Giu 12

Mercoledì, durante un giro tranquillo con amici alla Margherita, ho provato una sensazione inedita e magnifica: quattro distinti swing con ferri diversi, in buche differenti, che mi hanno lasciato un’impressione decisamente positiva che ora cercherò di descrivere.

Il primo è stato con un ferro 6, il secondo con un 5 (che trovo difficile da controllare), gli ultimi due con un 8. La sensazione è stata identica per tutte e quattro le volte: ho avuto la percezione di un movimento rotatorio pieno e completo, e di conseguenza di un impatto preciso e profondo (testimoniato anche da bisteccone lunghe e un filo troppo profonde), con un finish in perfetto equilibrio. Dei veri swing, in poche parole.

La prova che lo swing funzionasse sta negli 11 green presi: che non sono tanti in valore assoluto, ma lo sono rispetto alla mia media (mediocre) del 2015 (7,4).

Per prendermi in giro mi sovveniva quello spezzone in cui Bush figlio dice, in questo film-documentario:

Did I hear somebody say good shot?

Poi sullo swing perfetto si possono dire mille cose e il loro esatto contrario, e sono tutte vere. Senza contare che lo swing è una parte importante del golf, il quale però è fatto di altri infiniti dettagli. Ma la sensazione è stata magnifica dentro di me, e questo mi rimane. Mi sono sembrati quattro veri swing – e non è cosa da poco.

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Giu 05

libri di golf
Questa mattina ho iniziato a lavorare a un progetto che ho in mente da tempo, un nuovo ebook contenente le mie recensioni di libri fino a oggi pubblicate, sia qui che in varie riviste (“Life CLub” e “Green” tanti anni fa, oggi “Golf Today”).

Sarà il terzo libro digitale di una serie iniziata nel 2012 con Eagle! e proseguita l’anno dopo col Glossario di golf.

Il sotteso è questo: ho guardato i libri di golf che ho nella mia libreria (al netto di quelli prestati e di quelli che tengo nel mio rifugio tra i monti), e ho pensato che poter trovare in un unico luogo le descrizioni di libri possa essere un valore per il golfista. Perché un libro non swingherà al posto tuo, ma certamente potrà darti spunti su cui riflettere; senza contare le storie legate al golf, le biografie, gli aspetti mentali e così via.

Saranno una settantina in tutto, qualcosa del genere: è un “patrimonio” che ritengo opportuno sistematizzare e mettere a disposizione di chi vorrà consultarlo.

Mi prendo un mesetto per comporlo, poi sarà fuori.

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Mag 29

John Updike
“Il golf rovescia la vita come un guanto; fa riposare le parti troppo usate del nostro io e mette alla prova facoltà altrimenti trascurate, come la capacità dell’occhio di valutare le distanze o il segreto accordo ritmico che c’è tra i piedi e la mani. In cambio di tutte le ore e i giorni che mi ha tolto, il golf mi ha dato un altro Io, il mio Io golfistico, che mi aspetta fiducioso sul primo tee, quando accantono le mie altre personalità di capofamiglia e di amante, di padre e di figlio. Il golf allunga la vita”.

John Updike, La vita è troppo breve per il golf? in: Sogni di golf, Parma, Guanda, 1998, pp. 196-197.

(Sia detto tangenzialmente, questo libro ormai quasi dimenticato è uno dei primissimi che ho recensito per una rivista – credo fosse “Life Club” – tanti anni fa.)

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Mag 22

Roberto Guarnieri
Ho scambiato qualche mail con un lettore occasionale di questo blog, Roberto Guarnieri, tramite le quali ho capito che ha parecchie conoscenze sia nel campo dell’alimentazione durante la gara che della preparazione atletica per il golfista. Dal momento che vedo questo blog come uno strumento per condividere conoscenze e opinioni, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione e gli ho chiesto di scrivere un post su questi argomenti. Detto fatto, il post è qui a seguire – con un caloroso grazie al nuovo amico Roberto.

Viene un momento nella nostra vita golfistica in cui non si riesce a capire come mai in quel par 3 dove prima bastava il ferro sette ora con lo stesso ferro sono più le volte in cui non ci si arriva che quelle in cui mettiamo la palla in green. Molto probabilmente il problema ė da ricercare nella nostra carta d’identità: è la nostra data di nascita. Con l’invecchiamento il nostro fisico perde in elasticità e i muscoli diventano meno potenti. Ci riesce difficile ammetterlo ma purtroppo è così; a parte che per Fred Couples, il mio idolo di sempre, che sembra avere uno swing che non invecchia mai. È stato un piacere le scorse edizioni vederlo competere al Masters per i primi 3 giorni contro gli young guns e poi mollare per i soliti problemi di schiena che lo hanno afflitto per tutta la carriera, con lo stesso swing del 1992 – anno in cui il Masters lo vinse.
Fred Couples
Beh, a parte i problemi di schiena che ci possono avvicinare a “Freddy”, purtroppo per noi comuni mortali non funziona così. Un piccolo riscontro mi viene da una chiacchierata fatta qualche tempo fa con l’amico Baldovino Dassù, il quale mi confessava che da qualche anno a questa parte perde in velocità di swing quasi un miglio l’anno. (Giusto per dovere di cronaca occorre comunque ricordare che il “vecchietto” si ė permesso di ritoccare in una pro am lo scorso anno il record del campo del Golf Club Bologna.)

Quindi comunque sia anche i ricchi piangono. E noi? Noi per limitare questo decadimento o per i più giovani per migliorare le performance sul campo abbiamo a disposizione alcuni strumenti. L’argomento ė vasto, perciò mi limito a suggerire ciò che faccio io sperando di dare qualche spunto.

Innanzitutto non trascurate la tecnica: il vostro swing ė in continua evoluzione, quindi scegliete un maestro del quale vi fidate e di tanto in tanto fate un check-up.

Per quanto riguarda alimentazione e fitness, si tratta di due ambiti che fino a qualche tempo fa non pensavo potessero tornare utili al mio gioco. Ma andiamo per ordine.

Alimentazione: durante le 18 buche stiamo a spasso per circa cinque ore, magari sotto il sole. L’idratazione ė importante: io personalmente cerco di bere ancora prima che mi venga sete, come regola quando fa caldo bevo almeno due litri d’acqua a giro (due bottiglie da mezzo litro nelle prime nove e due nelle seconde).

Cerco di non avere cali glicemici assumendo cibi facilmente assimilabili e leggeri che abbiano un effetto immediato. I modi sono svariati, dalla frutta alle barrette energetiche. Un amico professionista in gara mangia una mela ogni quattro o cinque buche; io ci ho provato ma lo trovo scomodo. Ho ripiegato sulle barrette energetiche (nei supermercati se ne trovano di tutti i tipi). A queste aggiungo una banana e della frutta secca. Tutto ciò serve ad arrivare alla fine del giro ancora lucidi.

Fitness: miglioriamo la tenuta fisica per non arrivare “morti” alla 18 ma anche per eseguire meglio lo swing andando a lavorare sui muscoli che servono. A tale scopo ci sono miriadi di esercizi, io cerco di utilizzare il meno possibile macchine a favore di esercizi a corpo libero di tipo pliometrico o cinestetico (con Bosu, swiss ball e palla medica) che servono a migliorare la forza esplosiva.
elastici
Il tempo da dedicare alla forma fisica dipende dalle nostre possibilità; personalmente faccio circa tre sedute in palestra alla settimana. Per chi non riesce ad andare in palestra oltre l’utilizzo degli esercizi a corpo libero consiglio gli elastici (io uso questi e questi), peraltro comodi anche da portarsi dietro quando si viaggia.

Sul web ormai troviamo programmi di allenamento di molti campioni, non ultimo quello di Rory McIlroy; ma cerchiamo di stare con i piedi per terra. Sono cose bellissime per chi le fa a tempo pieno, un po’ meno per chi ha un altro lavoro. Lo scorso autunno ho avuto la possibilità di dare un occhiata al programma di allenamento di un pro: era diviso in tre parti (massa, potenziamento e velocità) e per seguire quanto richiesto servivano un’ora e mezza o due, fatte quasi tutti i giorni della settimana.

Concludendo cerchiamo di fare degli esercizi per noi che amiamo questo sport ma lo giochiamo la domenica anche se nel migliore dei modi, facciamoci fare una scheda da un preparatore e ogni tanto la aggiorniamo. Una nota dolente: essendo il golf uno sport non molto popolare in Italia, i preparatori sono difficili da trovare.

Mag 15


Il post di oggi è quasi impalpabile. È un semplice racconto di sensazioni.

Negli ultimi cinque giorni mi è successo per tre volte di andare in campo solo per la gioia di giocare.

Domenica pomeriggio alla Margherita è stata la prima delle tre, e anche la più lieve. Ero lì per il solito allenamento, ma mi sentivo leggero, pronto anche a perdere tempo (quando per me, hoganianamente, golf is serious business). Ho incontrato una golfista che conosco da qualche tempo. Abbiamo fatto cinque buche insieme. Ho giocato soltanto per la gioia del giocare. Voglio dire, c’era il sole, si chiacchierava dei figli, di tante cose, e io non pensavo. Ovvero per una volta non era importante dove un tiro andasse a finire, se un putt entrasse o meno. È stata una passeggiata. Sensazioni estranee ma piacevoli.

Poi di nuovo mercoledì. E di nuovo ieri. Ieri verso il tramonto ho provato un’incantagione dei sensi: il campo deserto, solo io e l’amico a giocarci una birra e sfotterci per i brutti colpi, a dirci quanto è bello giocare a golf quando vien la sera.

Ho pensato a questo post di tanti anni fa.

E anche a questa canzone di Ligabue:

Leggero, nel vestito migliore, senza andata né ritorno, senza destinazione.
Leggero, nel vestito migliore, sulla testa un po’ di sole ed in bocca una
canzone.

Tutto vero – che non diventi un’abitudine però! 🙂

Mi prendo in giro da solo. Del resto l’ho detto all’inizio che questo è un post leggero.

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Mag 08

Sento il bisogno di fermarmi a pensare a dove voglio andare. Il “problema” è che il golf è un processo senza fine: il mio swing è una cosa viva, che cresce con me, ha dei momenti di assoluto flow e altri di stanca, si imbatte in fenditure, a volte fa difficoltà ad andare avanti. Il proprio swing è una sorta di figlioletto, o una proiezione di sé.

Né posso dimenticare il fatto che il mio corpo invecchia, e che all’età mia le tensioni che derivano da questioni extragolfistiche (lavoro, famiglia eccetera) hanno il loro peso nel non farti giocare liberamente. (Nota laterale: giocare, che bella parola. Giocare per la gioia del giocare, come faccio a volano con mia figlia piccola.) Paragone irriverente: la carriera di Ben Hogan fu di fatto abbreviata anche dalla Ben Hogan Company: il desiderio dell’uomo di costruirsi un futuro dopo il golf rese il suo golf giocato più difficile, e quasi superfluo, dopo il 1953.

Mi aiuta il mio “diario di bordo”, ovvero quel luogo dove annoto i miei pensieri tecnici sullo swing, quel che mi accorgo di sbagliare e quel che invece dovrei fare, e come lo dovrei fare. È una sorta di blog privato, che rileggo ogni tanto per capire da dove vengo e – possibilmente – dove posso andare da qui. In questi giorni lo sto leggendo come una sorta di romanzo, sia in senso cronologico che in senso cronologico inverso, e vedere come i difetti fondamentali ritornino e come le soluzioni siano – in teoria, quantomeno – semplici mi aiuta a formarmi un pensiero per il futuro.

Ovviamente dipende da come ciascuno vede il proprio golf: per me è importante, e il mio handicap è pari alla stella da sceriffo che da bambino appuntavo summo cum gaudio sulla camicia a quadrettoni; per altri il golf può essere un sano e lieto passatempo. Insomma non esiste la “risposta” giusta.

Ma ogni tanto occorre fermarsi a pensare: dove vuoi andare da qui? Ho detto e scritto che voglio arrivare a 0 entro i miei cinquant’anni. Cosa che costa – in energia mentale, in tempo, in denaro – e non dà altro beneficio se non la soddisfazione che ne è insita. Cioè, vale la pena?

In una parola: che cos’è il golf?

Rifocalizzare gli obiettivi vuol dire partire con la fine in mente, e da lì tornare a ritroso nel tempo. Ebbene, gira e rigira io ritorno sempre alla mia idea centrale, quella che consciamente o no ha da sempre guidato il mio golf: io voglio diventare il golfista migliore che posso diventare perché l’idea di vedere che cosa c’è alla fine dell’arcobaleno, il pensiero di superare i miei limiti, di andare oltre, mi guida. È qualcosa che non servirà a niente e a nessuno, ma mi dà e darà gioia enorme. Questo è.

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Mag 01

Non ho passato il taglio al Mattone d’oro.

Non è un dramma, ma era una gara cui tenevo e dopo il primo giro avevo tutte le carte in regola per passare. Sarebbe stato un fatto normale, perché avevo un cuscino di colpi notevole. Ma forse ho anticipato mentalmente le sensazioni che avrei provato nel sapermi a giocare il terzo e quarto giro, o forse – più semplicemente – ciascun giro di golf fa storia a sé. In sostanza sono partito con un doppio bogey rocambolesco alla 1, dove ho fatto tutti gli errori possibili e ho finito per imbucare da fuori green; in seguito mi sono ripreso, ma lasciando troppi colpi gratuiti al campo.

Il risultato finale è stato un inguardabile 84 (dopo il 79 del giorno prima), che mi ha lasciato fuori di un colpo. Un colpo è poco, è pochissimo, ma ad un certo punto il taglio cade – ed è caduto lì.

Non dico di essere contento di non aver giocato l’ultimo giorno, ma per il gioco espresso sabato è certamente meglio e più giusto così: non sarebbe stato corretto che qualcuno che ha giocato come me passasse alla fase successiva.

Ho totalizzato cinque doppi bogey [sic], un numero che mi lascia molto più attonito e sorpreso che dispiaciuto. La causa è comunque certamente mentale: non ero allineato con me stesso e col mio gioco, gli errori tecnici sono stata semplice conseguenza di una mente che non ha funzionato come dovrebbe e come sa fare in questi casi.

Pensando al singolo colpo che avrei potuto risparmiare, e che mi avrebbe portato alla fase successiva (lo so che la dietrologia non serve a nulla, ma dovrò pur elaborare in qualche modo!), mi viene in mente il green della 17. Avevo un putt in salita di 5-6 metri, e guardando la linea ho dimenticato la forza. Ho fatto tre putt!

Ci sono anche gli aspetti positivi, però – perché come dice il mio amico Stefano, “qualcosa si porta via sempre”. Ho ritoccato l’handicap verso il basso, sia pure lievemente (3,2 quello attuale), in virtù del bel primo giro dove il CBA è stato di +4. E poi l’esperienza acquisita ha un valore notevole, è stata una bella lezione di umiltà di cui farò tesoro per il futuro.

E al di là di questo è una gara bellissima in un campo splendido: avervi partecipato è dunque un onore e un piacere. Altre gare attendono già dietro l’angolo: faccio tesoro delle lezioni apprese, e si prosegue.

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Apr 24

Questa è una gara cui tengo particolarmente. Vi partecipai due anni fa e poi di nuovo l’anno scorso, e serbo ottimi ricordi di entrambe le esperienze.

Scrivo queste note dopo il primo giro di oggi: sono dunque pensieri “provvisori”, per così dire. Il numero è 79, che non è certamente un risultato super ma è comunque qualcosa di onesto: i giri si possono infatti analizzare e spiegare allo sfinimento, ma alla fine conta solo il numero. Sono secondo a pari merito sulle quarantotto partenze del mattino; occorre tenere conto del fatto che i pezzi da novanta hanno giocato soprattutto al pomeriggio e dunque è tutto relativo, ma comunque sono soddisfatto.

Del resto oggi non mi sono curato del risultato, e nemmeno il doppio bogey della 16 mi ha tolto il sorriso e la sensazione della gioia del giocare. Ovviamente il mio obiettivo è passare il taglio; ma questa è una gara che mi mette allegria, e se non accadrà non ne farò un dramma. Sono già assolutamente contento di essere qui, quel che è successo e succederà è comunque positivo.

Alcuni numeri:
– fairway: 12 su 14
– green: 5 [sic]
– putt: 27
– up&down: 7 su 13

Sul versante negativo devo mettere il prezzo da pagare dal punto di vista fisico: gare come questa mi prosciugano, e alla sera sono tutto “scombinato”. Dovessi passare il taglio chissà come arriverò a domenica!

In ogni caso sono qui, e questo mi piace.

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Apr 17

Cattura
Sabato scorso, al termine della gara alla Margherita, provavo un sentimento che stava tra lo scoramento e la frustrazione, misti a un senso di stanchezza.

Un po’ pensavo alle barriere che ancora non sono riuscito – non ancora, perlomeno – a superare, alle tendenze che si ripetono. Il risultato finale (77) di per sé non è malaccio, ma di nuovo non sono riuscito a tenere nel finale, e in più ho fatto tre volte tre putt, fatto per il quale ero più attonito che deluso.

Ero stanco morto. Pensavo a Butch Harmon, che dice che nel tuo campo devi giocare *sempre* sotto par, altrimenti sei scarso (“If you’re not shooting four or five under every time you tee it up at your home course, where you know every little break, then you’re no good.”). La mia autostima golfistica non era di conseguenza ai massimi livelli.

Sono andato in campo pratica, ho tirato quaranta ferri 5 pensando al ritmo e al finish.

Ho pensato a Ben Hogan – Ben Hogan c’entra sempre –, e alle distrazioni occorsegli dopo il suo anno magico (principalmente i problemi e le preoccupazioni legati alla nuova azienda, sorta di sublimazione del figlio che, per amore del golf, non ebbe mai).

Conseguentemente e sommando il tutto, sono ritornato – anche nei giorni successivi, riflettendoci e dormendoci sopra – alla radice, ovvero alla motivazione. Perché faccio tutto questo, mi isolo in campo pratica e sul putting green rinunciando a sane e divertenti partite con gli amici (anche se alla Margherita questa rinuncia è sempre più difficile, e questo è un problema nel problema), “soltanto” per raggiungere un obiettivo elusivo, una meta frutto della mia testardaggine che mi sono dato per mia personale soddisfazione e per nessun’altro motivo? Quand’è che la determinazione diventa illogica e insensata?

Sia detto incidentalmente: se io oggi chiudessi del tutto con il golf libererei una quantità spropositata di ore, e un ammontare di denaro non indifferente. O, anche, potrei “semplicemente” fare il giocatore di circolo, quello bravo che incontri in ogni club, la “stella” locale; e giocare con gli amici, e questo potrebbe anche bastare.

Ma in realtà no. Questo non mi basta. Perché questo mio misurarmi con me stesso, questa ricerca senza soste di andare oltre i miei propri limiti ha un senso che travalica il presente – e anche il golf. La ricerca del superamento dei propri limiti è autotelica, ovvero trae in sé la sua propria ragion d’essere.

In soldoni: per quanti 77 possa avere, lo faccio perché dentro di me so che è quello che voglio fare, e per nessun altro motivo.

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Apr 10

Sì, il post di oggi è abbastanza “telefonato”. Però quando arriva la settimana del Masters è come se il golf salisse di un gradino, perché tutto in quell’ambito è assolutamente perfetto. Questa competizione, poi, si inquadra in un contesto generale di splendidi tornei del PGA Tour: ho ancora davanti agli occhi, per dire, il putt alla 72ma di Padraig Harrington per andare al play-off all’Honda Classic, così come il fantastico play-off al Valspar e la vittoria di J.B. Holmes allo Shell Houston Open di domenica scorsa.

Ma il Masters, il Masters è un’altra cosa. E allora oggi rammenterò alcuni episodi della prima giornata che ho apprezzato particolarmente.
AP
Il tee shot alla 1 dell’honorary starter Arnold Palmer.
Lui che dice: “I just don’t want to fan it”.

I tweet del sempreverde Dan Jenkins. Come questo:

65-year-old Tom Watson is one under through 11. What’s he trying to do, kill golf?

Chiedersi perché i mostri sacri debbano giocare se non riescono a stare sotto i 90. Forse la presenza di Olazabal e Couples è sensata, ma perché Ben Crenshaw – leggenda vivente del gioco del golf – deve “sporcare” il suo mito tirando novantuno colpi [sic] qui?

Ernie Els e Jordan Spieth, che potrebbero essere comodamente padre e figlio, appaiati in testa per una mezzoretta.

Le tribolazioni di Tiger, che finisce in acqua dal tee con un ferro 8. (Il che è anche un bel messaggio di speranza per tutti noi “normali”.)

La magia del Masters.

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