Ott 05


Lo scorso fine settimana al Golf Club La Romanina è andata in scena la gara patrocinata FIG.

Ora, io adoro le gare medal su 36 buche, sono una maniera più approfondita per competere con me stesso. Il campo in sé non è male (pur nel limite delle 9 buche), ma i green erano assolutamente impossibili. Non perché difficili o veloci – il che sarebbe accettabile –, ma perché carotati da poco e dunque sabbiosi e soprattutto pieni di buchi. In sostanza il putt è stato un concetto aleatorio, nei due giorni.

In ogni caso domenica no (il risultato finale è stato un secondo classificato dovuto soprattutto a magagne mie), ma sabato è stata una giornata perfetta: +2 sul campo (72 colpi, 11 fairway su 14 con 9 green presi e 27 putt totali). Ho avuto sensazioni ottime lungo tutta la giornata, ma in particolare alla fine con una striscia di birdie birdie par birdie nelle ultime quattro buche (le ultime due delle quali sotto la pioggia battente). Era uno di quei momenti di assoluto flow, in cui vorresti continuare per sempre quel che stai facendo.

Anche negli errori sono sempre rimasto calmo, non ho fatto mai peggio del bogey e ho anzi infilato 5 birdie.

Questo per quanto riguarda me. Ma ancora un paio di cose vorrei dire del circolo: mi hanno colpito l’atmosfera rilassata e cordiale (la domenica prima della partenza, per dire, il segretario mi ha dato la mano e augurato buon gioco, cosa che mi era accaduta finora una volta sola in vita mia, tanti anni fa al Golf Limone) e la presenza di tantissimi bambini e ragazzi.

Insomma anche per il golf di periferia c’è speranza.

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Set 28

Ho avuto la fortuna di giocare il primo giro del campionato piemontese a squadre con Takayuki Matsui, giocatore della Nazionale e ragazzo di belle speranze in forza al Royal Park, handicap +1,9 al momento del primo giro (bella gara nella gara in quel circolo, poiché sabato un altro componente in forza al medesimo circolo ha visto scendere il suo handicap a +2,0).

Giocatore dal gioco solidissimo: non prende mai rischi, ha un bellissimo legno 3, un volo di palla altissimo, un putt magnifico.

Eppure…

Takayuki arriva sul tee della buca 8, che per noi è la diciassettesima (eravamo partiti dalla 10) con un risultato di -3 lordo. La 8 è una buca stretta, lui piazza il ferro sulla destra del fairway, poi tira un approccio (è a 120 metri circa dall’asta) leggermente sulla destra, nel fringe, a mezzo metro dal green e circa 6 metri dalla bandiera. Da lì il putt, in discesa, gli scappa un pochino verso sinistra e si ferma a un metro e mezzo dalla bandiera.

Quindi ha un putt in salita per il par. Nel corso della giornata ha dimostrato di essere anche un eccellente giocatore di putt – gli ho visto imbucare diversi putt molto lunghi, con pendenze, per salvare il par eccetera. Questo putt è insidioso ma non certo impossibile, al limite c’è il bogey tranquillo che attende.

Takayuki fallisce il primo putt. Ora la palla si trova a meno di mezzo metro dalla buca, lui si avvicina con troppa sicurezza – l’unico vero errore di una giornata per il resto assolutamente eccellente – e apre il putt colpendo la palla. La palla sborda e va più lontana rispetto a prima, di nuovo ad un metro e mezzo circa. Sbaglia ancora quel putt e finalmente mette dentro quello dopo, da 20 centimetri, per un triplo bogey che taglierebbe le gambe a chiunque. Finisce la 18 con un par e dunque il giro in par.

A gara finita gli ho chiesto se qualcosa gli aveva dato fastidio – l’altro nostro compagno di gioco aveva già la palla piazzata al momento del suo secondo putt, perché il putt di Takayuki era una formalità –; però mi ha detto di no, che è stata solo colpa sua. E questo gli fa onore, e dimostra anche la solidità di un giocatore che certamente avrà molte occasioni per rifarsi, anche se un fatto del genere può lasciare il segno.

Mia personale conclusione: mi sono divertito tutto il giorno a vedere il suo gioco solido, ho patito per quel minuto di “follia” ma, al di là dell’episodio, questa è l’ennesima dimostrazione che nel golf non esiste nulla, davvero nulla, di scontato.

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Set 21


Per la prima volta nella sua storia “Golf Digest”, la rivista più importante a livello mondiale nel campo del golf, dedica una copertina ad un italiano. L’italiano in questione è – ça va sans dire – Matteo Manassero.

Gli aveva già dedicato sette [sic] pagine un anno e mezzo fa, e un paio d’anni prima (vado a memoria) una pagina ai fratelli Molinari.

Ma Manassero è molto giovane, è simpatico e brillante, “buca lo schermo” per così dire: impressionante, tra l’altro, il numero dei marchi esposti nella foto di copertina. È un fenomeno comune, per carità: però certe volte viene da chiedersi dove finisca l’informazione e dove cominci il marketing, e se una separazione netta esiste davvero.

Ad ogni modo la copertina introduce l’analisi dello swing di Matteo fatta da Alberto Binaghi, il suo coach. E già che siamo su Binaghi, segnalo questa simpatica intervista fattagli durante il recente Open d’Italia. Alla domanda del giornalista (“E Alberto Binaghi quando torna a giocare l’Open?”), la sua risposta è un concentrato di presenza di spirito, simpatia, determinazione e forza mentale:

L’Open d’Italia? Quello purtroppo mai più. Giocherò l’Open d’Italia senior, probabilmente – e lo vincerò.

Insomma Golf Digest o meno, il Matteo nazionale è in buone mani.

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Set 14


… ma quanti abissi ci sono tra me e loro? Vediamo un po’:

– un primo abisso c’è tra me, che posso essere ritenuto un ottimo dilettante, e un giocatore della Nazionale o comunque un ragazzo con handicap intorno allo 0 (il fatto che anagraficamente potrebbe essere mio figlio conta, certo, ma non è una scusante);

– un secondo c’è tra un ragazzo come quello e un giocatore professionista, per esempio dell’Alps Tour, qualcuno che gioca sempre intorno al par o sotto ma che, alla fine dell’anno, ha magari guadagnato 20mila euro in premi spendendone 30mila tra alberghi, viaggi, entry fee eccetera;

– un terzo abisso c’è tra quel professionista e un giocatore del tour maggiore;

– un quarto (e ultimo!) abisso c’è tra un giocatore del tour e un vero fenomeno.

Quattro abissi. (In effetti mi basterebbe passare i primi due…)

Il tempo che io dedico al golf giocato settimanalmente può essere di dieci-quindici ore; che è una gran fortuna ed è obiettivamente tantissimo, se paragonato a quel che può fare qualcun altro come me con lavoro e famiglia, ma non è nulla rispetto ad un vero mestiere. Dieci-quindici ore la settimana non creano l’eccellenza, l’eccellenza si crea preparandosi con tutta calma per essere un cristallo. Questo io l’ho fatto nella scrittura, per il golf siamo ancora lontani.

Del resto, prendiamo ad esempio la palestra, ovvero uno dei tanti aspetti che compongono la professione, e vediamo quel che dice Massimo Messina, preparatore atletico, fisioterapista e osteopata, a proposito di Matteo Manassero sull’ultimo “Golf & Turismo” (settembre 2012, p. 102):

Matteo Manassero […] viene da me massaggiato per almeno 30 minuti in modo attivo al mattino prima della gara […]. A gara conclusa invece, Matteo (almeno il lunedì, martedì e mercoledì) esegue il suo allenamento tipo in palestra o al di fuori, che normalmente consiste in una seduta di circa 30-45 minuti. Successivamente viene sottoposto a un trattamento osteopatico per correggere le disfunzioni che il golf crea in lui ogni volta, oltre a degli esercizi di stretching tenuti, il tutto per circa 30-40 minuti.

Insomma un giocatore di tour dedica alla cura del corpo quasi tanto tempo quanto io dedico al golf. E passa otto ore al giorno al golf, tra allenamenti e campo, com’è normale e logico che sia. (Si veda ad esempio il programma di Tom Lewis su “Golf Today” di novembre 2011, p. 62: una giornata-tipo è fatta di otto ore di golf e una di palestra.)

E dunque i giocatori del tour non sono solo bravissimi, ma di più. Gli abissi si spiegano tutti (e si veda anche qui). Talento, partire da ragazzini, passione infinita, dedizione, lunghe ore in solitaria quando i tuoi amici sono a divertirsi…

E poi anche le imprese molto più strutturate della mia fanno fatica. Prendiamo Dan McLaughlin, ad esempio: sì, l’idea di mettere insieme 10mila ore di pratica per arrivare all’eccellenza attrae, ma poi la curva dell’apprendimento ad un certo punto si appiattisce e lì le cose si fanno complicate…

Insomma, qual è il sugo di tutta la storia? Si può dire in tante maniere, ma lo spirito lo si coglie bene dal breve dialogo tra Ben Hogan – uno che notoriamente era parco di parole con i suoi colleghi – e un giovanissimo Gary Player, al termine di uno US Open vinto da Hogan e in cui Player era arrivato secondo (l’episodio è raccontato dallo stesso Player nell’ultimo “Golf Today”):

– Bravo ragazzo, ben fatto; diventerai un grande giocatore. Esercitati tanto.
– Certo, pratico almeno quanto fa lei, signor Hogan.
– Bene. Ora raddoppia.

Set 07


David Owen non ha bisogno di grandi presentazioni: è un giornalista e scrittore di chiara fama, e scrive tra le altre cose da anni per “Golf Digest”.

Segnalo il suo blog di golf, che contiene i racconti di una storia d’amore senza fine per lo sport più bello del mondo.

Una citazione:

Teeing off by yourself as the sun is coming up is an intoxicating experience and a good way to settle your mind for whatever lies ahead. Nine holes alone on an uncrowded course in the early evening is as good as a martini at expunging the day’s accumulation of disappointment and regret.

Keep up the good work, David.

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Ago 31

Da tempo avevo smarrito la voglia di giocare ma mi è tornata proprio qui, nella mia seconda patria, e nel più improbabile dei posti.

L’anno scorso ero partito con proclami e dichiarazioni di intenti; la realtà si è poi rivelata più prosaica. Ora quella cicatrice è digerita e somatizzata, il mio golf è quel che è e va bene così.

Così come si corre per correre, alla stessa maniera si gioca a golf per giocare a golf. Fine.

E quest’anno ho coronato un mio sogno mai nemmeno dichiarato e forse immaginato, ho giocato e rigiocato a golf in Corsica. Fantastico.

Che poi “giocare” per me non è tanto andare in campo – senza una competizione non lo trovo molto divertente –, è soprattutto stare in campo pratica a diventare il golfista migliore che io possa diventare. A passare del tempo tirando palline e pensando al movimento, analizzando gli errori e cercando di andare oltre. A migliorare, ad affinare il movimento. Il pro del circolo che mi chiede se voglio fare qualche buca con lui è allo stesso tempo una soddisfazione e una gioia.

E allora qui ho tirato sempre almeno 200 palline per volta – a volte in solitaria sotto il sole cocentissimo, più spesso nei pomeriggi in compagnia di altri golfisti –, e qui mi è tornata la voglia di partecipare a gare, di ottenere risultati.

Insomma ho superato uno scoglio, ora vado avanti.

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Ago 24


La Corsica, mia seconda patria da tanti anni ormai, è anche – appunto per questo fatto – l’unico luogo al mondo per il quale io possa rinunciare ai miei bastoni. Ma quest’anno una prenotazione delle vacanze tardiva, dovuta soprattutto alla tenacia delle mie figlie (a proposito: con Stefano Tomassini io posso dire che “il mal di Corsica è una malattia familiare: non so se l’hanno ereditata ma è certo che i miei figli non potranno mai fare finta che la Corsica sia per loro un posto qualsiasi” – e quindi le ho già fregate, tutte e due), mi ha portato nel cuore della Balagna (“Balagna” e non “Balagne”, perché when in Rome do as Romans do – e la lingua non ufficiale ma del luogo qui non è certamente il francese ma il corso), una regione la cui silenziosa e maestosa bellezza ti colpisce all’improvviso, come un diretto, e ti rendi conto che non potrai mai più prescindervi.

E nel cuore della Balagna c’è il Golf du Reginu, uno dei sei circoli della Corsica. Un golf che si fa benvolere per la semplicità, sia nella presentazione sul sito che come impressione quando ci metti piede per la prima volta. Un circolo di quelli che piacciono a me, dove l’atmosfera è rilassata e il golf è uno sport come tanti altri.

In questa lunga intervista Christiane Lanzalavi, direttrice del circolo e persona oltremodo gentile, presenta il circolo medesimo e parla – soprattutto – delle difficoltà di mantenere in vita una realtà del genere. Già, la Corsica: una regione di 260mila abitanti che diventano due milioni per un mese all’anno: come lo regoli il flusso? La Corsica, la montagna in mezzo al mare che è di fatto un luogo disabitato per la stragrande maggioranza del suo territorio: come fai a trovare un numero di golfisti sufficiente per sopravvivere – o meglio, prosperare? E in più il golf, sport che come sappiamo è circondato da quell’aura di ricchezza, ostentazione e sfoggio dell’ultimo capo di abbigliamento – etichetta che è dura a morire: come concili questa immagine con la tranquilla semplicità corsa?

Ma chi viene anche solo per una volta in un luogo come questo potrebbe magari ricredersi. Qui con dieci euro passi mezza giornata (“Ne me dites pas que vous avez terminé les jetons”, mi ha detto la signora quando, al termine della mia sessione di pratica, dopo duecento palline tirate in tranquilla solitudine, sono andato a ringraziarla e ad annunciarle che il giorno dopo – oggi – avrei scritto un articolo – questo – sul circolo che dirige), e il campo pratica è spelacchiato, le palline strausate avrebbero bisogno di essere sostituite, il putting green e la zona approcci sono minuscoli.

Ma… ma tutto questo non è importante, se ami il golf. Se ami il golf le palline spelacchiate le tiri, e come. Se ami il golf un putting green minuscolo basta per i tuoi scopi. E una zona approcci che avrebbe bisogno di manutenzione è comunque sufficiente, se ami il golf.

Del campo, delle nove buche che lo compongono non so dire ancora, non l’ho ancora visitato. Ma da ieri ho realizzato un mio sogno, giocare a golf nella mia seconda patria.

E tu, golfista itinerante, se mai ti troverai da queste parti vieni a farci un giro. La Balagna è un luogo di bellezza rara, e questo circolo ne è – per un golfista – il coronamento ideale.

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Ago 17

Conoscere le regole nel golf, si sa, è sia un dovere per il giocatore che – soprattutto – un aiuto e un vantaggio durante il gioco.

Ora la Federgolf distribuisce presso i circoli l’edizione a stampa di questa guida (il PDF è scaricabile qui), che è un riepilogo efficace di tutto quello che è importante sapere in fatto di handicap, EGA, CBA e compagnia cantando.

Raccomando la lettura. Di seguito alcuni commenti.

Intanto, nei Principi fondamentali si ribadisce un concetto che non sempre è applicato correttamente:

Ciascun giocatore farà del proprio meglio per conseguire il miglior risultato possibile in ciascuna buca di un giro valido.

E questo è un monito, chiaro, forte e inequivocabile, ai ladri di handicap, ovvero a coloro che tengono il loro handicap artificialmente alto con lo scopo di vincere le gare a coppie, a squadre, i match play pareggiati e così via. Egregi signori, il vostro comportamento non è ammissibile da un punto di vista di sportsmanship – vedete di darvi una regolata.

Poi, per quanto riguarda l’a volte temuto CBA (Computer Buffer Adjustment, che sostituisce il vecchio CSA e misura il grado di difficoltà media di una gara), esso può andare da +1 a -4: dunque un punteggio di 38 punti Stableford farà sempre scendere l’handicap del giocatore.

In sostanza occorrono due cose: conoscere le regole e fare almeno 38 punti per gara. That’s it.

Ago 10

Un anno fa, di questi tempi, ero in piena fibrillazione per il bando per diventare assistente di golf, ovvero il primo passo verso il titolo di maestro. Ricordo il momento preciso in cui ho appreso la notizia che tanto aspettavo: ricordo benissimo e con vividezza dove mi trovavo e con chi, ricordo il clima e molti tra i particolari intorno a me.

Di fatto l’unico vero scoglio – e dici niente! – è la preselezione, che quest’anno si terrà dal 16 al 19 ottobre.

Sì, il bando è uscito (è uscito da oltre tre settimane in verità) ma la cosa mi tocca, ahimè!, solo tangenzialmente.

Ovvero: da un punto di vista sportivo quello è sempre il mio obiettivo, ma quest’anno le condizioni di gioco non mi permettono di pensare alla partecipazione.

Non importa: l’anno scorso è stato bellissimo, questo è un anno di transizione, domani si vedrà. Accetto quel che succede. Ho già dimostrato a me stesso di saper giocare come un professionista (per un mese circa, tra giugno e luglio dello scorso anno), tutto ciò che viene in più è grasso che cola. Sono un ragazzo fortunato e tanto mi basta.

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Ago 03


Anni fa mi incuriosì il concetto di urban golf. Ora mi piace, e mi sembra anche un segno dei tempi – nei momenti di crisi tutte le cose diventano più vere -, ritrovare questo concetto in terre nostrane.

Il luogo è Thiene, le date sono il 13 e 14 ottobre 2012: si giocherà per la prima volta il Thiene City Golf, torneo dedicato ai golfisti dilettanti iscritti alla Federgolf. Dal comunicato stampa:

I fairways si snoderanno tra le piazze e le vie della città; i bersagli delle nove buche saranno le fontane, gli accessori di arredo urbano, elementi architettonici e altri oggetti curiosi. Il City Golf sarà un modo per riscoprire la città osservandola da una visuale nuova.

Il golf cambia – era ora! – pelle. Non più solo circoli riservati ed esclusivi (ciò che me ne ha tenuto lontano per decenni!), ma anche campi pratica (come questo), campi alla buona (come questo) e – come in questo caso – lezioni per tutti a costi abbordabili (o gratuite per bambini e ragazzi fino ai 16 anni di età).

Nel futuro che vorrei c’è il golf per tutti coloro che lo desiderano: senza rompere le scatole, senza sbandierare il fatto ai quattro venti, senza farlo pesare agli altri o a se stessi. A Thiene c’è un assaggio di futuro.

Presente?

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