Apr 03

Sabato, prima gara della stagione alla Margherita, ne ho tirati 75. E nel golf you are your numbers e 75 è un numero rispettabile, per un dilettante. Tuttavia non ero molto soddisfatto.

Non lo ero per via di due mancanze, una mentale e una tecnica:

– quella mentale, ovvero il tenere il risultato quando stai giocando bene, cosa che sabato non sono riuscito a fare: infatti se dopo 9 buche ero -3, nelle seconde ho fatto +6;

– quella tecnica, più facilmente risolvibile, ovvero gli approccini dal rough dai 30-50 metri, quando occorre alzare la palla e farla fermare in uno spazio breve.

La parte tecnica non è così importante. O meglio, ha la sua rilevanza ma si cura con lunghe sessioni all’area approcci (cosa che naturalmente sto già facendo) e poi portando tale esperienza in campo. La parte mentale, invece, in questo caso viene prima.

Faccio un passo indietro. Le prime 9 sono state pressoché perfette:
score
Noto, su tutto, gli undici putt (due volte ho fatto due putt). Tutto funzionava. Il -3 può essere considerato un risultato molto vicino a un mio teorico massimo.

Poi, dalla 10, mi sono fatto influenzare da fattori esterni, e ho perso smalto. Soprattutto nel finale, con quattro colpi persi nelle ultime quattro buche. Ho ripensato più che tutto a questo, alla gestione mentale di una gara, perché qui ci sono grandi spazi di miglioramento.

Le lezioni apprese (o ricordate), dunque, sono:

– quando sei in the flow dimenticati di qualunque fattore esterno e pensa soltanto al colpo che stai facendo;

– la gara è fatta di 18 buche, e non è finita fino a quando l’ultimo putt non è imbucato: quindi, di nuovo, il colpo più importante è sempre quello davanti a te, e dello score non deve importarti nulla mentre stai giocando.

E poi c’è un altro punto: a trovarsi in posizioni “scomode” ci si abitua, a gestire il risultato si impara facendolo. Quindi questa occasione colta solo a metà è un ottimo viatico per il futuro: la prossima volta che mi troverò lì saprò pensare un po’ meglio; e il risultato si prenderà lui medesimo cura di sé.

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Mar 27

Il mio golf
Massimo Scarpa è un fine conoscitore del golf in tutte le sue sfaccettature, come testimoniano la sua carriera sullo European Tour (con una vittoria), il suo lavoro di commentatore per Sky e soprattutto di team manager e direttore tecnico della squadra nazionale professionisti (e di maestro, ovviamente).

Ha da poco dato alle stampe questo interessante libro, manuale di immediata utilità che si inserisce bene nell’asfittico panorama della letteratura golfistica scritta da autori italiani.

Il volume parte, per così dire, dal fondo: ovvero dalla nuova conoscenza che la tecnologia ha portato al golf (Trackman, Flighscope, SAM PuttLab e quant’altro), per esaminare come tutto ciò influisce sul nostro apprendimento. A partire dal punto fondamentale, che fino a pochi anni fa immaginavamo soltanto e che invece oggi conosciamo con certezza: lo swing non è uno soltanto, ma sono almeno due. Detto con le sue parole:

In pratica per ottenere un volo di palla dritto servono due movimenti diversi: uno per i ferri e l’altro per il driver.

Questo dipende dall’angolo d’attacco, che essendo negativo con i ferri e positivo con i legni richiede un movimento verso l’interno nel primo caso e a uscire nel secondo per garantire un volo di palla diritto e allineato all’obiettivo. Tale concetto viene già presentato nell’Introduzione:

Un grande aiuto è arrivato negli ultimi anni dalla tecnologia che grazie ai radar e alle telecamere ad alta definizione ci ha fatto capire esattamente ciò che avviene all’impatto.
Più che rivelazione la definirei una vera e propria rivoluzione: ora che la diagnosi è certa, se si è dei buoni medici non sono più così difficili da trovare la cura adatta e la medicina appropriata.

I vari capitoli esaminano poi tutti i principali aspetti del gioco, tenendo sempre in considerazione il punto di vista dell’allievo. Gran pregio del libro è infatti quello di essere molto diretto e di veloce applicabilità. Si parte dunque dai fondamentali – quel che si può etichettare tramite l’acronimo GASP (Grip Aim [o Address] Stance Posture) –, per seguitare con lo swing, il gioco corto e il putt. Un capitolo breve ma denso è dedicato ai tre modi di usare l’ibrido.

Il libro è corredato da un numero impressionante di fotografie, parecchio utili in un testo del genere per un’applicazione immediata di quanto vogliono significare le parole.

La teoria del golf sta cambiando, e questo volume ne è un chiaro segno. Chapeau, caro Massimo!

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Mar 20

BHNY
Quando Ben Hogan nel 1953 vinse la Triple Crown (prese parte a tre major e ne vinse tre – il quarto, il PGA Championship, non sarebbe stato possibile sia per la logistica che per la formula match play che drenava troppe energie alla sua salute precaria) era arrivato all’apice della sua straordinaria parabola golfistica: il che vuol dire che da quel momento ebbe inizio il declino.

È un paragone irriverente, lo so. Ma è per dire che temo il momento in cui arriverò al mio massimo golfistico, al mio minimo handicap di sempre, e da lì i drive cominceranno – magari in maniera poco percettibile – ad accorciarsi, i ferri saranno (di poco) meno diritti, gli approcci solo mezzo metro più in là, i putt sborderanno lievemente, ogni tanto, anziché entrare dead center.

Già ora le difficoltà non sono poche: la vista mi è calata, per dire. Lunedì in palestra facevo molta più fatica del solito a fare le cose di sempre. Del resto ho l’età in cui la stragrande maggioranza dei miei coetanei pensa al golf come a un magnifico gioco, uno splendido passatempo, un’attività ludico-motoria estremamente godibile. E non è una scusa – non avrebbe senso cercare scuse in un progetto in cui mi sono avventurato solo per dimostrare qualcosa a me stesso –, piuttosto una mera constatazione.

Mi mancano tre colpi al mio progetto. Mi sovviene il padre di Rita Levi Montalcini, che quando il medico gli diagnosticò non so più quale malattia disse “Tre anni dottore, mi servono solo più tre anni…” Ma non poté portare a compimento il suo progetto.

Keep grinding, certo. Ma temo quel momento.

Io, comunque, sono ancora qui. Posso ancora farlo. Keep grinding.

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Mar 13

Gianni
Ho fatto il punto sul mio golf. Ogni tanto ci vuole, occorre fermarsi a pensare a quel che abbiamo fatto, a quel che stiamo facendo e a quel che vogliamo fare.

Negli ultimi mesi ho lavorato tanto sullo swing, a fare modifiche piccole e grandi. È un processo senza fine, perché lavorare sullo swing è come andare in cantina: c’è sempre qualcosa da fare.

Il mio diario è pieno di note. Ormai è un’abitudine, arrivato a casa, scrivere quel che ho pensato e scoperto nel giorno, gli errori e gli spunti, il fatto e il da fare (quando c’è da scrivere, chiaramente, non tutti i giorni). È un’idea suggerita tra gli altri da Ben Hogan nelle Five Lessons. Poi lo rileggo ogni tanto e lo trovo utile. Altrimenti non saprei dove mi trovo.

Credo di essere migliorato nel lag. Parlando di lag, nei mesi scorsi avevo cercato millanta drill, e trovato utile principalmente questo (e questo, suo simile); interessanti anche questo facile esercizio e questo, per l’idea che il braccio destro predomina quando lo si apprende bene. Non, invece, nel backswing (allo stacco il bastone è già chiuso, e così rimane all’apice): ma ho capito che non è poi così importante. Perché non dobbiamo guardare lo stile ma la sostanza, ovvero il momento della verità, ovvero l’impatto. E all’impatto la faccia del mio bastone è sostanzialmente diritta.

Il difetto che sto correggendo ora è l’arrivare con i ferri un po’ troppo dall’esterno: come ci insegna il D-Plane (a proposito: ottimo questo video del sempre ottimo Andrea Zanardelli), il ferro deve arrivare lievemente dall’esterno, ma nel mio caso a volte questo accade un po’ troppo, il che credo sia retaggio di swing antichissimi ma ancora presenti in me. Il risultato è uno slice molto leggero: la palla parte dritta ma poi curva lievemente a destra, oppure faccio pull. Ciò significa che il movimento è corretto ma la faccia lievemente aperta nel primo caso, oppure che arrivo troppo dall’esterno ma la faccia si è già richiusa ed è dunque perpendicolare al bersaglio nel secondo caso, bersaglio che però risulta essere di fatto a sinistra dell’obiettivo reale (appunto per il movimento esterno-interno). Il D-Plane aiuta a capire! E capire, nello swing, è importante.

Sto anche facendo attenzione al peso in partenza, che dovrebbe stare a metà del piede e non sulle punte, e a tenere la schiena diritta (la mia postura è un riflesso del carattere: essendo io mite e accomodante, ho sempre teso a stare piuttosto ingobbito).

Trovo molto utili gli adesivi (io uso questi) che si applicano alla faccia del bastone per vedere se l’impatto è nel centro.

In più ho la fortuna di praticare in uno smart learning environment. E questa potrebbe apparire una sciocchezza (che differenza fa, dopotutto, praticare in un campo di patate o in un luogo dove tanti sono lì per imparare davvero a giocare a golf?), ma in realtà trovo che l’efficacia di fare le stesse cose alla Margherita rispetto ad altri luoghi è per me di molto superiore. È un insieme di cose e di cause, è chiaro, ma l’ambiente di apprendimento è fondamentale per imparare davvero.

Questo è, in due parole (si fa per dire…), tecnicamente il mio golf di oggi.

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Mar 06

Sam Little
Oggi raccontiamo la storia di Sam Little, prendendo spunto da questo articolo apparso sul numero di gennaio/febbraio di “Golf Today”.

Little è un professionista che ha giocato sullo European Tour dal 2005 al 2010. Il suo risultato migliore è un secondo posto al Mallorca Classic del 2007, ultimo torneo della stagione che lo fece passare da sicuro escluso (era oltre il 170° posto prima del torneo) al mantenere la carta per la stagione successiva.

En passant mi viene da pensare: magari se quel torneo l’avesse vinto, anziché arrivare secondo, la sua storia oggi potrebbe assomigliare di più a quella di Oliver Wilson.

Ma il golf in questo è magnifico come crudele, in quanto fagocita i miti stessi che crea. E Little è soltanto uno tra i tanti: il golf professionistico è pieno di ragazzi dal grande talento, il cui handicap quando sono passati professionisti era abbondantemente positivo, che poi vivacchiano sull’Alps Tour. Anche queste sono storie da raccontare.

L’anno scorso ha vinto 18.700 dollari, mentre una stagione sul Challenge non costa meno di 50mila euro. Alla fine la prosa ha vinto sulla poesia, e da poco Little (pur essendo ancora tra i primi 1200 giocatori al mondo) ha iniziato una nuova carriera presso un’agenzia che gestisce talenti sportivi. Si occupa della parte relativa al golf, e in questo – direi – appare fortunato: perché anche se è passato dall’altra parte rimane comunque nell’ambito che ha sempre costituito la sua vita professionale.

Le cose paiono essersi rimesse su binari giusti. E auguri per la tua nuova vita, Sam.

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Feb 27

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Venerdì scorso sono stato in campo per la prima volta in quest’anno al mio circolo.

Avevo chiesto ad amici se volevano venire, ma nessuno ha risposto all’appello. Non importa, il golf a me piace sia in compagnia che in solitaria; era una cosa che desideravo fare e l’ho fatta.

Nelle prime nove ho giocato così così, con tre bogey frutto in un caso di imprecisione con l’ibrido, nel secondo di una flappa doc e nel terzo di un po’ di fretta nell’approccino.

Comunque mi sento bene, mi immagino un teorico risultato finale di 77-78 colpi, cosa che mi mette di buonumore.

Alla 11 sbaglio un putt in salita di poco più di un metro per il birdie, ma non la prendo male. Birdie che arriva in maniera casuale alla 13. Alla 14 faccio un magnifico up and down (dopo aver sbagliato l’approccio col ferro 6), alla 15 un bellissimo birdie (propiziato da uno splendido secondo colpo con l’ibrido).

Alla 16 faccio un brutto drive, che finisce in rough a destra, seguito da un ibrido troppo veloce che porta via una zolla gigante ma fa avanzare la palla di ottanta metri forse. Da lì sono a più di 200 metri dal green, e prima di tirare il legno 3 mi dico “per il piacere di giocare”. Ovvero: se verrà bene sarò contento, ma in caso contrario non importerà. (Concetto che avevo già pensato in diversi putt delle prime nove: poiché i green in questo periodo non sono ovviamente perfetti, un putt può entrare o sbordare in maniera di fatto casuale, e dunque non bisogna deprimersi troppo quando esce né troppo esaltarsi quando entra.) È uno splendido legno, che atterra a 7-8 metri dal green. Da lì eseguo il colpo più bello della giornata: un chip con il sand che disegna esattamente la traiettoria che mi sono immaginato e finisce a un metro dalla buca. Un putt per il par.

Alla 17 – buca facile – un ferro 8 a fiamma lascia la palla a poco più di un metro dalla buca. Il birdie è tranquillo, quasi scontato.

Allora comincio a pensare che un par alla 18 mi darà il par lordo del giro. Ma ricaccio indietro quel brutto pensiero. Ibrido e ferro 6 mi lasciano un putt di 6 metri circa. A quel punto il pensiero è che due putt mi daranno l’agognato 72. E il primo putt è di conseguenza timido, rimane ad un metro. Ma il secondo entra per il par del campo.

La sensazione finale è di gioia tranquilla. È stato un giro molto rilassato, senza pretese, accompagnato da alcune sensazioni che ho ricordato dalla lettura di questo libro, che dice sostanzialmente che per giocare bene è importante relativizzare tutto: la tensione può essere dentro di noi, ma perché non godere del paesaggio, della passeggiata e così via? Dopotutto il campo non è consapevole dei nostri obiettivi.

Inoltre, nelle prime 9 ho riprovato diversi colpi che non erano venuti bene, e poi ovviamente non si trattava di una gara. Dunque è farlocco, non è un par omologabile. Ma dentro di me è un par, e come!

I dati:
– fairway: 86%
– GIR: 50%
– up and down: 67%
– putt: 27
– putt per GIR: 1,67

Da migliorare: i colpi pieni che tendono ad andare a destra, cosa che dipende dal release (all’impatto la testa è leggermente aperta). Però, insomma, è stata una discreta giornata…

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Feb 20

voli
Io ho un debito di riconoscenza.

Con Andrea Zanardelli.

Premessa: capire lo swing in sé mi interessa quanto giocare bene. Voglio dire, vedo papà che con i suoi 86 anni deambula a fatica e quando sono a golf sono felice perché sono in movimento, faccio delle cose divertenti e così via; ma capire quel che faccio, sapermi spiegare per esempio perché una palla parte a destra e poi curva a sinistra (non solo poterlo fare, ma potermelo spiegare) è importante per me. Fa parte del mio obiettivo più generale, che è quello di diventare il golfista migliore che posso.

Ebbene, nelle ultime settimane mi sono agitato un po’ per il D-Plane. Ho capito che negli ultimi anni c’è stata una rivoluzione copernicana nella teoria, e che ora strumenti quali il Trackman e il Flighscope ci spiegano il perché di determinati fenomeni. Abbiamo capito che alcune teorie erano in realtà credenze, di fatto sbagliate al 100%.

Io non riuscivo a cogliere bene le sottigliezze del D-Plane, pur arrovellandomi qua e là. Il libro di Massimo Scarpa (ne parlerò presto) ha iniziato a farmi capire qualcosa, anche citando questo libro (che bisognerà leggere); ma non mi bastava. Sono ora arrivato ad un punto soddisfacente grazie a questo ebook (gratuito, tra l’altro) di Andrea Zanardelli, e oggi appunto con questo post intendo porgergli un sentito grazie.

Perché averlo letto e riletto mi ha aperto gli occhi (e mi ha anche tranquillizzato: il mio fade non è un errore come avevo temuto, ad esempio). Tanti concetti non li ho ancora capiti; e tra l’altro credo che ciò sia un sentire comune, dovuto al fatto che è obiettivamente difficile rappresentarci nella mente un movimento tridimensionale, né è possibile farlo a video: manca sempre una dimensione (e mi sovviene Flatlandia, dove il problema occorre quando alle due dimensioni consuete ne viene aggiunta una terza).
Leitz
Ma insomma quell’ebook ha gettato delle basi solide dentro di me. E poi mi ha fatto giungere a questo video (ne esistono diverse versioni, ma questa è quella ufficiale e presente sul sito di James Leitz), che avevo già visto più volte ma capendoci poco e che dopo quella lettura mi è stato possibile interiorizzare. Come ho capito, ad esempio, il fatto che lo swing per i legni e per i ferri è differente: in estrema sintesi, il primo deve venire dall’interno, mentre per il secondo accade il contrario.

La strada è ancora lunga, si capisce. Ma di pari passo va il godimento del capire. Grazie Andrea!

Feb 13

Hyderabad
Quando hai i piedi gelati e sei in campo pratica puoi andare nello spogliatoio e spararti il phon diretto nei piedi; ma non basta il calore, occorre tempo.

Quando mi rendo conto di un difetto nel mio swing (facile… ne ho trecento – and counting) faccio i passi che ritengo opportuni per correggerlo. Ma non posso correre, perché so che ci vorrà tempo perché la variazione diventi automatica.

Il tempo. Non ci sono scorciatoie. Vale il concetto di spaced practice magistralmente espresso da Mark Guadagnoli nel suo libro. E sul tema vedi anche la nostra conversazione:

La cosa più semplice che si può fare in campo pratica è quella di guardare la palla il più a lungo possibile prima di prendere una seconda palla da colpire. I dilettanti colpiscono quasi sempre la palla troppo velocemente: ciò dà vita a cattive abitudini e limita l’apprendimento. L’apprendimento è un cambiamento nella biologia del cervello e questo richiede tempo. Forse pochi secondi o pochi minuti o poche ore, ma comunque ci vuole tempo. Colpire una palla dopo l’altra manda fuori ritmo e non dà il tempo al cervello di elaborare le informazioni.

E sempre parlando di tempo, avremmo dovuto forse cominciare da piccoli? Per quanto mi riguarda, anche ammesso ne avessi avuto la possibilità (probabilità decisamente più pari che vicina allo zero) non penso avrei continuato: mi sarei stufato prima, non avrei avuto la forza mentale necessaria che ora ho.

Quindi niente: golf is a game of patience, potremmo dire parafrasando Bob Rotella. Permetti al tempo di fare il suo lavoro, applica concentrazione e pensiero su ogni singolo colpo, e se tutto va bene col tempo diventerai il golfista migliore che puoi diventare.

Feb 06

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Pubblico oggi la terza e ultima parte dell’intervista a Warne Palmer (qui la prima, che tratta di temi generali, e qui la seconda, che parla della pratica), in cui il pro americano discorre di gioco corto, di putt e di chip.

Con questo post – e con un caloroso grazie all’amico Warne – il cerchio si chiude.

– Could you give a list of drills for putting?
[Puoi fornire una lista di esercizi per il putt?]

Putting drills should be fun so I encourage my students to practice in a game format. Here are three of my favorite drills:

1) North, South, East, West Drill—the player places three balls on a line north of the hole at intervals of 3, 5 and 7 feet and rolls those putts; the player repeats the drill from the other three directions for a total of 12 putts. If the player makes 8 or more putts he or she wins the game. This is a putting accuracy drill. The game can be repeated at longer distances with fewer putts made required for a win.

2) Circle Drill—cut a piece of string that can be placed on the ground forming in a 3 foot circle around the hole. Use five balls and hit a putt from each of the following distances: 10, 15, 20, 25 and 30 feet trying to stop the ball within the circle. This drill helps a player practice distance control in his or her putting. If three or more balls stop in the circle the player wins the game. Repeat the drill from different locations on the practice green or make the string circle slightly smaller for a greater challenge.

3) Yardstick drill—place a yardstick on the green with one end over the edge of a hole. Place a ball on the yardstick at 12 inches. Try to strike the ball with a square putter face so the rolls the entire 12 inches on the yardstick and goes into the hole. Gradually lengthen the balls distance from the hole to 18 inches then 24 inches and finally 35 inches with the goal being to keep the ball rolling in a very straight line on the stick and into the hole. This drill helps a player learn to control the putter in a very precise manner during a stroke.

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[Pattare dovrebbe essere divertente. Per questo motivo incoraggio i miei allievi a praticare con delle piccole gare. Ecco i tre esercizi che preferisco:

1) North, South, East, West Drill. Il giocatore piazza tre palline su una linea a nord della buca a 1, 1,5 e 2 metri e poi tira questi putt. Quindi ripete l’esercizio dalle altre tre direzioni, per un totale di 12 putt. Se il giocatore imbuca otto o più putt, vince la partita. Questo è un esercizio per l’accuratezza nel putt. Il gioco si può ripetere a distanze maggiori, con un numero minore di putt richiesto per vincere.

2) Circle Drill. Occorre munirsi di un pezzo di corda sottile da piazzarsi a formare un cerchio a un metro dalla buca. Si utilizzano cinque palline e si tira un putt da ciascuna di queste distanze: 3, 4,5, 6, 7,5 e 9 metri, cercando di far fermare la palla all’interno del cerchio. Questo esercizio aiuta il giocatore a praticare il controllo della distanza sul putt. Se tre o più palline si fermano all’interno del cerchio, il giocatore vince. Si può ripetere l’esercizio da posti differenti sul putting green, o anche restringere il cerchio per una sfida più coinvolgente.

3) Yardstick drill. Bisogna posizionare un metro a rotella sul green, con un’estremità che termini sul bordo di una buca. Quindi si piazza una pallina sul metro, a 30 centimetri. L’obiettivo è di colpire la pallina tenendo la faccia del putt square, in maniera che rotoli per l’intero percorso sul metro e termini in buca. Gradualmente si allunga la distanza della palla dalla buca a 50 centimetri, poi a 60 e infine a 90, con l’obiettivo di far rotolare la pallina su una linea diritta fino alla buca. Questo esercizio aiuta il giocatore a controllare il putter in maniera molto precisa durante il colpo.]

– And for the short game?
[E per quanto riguarda il gioco corto?]

Short game practice should concentrate on developing the techniques and skills required to make a consistent strike of the ball in the center of the clubface and should focus on the player’s ability to get the ball to stop within a close proximity of the hole. The fundamentals a player uses should be simple and repeatable. A general rule of thumb is to swing the club back and forth in a smooth motion and using an equal balance of the big, core muscles (chest and shoulders) and the small muscles (arms and hands) working together, in unison to produce the swing required for a specific shot.

Hitting shots with one hand and then the other is an excellent way to develop control of the clubface. Practice shots from a variety of lies in different lengths of grass and from different distances. Also, experiment using clubs with different lofts from diverse locations around the green and to various targets of different distances. Practice a variety of shots from a variety of situations and with a variety of clubs with the goal of getting each shot to finish close to the hole. As with anything in life, the more times a person correctly practices an activity, the better the person becomes at doing that activity well.

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[La pratica del gioco corto dovrebbe focalizzarsi sullo sviluppare la tecnica e le abilità richieste per avere un contatto ripetitivo della palla nel centro della faccia del bastone, e dovrebbe concentrarsi sull’abilità del giocatore di far fermare la palla in prossimità della buca. I fondamentali utilizzati da un giocatore dovrebbero essere semplici e ripetitivi. Una regola avente validità generale è di fare lo swing avanti e indietro con un movimento fluido e utilizzando nella stessa misura i grandi muscoli (petto e spalle) e quelli piccoli (braccia e mani), in maniera che lavorino insieme e in armonia per produrre lo swing richiesto per un dato colpo.

Tirare dei colpi con una mano e poi con l’altra è una maniera eccellente per raffinare il controllo della faccia del bastone. Bisogna praticare i colpi da un’ampia gamma di lie, con differenti lunghezze dell’erba e distanze. Inoltre, è bene fare esperimenti utilizzando bastoni con loft diversi da diverse posizioni attorno al green e verso diversi obiettivi a distanze differenti. È bene praticare una varietà di colpi da una varietà di situazioni e con una gamma di bastoni, con l’obiettivo di far fermare ogni colpo vicino alla buca. Come in qualunque situazione della vita, più una persona pratica in maniera corretta una determinata attività, più quella persona diverrà efficace nel fare quell’attività.]

– A technical question regarding chipping: do you think that the hips should start the downswing or the body should be quiet during it?
[Una domanda tecnica a riguardo del chip: pensi che i fianchi dovrebbero dare inizio al downswing oppure il corpo dovrebbe rimanere fermo in quella fase?]

A proper chipping motion involves the hips, torso, shoulders, arms and hands working together to produce a small, balanced swing. A smooth rotation of the lead hip away from the ball to start the chipping motion is absolutely a correct technique to develop.

[Un movimento corretto del chip coinvolge i fianchi, il busto, le spalle, le braccia e le mani che lavorano insieme per produrre uno swing corto ed equilibrato. Una rotazione morbida del fianco che guida lontano dalla palla per iniziare il movimento del chip è assolutamente una tecnica corretta da sviluppare.]

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Gen 30

78 – 80 (in un par 69), e 29° posto finale.

Al Trofeo Sanremo.

Potrei cercare delle giustificazioni.

Dire, per esempio, che venerdì mattina, a macchina appena entrata in autostrada, il motore si è rotto. Ansia (non solo golfistica, ovvio), carro attrezzi, corse, stanchezza mentale. Al di là dei costi (che in questi anni mi pesano parecchio, è un fatto), un viaggio di due ore e mezza si è allungato di altre quattro.

O citare più generali problemi di testa non libera. (Quando la testa non è sgombra il tuo golf non può funzionare, si sa.)

O anche rammentare il CBA di +4, che ha fatto sì che le variazioni fossero solo in discesa: una maniera elegante per dire che la gara era obiettivamente difficile, e dunque le brutte prestazioni non hanno peso.

Ma si sa anche che nel golf you are your numbers. E quei numeri non sono illustri. E allora lascio parlare le sensazioni.

La prima è stata di leggerezza, venerdì nell’ora che ho potuto dedicare alla prova campo. La scena, all’imbrunire sul green della 14, era questa:
14
Ma nello stesso tempo avevo consapevolezza di green velocissimi rispetto a quelli cui sono stato abituato negli ultimi tempi. E dunque sapevo che il putt, che è notoriamente una delle parti migliori del mio gioco, mi avrebbe dato problemi. (Infatti sabato non riuscivo ad avere un’idea della forza da imprimere al bastone, e l’unico birdie è stato un puro caso. I 32 putt finali, poi, sono bugiardi: perché si legano a doppio filo al numero enorme di green mancati – sarebbe occorso un caddie a prendere tutte le misurazioni à la Mark Broadie, ma anche senza quelle certi dati erano lampanti.)

Sabato, al di là dell’ovvia conferma del putt, non sono riuscito per tutto il giorno a sentire lo swing: qualche colpo riuscito bene, ma il massimo che ho potuto fare è stato mettere in fila qualche par.

A fine giornata, terminato il golf è stato il momento di andare all’esplorazione con mia figlia piccola; e un momento di gioia assoluta è stato vedere, dalla marina di Capo Nero, la mia patria seconda:
Corsica
Domenica sono andato meglio: nonostante i due colpi in più le sensazioni erano più nette e precise. Ho fatto alcuni errori di troppo ma la giornata mi è piaciuta di più, perché sono stato più vicino, più “attaccato” al mio swing e al mio golf.

Ripensando il tutto a mente fredda, ho concluso che nei due giorni ho applicato solo una delle due conclusioni relative all’address che ho tirato negli ultimi due mesi di campo pratica (Jack Nicklaus dice che un address corretto è il 90% dello swing):

1) devo tenere le mani più vicine tra di loro, ovvero più verso il centro, per una sensazione di grip più solido;
2) devo avere il braccio destro attaccato al corpo.

Il primo di questi due punti è già incorporato nello swing, mentre del secondo ogni tanto mi sono dimenticato: il che ha voluto dire diversi pull.

Logica conseguenza: non ho centrato nessuno dei due obiettivi di cui parlavo venerdì scorso. Ma sono solo rimandati: il lavoro di questi mesi darà i suoi frutti a medio termine, è chiaro. Archiviata la gara più bella dell’anno, si torna al lavoro per la primavera prossima ventura.

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