Nov 11


La prima volta che ho visto Marco Soffietti di persona è stato all’Open d’Italia del 2008, dove arrivò decimo (e primo tra gli italiani). Lo ricordo vicino al tabellone dei risultati, da solo. Avrei voluto avvicinarmi e dirgli bravo, ma non lo feci.

Poi lo vidi l’anno scorso al PGAI Championship di Margara, l’ultimo giorno, senza caddie, terminata la buca 10 dove lui aveva appena fatto bogey. Era un momento di difficoltà ed era da solo, soffrivo con lui ma non dissi nulla.

La terza volta è stato alla Pro-Am del mio circolo, un ragazzo gentile che si presenta e inizia a parlare con me, che ero un perfetto sconosciuto.

In questi giorni ho avuto l’onore di avere con lui una lunga conversazione di golf. Ha detto cose molto interessanti. Io gli ho fatto alcune domande, ma senza avere con me un registratore: di certo mi sono sfuggite tante cose, ma si sarebbe persa la spontaneità dei suoi discorsi.

Soprattutto, mi è stato chiaro che un campione ragiona diversamente da noi comuni mortali. “Io dico ai ragazzi: prima di scendere in campo definisci il numero di errori che ti permetti per il giro. Quando ne avrai fatto uno lascialo andare e passa al colpo successivo”. Mi aveva colpito a questo proposito un’intervista in cui il giornalista, all’Open d’Italia del 2009, gli chiedeva: “Domani allora, l’ultimo giorno, si deve fare veramente sul serio”. E lui, quasi stizzito: “Non si deve fare: quello che viene viene”. Questo è uno dei due o trecento tratti che distingue un fuoriclasse da noi golfisti dilettanti.

Marco Soffietti, ragazzo di famiglia normalissima, ha cominciato come caddie al circolo golf Torino e quando gli è stato permesso di giocare a golf aveva 14 anni. Dopo poco più di due anni era scratch – se non è segno di talento questo… (E non può non venire in mente Greg Norman, che prese in mano un bastone la prima volta a 15 anni.)

I risultati maggiori sono legati all’Open d’Italia: decimo, come detto, nel 2008, e diciassettesimo l’anno successivo. Poi probabilmente nella vita di un giocatore arriva il momento in cui fai il bilancio tra il gioco giocato e l’insegnamento e ti rendi conto che gli anni sono passati, tu sei giovane ma non più giovanissimo e continuare questa vita così vagabonda potrebbe non essere il caso – anche se il talento è indiscutibile. Allora l’insegnamento diviene lo sbocco naturale.

E anche in questo campo la bravura non gli manca: tra i suoi allievi ci sono diversi nazionali, e le sue lezioni sono prenotate con settimane d’anticipo. È molto appassionato sul tema, come si evince dalle sue parole; e poi quando hai dei giovani che ottengono risultati, vanno in nazionale e così via, ciò aumenta ancora la voglia di fare bene. Son soddisfazioni.

Quindi l’insegnamento come mestiere: e sempre al circolo golf Torino, club al quale ricorda di dovere molto e di cui parla sempre con grande stima; anche se dai suoi occhi e dalle sue parole, pur essendo lui una persona soddisfatta e realizzata, si coglie ancora questo desiderio di provare la strada del Tour maggiore. Staremo a vedere ciò che deciderà. D’altra parte, col suo talento 34 anni non sono troppi per tentare di arrivare a tempo pieno sul Tour.

Una persona molto pacata, con opinioni molto interessanti. Molto interessante vedere, ascoltare non tanto e non solo come ragiona un professionista di golf, ma come ragiona un giocatore del Tour; e chiaramente, come dice lui, “quando insegni il fatto che tu abbia giocato o giochi sullo European Tour è ben diverso rispetto al fatto che tu sia un pro e basta, perché comunque ciò che puoi trasmettere è di gran lunga superiore”.

Abbiamo parlato anche del putt. Gli ho chiesto perché a suo parere è uno degli aspetti più trascurati nell’insegnamento golfistico. “È il mercato che lo richiede, perché il golfista medio fatica ad arrivare in green e di conseguenza il putt è come un pensiero dell’ultimo momento. Il golfista vuole imparare a tirarla lunga, il più lontano possibile, e quindi di fatto chiede che gli venga insegnato lo swing e non il putt”. Chiaramente con i suoi allievi di punta dedica tantissimo tempo al gioco corto, al putt e al campo.


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