Lug 27

Quest’anno le cose per il mio golf non sono andate come previsto. (Finora, almeno.) Nel golf è verissimo che you are your numbers, e nel 2012 – per la prima volta da quando ho preso un bastone in mano – il mio handicap a fine stagione potrebbe essere più alto rispetto a quant’era all’inizio. A me non pare di fare brutte prestazioni, ma alla fine i numeri non mentono.

Ho cercato allora di riflettere sulle ragioni di questo regresso – o almeno non-progresso – che è fastidioso e financo avvilente; anche se tutti siamo bravi a spiegare i fenomeni dopo che sono accaduti, come bene ha messo in luce Nassim Taleb nel suo Cigno nero.

Un primo motivo è sostanzialmente ovvio: è ben possibile che io mi sia avvicinato ai miei limiti. L’età è certamente un fattore da mettere in conto, per esempio: è una componente che non posso controllare e devo quindi accettare per quel che è.

Questo, a sua volta, fa leva sulle motivazioni: che cosa succede quando arrivi ai tuoi limiti e ti rendi conto che più in là non puoi andare? Quando capisci che anche uno sforzo titanico produce solo un miglioramento piccolissimo?

(È vero che l’apprendimento non è lineare ma procede a spirale, ovvero che per migliorare va messo in conto il peggioramento temporaneo delle prestazioni: però anche questa spirale per chiunque ha un limite. E quindi cosa fai? Ti rassegni a rimanere un ottimo dilettante? Lasci perdere? Giochi solo ogni tanto e quasi per abitudine? Lasci che la passione se ne vada?)

Mi sovviene anche quanto André Agassi scrive in apertura del suo Open, ovvero il suo odio viscerale per il tennis e per quella pallina che una macchina gli rimanda senza sosta al di qua delle rete, e questo da quando aveva sette anni o giù di lì. No, io non odio il golf: io amo il golf, lo adoro perché mi permette di esprimermi ma mi pare di avere smarrito il mio focus. E questo non è un bene, perché a volte mi sembra di non sapere perché sto colpendo tutte quelle palline, dedicando tempo e denaro ed energie ad una attività che, come dice Marco Soffietti, ti ripagherà sempre e comunque solo per un centesimo rispetto agli sforzi che ci hai messo.

Penso anche alla conversazione avvenuta tra Bob Rotella e Darren Clarke il giorno prima del British Open del 2011, raccontata nel suo The Unstoppable Golfer. “Doc” disse tra l’altro a Clarke:

You don’t need to spend seven hours a day here practicing. You already know how to play golf. You need to chill. You don’t need to spend every daylight hour here trying to find your game. It’s already inside you.

Quindi? Mettendo insieme tutte queste considerazioni, che cosa viene fuori?

Non ho la risposta definitiva e precisa, ma penso qualcosa del genere: rilassati, Daviquez, prendi il golf come un divertimento e non come un lavoro, non è sempre necessario volere controllare tutti i dettagli e non sei sempre alle Olimpiadi. Que será será.

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Lug 20


Iniziamo da una considerazione generale, che poco o nulla ha a che vedere con il golf: dare avvio ad una attività d’impresa in tempi come questi, dove il “si salvi chi può” è la parola d’ordine e nulla puoi pretendere o sperare dalle istituzioni, è lodevole di per sé. A prescindere da qualunque altra considerazione.

Io da un anno circa ho un campo pratica praticamente attaccato a casa mia, tant’è che potrei andarci a piedi – e oggi ne parlo.

Il Golf Club Chieri, fondato da Beppe Marrone, golfista di belle speranze che poi è passato alle cose serie (a differenza di quelli come me che sono ancora lì ad inseguire le proprio leopardiane fole), è una bella maniera per avvicinare i neofiti al golf. (La prima volta che ci sono stato mi colpirono un padre con suo figlio: non sapevano colpire una pallina ma si stavano divertendo un mondo, e il golf è anche questo: padre e figlio che passano del tempo insieme divertendosi ed essendo felici di essere in reciproca compagnia.)

La politica molto liberale del circolo aiuta i curiosi di questo sport ad avvicinarsi al golf, e questa è una gran cosa.

Il campo è lineare, completo e ben fatto. Nella categoria dei campi pratica non sfigura di certo.

Mi ha detto Beppe (e condivido in pieno):

Se vogliamo portarlo avanti come sport bisogna partire con le nuove leve ed insegnar loro anche dei valori che ancora oggi nel golf esistono. Quando chiacchiero con loro ricordo sempre che è l’unico sport dove è il giocatore stesso che può e deve darsi una penalità. Non voglio fare il moralista, ma se questo può servire a educare meglio sono in prima linea. Già solo il fatto di salutare quando si arriva e quando si va via anche persone che non si conoscono è segno di educazione e buone maniere, che oggi “scricchiolano” un po’.

Insomma di campi pratica ce ne sono tanti, e a me sono tutti simpatici; non fosse altro per via del fatto che fanno da volano per chi vorrebbe cominciare ma non vuole spendere un capitale e magari è intimidito dall’atmosfera “altolocata” che si respira in alcuni circoli (che ciò non sia vero in tantissimi casi è secondario, se è vero nell’immaginario collettivo).

E chi è nei dintorni venga a farci un giro!

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Lug 13


Lo scorso fine settimana, al campionato piemontese al Colline del Gavi (ehi, per la prima volta sono sceso quest’anno, un “bravo!” a me! ROTFL), ho avuto l’ennesima prova dell’importanza di questo colpo nel complesso del gioco.

Se il putt da un metro è, in assoluto, il colpo più difficile al golf, quello di lunghezza un poco superiore è quel che fa la differenza tra un par e un birdie (o, ciò che è lo stesso, tra un par e un bogey). Acquisire sicurezza su queste distanze (diciamo oltre i due metri e fino ai tre e mezzo) dà una bella carica al morale.

E la fiducia in sé è tutto, nel golf. E poi è tutta una catena: la fiducia sul putt vuol dire maggior fiducia nel gioco corto e poi nel gioco lungo.

Occorre quindi allenare questo colpo. Ma sulla durata dell’allenamento concordo con quanto sostiene Bob Rotella nel suo libro più recente, The Unstoppable Golfer: non serve allenarsi quattro ore di seguito sul putt, bastano venti minuti. Però – e qui sta il “segreto” – la pratica deve essere costante, nel senso che i pochi minuti devono essere ripetuti tutti i giorni, o comunque ogniqualvolta sia possibile. E questo anche perché tale meccanica si perde facilmente e dunque va esercitata con costanza.

Siamo ai confini tra il corpo e la mente, un territorio golpisticamente interessantissimo da esplorare. I putt da tre metri, una delle chiavi del divertimento nel golf.

Lug 06


L’idea nasce da un amico, Pat Nalin, designer e golfista allo stesso tempo. Mettendo insieme passione e lavoro, ha creato una linea di prodotti eleganti e legati al golf: poltrone, tavolini, vasi e così via.

Ci siamo incontrati, mi ha parlato – con passione e un filo di commozione – dei prodotti che ha creato. Quando li ho visti mi è sembrata una sorta di uovo di Colombo: un’idea semplice, in fondo, ma bisogna prima averla per sostenerlo!

Il concetto mi piace, anche perché sconfina nell’idea del golf come metafora della vita, come attività complice nel nostro percorso.

La storia completa è qui.

Giu 29


Il campo da golf di Cuneo, alla Mellana di Boves, è da anni per me l’epitome della tranquillità, della libertà e della felicità (golfistica, si intende; ma il discorso è ampio e si allarga a comprendere uno stile di vita).

Cuneo è il campo dove per la prima volta sono sceso sotto gli 80 colpi (2 agosto 2008, 1 birdie, 11 par e 6 bogey per un totale di 77) e – quello stesso giorno – per la prima volta ho raggiunto l’handicap ad una cifra (8,9). Feci 43 punti e ricordo il commento tra lo stupito e ammirato di una signora.

Cuneo è il campo dove ho fatto la mia prima, e per ora unica, buca in uno.

Cuneo era (ed è), per me, tra i campi più belli, un luogo dove ritorno sempre con estremo piacere.

A inizio anno il campo ha chiuso, per cambio gestione. Ciò mi rendeva triste. Ma la proprietà è riuscita a riaprire, esattamente un mese fa.

Con molti sforzi, si capisce: sono stato in settimana e la zona approcci sembrava una foresta, per dire (esagero un po’), ma il campo è a posto, pronto per gare e tee time.

Quindi il succo del discorso è chiaro: invito i miei venticinque lettori a giocare in questo campo; ed essendo qui, anche a godere delle bellezze che le montagne della zona offrono.

Giu 22


Dicevo in questi giorni, scherzando (ma solo fino ad un certo punto), che sto facendo il passaggio da golfista a taxista.

(Forse il passaggio è aiutato dal fatto che in questo periodo la sto prendendo poco – insomma io ci sto mettendo del mio… -, ma tant’è.)

Taxista perché le mie figlie sono ormai entrate nello spirito e nell’aria del circolo. Ovviamente hanno le loro esigenze, e il golf è un’attività come un’altra. A loro piace e questo mi rende contento (sebbene non le abbia mai, nemmeno per un momento, spinte verso il golf). E vuol dire anche, chiaramente, tempo dedicato a loro, per esempio nel portarle al circolo.

È un bel percorso. Sono bei momenti. Si impara. Un tempo invidiavo i genitori che vedevo giocare a golf con i propri figli. Oggi anch’io sono uno di quei genitori, e sono felice.

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Giu 15


Sono un geometra dei campi da golf.

È la mia passione per i numeri, per le cifre che mi porta a questo. (Che cosa strana la vita, adoro i numeri e le parole alla stessa misura, considero la matematica uno dei fondamenti dell’universo e uno dei quattro pilastri del nostro sapere – gli altri essendo l’italiano, l’inglese e l’informatica – e allo stesso tempo anche un biglietto del tram buttato per terra mi attira, voglio sapere che cosa c’è scritto sopra.)

Soprattutto sul secondo colpo trovo fondamentale misurare la distanza precisa dalla bandiera, poi tenere conto del lie, del vento, dell’inclinazione del terreno eccetera. Tutto ciò rientra in un’equazione che dà come risultato un numero, un numero “magico” che poi si traduce in un bastone da usare.

L’ultimo Golf Today (giugno 2012, pp. 80-81) pubblica un articolo breve ma piacevole e interessante in tema di mappe.

Il prossimo passo (che non visualizzo ancora) sarà imparare a costruirsele, e in tal caso utilizzerò le istruzioni di Antonio Burzio.

Il quale Antonio cita i telemetri. Ebbene, appena mi deciderò a compiere questo passo – ed è un passo delicato, paragonabile nel campo della lettura all’acquisto di un lettore di ebook, perché dopo nulla sarà più come prima – so già che il modello sarà uno di quelli che calcola automaticamente le pendenze e ti dà la distanza come se si fosse in piano (per esempio questo): non permesso in gara, ma utilissimo per le prove campo.

Giu 08


Ecco, questo voleva essere un post in cui magnificavo le doti del Golf Valcurone. E lo è, anche, perché il campo è splendido, i green perfetti, i fairway magnifici (anche se a tratti troppo innaffiati), i panorami spettacolari.

Ma è anche l’occasione – e ti pareva! – per parlare del mio golf. Sabato, al primo giorno della gara federale, io non ho giocato a golf: ho vagato per il campo con nonchalance. Il problema era che non mi importava se un colpo fosse ben fatto oppure no, se un putt andasse dentro oppure no. E il risultato – 92 colpi, di gran lunga il peggiore dell’anno – riflette questa sensazione.

Eppure io, anche se il mio golf non è in questo momento – per usare un eufemismo – ai massimi livelli, non mi sento ancora pronto per essere “solo” un ottimo giocatore di circolo. (E mi sovviene, si parva licet, un episodio: Matteo Delpodio che un paio di anni fa, nel campionato della PGAI a Margara, in una pausa su un tee disse a Costantino Rocca che lui era ben lontano dall’essere il giocatore che era stato.)

Essere considerato il più bravo, o tra i più bravi, al mio circolo mi fa piacere, mi fa molto piacere; ma voglio andare oltre, pavesianamente voglio mangiarmi una collina e insomma vedere fino a dove posso arrivare.

Certo non con il gioco di adesso, è chiaro. (Strana la vita: non ho tirato mai tante palle in campo pratica come in questi mesi, ho fatto lezioni eccetera eppure l’handicap non ha fatto che salire. Forse, per dirla con Vittorini, “ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni”.)

Eppure per me un putt sbagliato conta, un colpo brutto fa la differenza, nonostante quel che pensassi o non pensassi sabato. Ma poi domenica ho fatto pace col golf, ho giocato davvero a golf; e se l’anno scorso ero arrivato secondo e quest’anno sono arrivato ventesimo pazienza. Sì, pazienza: sto aspettando con pazienza che i risultati ritornino. E ritorneranno, eccome.

Intanto mi sono goduto tre giorni splendidi in un luogo magnifico, e per i venticinque lettori che mi hanno seguito fino a qui volevo dire andate a giocare in quel campo, visitate quelle zone, ne vale la pena.

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Giu 01


Venerdì 18 maggio, in sull’ora del desinare. Mi avvio in campo pratica con un piano preciso in mente (mai andare in campo pratica senza un’idea su che cosa si praticherà, o si finirà per tirare palline e basta): gioco corto – putt – gioco lungo, un’oretta per ciascuno. Il tutto nella logica della rifinitura prima della gara di circolo del giorno dopo e lasciando tempo per il binomio golf – paternità (di cui parlerò in uno dei prossimi post).

Mi porto nella buca executive più alta, dove sono solitario e tranquillo, con 42 palline (due gettoni). Le prime 42 vanno bene: provo dei colpi tra i 20 e i 50 metri sia col sand che col lob, tutto funziona. Raccolgo e riprovo. Parte uno shank. Sarà un caso. Ne parte un secondo. Mmmm. Un terzo. Ah. Un quarto, un quinto, un sesto… ad libitum et permulta.

La mia mente analitica si allarma. Provo, riprovo e riprovo ancora ma si sa, in questi casi l’insistere non fa che peggiorare le cose. Il pomeriggio termina con ansie di un tipo per me sconosciuto (e poi dai, esiste colpo peggiore nel golf dello shank?).

Il giorno dopo arrivo con ampio margine al circolo, per darmi tempo di fare un lungo riscaldamento e sperabilmente capire quel che mi succede e aggiustare le cose. Applicare una sorta di cerotto, insomma; ma ho poche speranze, e infatti parto con tutti i dubbi del caso. Tremo all’idea di quando mi capiterà un colpo da 80, 60, 50, 30 metri.

Succede alla 3. Mi parte uno shank imbarazzante, che provoca una X. (Non è per il risultato, è la frustrazione di non capire la meccanica del colpo, e soprattutto la sensazione di non avere il controllo del mio corpo.)

Alla 5 ne faccio tre di fila [sic]. Shank, shank, shank. Alla 6 un altro. Da lì in poi la gara si rimette sui binari (3 bogey e 9 par nelle restanti buche: non il massimo ovviamente, ma date le premesse sono contento).

La sera rimugino, la notte non dormo, la mattina dopo prima delle 8 sono in campo pratica, da solo (la situazione ideale; e non perché abbia paura delle brutte figure, cui non penso, ma perché posso parlare a voce alta, raccogliere le palline dal prato – vietatissimo! – eccetera).

Le cose a tutta prima si aggiustano. Ma proseguendo il maledetto shank ritorna. Alla fine, sia grazie all’aiuto dei maestri sia grazie ad articoli pescati in rete (come questo, ottimo), capisco alcune cose:

– devo stare un poco più lontano dalla palla, e quindi tenere le mani più basse;
– devo tenere le gambe ferme e per contro ruotare i fianchi (questo è, in piccolo, lo stesso difetto che ho nello swing completo – il maggiore dei due o trecento, voglio dire);
– devo avere la sensazione di schiacciare la palla verso il basso;
– devo mantenere il peso sui talloni.

Insomma tutto si è aggiustato – più o meno! sull’aspetto mentale della questione c’è da lavorare ancora – nel giro di tre giorni. Verranno altri problemi (golfistici, tutto è relativo), mi emozionerò e preoccuperò, gioirò e farò altri errori ma la cosa fondamentale dello shank l’ho capita: lo shank così come via se ne va. E così sia.

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Mag 25


Questo è un libro molto interessante per il golfista seriamente intenzionato a migliorare il proprio gioco. L’ho letto e riletto con molta attenzione, ne ho ricavato indicazioni illuminanti per la mia pratica. È un libro che ha del valore, pur non essendo facile, nel senso che va meditato e digerito e ciò richiede tempo.

Ne ho scritto una recensione su “Golf Today” di questo mese. E sono entrato in contatto con l’autore, Mark Guadagnoli. Ci siamo scambiati delle mail, ne è uscita fuori una conversazione sotto forma di intervista che pubblico qui a seguire. Mark mi aveva scritto:

One of the important topics to me is that most people think that the problem with the game is the way they play but in fact it is the way they practice.
[Uno dei punti nodali per me è il fatto che la maggior parte delle persone pensa che il suo problema con il gioco sia la maniera in cui gioca, mentre in realtà è la maniera in cui pratica.]

Già, i problemi sono rintracciabili (e di conseguenza risolvibili) in campo pratica. Il suo libro parla di questo, della spaced practice e di concetti sui quali dovremmo riflettere di più. Ma spesso non lo facciamo, impegnati come siamo a colpire una pallina dopo l’altra, nella convinzione – un vero e proprio tunnel mentale – che tirare palline senza sosta ci porti del beneficio; mentre il beneficio reale deriva dal pensiero che accompagna i colpi.

Rilassati, ragazzo. C’è ancora speranza. Intanto ecco qui il succo dei nostri conversari.

– How is your Italian?
[Com’è il tuo grado di conoscenza dell’italiano?]

Non va bene! But I am trying to learn. I love Italy and one of my goals is to speak the language and spend time cooking in the country.
[Non va bene! Ma sto cercando di imparare. Amo l’Italia e uno dei miei obiettivi è quello di parlare la lingua e trascorrere del tempo a cucinare nel vostro paese.]

– Where and how did you get the idea of the book?
[Dove e come hai avuto l’idea del libro?]

When one of the UNLV golfers (Ryan Moore) was in college we had weekly sessions where we would talk about ways for him to get better and he would tell me his perspective of how he thinks on the course and with practice. A few years after Ryan turned pro I finished the book.
[Quando uno dei golfisti dell’UNLV (Ryan Moore) era all’università abbiamo svolto delle sedute con cadenza settimanale in cui parlavamo delle maniere con cui avrebbe potuto migliorare, e lui mi esponeva la sua prospettiva di come pensa sul campo e durante la pratica. Pochi anni dopo che Ryan è diventato professionista io ho finito il libro.]

– You say that in order to become a better golfer you must learn to learn. How?
[Tu dici che per diventare un golfista migliore devi imparare a imparare. Come?]

The most basic idea is that you have to be willing to challenge yourself during practice. This means that you have to make a choice: Are you be more committed to looking good now or being great in the future? So many players practice what they are good at instead of challenging themselves during practice. This is not only in golf but in life as well. The book explains the mindset of achieving greatness and specific ways to do this.
[L’idea di base è che bisogna essere disposti a sfidare se stessi durante la pratica. Ciò significa che si deve fare una scelta: è preferibile per te apparire bravo adesso oppure essere un grande in futuro? Troppi giocatori praticano ciò che già sanno fare bene invece di sfidare se stessi durante la pratica. E questo non accade solo nel golf ma anche nella vita. Il libro spiega l’atteggiamento mentale necessario per raggiungere l’eccellenza e illustra i modi specifici per farlo.]


– One of the most interesting concepts of the book is spaced practice. Could you elaborate a bit about it?
[Uno dei concetti più interessanti del libro è la “pratica distanziata”. Puoi dire due parole al riguardo?]

The simplest thing you can do on the range is to watch the ball for as long as you can before you get a second ball to hit. Amateurs almost always hit balls too fast and it builds bad habits and restricts learning. Learning is a change in the brain’s biology and this takes time. Maybe a few seconds or a few minutes or a few hours but it takes time. Hitting one ball right after another speeds up tempo and doesn’t give your brain time to digest the information.
[La cosa più semplice che si può fare in campo pratica è quella di guardare la palla il più a lungo possibile prima di prendere una seconda palla da colpire. I dilettanti colpiscono quasi sempre la palla troppo velocemente: ciò dà vita a cattive abitudini e limita l’apprendimento. L’apprendimento è un cambiamento nella biologia del cervello e questo richiede tempo. Forse pochi secondi o pochi minuti o poche ore, ma comunque ci vuole tempo. Colpire una palla dopo l’altra manda fuori ritmo e non dà il tempo al cervello di elaborare le informazioni.]

– I would like you to elaborate on another important concept of the book – the goals you set for yourself and the process you use to reach them.
[Vorrei che approfondissi un altro concetto importante del libro: gli obiettivi che ti dai per te stesso e il processo utilizzato per raggiungerli.]

To me, goals set a destination, a destination to reach. Everything you do either moves you toward or away from that goal. Once I started playing golf in my mid-30s I had a goal to have a single digit handicap. My first registered handicap was 18 and a few years later I was a 4. I used the principles in the book most of the time. Sometimes I got lazy and didn’t practice the way I knew would work. When that happened I stopped getting better and it reminded me that the way I practice is either helping me toward my goal or moving me away from the goal.
[Per me, gli obiettivi stabiliscono una destinazione, una meta da raggiungere. Tutto ciò che fai ti avvicina oppure ti allontana da questo obiettivo. Quando ho iniziato a giocare a golf, intorno ai 35 anni, il mio obiettivo era di avere un handicap a una cifra. Il mio primo handicap registrato è stato 18, e qualche anno dopo ero 4. La maggior parte delle volte ho utilizzato i principi che espongo nel libro. A volte sono stato pigro e non praticavo nella maniera che sapevo corretta. Quando questo succedeva smettevo di migliorare, e ciò mi ricordava che la maniera con cui pratico o mi porta verso il mio obiettivo oppure mi allontana da esso.]

– What about your personal golf?
[Due parole sul tuo golf.]

I love golf! It is more than a game to me. It is a challenge. It is meditation, and like everybody else I want to be better than I am. Because I work with players so much and have other business and personal obligations I don’t play much but when I do I appreciate it deeply.
[Io amo il golf! Si tratta di più di un gioco per me. Si tratta di una sfida. È meditazione, e come tutti gli altri voglio migliorare. Dal momento che lavoro tanto con i giocatori e ho altre attività e obblighi personali non gioco molto, ma quando lo faccio lo apprezzo profondamente.]

– Your future plans regarding the teaching of golf.
[I tuoi piani futuri quanto riguarda l’insegnamento del golf.]

I teach because I love it. When opportunities arise that make sense I will take then but teaching golf is not what I do full time. When I do take on new clients it is always a very unique situation.
[Io insegno perché mi piace. Quando si presentano delle opportunità le colgo, ma l’insegnamento del golf non è quello che faccio a tempo pieno. Ciascun nuovo cliente è sempre un caso assolutamente unico.]

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