Gen 03

The Fine Green Line
Ho riletto, a distanza di tanto tempo, questo libro (ne avevo parlato qui).

(L’ho riletto sia perché adoro rileggere i bei libri, sia perché la questione del professionismo è ancora irrisolta dentro di me – nonostante ogni prova e ogni evidenza, è ancora nella mia lista delle cose da fare prima di morire.)

Ho evidenziato tre passaggi che, per motivi diversi, mi hanno colpito (non sono capace a leggere un libro senza un evidenziatore, ed è per questo che faccio fatica a leggere libri presi a prestito, dalla biblioteca o da amici, e mi limito a scorrerli con sufficienza. Non è questione di “possesso”, ma semplicemente che sottolineare dei passaggi mi aiuta a immagazzinare meglio i contenuti, e a distanza di tempo mi piace andare a rivedere che cosa mi aveva colpito in un volume, mi aiuta a riprenderlo in mano.)

Anyone in his late-thirties or forties still playing on the mini-tours is not a strictly rational human being.

E questo è vero: se io fossi un essere razionale, lascerei da parte sogni come questo (fòle, in termini leopardiani) e guarderei al golf “solo” come ad una splendida attività da fare all’aria aperta nel tempo libero. Sarebbe sufficiente, e nessuno potrebbe avere nulla da ridire. Ma forse non sono un essere razionale, o forse non voglio crescere.

Champions are their vision, and it’s concrete. Wanna-bes merely have a vision, and it’s abstract.

Questa è una citazione dallo psicologo sportivo Chuck Hogan, e coglie bene l’essenza di un vero professionista, quel suo terribile desiderio di primeggiare, quell’incredibile confidenza che una vera star ha in se stessa, qualunque cosa succeda. E di ciò abbiamo infiniti esempi. Uno che mi colpì particolarmente fu una dichiarazione di David Duval dopo lo US Open del 2009 (ne parlai qui):

I stand before you certainly happy with the way I played, but extremely disappointed,” Mr. Duval said afterwards. “I had no doubt in my mind that I was going to win this golf tournament.”

Infine:

Always before I had loosely imagined there to be no more than, say, a dozen necessary skills in golf: the drive, a few distinct types of iron shots, the pitch, the chip, the sand shot, the putt, and a few cute variations thereof. Master those, more or less, and you were off to the races. But now I was beginning to see that in reality golf encompassed a vast matrix of skills – four or five hundreds of them, including various psychological skills, if one sat down and analyzed the situation. And each skill clamored for attention.

Che è, in parole povere, la differenza tra noi e loro.


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