcuni di fine Ottocento, alcuni adoperati da Jack Nicklaus) e numerosi oggetti di varia natura legati al golf.

Tale museo è dunque, innanzitutto, un’opera d’arte. Sono stati necessari otto anni di lavoro per raccogliere i materiali, restaurarli, catalogarli e sistemarli. Questo perché i pezzi, soprattutto quelli più antichi, a volte vengono identificati da segni piccolissimi: è quindi necessaria una pazienza certosina, unita a una conoscenza specifica nel clubmaking, per definire con precisione un bastone.

Il museo è ora anche un libro, edito da Cierre grafica con carta Fedrigoni, che ha richiesto quattro anni di lavoro e rappresenta una sorta di catalogo del museo stesso. Sono 300 copie in edizione non venale, curatissime in ogni dettaglio, numerate una per una e donate dai genitori di Davide agli appassionati.

La copertina qui sopra è opera dell’artista Andrea Torresani. Bastoni, palline, sacche (fra cui un raro esemplare del 1890) e altro ancora sono stati fotografati dalla mano sapiente di Renzo Udali, che ha trasformato gli attrezzi in elementi vivi del volume.

Potrebbe essere definito un prodotto di alta gioielleria editoriale, anche se personalmente credo che definirlo frutto della passione per il golf e per la vita sia rendere maggior giustizia all’avvocato Bisagno. Il primo impatto, infatti, è di profondo rispetto per l’opera, austera ed elegante; ma anche a scorrere il volume successivamente viene in mente una deferenza quasi virgiliana per l’uomo e ciò che ha realizzato. Senza dimenticare il fatto che l’opera è una sorta di compendio della storia del golf, narrata attraverso i materiali e i protagonisti che a quei bastoni hanno dato vita: il volume ricostruisce invero la storia di questo sport attraverso documenti autentici e il racconto delle imprese dei grandi campioni.

Splendido lavoro, avvocato Bisagno.

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Giu 23


Lo US Open dell’anno scorso ha portato gloria, sponsor e denaro a Rocco Mediate. Ma quest’anno c’è una storia ancora più appassionante e avvincente da raccontare, e riguarda David Duval.

Il vincitore del British Open del 2001, stella mondiale del golf a cavallo del millennio e che poi per vari motivi – sia personali che fisici – ha visto la sua grandezza oscurarsi in fretta e inesorabilmente, era arrivato allo US Open di quest’anno dalle qualificazioni e occupando la posizione numero 882 nel ranking mondiale.

Eppure, come da tempo andava dicendo, David Duval era convinto che i numeri non riflettessero il livello del suo gioco attuale. Ora abbiamo le prove che aveva ragione: -2 per il torneo, secondo a pari merito con Phil Mickelson e Ricky Barnes.

Adesso è alla posizione 142 nel ranking mondiale – un bel salto. Strameritato.

E molto si può imparare dalla sua attitudine mentale e dalla fiducia in se stesso. Nelle interviste alla fine del torneo ha infatti dichiarato: “Sono certamente felice per come ho giocato, ma estremamente deluso per il risultato: non avevo nessun dubbio dentro di me che oggi sarei riuscito a vincere il torneo”.

E ancora: “Essere nella posizione di vincere un major è quello che voglio. Può essere considerata arroganza, ma è la posizione che ritengo mi spetti”. Sì David, è la posizione che certamente ti spetta. E ora il mondo del golf si aspetta altre grandi imprese da te.

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Giu 19

È raro che io vada in campo al di fuori delle gare, e il motivo principale – anzi, direi pressoché l’unico – è il gioco lento.

Ieri pomeriggio mi sono concesso il lusso di fare 9 buche al mio circolo, con altri due soci incontrati sul tee della 1. Tempo totale: due ore e mezza. Davanti a noi avevamo quattro madamin, persone per le quali il golf è un semplice passatempo in alternativa al ramino o al burraco.

Abbiamo aspettato praticamente su ogni colpo. Un giro che si farebbe in un’ora e mezza da soli e in due ore al massimo in due o tre persone richiede due ore e mezza e fa passare la voglia.

Uscendo dal circolo, per combinazione questa signora era davanti a me sulla sua Cinquecento gialla splendente e nuova fiammante, ed era lenta pure a uscire dal parcheggio e poi sulla strada.

Allora mi è venuto in mente un commento fatto da non so più quale telecronista a proposito di Massimo Mauro, al tempo ala destra della Juve: “Lento pure a uscire dal campo”.

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Giu 07

Ieri era una tranquilla sera di golf in televisione, Celtic Manor, i ritardi per la pioggia, un bogey di Himenez: business as usual.

Poi Mario Camicia dice “do una notizia che non avrei mai voluto dare, riguarda un caro amico che dopo una lunga lotta se ne è andato”. Molto prima che lo nominasse avevo già capito che stava dicendo che era mancato Pat Nesi.

Io non l’ho mai conosciuto di persona. L’ho sentito al telefono diverse volte, ci siamo scritti altrettante, ho scritto alcune recensioni – molte meno di quante avrei voluto, pensandoci ora – per la sua rivista, “Green”.

Ad ogni modo ho tanti motivi per ricordarlo con affetto e stima. Pat Nesi è stato il primo editore di golf che ha creduto nella mie capacità, tanto da concedermi uno spazio non piccolo sulla sua rivista. Abbiamo parlato di progetti importanti – la traduzione in italiano dei libri di Dave Pelz, per dirne una -, che non si sono concretizzati per le “solite” questioni economiche, in un mercato asfittico come quello italiano. Esigente, preciso, controcorrente – qualcuno da cui non puoi che imparare, qualcuno che comunque rispetti e ammiri.

L’anno scorso, a fine luglio, di nuovo Mario Camicia espresse in una telecronaca un cordiale “bentornato!” a Pat, appena tornato da una lunga degenza in ospedale. Si intuisce benissimo che anche lui era molto legato a Pat, sia pure nei contrasti e nelle liti inevitabili tra persone forti e di spessore.

Ora non tornerà più.

Ci mancherai, Pat. Molto. Mancherai a tutti quanti. A tua moglie Paola, appoggio insostituibile per una vita, un abbraccio forte. E grazie di cuore per tutto quello che hai fatto per il golf in Italia.

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Giu 05


Sarà perché mi identifico parecchio con l’autore, ma questo è il libro di golf più bello che abbia letto quest’anno – e io ne leggo uno a settimana.

È la storia, narrata in prima persona, del tentativo di un golfista non professionista, con un handicap intorno al 10, di entrare nella mitica Q-school. Trecento e passa pagine di emozioni, patimenti, errori, miglioramenti, delusioni e speranze.

Il risultato finale è – credo – abbastanza scontato; ma non è nel risultato il punto di forza di questo romanzo. Lo snodo del libro è infatti nei progressi che l’autore fa rispetto al suo swing, nei maestri che incontra, nei pensieri che lo accompagnano: nel suo viaggio alla ricerca del suo personalissimo Santo Graal.

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