Giu 23


Lo US Open dell’anno scorso ha portato gloria, sponsor e denaro a Rocco Mediate. Ma quest’anno c’è una storia ancora più appassionante e avvincente da raccontare, e riguarda David Duval.

Il vincitore del British Open del 2001, stella mondiale del golf a cavallo del millennio e che poi per vari motivi – sia personali che fisici – ha visto la sua grandezza oscurarsi in fretta e inesorabilmente, era arrivato allo US Open di quest’anno dalle qualificazioni e occupando la posizione numero 882 nel ranking mondiale.

Eppure, come da tempo andava dicendo, David Duval era convinto che i numeri non riflettessero il livello del suo gioco attuale. Ora abbiamo le prove che aveva ragione: -2 per il torneo, secondo a pari merito con Phil Mickelson e Ricky Barnes.

Adesso è alla posizione 142 nel ranking mondiale – un bel salto. Strameritato.

E molto si può imparare dalla sua attitudine mentale e dalla fiducia in se stesso. Nelle interviste alla fine del torneo ha infatti dichiarato: “Sono certamente felice per come ho giocato, ma estremamente deluso per il risultato: non avevo nessun dubbio dentro di me che oggi sarei riuscito a vincere il torneo”.

E ancora: “Essere nella posizione di vincere un major è quello che voglio. Può essere considerata arroganza, ma è la posizione che ritengo mi spetti”. Sì David, è la posizione che certamente ti spetta. E ora il mondo del golf si aspetta altre grandi imprese da te.

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Giu 19

È raro che io vada in campo al di fuori delle gare, e il motivo principale – anzi, direi pressoché l’unico – è il gioco lento.

Ieri pomeriggio mi sono concesso il lusso di fare 9 buche al mio circolo, con altri due soci incontrati sul tee della 1. Tempo totale: due ore e mezza. Davanti a noi avevamo quattro madamin, persone per le quali il golf è un semplice passatempo in alternativa al ramino o al burraco.

Abbiamo aspettato praticamente su ogni colpo. Un giro che si farebbe in un’ora e mezza da soli e in due ore al massimo in due o tre persone richiede due ore e mezza e fa passare la voglia.

Uscendo dal circolo, per combinazione questa signora era davanti a me sulla sua Cinquecento gialla splendente e nuova fiammante, ed era lenta pure a uscire dal parcheggio e poi sulla strada.

Allora mi è venuto in mente un commento fatto da non so più quale telecronista a proposito di Massimo Mauro, al tempo ala destra della Juve: “Lento pure a uscire dal campo”.

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Giu 05


Sarà perché mi identifico parecchio con l’autore, ma questo è il libro di golf più bello che abbia letto quest’anno – e io ne leggo uno a settimana.

È la storia, narrata in prima persona, del tentativo di un golfista non professionista, con un handicap intorno al 10, di entrare nella mitica Q-school. Trecento e passa pagine di emozioni, patimenti, errori, miglioramenti, delusioni e speranze.

Il risultato finale è – credo – abbastanza scontato; ma non è nel risultato il punto di forza di questo romanzo. Lo snodo del libro è infatti nei progressi che l’autore fa rispetto al suo swing, nei maestri che incontra, nei pensieri che lo accompagnano: nel suo viaggio alla ricerca del suo personalissimo Santo Graal.

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Apr 20

GMB
L’ultimo numero di “Life Club” pubblica la mia recensione al volume di Jérôme Block Golf means Business, uno dei pochi libri che copre l’area del “business golf”.

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Mar 14

Phil Mickelson è un giocatore che non ho mai apprezzato molto – sembra più un ragioniere che non un atleta. Ho in parte cambiato idea dopo l’ascolto di One Magical Sunday, che mi ha dato la misura di un bambino e poi ragazzo e poi uomo che ha fatto magie incredibili con i suoi wedge.

Ora, al Doral, le statistiche raccontano dei suoi 42 putt dopo 36 buche: una media stratosferica di 1,17 putt per buca (e con 4 buche a 0 putt).

Quello che ha fatto ieri e ieri l’altro ha del mito.

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Mar 11

È cominciato tutto lunedì della scorsa settimana.

La mattina avevo dimenticato a casa la maglia pesante, e al pomeriggio – diretto al campo da golf dopo il lavoro – ho pensato che non fosse il caso ripassare dal via per ritirare le ventimila, che in fondo sono giovane, che resisto bene al freddo… E sì che la giornata era piovosa e umida anzichenò.

Quindi vado e mi alleno, sento freddo ma resisto. Alla sera ho i brividi, il giorno dopo non migliora. Mercoledì, sempre in campo pratica, storia simile (questa volta col maglione). Insomma arriva venerdì e io parto per Frassanelle con la mia bella scorta di Tachipirina. E la prova campo va bene, gioco bene in un campo che vedo per la prima volta e mi diverto.

La sera però è una tragedia. E sabato, giorno della gara – finale Golfimpresa, mica pizza e fichi… 🙂 – ho un’influenza regolare e piena. Alcuni giocatori hanno magliette leggere, io faccio un po’ ridere con le mie 3 maglie e col mio cappello di lana da vecchietto. Faccio comunque quello che posso. Alla fine, i miei 27 punti diventano 30 col CSA +3, e io sono febbricitante ma soddisfatto. O soddisfatto ma febbricitante?

Seguono premiazione e cena gradevoli. Anche l’accoglienza e le prime impressioni sono state molto positive. Unica pecca: se solo il sito di Golfimpresa fosse più aggiornato…

E il campo? Certo non poteva essere al massimo, ma l’ho trovato piacevole, mosso e stimolante. Impegnativo ma che lascia giocare. Green abbastanza veloci. Il mio voto è un 7 convinto.

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Feb 28


(Avvertenza: Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati sono miei amici. Ciononostante, sono convinto al 100% di tutto quello che scrivo.)

Come molte delle cose che succedono nella vita, Andrea è diventato mio maestro in maniera del tutto casuale, grazie alla mia recensione al libro suo e di Roberto. Quando abbiamo cominciato a scriverci, e di più quando l’ho incontrato di persona, ho pensato a quanto sia vero il detto che “quando l’allievo è pronto, il maestro appare”.

Era la mia prima volta in una clinic, e comunque avevo molte aspettative – che non sono andate deluse. Oltre che con compagni di gioco piacevoli, ho avuto a che fare con professionisti veri, che intendono il golf nella stessa maniera con cui lo vedo io: ovvero come incontro di tecnica e di mente. Concetto che da noi è decisamente nuovo, e forse anche un poco fuori posto: quando dici agli amici che vai a fare una clinic dove oltre al maestro c’è anche lo psicologo, o ti guardano strano o pensano subito al lettino, sdraiato sul quale tu confesserai i tuoi pensieri reconditi; o – più spesso – una combinazione dei due fattori.

Ehm, no. Il golf mentale applica invece al golf le scoperte della psicologia, ma in maniera naturale, semplice, diretta. Come ancorare determinate sensazioni a situazioni specifiche, ad esempio, come dominare le proprie emozioni nei momenti topici delle gare anziché esserne dominati e così via. Argomenti vasti, mi rendo conto, che richiedono una vita di applicazione. E io sono solo un semplice allievo.

E comunque l’alternanza di momenti “impegnati” ad altri di puro divertimento ha dato molto equilibrio alla clinic nel suo complesso. Insomma, è stata un’esperienza esaltante che ripeterò con piacere.

Infine: uno dei ricordi più entusiasmanti che ho portato via con me da Agadir è Andrea che dà del lei al suo maestro. In un mondo in cui darsi del tu è la prassi, in cui troppe cose appaiono scontate, lui dà del lei ad un collega. Mi pareva Dante con Virgilio. Fantastico, assolutamente fantastico.

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Feb 19

Inside each and every one of us is one true authentic swing… Somethin’ we was born with… Somethin’ that’s ours and ours alone… Somethin’ that can’t be taught to ya or learned… Somethin’ that got to be remembered… Over time the world can rob us of that swing… It get buried inside us under all our wouldas and couldas and shouldas… Some folk even forget what their swing was like…

Dentro ciascuno di noi c’è un solo vero autentico swing, una cosa con cui siamo nati, una cosa che è nostra e nostra soltanto. Una cosa che non ti può essere insegnata e non si impara. Una cosa che va ricordata sempre… e col tempo il mondo può rubarci quel nostro swing, che può finire sepolto dentro di noi sotto a tutti i nostri avrei voluto e potuto e dovuto… E c’è perfino chi si dimentica com’era il suo swing. Sì, c’è perfino chi se lo dimentica com’era.

Grazie, Divina, per avermi ricordato questa citazione.

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Feb 12

Oggi primo giro al mio circolo. Cominciamo dai numeri, freddi e crudeli ma sinceri:

colpi: 95
fairway presi: 29%
GIR: 28%
putt: 37 [disastro]
(di cui 3-putt: 3) [disastrissimo]
punti stableford: 22
punteggio lordo: 15 (4 par e 7 bogey)

Che debba rileggere How to Break 90? 🙂

Forse più interessanti sono le sensazioni: aria fredda e asciutta, sole, luce stupenda, giro completato in solitudine in 3 ore e 10 minuti, senso di soddisfazione, certezza di essere tra le persone più fortunate della terra.

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Feb 09

Segnalo una nuova e, a prima vista, interessante rivista online sul golf, “Golf Links”.

Un difetto – forse non eliminabile in iniziative del genere – mi pare evidente: l’eccessiva presenza di pubblicità occulta. Tuttavia comprende una serie di articoli gradevoli.

La citazione migliore – autoironica e al contempo drammatica – è a pagina 53. Dice Doug Sanders, a proposito del putt mancato nel 1970 che gli avrebbe potuto dare la vittoria al British Open a St Andrews:

Do I still think about missing that putt after these years. Heck, no. Yesterday I went at least five minutes without it even crossing my mind.

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