Giu 10


Il numero di giugno di “GolfDigest” contiene un articolo, a firma di Max Adler, dedicato a quei golfisti abbastanza bravi per essere considerati delle “stelle” nel loro circolo ma che, nell’universo golfistico, sono mooolti gradini sotto il golf professionistico: How Low Can You Go? Di fatto l’articolo finisce per essere una galleria ben articolata di ciò che diversi professionisti pensano sul tema. Riporto a seguire, commentandoli (e inserendo la mia traduzione di seguito tra parentesi quadre), alcuni punti che reputo degni di nota.

Intanto, il concetto di “scratch golfer” è variato col tempo: il livello scratch, o handicap zero, è stato misurato come il gioco espresso dalla metà migliore dei partecipanti allo US Amateur tra il 1977 e il 1981. Oggi, usando gli stessi criteri si ottiene un livello di +3: ovvero, la concorrenza (per via del progresso tecnologico nei materiali, della preparazione atletica e probabilmente per altri fattori) è molto più agguerrita.

Poi, bisogna distinguere tra colui che gioca scratch sul proprio campo e colui che fa la stessa cosa in giro per campi diversi tra di loro – sono due giocatori mooolto diversi. Dice Butch Harmon:

A good amateur’s handicap is based on travelling to different courses and competing. If you’re not shooting four or five under every time you tee it up at your home course, where you know every little break, then you’re no good.
[L’handicap di un buon dilettante è dato dal gioco su diversi campi e dal competere su di essi. Se non sei quattro o cinque sotto ogni volta che giochi sul campo di casa, dove conosci ogni minima pendenza, allora non puoi essere considerato bravo.]

Qual è la differenza tra uno scratch golfer e un professionista? Sentiamo Matt Kuchar:

A scratch has a consistent swing and can put together very good rounds, but too often he makes that double bogey or multiple bogeys in a row. A pro learns to eliminate them.
[Un giocatore scratch ha uno swing ripetitivo e può mettere insieme giri molto buoni, ma troppo spesso fa quel doppio bogey di troppo o più bogey di fila. Un professionista impara a eliminarli.]

Dettagli piccoli ma significativi, quindi. E anche l’aspetto mentale ha la sua importanza (ovviamente), come illustra Martin Laird:

I jumped to another level when I realized that getting frustrated and angry on the course doesn’t help.
[Sono passato al livello superiore quando mi sono reso conto che essere frustrato e arrabbiato sul campo non aiuta.]

E lo stesso Laird parla di un altro aspetto rilevante, la strategia di gioco:

You can’t underrate course management. I learned that I don’t have to go at every pin just because I have a wedge in my hand. Sometimes 15 feet is OK.
[Non si può sottovalutare la gestione del campo. Ho imparato che non devo mirare a tutte le bandiere solo perché ho un wedge in mano. A volte cinque metri va bene.]

Scrive l’autore dell’articolo:

“Make fewer errors and do everything a little better” is probably not the revelation holding back your scratch friend. However, perhaps there’s something to be gleaned from how pros react to errors.
[“Fare meno errori e fare tutto un po’ meglio” non è probabilmente la rivelazione che impedisce al tuo amico scratch di passare al livello successivo. Tuttavia, forse c’è qualcosa che si può apprendere da come i professionisti reagiscono agli errori.]

Sì, credo proprio che qui stia il punto fondamentale: come si reagisce all’inevitabile errore. Dice Bob Rotella, uno che di psicologia dello sport due o tre cose le conosce:

Tour players make bad swings and miss greens, too, but they tend not to get bothered by anything or anyone. […] They get up and down more often, they chip in more often. They just have this ridiculous confidence.
[Anche i giocatori del tour fanno brutti swing e mancano i green, ma tendono a non farsi infastidire da nulla e nessuno. […] Fanno up and down più spesso, imbucano con un chip più spesso. Hanno semplicemente questa ridicola sicurezza di sé.]

Questa ridicola sicurezza di sé, ovvero la confidenza nella propria abilità golfistica, spiega molte cose. Anche Anthony Kim ha un suggerimento per gli aspiranti professionisti:

Even when you don’t want to hit that last bucket or two of range balls, physically you can, and then maybe you find something in that last part of the session. After a while, those somethings add up.
[Anche quando non vuoi tirare l’ultimo secchio o paio di secchi di palle, fisicamente ti è possibile, e poi può essere che trovi qualcosa in questa ultima parte della sessione. Dopo un po’, tutte queste piccolezze si sommano.]

Mag 27

Ho chiesto a Guido Rolando, compagno di gioco ai Ciliegi e probabile compagno nell’avventura romana di questo autunno (un amico, insomma, con due grossi difetti: avere l’handicap di gioco mooolto più basso del mio ed essere figlio di un maestro – è chiaramente l’invidia che mi fa parlare :-)), di scrivere un articolo sul come riparare i pitch mark. Detto, fatto. Ecco qui il primo guest blogger di Campo pratica.

Guido Rolando dixit:

Quante volte vi sarà capitato, spesso in gara, di pattare dopo aver analizzato minuziosamente la linea, il taglio dell’erba, la pendenza e a un certo punto, magari in prossimità della buca, vedere la pallina saltellare e cambiare direzione…

Ecco: se vi è successo, vuol dire che siete stati vittime di un pitch mark mal riparato.
Il pitch mark è quel segno, scavo o piccola fossetta che provoca la pallina quando atterra sul green. I giocatori più bravi e che imprimono più spin alla palla a volte fanno veri e propri buchi; i giocatori meno bravi invece lasciano dei segni più lievi, che comunque disturbano se mal riparati o addirittura lasciati così come sono.

Il pitch mark può essere sistemato utilizzando l’apposito attrezzo, l’alzapitch: sì, proprio quello che assomiglia ad una forchetta da aperitivo per prendere le olive… Questo oggettino va puntato nel terreno direttamente dietro il segno lasciato dalla pallina, piantato in modo obliquo e infine tirato verso l’erba del green in modo da far alzare la terra compressa dalla pallina… Una volta che vedremo emergere quel piccolo “vulcano”, esso andrà schiacciato con delicatezza col putter, in modo da uniformarlo col resto del green.

Ecco, così deve essere riparato un pitch mark… Occorre ricordarsi di ripararlo sempre, anche se non è sulla nostra linea (e anche se non fosse nostro): un giocatore della squadra che segue potrebbe averlo sulla sua…

Alzare i pitch mark è anche una regola basilare dell’etichetta golfistica, che purtroppo in questi ultimi anni non è molto rispettata, sia dai neogolfisti che dai giocatori di prima categoria…

Mag 20

Visito più volte la settimana l’area approcci del mio circolo. Troppo spesso la trovo in condizioni del genere:


Mentre dovrei – dovremmo tutti – trovarla più o meno così:


Partiamo dalle definizioni. L’etichetta dice:

Prima di lasciare un bunker, i giocatori dovrebbero accuratamente riempire e livellare tutte le buche e le tracce dei piedi fatte da loro e quelle vicine fatte da altri. Se c’è un rastrello ad una distanza ragionevole dal bunker, lo si dovrebbe usare per questo scopo.

Vediamo allora come rastrellare un bunker.

1. La cosa più importante è trovare un punto basso da cui entrare nel bunker: è opportuno non entrare da una sponda alta perché questo vuol dire causare erosione e comunque muovere più sabbia del necessario; senza contare il fatto che rastrellare zone piatte è più semplice.

2. È possibile (è ammesso dalle regole) portare il bastone con sé nel bunker. In alternativa, va comunque avvicinato al punto di uscita (per non rallentare il gioco).

3. Una volta eseguito il colpo e preso in mano – senza troppa pressione – il rastrello, bisogna iniziare a rastrellare dal divot e poi verso il punto di entrata/uscita. Il bunker, una volta rastrellato, deve avere una superficie uniforme, senza segni di impronte o divot e minimi segni di scavo o solchi. I solchi causati dai denti del rastrello sono accettabili: non si può far nulla al riguardo.

4. Dopo aver finito, il rastrello va messo nella posizione raccomandata dal circolo (dentro oppure fuori dal bunker, non c’è consenso sul punto e ciascuno circolo ha le sue regole).

5. Non bisogna di dimenticarsi di dare un’ultima occhiata al bunker per apprezzare il lavoro fatto e dirsi un “bravo” finale! 🙂

Apr 08

Il golf è uno sport noioso.

Noioso nel senso che richiede dei gesti il più possibile ripetitivi e uguali a se stessi. Il che si traduce di fatto nella routine: la routine è una procedura utilissima per fare in maniera che i nostri colpi (il putt soprattutto, ma non solo) siano il più possibile ripetitivi.

Vediamo quel che ne pensa Tiger (in How I play golf, pp. 30-31, traduzione mia):

Non importa quale sia esattamente la tua routine (le variazioni possibili sono molte): il punto è compiere sempre gli stessi gesti su ogni singolo putt.

La cosa importante riguardo alla mia routine è che non la cambio mai. La eseguo sempre alla stessa velocità e con gli stessi passi ogni singola volta. Non solo raccolgo tutte le informazioni di cui ho bisogno per il putt stesso, ma anche mi dispongo nel miglior stato mentale per pattare. Quando porto il putt all’indietro per eseguire il colpo sono in pieno flow, sia fisico che mentale. Ecco quel che una buona routine fa per me e può fare per te.

Ricordo anche di aver letto, su un “Golf Digest” di qualche anno fa, il padre Earl che descriveva ad un giornalista la routine del figlio nel putt. La cosa interessante era che mister Woods era di spalle al figlio e descriveva esattamente al giornalista i gesti che il figlio stava compiendo nel momento esatto in cui li faceva. E questo perché il suo è un esempio fantastico di routine.

Il putt, naturalmente, è solo un esempio, anche se il più evidente. Ma il discorso si può allargare in più direzioni. Vediamole.

Si applica, ovviamente, agli altri colpi: è scontato che la routine è importante per tutti i colpi che facciamo durante una gara (o anche un semplice giro con gli amici). La routine per un drive o un ferro sarà differente rispetto a quella per il putt, ma è importante che esista e che ne si sia consapevoli (o anche inconsapevoli, ma solo dopo averla appiccicata a noi stessi come un vestito che si adatta perfettamente a noi, ovvero come qualcosa che facciamo in automatico senza nemmeno rendercene conto).

Si applica alle ore che precedono una gara, a partire dalla sera prima fino all’arrivo al campo, alla preparazione mentale, al riscaldamento e così via: si veda ad esempio come il giovane professionista Alessandro Grammatica descrive la sua routine pre-gara.

Si applica, infine, anche a gara conclusa. In questo caso le regole sono meno fisse, ma è importante, a gara finita e in un momento di tranquillità, rivedere nella propria mente i colpi tirati, esaminarli, soprattutto individuare gli errori compiuti e quali sono stati i punti di debolezza per poterci poi lavorare in seguito.

Dic 24

Come si dice, un’immagine vale più di mille parole. Ebbene: il video qui sopra, che ho scoperto di recente, è stata per me un’illuminazione.

Questo semplice video di poco più di un minuto fa vedere in maniera chiara, limpida e netta sia l’errore di tanti golfisti (me compreso), sia la soluzione.

Per chi non mastica l’inglese, Hogan dice che la cosa più importante nello swing è il movimento della parte inferiore del corpo quando ci si trova all’apice dello swing.

Il segreto, secondo lui, consiste nel muovere per prima cosa durante la discesa la parte inferiore del corpo. Ovvero: prima partono i fianchi, poi le spalle e solo alla fine le braccia.

Invece, molti golfisti fanno il contrario, in questa maniera arrivando dall’esterno. L’effetto non potrà che essere un pull (palla che parte verso sinistra), con le eventuali varianti pull-slice oppure pull-hook se la palla curverà a destra oppure a sinistra. Questo si vede benissimo ai secondi 41-46.

La differenza rispetto ad uno swing moderno è il movimento delle gambe, che oggi è più contenuto. Ma questo semplice video è in sé illuminante nella sua semplicità.

Nov 19


Parlo volentieri con chiunque del putt, della tecnica connessa, dei problemi e delle opportunità che presenta. E spesso sento parole che rivelano insoddisfazione, quando non addirittura frustrazione. Allora mi chiedo se ci siano delle strade possibili per alleviare queste sensazioni negative.

Alla fine, credo che tutto si riduca a questo: che tu senta il tuo putt come un’estensione naturale delle braccia, del corpo, della mente. Che tu ami il tuo putt, e che ami pattare: da qualunque distanza e con qualunque pendenza. Che visualizzi la pallina rotolare con la giusta forza e nella giusta direzione. Che patti per imbucare, e per nessun altro motivo.

Certo, le lezioni di tecnica sono importanti (e in genere trascurate – secondo me a torto – dai maestri). Però, alla fine non è la tecnica in sé che fa la differenza; mentre è fondamentale che la routine sia ripetitiva, sempre uguale a se stessa e noiosa (aggettivo che nella tecnica golfistica è un complimento!).

E non ci sono scorciatoie. L’unica maniera che conosco per memorizzare un movimento, fino ad arrivare al punto di dimenticare di saperlo fare, ovvero di poterlo eseguire in maniera del tutto automatica e naturale, è quello di ripeterlo per diecimila volte. Diecimila, non una di meno.

Diecimila è un numero che ritorna, nel golf. Scrive Rob Bell in Mental Toughness Training for Golf:

The time required for golfers to achieve “elite” or near elite status is ten years or 10,000 hours of intense involvement.

Diecimila ore per diventare un “virtuoso” del golf. Ok, forse è un obiettivo che non interessa alla maggior parte dei golfisti. Ma diecimila ripetizioni con il putt è un addestramento realistico per chi vuole seriamente migliorare.

Con esercizi, variando le distanze e le pendenze (non sempre le classiche tre palline in piano a sei metri dalla buca!), da soli o con amici (ma diventare bravi è un sport solitario, non per squadre), leggendo libri e articoli (ottimo lo speciale di Golf Digest uscito sul numero di ottobre e segnalatomi dall’amico Stefan), parlando con amici, facendo lezioni e così via. Con un’ora di pratica la settimana per un anno si arriva ad un numero certamente vicino alle diecimila ripetizioni di cui si diceva.

E il cerchio, giocoforza, si chiude.

Mag 17

Dopo qualche settimana di silenzio, dovuto al cambio di “casa” sul Web (come dire, prima ero in affitto, ora sono davvero a casa mia – e non importa se qualche presa magari non funziona, se in qualche stanza bisogna ancora dare il bianco e così via: farò tutto a tempo debito), riprendo con l’analisi del mio gioco di questo inizio stagione, per cercare di trarne delle conclusioni che abbiano una qualche validità generale.

Iniziamo dai dati. In 15 gare singole fatte fino ad ora, ho preso otto virgole, in quattro casi l’handicap è rimasto invariato e in tre è sceso: il risultato è che ora è leggermente più basso rispetto a inizio anno (7,4 contro 7,6).

La media dei colpi è di 85 (due volte sotto gli 80), 50% di fairway presi, 29% di GIR, 30 putt in media (0,9 i 3-putt).

E veniamo alle sensazioni, che credo siano molto più importanti. Mi sono reso conto che le brutte prestazioni (tirare oltre 90 colpi) sono capitate ma sono state un incidente, mentre più volte sono stato in the flow anche per tutto il giorno – che sensazione splendida! Sono queste le sensazioni che cerco di ritrovare durante le gare.

Mi è stata (e mi è) utile in proposito l’opera di Mihaly Csikszentmihalyi (questo è un buon punto di partenza per esplorazioni successive).

E finisco con una nota di colore. Ogni tanto qualcuno mi dice: “Pagherei per tirarla lunga come te” (mi è capitato tre volte solo nell’ultimo mese). Però – considerazione mia – queste persone non vanno mai in campo pratica!

Apr 10

Sarà il lungo lavoro invernale, sarà la clinic ad Agadir, saranno gli allenamenti di fatto quotidiani, sarà anche il caso ma il mio gioco ha preso un bel ritmo: sperimento sempre più spesso gare intere “in the flow”, e giocare sotto gli 80 colpi è diventata una piacevole abitudine.

Anche per questo, per limare quei due o trecento difetti che avverto nel mio swing, parteciperò alla clinic al Pelagone (30 aprile – 3 maggio) tenuta dagli amici/maestri Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati.

Avendone sperimentato i benefici sul lungo periodo (disclaimer: non disgiunti da lunghe sessioni solitarie in campo pratica), mi sento di consigliarla ai golfisti desiderosi di migliorare il proprio gioco.

Nov 08

Rispondo a Davide (il titolo di questo post è l’oggetto della sua mail), uno dei miei venticinque lettori di manzoniana memoria, che mi scrive:

Ciao,
mi chiamo Davide, ho 28 anni e anche io vorrei diventare professionista. Amo questo sport ed è da 8 mesi che pratico frequentemente, per il momento sono ancora 33 hc, lo so la strada è ancora lunga!!!
Avevo pensato di scrivere un libro anche io, ma non so poi come funziona, da chi devo andare per pubblicarlo e tutte le trafile che bisogna seguire. Potresti darmi delle dritte se non chiedo troppo? A me piace molto anche disegnare e non me la cavo male pensavo anche ad un fumetto sempre sul golf: cosa ne pensi?!?!..
A me piacerebbe tanto contribuire nel golf e mi piacerebbe lavorarci ma non so cosa si potrebbe fare oltre che il maestro?!? e ancora mi manca molto..
Grazie!! Davide

Innanzitutto, Davide, grazie per la mail, che apre un tema caro a molti.

Nella mail tu parli di due strade differenti, sebbene possano anche incrociarsi: diventare professionista e scrivere di golf.

Quanto al diventare professionista, otto mesi sono forse ancora pochi per giudicare. Il mio consiglio è di lavorare duro, presto saranno i risultati che parleranno da sé: se l’handicap arriverà ad una cifra nel giro di un anno, allora l’aspirazione al professionismo potrebbe essere pensabile. Tieni conto che il passaggio al professionismo richiede un handicap non superiore a 4 e un’età non superiore ai 40 anni. Considera anche che arrivare a quei livelli richiede anni di pratica costante, che non è detto che venga ricompensata in qualche modo. (È per questo che di solito chi diventa professionista ha cominciato a giocare da bambino.)

Occorre però soppesare bene i pro (appunto) e i contro: anche perché la vita del professionista non è così rosea come può apparire dal di fuori. Quanti sono infatti, i professionisti che vivono del loro gioco (lezioni escluse)? E per quanto tempo lo fanno? Quindi, se hai questo sogno è bene che lo coltivi, a patto che misuri bene le tue forze e non perda di vista la realtà che ti sta di fronte.

Il secondo punto che tocchi è lo scrivere di golf. In questi casi quel che faccio sempre è, innanzitutto, scoraggiare facili entusiasmi: ammesso che tu abbia un contenuto originale e che possa interessare un numero sufficiente di lettori, se il tuo nome non dice nulla ad un editore è ben difficile che tu possa essere preso in considerazione.

Però, se veramente ritieni di avere delle cose interessanti da dire, allora un blog potrebbe essere una prima risposta: uno strumento facile e gratuito che può permetterti, se curato come si deve, di misurarti con i tuoi lettori e di vedere se davvero scrivere di golf è quello che vuoi fare.

Ciò detto, se è la passione che ti guida, l’unico consiglio che mi sento di darti è quello di seguire – comunque – il tuo istinto. Vai! E quando sarai arrivato faccelo sapere!

Ott 26

Sabato 24 novembre gara al mio circolo. A seguire i dati.
Colpi: 79 (-2 sul mio hcp di gioco: 3 birdie, 6 par, 8 bogey e un doppio)
Fairway: 79% (11/14, mio record personale)
GIR: 44% (8/18)
Putt: 32 (6 1-putt, 3 3-putt)

E queste le mie sensazioni durante il giro. Sono stato sempre in the flow, concentrato e rilassato nel medesimo tempo – cosa che mi ha colpito molto positivamente. Dopo gli errori non perdevo la calma, ma pensavo al colpo successivo. Stessa cosa quando, verso la fine, cominciavo a fare i calcoli.
Negli intervalli tra i colpi ammiravo la splendida giornata – in particolare il panorama che si godeva dalla 6 – e parlottavo con i compagni di gioco (troppo, in un caso: quando mi sono distratto e ho fatto doppio bogey).

In sostanza, per arrivare ad essere in the flow, sensazione che tutti i golfisti (consapevolmente o meno) ricercano, non esiste una ricetta sicura, ma si possono trovare alcuni indizi:
– concentrarsi sul colpo;
– eseguire sempre la medesima routine;
– rimanere rilassati tra i colpi;
– dimenticare il punteggio.

preload preload preload
© 2026 Gianni Davico  Licenza Creative Commons