Giu 17

“Il Mondo del Golf Today”, giugno 2019, recensioni:
Tony Walker, The Peter Thomson Five. A golfing legend’s greatest triumphs, 2017, 169 pp.;
John Steinbreder, From Turnberry to Tasmania. Adventures of a Traveling Golfer, 2015, 217 pp.

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Mag 21


“Il Mondo del Golf Today”, maggio 2019, recensioni:
John Novosel con John Garrity, Tour Tempo. Golf’s Last Secret Finally Revealed, 2004, 161 pp.;
John Novosel con John Garrity, Tour Tempo 2. The Short Game & Beyond, 2011, 177 pp.;
Andrew Rice, It’s All About Impact. The Winners of Over 100 Majors Prove It, 2009, 127 pp.

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Apr 11


“Il Mondo del Golf Today”, aprile 2019, recensioni:
Robert T. Jones – O.B. Keeler, Down the Fairway, prefazione di Jack Nicklaus, 2018, 190 pp.;
Miguel Antinolo, Golf mentale. Tecniche, esercizi e allenamento per vincere, 2019, 142 pp.

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Mar 20


“Il Mondo del Golf Today”, marzo 2019, recensioni:
John Williamson, Born on the Links. A Concise History of Golf, 2018, 273 pp.;
Corey Lundberg – Matt Wilson, Better Faster. The Modern Golfer’s Blueprint for Getting More from Less, 2017, 120 pp.

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Dic 22


“Il Mondo del Golf Today”, dicembre 2018, recensioni:
John Hoskison, A Golf Swing You Can Trust, 2017, 88 pp.;
John Hoskison, No Hiding in the Open. A Journey in Professional Golf, 2013, 160 pp.;
Kevin Sverduk, The Performance Mindset. A Process-Focused System for Golf Excellence, 2017, 204 pp.

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Nov 28


“Il Mondo del Golf Today”, novembre 2018, recensioni:
Karen Palacios-Jansen, Golf Fitness, prefazione di Gary Player, 2011, 219 pp.;
Oliver Horovitz, An American Caddie in St. Andrews, 2014, 322 pp.

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Ago 19

Majors
Sto leggendo in questi giorni The Majors. In Pursuit of Golf’s Holy Grail. È una perfetta lettura estiva sia per l’argomento, una commistione di storia e cronaca dei quattro major, sia per la leggerezza della penna di John Feinstein (autore di tantissimi libri di successo in tema golfistico, due dei quali avevo recensito qui e qui).

Il volume si inserisce nell’appassionantissimo filone dei racconti delle grandi imprese golfistiche. Il gran peccato, per noi, è che tale filone non esiste in italiano, data la misura minima del mercato: tocca quindi leggere in inglese. (Ho già parlato tante volte qui di questo problema, ma temo che una soluzione non sia in vista almeno nel prossimo immaginabile futuro.)

Il suo limite principale risiede nel fatto che è concentrato soprattutto sugli accadimenti del 1998 (il libro uscì l’anno successivo), e dunque finisce per perdere un poco del suo significato se guardiamo le cose in prospettiva. Cionondimeno per noi malati di golf la lettura delle gesta dei nostri beniamini – anche quelle un poco ingiallite dal tempo – è sempre interessante. E se poi l’autore sa scrivere veramente, come è di sicuro il caso parlando di Feinstein, allora il risultato è una perfetta lettura estiva. Che magari non finirà tra le “perle” della nostra biblioteca golfistica, ma ci avrà tenuto buona compagnia per qualche tempo.

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Mar 18

JN
Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo capitolo di questo libro, The Most Fulfilling. Jack Nicklaus descrive il Masters del 1986 e la sua incredibile e storica vittoria, con soddisfazione evidente e senso di rivincita soprattutto verso i critici che a 46 anni e majorless da sei anni lo ritenevano “finito”.

Ma tutto il libro, peraltro ormai datato, è una lettura godibilissima dell’avventura sportiva e professionale di Nicklaus, dei suoi successi e anche dei fallimenti: è vero che ha vinto 18 major, o anche 20 a seconda di come si conta, ma è altrettanto vero che nei major è arrivato 19 volte secondo (di cui una come dilettante, allo US Open del 1960 in cui giocò il giro finale con Ben Hogan).

Nonostante le sue oltre 500 pagine, è un libro di lettura scorrevole, anche perché la mano esperta di Ken Bowden si sente, e come!

Non c’è molto da aggiungere, perché l’irripetibile carriera di Nicklaus parla da sola; ma questa lettura mi ha felicemente accompagnato per un paio di settimane. E nella mia libreria, che ha tre ripiani dedicati al golf – sopra gli illeggibili, nel mezzo i medi e sotto gli irrinunciabili –, My Story è finito nel ripiano di sotto. Well played, Mr Nicklaus.

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Gen 08

EM
Questo è un libro del 2011, che dunque il suo ciclo di vita l’ha già più o meno passato; ma io l’ho letto solo in questo periodo. Per questo ne parlo oggi.

L’ho trovata una lettura gradevole, utile per far conoscere al grande pubblico (anche, e forse soprattutto, extragolfistico) la storia sportiva e personale di Edoardo Molinari. Si legge in fretta, è piacevole e scorrevole.

Io, però, mi sarei aspettato qualcosa di più: se un appunto si può muovere al volume è infatti proprio quello di non andare troppo in profondità negli argomenti, ovvero nel dire cose che mediamente un golfista appassionato conosce già. Certo, è simpatico e “comodo” trovarle organizzate in un racconto, ma da una autobiografia del genere io mi aspetterei di conoscere dettagli sportivi più precisi e completi. Non dico di ricavare delle lezioni da applicare al proprio gioco, ma quantomeno di andare oltre alla superficie delle cose.

Vi ho trovato un solo errore di battitura (nulla di che), e una sola imprecisione (si parla di McIlroy e McDowell “entrambi ventenni” nel 2009). Ma insomma sono piccolezze che si perdonano facilmente a questo grande campione che ha scritto per l’Italia e per sé pagine bellissime di storia golfistica. E altrettante ne scriverà, questo è certo – basti pensare a quanto successo poche settimane fa.

Quindi anche se in parte superato dagli eventi, rimane un libro significativo nello scarno panorama della letteratura golfistica italiana.

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Set 11

10yards
Ogni tanto, puntuale, mi ritorna il pallino delle statistiche. Il fatto è che siamo ai confini tra arte e scienza, e una soluzione definitiva non può esistere, anche se probabilmente l’app di Mark Broadie (se mai vedrà la luce) potrebbe dare un aiuto notevole.

Lo spunto attuale mi viene dal sempre ottimo Andrea Zanardelli, che qualche giorno fa ha pubblicato le sue considerazioni, insieme a un foglio Excel che ha elaborato proprio per cercare di aumentare la validità dello strumento, posto che le statistiche classiche danno qualche indicazione ma a volte sono fuorvianti.

Anch’io un anno fa circa, con la lettura del libro di Mark Broadie, avevo immaginato di trovare una strada più efficace. Rendendomi conto che le statistiche classiche possono essere molto bugiarde, avevo iniziato a elaborare delle mie statistiche, che seguivano sì i dettami di Broadie ma avrebbero di fatto richiesto un caddie sempre con me a prendere le misure per ogni singola distanza di ogni colpo. (L’ho fatto qualche volta in campo, ma con due controindicazioni evidenti: il ritmo di gioco ne risultava spezzato, e quando non ero solo i compagni si spazientivano parecchio). Ho lasciato perdere.

Ora Andrea con suo file Excel fa delle considerazioni interessanti, e soprattutto rende la cosa fattibile. Sì, perché lui fa leva su qualcosa che a me viene naturale da anni:

Alla fine di ogni gara, dopo aver bevuto qualcosa ed essermi rilassato, rivivo mentalmente il giro prendendo nota di tutti i colpi che avrei voluto rigiocare. Ossia tutti i colpi che mi hanno veramente messo in difficoltà e che spesso mi sono costati un colpo o più.

Rivivere il “film” della gara è utile e molto naturale, per me. Ma ovviamente non basta rivedere i colpi e trarre delle indicazioni su cui lavorare, occorre andare più in profondità, più nello specifico (sempre tenendo ben presente il limite di questa operazione, che è quello detto sopra – e non superabile – del confine tra arte e scienza).

Io ho iniziato a utilizzarlo. Certo occorrerà un numero congruo di giri per notare delle tendenze; ma alcune (slice col drive, per esempio) sono evidenti anche dopo un giro solo. Ovvero, nello specifico questo è un punto che sarebbe chiaro anche senza fogli Excel: semplicemente il foglio Excel rimarca una realtà che a volte può essere più o meno sfumata (nel mio caso, la distanza coi mezzi colpi e i ferri medi che sono rimasti corti in un paio di casi).

In due parole: statistiche come queste non sono sostituto di nulla, né posso essere considerate panacea di qualcosa. Semplicemente possono essere uno strumento utile per capire le proprie debolezze e capire dove è più conveniente (o necessario) lavorare.

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