Lug 13


Lo scorso fine settimana, al campionato piemontese al Colline del Gavi (ehi, per la prima volta sono sceso quest’anno, un “bravo!” a me! ROTFL), ho avuto l’ennesima prova dell’importanza di questo colpo nel complesso del gioco.

Se il putt da un metro è, in assoluto, il colpo più difficile al golf, quello di lunghezza un poco superiore è quel che fa la differenza tra un par e un birdie (o, ciò che è lo stesso, tra un par e un bogey). Acquisire sicurezza su queste distanze (diciamo oltre i due metri e fino ai tre e mezzo) dà una bella carica al morale.

E la fiducia in sé è tutto, nel golf. E poi è tutta una catena: la fiducia sul putt vuol dire maggior fiducia nel gioco corto e poi nel gioco lungo.

Occorre quindi allenare questo colpo. Ma sulla durata dell’allenamento concordo con quanto sostiene Bob Rotella nel suo libro più recente, The Unstoppable Golfer: non serve allenarsi quattro ore di seguito sul putt, bastano venti minuti. Però – e qui sta il “segreto” – la pratica deve essere costante, nel senso che i pochi minuti devono essere ripetuti tutti i giorni, o comunque ogniqualvolta sia possibile. E questo anche perché tale meccanica si perde facilmente e dunque va esercitata con costanza.

Siamo ai confini tra il corpo e la mente, un territorio golpisticamente interessantissimo da esplorare. I putt da tre metri, una delle chiavi del divertimento nel golf.

Giu 29


Il campo da golf di Cuneo, alla Mellana di Boves, è da anni per me l’epitome della tranquillità, della libertà e della felicità (golfistica, si intende; ma il discorso è ampio e si allarga a comprendere uno stile di vita).

Cuneo è il campo dove per la prima volta sono sceso sotto gli 80 colpi (2 agosto 2008, 1 birdie, 11 par e 6 bogey per un totale di 77) e – quello stesso giorno – per la prima volta ho raggiunto l’handicap ad una cifra (8,9). Feci 43 punti e ricordo il commento tra lo stupito e ammirato di una signora.

Cuneo è il campo dove ho fatto la mia prima, e per ora unica, buca in uno.

Cuneo era (ed è), per me, tra i campi più belli, un luogo dove ritorno sempre con estremo piacere.

A inizio anno il campo ha chiuso, per cambio gestione. Ciò mi rendeva triste. Ma la proprietà è riuscita a riaprire, esattamente un mese fa.

Con molti sforzi, si capisce: sono stato in settimana e la zona approcci sembrava una foresta, per dire (esagero un po’), ma il campo è a posto, pronto per gare e tee time.

Quindi il succo del discorso è chiaro: invito i miei venticinque lettori a giocare in questo campo; ed essendo qui, anche a godere delle bellezze che le montagne della zona offrono.

Giu 15


Sono un geometra dei campi da golf.

È la mia passione per i numeri, per le cifre che mi porta a questo. (Che cosa strana la vita, adoro i numeri e le parole alla stessa misura, considero la matematica uno dei fondamenti dell’universo e uno dei quattro pilastri del nostro sapere – gli altri essendo l’italiano, l’inglese e l’informatica – e allo stesso tempo anche un biglietto del tram buttato per terra mi attira, voglio sapere che cosa c’è scritto sopra.)

Soprattutto sul secondo colpo trovo fondamentale misurare la distanza precisa dalla bandiera, poi tenere conto del lie, del vento, dell’inclinazione del terreno eccetera. Tutto ciò rientra in un’equazione che dà come risultato un numero, un numero “magico” che poi si traduce in un bastone da usare.

L’ultimo Golf Today (giugno 2012, pp. 80-81) pubblica un articolo breve ma piacevole e interessante in tema di mappe.

Il prossimo passo (che non visualizzo ancora) sarà imparare a costruirsele, e in tal caso utilizzerò le istruzioni di Antonio Burzio.

Il quale Antonio cita i telemetri. Ebbene, appena mi deciderò a compiere questo passo – ed è un passo delicato, paragonabile nel campo della lettura all’acquisto di un lettore di ebook, perché dopo nulla sarà più come prima – so già che il modello sarà uno di quelli che calcola automaticamente le pendenze e ti dà la distanza come se si fosse in piano (per esempio questo): non permesso in gara, ma utilissimo per le prove campo.

Mag 11

Quando faccio qualcosa che sia correlato al golf, io mi sento felice.

Questa è una semplice verità. Che sia in campo pratica oppure in campo, che legga di golf oppure lo guardi in televisione, che ne parli con qualcuno oppure scriva delle recensioni il risultato non cambia.

Anche quando come ieri le gare vanno male e non riesco ad evitare la virgola, anche in periodi come questo dove l’handicap sta salendo in maniera verticale nonostante io mi senta pronto – tecnicamente, mentalmente e fisicamente – per una decisa discesa ma la realtà dica il contrario, io sono felice.

Allora mi viene spontaneo pensare alla fase successiva. La fase successiva non riguarda me, ma riguarda quel che io potrò trasmettere – alle mie figlie, ai miei venticinque lettori, ad eventuali allievi futuri eccetera – di quel che so a riguardo di questa attività meravigliosa.

Sì, questo accade perché l’impressione netta che ho, quando passo tanto tempo al golf, è che tutto ciò che imparo abbia valore – si moltiplichi, più precisamente – solo se riesco a trasmetterlo. Altrimenti, saperlo solo per me sarebbe inutile. È per questo che voglio condividere quel che so, che tengo questo blog, che rispondo a chi mi fa domande eccetera.

Tutto ciò oggi è ancora allo stato di bozza; ma insomma il futuro è sempre incerto! L’idea però è chiara: trasmettere agli altri per dare valore a quel che si sa e per capire meglio quel che si è, trasmettere per crescere.

Mar 30


L’ultimo numero di “Golf & Turismo” contiene quattro pagine pubblicitarie Callaway il cui testo dà da pensare.

Ecco una parte di che cosa si legge nella prima delle quattro (ho normalizzato il testo che per ragioni pubblicitarie è tutto maiuscolo nell’originale):

Un drive di Álvaro Quirós percorre 310 iarde tra le Bellagio Fountains a Las Vegasa.

Questo testo è la traduzione della medesima pagina, che si vede ad esempio su “Golf Digest” di questo mese (il video è qui):

Álvaro Quirós and J.B. Holmes drive 310 yards across the Fountains of Bellagio in Las Vegas.

Ora io, da fornitore di un servizio del genere, mi rendo perfettamente conto che la traduzione è sovente una sorta di pensiero laterale dell’ultimo minuto, in casi come questo: l’agenzia pubblicitaria ha mille cose cui badare e fa il possibile. (Qui un ottimo articolo sul tema, scritto da uno dei guru dell’industria della traduzione.)

Tuttavia vedo un problema non da poco, perché una grande azienda investe parecchie migliaia di euro in promozione ma in qualche punto del processo c’è un anello debole che fa sì che non venga spesa qualche decina di euro (una percentuale infima del costo totale del progetto) per un testo tradotto come si deve.

Quindi l’ovvia conclusione è che le scorciatoie a volte diventano delle trappole o, per dirla con Einstein:

Everything should be made as simple as possible, but no simpler.

Mar 09

A novembre annunciai un progetto che avevo in corso: scrivere un ebook destinato ai golfisti che desiderano seriamente migliorare il proprio gioco.

Ora quel progetto è completo. L’ebook è qui, scaricabile gratuitamente. Senza bisogno di password, di lasciare la propria mail eccetera.

Sono le mie opinioni sulla pratica, nella convinzione che quel che so possa servire anche ad altri. Se piacerà si diffonderà, altrimenti rimarrà lì e andrà bene lo stesso.

Mar 02


Isabella Data, che esattamente tre mesi fa aveva pubblicato qui il suo grazioso Decalogo del campo pratica, ha scritto ora un altro pezzo che reputo interessante e che pubblico volentieri. Parla di regole, la cui conoscenza – è importante che sia chiaro – è un aiuto e non un deterrente per il giocatore. Da qui si possono scaricare le Regole del Golf 2012-2015 (e, mentre si è lì, si potrebbe dare un occhio anche alle Decisioni sulle Regole del Golf 2012-2013 e alla Normativa tecnica).

La parola a Isabella.

Quando ho iniziato a giocare a golf e sono venuta in contatto con le “regole”, il mio spirito libero le ha subito classificate come una raccolta di “tigne” (regole complicate e passabilmente astruse) sedimentata da almeno 200 anni. Poi ho scoperto il fascino etico, non solo tecnico di questo gioco; sono cresciuti, man mano, dentro di me l’apprezzamento e il rispetto per un gioco dove, sostanzialmente, si è arbitri di se stessi.

Giocando ho compreso che la bellezza del golf, il fatto che appassioni ogni giorno sempre di più, nasce dal fatto che è “un gioco che non si può vincere, si può solo giocare”: non annoia mai, giacché presenta sempre nuove e svariatissime situazioni di gioco, su cui influiscono morfologia dei campi, situazioni ambientali, vantaggi assegnati ai giocatori (i cosiddetti “handicap”), materiali a disposizione, tipi di competizione.

L’importanza del conoscere le regole per un giocatore di golf è massima: si tratta probabilmente dell’unico sport in cui ognuno è arbitro di se stesso, e quindi onestà e rispetto devono far parte del bagaglio di ogni golfista. Barare non ha nessun senso, anche perché si finisce non solo per ingannare se stessi, ma per togliere a se stessi l’essenza pura del vero divertimento.

In questo tempo così malinconico, teniamoci stretti lo spirit of the game e le regole.

Ultima riflessione: se un “servitore” dello Stato, un Consigliere di Stato, non coglie la gravità di azioni così disoneste come quella di farsi pagare ripetutamente le vacanze, allora valorizziamo di più un gioco che insegna ad adulti e a ragazzi ad apprezzare valori come onestà e correttezza. Un gioco, più serio della vita vera.

Dic 02

Isabella Data è una golfista che si è chiesta come si potrebbe migliorare quel luogo ameno che è il campo pratica. Dice:

Nella mia decennale esperienza di golfista ho avuto modo di elaborare un “decalogo” per trasformare il campo pratica da purgatorio (quale spesso si presenta) a paradiso del golfista praticante. Sì, perché, nonostante il campo pratica sia una fonte di entrate assai interessante sotto diversi aspetti, mi è parso sovente che i circoli non facciano poi tutta questa gran gara per attirarvi assidui frequentatori.

Nei mesi scorsi Il Mondo del Golf lo ha pubblicato a puntate. A me è piaciuto parecchio, mi sono sembrati tutti ottimi spunti di riflessione per i circoli. Allora le ho chiesto il permesso di inserirlo in questo blog: lei ha acconsentito di buon grado. Ora il decalogo è scaricabile qui.

Chi lo leggerà troverà le riflessioni pacate di Isabella, cui spetta anche l’ultimo commento:

Voglio sottolineare come la situazione attuale non sia assolutamente negativa. È anzi doveroso, da parte mia, segnalare come già oggi ci sia molto impegno per rendere i campi pratica sempre agibili, in tutte le stagioni e in fasce di orario già molto ampie. C’è qualità di servizio, ci sono i luminosi esempi di abnegazione a raccogliere palline in mezzo al fango e alla neve per far giocare gli irriducibili appena si può.
Grazie quindi a tutti i presidenti, a tutte le segreterie e a tutti i “Mohamed”, “Maurizio”, “Ikbal” che già oggi ci permettono di stare in un bel purgatorio. Sarà veramente bello se qualcuno troverà buona qualche mia idea, la metterà in pratica – magari migliorandola ancora, visto che a me manca di sicuro l’esperienza gestionale – e se, così facendo, qualche praticante in più si sentirà in paradiso e migliorerà con soddisfazione il suo gioco.
Il più bello del mondo.

Nov 25


Oggi sono qui per chiedere. Mettendo insieme articoli scritti in questi anni per questo blog e altrove, letture fatte, pensieri eccetera sto preparando un ebook, che sarà disponibile gratuitamente su questo sito entro un paio di mesi, destinato ai golfisti italiani che desiderano seriamente togliere 5 – 10 – 15 – 20 colpi (a seconda del loro livello di partenza) dal proprio handicap.

Titolo e sottotitolo: Come migliorare il proprio gioco. Diventare il golfista migliore che tu possa diventare. Sarà grossomodo un’estensione di questo articolo.

Io non sono un maestro e quindi non posso dare suggerimenti di tecnica; ma il golf lo conosco bene, conosco le mille sfaccettature del campo pratica. Conosco a memoria le pendenze del nostro putting green millimetro per millimetro, per dire; e probabilmente faccio ridere quando mi si vede lì con la bolla da carpentiere e tutti i miei strumenti di misurazione. (Ma what gets measured gets done, come si dice.) So insomma di poter scrivere un volumetto utile a chi è interessato.

Ho già in mente gli argomenti e la struttura, ma la mia domanda è questa:

Che cosa deve contenere, secondo te? Quali argomenti vorresti vedere trattati?

Oggi sono io che chiedo il tuo aiuto. E me lo aspetto.

Nov 04


Mi scrive Renato, un lettore di questo blog:

ho 46 anni e ad aprile 2011 ho preso l’handicap. Per essere arrivato dove sei con l’handicap quanto e come ti alleni? Perché vorrei anche io arrivare dove sei tu.
In attesa di un tuo prezioso consiglio…

La mia esperienza è certamente d’aiuto a coloro che, come Renato – e sono molti più di quanti possiamo immaginare – desiderano davvero migliorare il proprio gioco. Ecco dunque la mia “ricetta”, che non ha pretese di esaustività ma vale come percorso abbastanza tipico, avendo io cominciato a giocare a golf da adulto. La prima volta che ho preso in mano un bastone era infatti il 7 febbraio 2004 (il primo giorno di apertura del mio circolo – ero tendenzialmente monomaniaco già allora, mi sa…): avevo 36 anni e mezzo.

Ci sono state delle circostanze casuali che mi hanno fatto amare la pratica. Ne segnalo un paio:

  • mi scocciava (o, più esattamente, mi vergognavo) farmi vedere in campo a tirare colpi di qua e di là (quello che gli americani chiamano army golf): è stato naturale allora passare più tempo in campo pratica che in campo;
  • nello stesso tempo, un nove buche con 350 soci ha chiaramente tempi di percorrenza abbastanza elevati (2 – 2,5 ore anche girando da soli), il che vuol dire attese infinite ai tee di partenza: meglio allora tirare come dei forsennati in campo pratica, no? 🙂

C’è stata dunque una componente di casualità, ma il risultato è che il campo pratica è stato per me fin dall’inizio il ricettacolo naturale per l’esperienza golfistica.

E questo è il primo “segreto”: non esistono scorciatoie. Per diventare bravi occorre amare la pratica, praticare con disciplina e costanza. Il campo può essere più divertente, ma senza diecimila [sic] ripetizioni di un singolo movimento non lo si interiorizzerà, e il risultato dello swing sarà dunque sostanzialmente casuale.

Seconda componente: il mio handicap è sceso in maniera decisa l’anno in cui ho dedicato più tempo al gioco corto che non allo swing completo. Nel 2007 – il mio quarto anno di golf – sono sceso da 18,4 a 13,0 passando tanto tempo nell’area approcci. Non per niente si dice “drive for show, putt for dough”.

E qui arriviamo al terzo punto: il putt. Io “amo” il putt, amo la pratica del putt, e quando sono sul green tiro sempre per imbucare, da 10 centimetri come da 20 metri. Questo è un punto importante: troppi golfisti tirano il primo putt per lasciarsi un comodo tap in, il che si traduce troppo spesso in secondi putt da due o tre metri. Invece il concetto è proprio questo: tirare il putt – qualunque putt – per imbucarlo.

Corollario: in campo pratica è molto più importante allenarsi nei putt da uno, due e tre metri – quelli che fanno la differenza – che non in quelli da sei metri, dove non c’è pressione perché l’aspettativa non è di imbucarli ma semplicemente di avvicinarsi all’obiettivo.

Un paio di articoli che ho scritto sull’argomento putt si trova qui e qui.

Altro aspetto fondamentale: l’allenamento mentale. Contrariamente a quel che possiamo pensare, la mente si può allenare proprio come il corpo, e la psicologia sportiva è una disciplina scientifica che può aiutare molto, né c’entra nulla con lettini freudiani, paranoie di vario genere e così via. Il golf è essenzialmente uno sport mentale, quindi saper governare la propria mente nei momenti cruciali è fondamentale per un buon gioco. Io ho la fortuna di avere un maestro che lavora con uno psicologo sportivo, e ho trovato tantissimi benefici da questo. I miei due maestri, Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati, hanno scritto un libro sull’argomento, che consiglio caldamente a chi è interessato a questi temi (qui un estratto).

E, per finire, ancora un paio di note.

La prima: la lettura e l’ascolto. Io adoro leggere e mi rendo conto che non per tutti sarà così, ma ho trovato beneficio dalle riviste, dai libri e dagli audiolibri.

La seconda: la forma fisica. Ho tratto un grossissimo giovamento da quando, poco più di un anno fa, ho cominciato a frequentare con regolarità la palestra (pilates e corsa soprattutto). Oggi, a 44 anni, mi sento in forma fisica splendida, molto più di vent’anni fa quando sarei stato in teoria al mio zenit (ma come dice Yogi Berra, in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica non è così). I miei muscoli invecchiano e non posso farci nulla, ma la resistenza, l’elasticità e il benessere che derivano dal tempo trascorso in palestra sono sensazioni meravigliose da provare.

Questi sono i miei ingredienti. Chi, tra coloro che sono ancora qui dopo questa tirata, vuole aggiungere i suoi sarà il benvenuto.

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