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Dopo un 75

Sabato, prima gara della stagione alla Margherita, ne ho tirati 75. E nel golf you are your numbers e 75 è un numero rispettabile, per un dilettante. Tuttavia non ero molto soddisfatto.

Non lo ero per via di due mancanze, una mentale e una tecnica:

– quella mentale, ovvero il tenere il risultato quando stai giocando bene, cosa che sabato non sono riuscito a fare: infatti se dopo 9 buche ero -3, nelle seconde ho fatto +6;

– quella tecnica, più facilmente risolvibile, ovvero gli approccini dal rough dai 30-50 metri, quando occorre alzare la palla e farla fermare in uno spazio breve.

La parte tecnica non è così importante. O meglio, ha la sua rilevanza ma si cura con lunghe sessioni all’area approcci (cosa che naturalmente sto già facendo) e poi portando tale esperienza in campo. La parte mentale, invece, in questo caso viene prima.

Faccio un passo indietro. Le prime 9 sono state pressoché perfette:
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Noto, su tutto, gli undici putt (due volte ho fatto due putt). Tutto funzionava. Il -3 può essere considerato un risultato molto vicino […] continua a leggere »

Temo il momento in cui…

BHNY
Quando Ben Hogan nel 1953 vinse la Triple Crown (prese parte a tre major e ne vinse tre – il quarto, il PGA Championship, non sarebbe stato possibile sia per la logistica che per la formula match play che drenava troppe energie alla sua salute precaria) era arrivato all’apice della sua straordinaria parabola golfistica: il che vuol dire che da quel momento ebbe inizio il declino.

È un paragone irriverente, lo so. Ma è per dire che temo il momento in cui arriverò al mio massimo golfistico, al mio minimo handicap di sempre, e da lì i drive cominceranno – magari in maniera poco percettibile – ad accorciarsi, i ferri saranno (di poco) meno diritti, gli approcci solo mezzo metro più in là, i putt sborderanno lievemente, ogni tanto, anziché entrare dead center.

Già ora le difficoltà non sono poche: la vista mi è calata, per dire. Lunedì in palestra facevo molta più fatica del solito a fare le cose di sempre. Del resto ho l’età in cui la stragrande maggioranza dei miei coetanei pensa al golf come a un […] continua a leggere »

Tecnicamente parlando

Gianni
Ho fatto il punto sul mio golf. Ogni tanto ci vuole, occorre fermarsi a pensare a quel che abbiamo fatto, a quel che stiamo facendo e a quel che vogliamo fare.

Negli ultimi mesi ho lavorato tanto sullo swing, a fare modifiche piccole e grandi. È un processo senza fine, perché lavorare sullo swing è come andare in cantina: c’è sempre qualcosa da fare.

Il mio diario è pieno di note. Ormai è un’abitudine, arrivato a casa, scrivere quel che ho pensato e scoperto nel giorno, gli errori e gli spunti, il fatto e il da fare (quando c’è da scrivere, chiaramente, non tutti i giorni). È un’idea suggerita tra gli altri da Ben Hogan nelle Five Lessons. Poi lo rileggo ogni tanto e lo trovo utile. Altrimenti non saprei dove mi trovo.

Credo di essere migliorato nel lag. Parlando di lag, nei mesi scorsi avevo cercato millanta drill, e trovato utile principalmente questo (e continua a leggere »

Per la gioia del giocare

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Venerdì scorso sono stato in campo per la prima volta in quest’anno al mio circolo.

Avevo chiesto ad amici se volevano venire, ma nessuno ha risposto all’appello. Non importa, il golf a me piace sia in compagnia che in solitaria; era una cosa che desideravo fare e l’ho fatta.

Nelle prime nove ho giocato così così, con tre bogey frutto in un caso di imprecisione con l’ibrido, nel secondo di una flappa doc e nel terzo di un po’ di fretta nell’approccino.

Comunque mi sento bene, mi immagino un teorico risultato finale di 77-78 colpi, cosa che mi mette di buonumore.

Alla 11 sbaglio un putt in salita di poco più di un metro per il birdie, ma non la prendo male. Birdie che arriva in maniera casuale alla 13. Alla 14 faccio un magnifico up and down (dopo aver sbagliato l’approccio col ferro 6), alla 15 un bellissimo birdie (propiziato da uno splendido secondo colpo con l’ibrido).

Alla 16 faccio un brutto drive, che finisce in rough a destra, seguito da un ibrido […] continua a leggere »

L’onta di un 80

78 – 80 (in un par 69), e 29° posto finale.

Al Trofeo Sanremo.

Potrei cercare delle giustificazioni.

Dire, per esempio, che venerdì mattina, a macchina appena entrata in autostrada, il motore si è rotto. Ansia (non solo golfistica, ovvio), carro attrezzi, corse, stanchezza mentale. Al di là dei costi (che in questi anni mi pesano parecchio, è un fatto), un viaggio di due ore e mezza si è allungato di altre quattro.

O citare più generali problemi di testa non libera. (Quando la testa non è sgombra il tuo golf non può funzionare, si sa.)

O anche rammentare il CBA di +4, che ha fatto sì che le variazioni fossero solo in discesa: una maniera elegante per dire che la gara era obiettivamente difficile, e dunque le brutte prestazioni non hanno peso.

Ma si sa anche che nel golf you are your numbers. E quei numeri non sono illustri. E allora lascio parlare le sensazioni.

La prima è stata di leggerezza, venerdì nell’ora che ho potuto dedicare alla prova campo. La scena, all’imbrunire sul green della 14, era questa:
14continua a leggere »

Lag

Non è male che questo sia il primo post dell’anno, perché parafrasando il vecchio adagio potremmo dire che ciò di cui scrivi a Capodanno lo scrivi tutto l’anno. Il tema di oggi è il lag, che è un concetto che mi è stato di fatto sconosciuto fino a poche settimane fa; ma ho capito che è la mia prossima frontiera, ovvero ciò su cui soprattutto dovrò lavorare nei tre anni a venire per giungere al mio obiettivo di medio periodo, che è l’handicap zero.

Il lag – letteralmente ritardo –, concetto che Homer Kelly in The Golfing Machine (libro che prima o poi dovrò affrontare) definisce il segreto del golf, è in parole povere il ritardo che la testa del bastone deve (in uno swing ottimale, perlomeno) avere rispetto alle mani nel downswing, ovvero il fatto che l’angolo tra il braccio sinistro e lo shaft rimanga intorno ai 90° almeno fino a che le mani non arrivano all’altezza della vita nel downswing.

L’immagine qui sotto, che mette a confronto il mio swing di qualche settimana fa (ovvero appunto di quando il problema mi è stato chiarissimo) con quello, si parva licet, di Sean Foley, e che è ricavato dalla videolezione […] continua a leggere »

Ho cambiato circolo

Sono passato da qui a qui.

È stata una decisione sofferta e semplice nello stesso tempo.

Sofferta, perché i Ciliegi sono stati la mia “casa del golf” per dieci anni, il luogo dove ho preso per la prima volta in mano un bastone, dove ho preso l’handicap, dove ho fatto la prima gara, il primo par, il primo birdie, il primo eagle e così via. Il luogo in cui conosco tutti e tutti mi conoscono, dunque il luogo “naturale” del golf per me. Ma nello stesso tempo un circolo “non competitivo”, e se è vero come dice Giulio Cesare che è meglio essere primo in Gallia che secondo a Roma, è altrettanto vero che per chi vuole andare oltre (e qui alzo la mano) occorrono strumenti e contesti adatti.

E per questo motivo la scelta è stata semplice: la Margherita è a venti minuti da casa (venticinque come assoluto massimo), è un ambiente ipercompetitivo, dove io col mio handicap relativamente basso non sono nemmeno nei primi dieci. (Ma la prima sfida è entrarci entro sei mesi!) Dunque è l’ambiente ideale per me per crescere golfisticamente, andare ancora un […] continua a leggere »

Statistiche 2014

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Terminata la stagione, è il momento di fare un bilancio per il 2014 (qui il 2013, che contiene anche i link agli anni precedenti).

Quest’anno, dal punto di vista golfistico, ho consolidato quanto avevo sperimentato nel 2013, anno in cui sono diventato molto più sicuro del mio swing, più consapevole degli errori e delle relative correzioni. Nel corso del 2014 mi è stato chiaro il progetto delle 10mila ore. Ho anche capito che non diventerò professionista nel senso letterale del termine, ma ciononostante diventerò comunque – entro i prossimi 8 anni – il golfista migliore che posso diventare.

L’handicap è rimasto stabile (3,6 il dato attuale), ma soprattutto l’ho giocato in quasi tutti i campi in cui sono stato. Insomma è un handicap reale e non “di circolo”. Di recente sono riuscito anche a sciogliere quel nodo mentale che mi impediva di vedere il 2 come prossima meta: ora so che nel 2015 ci arriverò senza troppi patemi.

Ho registrato 41 giri completi, di cui sedici nei 70 in otto campi diversi. Più in dettaglio (tra parentesi i dati […] continua a leggere »

Le prime nebbie e un long term goal

Adoro questo periodo! Certo ha le sue difficoltà – le poche ore di luce soprattutto, perché come diceva Ben Hogan,

The only thing golfers really need is more daylight. There isn’t enough time during the day to practice and play, to key one’s game up to where it should be.

Tuttavia ha dei vantaggi innegabili, primo tra tutti il fatto che la lontananza forzosa dalle gare (per me la prossima sarà il Trofeo Sanremo di fine gennaio) lascia molto tempo per lavorare sulle proprie debolezze.

E il punto, ho capito, è proprio questo: lavorare sulle proprie debolezze.

Ciò dipende dagli obiettivi: se l’obiettivo è arrivare ad un livello di gioco “medio” (qualunque cosa ciò voglia dire), allora il principio di Pareto, magistralmente spiegato da Tim Ferriss, che è il mio nume tutelare in fatto di lavoro (in sintesi: lascia andare i dettagli e concentrati sul 20% davvero essenziale per quello che fai), illustra chiaramente un fatto: che è mooolto meglio concentrarsi sui propri punti di forza lasciando perdere i dettagli. (Quindi se sei 18 e vuoi diventare 12, per dire, vai agli approcci e concentrati sul putt e trascura il […] continua a leggere »

L’importanza (relativa) del gioco corto

Every Shot Counts
Innanzitutto devo ringraziare Mauro, che credo sia il lettore più fedele di questo blog, per avermi suggerito di spostare questo libro in cima alla mia lista “e di leggerlo il prima possibile”.

Detto fatto (ah, quant’è facile comprare libri con il Kindle! Il problema viene semmai dopo, perché io adoro i miei “vecchi” e tradizionali libri di carta). Ho iniziato subito a leggerlo. Certamente ne farò una recessione approfondita in futuro, quanto l’avrò terminato e assimilato, ma per oggi vorrei concentrarmi su un punto sul quale ho spesso riflettuto, e che è anche uno dei cardini di questo volume: quanto è importante il gioco lungo nel gioco complessivo di un golfista?

La mia idea è questa: è molto importante per gli handicap alti e bassi, meno per quelli medi.

Ovvero: per un handicap fino a 20-25 è fondamentale, perché se non riesci a mettere la palla in pista non puoi proseguire, in gara segni una sfilza di X e di fatto perdi motivazione.

Per un handicap medio, diciamo dai 20 ai 5 (mi rendo conto che la mia definizione […] continua a leggere »