Mag 18


Com’è come non è, le mie statistiche sul putt sono peggiorate: 32,7 putt a giro quest’anno (e mai sotto i 30) contro i 31,4 del 2011 e i 31,0 del 2010. (Non medie da tour, sia chiaro, ma insomma si può – si deve, necesse est – fare meglio.)

Col tempo mi era venuto il sospetto che stessi ciurlando nel manico, insomma che parte del problema fosse nel putter stesso (un Odissey White Hot #3 comprato almeno cinque anni fa). Non che l’anzianità di un putt debba dimostrare qualcosa, ma certo in cinque anni il mio gioco è cambiato.

Allora io lo scorso autunno avevo adocchiato questo bell’oggetto e, provatolo, me ne ero invaghito; ma le finanze del momento erano tutt’altro che floride e ho preferito rimandare.

Il momento era poi giunto un paio di mesi fa, ma nel frattempo il California Coronado è uscito di produzione. (Questo aprirebbe una filippica sulle esigenze del marketing, che cambia nome alle cose senza cambiarne la sostanza per spingere le vendite ma insomma in questo momento andremmo un po’ fuori dal seminato.) Prova e riprova, leggi recensioni eccetera e alla fine ritorno al punto di partenza, ovvero a questo modello che è – guarda caso – l’erede del Coronado.

Ieri mattina mi è arrivato. Ieri pomeriggio, dopo il rito del togliere la pellicola che protegge il manico, ho passato un’ora e mezza in putting green a provarlo. C’era il sole, una brezza leggerissima, e io tutto solo (e felice) con il mio nuovo strumentopolo misterioso.

Wow!

L’ho scelto un po’ più corto del precedente (33’ contro 34’): questo perché mi pare la lunghezza più adatta alla mia statura.

È più pesante dell’altro, soprattutto in testa. Il tocco è morbido e pulito. Ne sono molto soddisfatto.

È un bell’oggetto da vedere.

In più sto lavorando sul movimento, che è sempre stato troppo ampio all’indietro e poi rallentante nella discesa. Abbreviando la salita e accelerando nella discesa trovo che – con i diecimila colpi che dovrò fare per arrivare a interiorizzare il movimento, ovvio – il colpo risulterà ancora più netto e preciso.

Insomma altre sfide mi attendono; e il nuovo è davanti a me, tutto da venire. Bene.

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Mag 11

Quando faccio qualcosa che sia correlato al golf, io mi sento felice.

Questa è una semplice verità. Che sia in campo pratica oppure in campo, che legga di golf oppure lo guardi in televisione, che ne parli con qualcuno oppure scriva delle recensioni il risultato non cambia.

Anche quando come ieri le gare vanno male e non riesco ad evitare la virgola, anche in periodi come questo dove l’handicap sta salendo in maniera verticale nonostante io mi senta pronto – tecnicamente, mentalmente e fisicamente – per una decisa discesa ma la realtà dica il contrario, io sono felice.

Allora mi viene spontaneo pensare alla fase successiva. La fase successiva non riguarda me, ma riguarda quel che io potrò trasmettere – alle mie figlie, ai miei venticinque lettori, ad eventuali allievi futuri eccetera – di quel che so a riguardo di questa attività meravigliosa.

Sì, questo accade perché l’impressione netta che ho, quando passo tanto tempo al golf, è che tutto ciò che imparo abbia valore – si moltiplichi, più precisamente – solo se riesco a trasmetterlo. Altrimenti, saperlo solo per me sarebbe inutile. È per questo che voglio condividere quel che so, che tengo questo blog, che rispondo a chi mi fa domande eccetera.

Tutto ciò oggi è ancora allo stato di bozza; ma insomma il futuro è sempre incerto! L’idea però è chiara: trasmettere agli altri per dare valore a quel che si sa e per capire meglio quel che si è, trasmettere per crescere.

Mag 04


Ritorna uno dei più divertenti circuiti che conosca, il Citielle Challenge Tour.

Venti tappe + finale nazionale a Croara a ottobre + finale internazionale a Dubai nel marzo del prossimo anno. E bellissimi premi ad ogni tappa (ne sono testimone diretto e recente), tra cui quattro sacche di Mickelson grazie a KPMG.

Senza dimenticare l’impegno per il sociale – costante, tenace e mai esibito.

Insomma Giuseppe Lazzarotto ha creato diversi bellissimi progetti, e anno per anno li conferma. Non mi stancherò mai di far notare quanto è bravo, e lo direi anche se non lo conoscessi di pirsona pirsonalmente.

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Apr 27


Per me è iniziato tutto tanti anni fa.

Era il principio del 2007, il mio handicap era intorno a 18 – ero insomma quello che non volevo essere, un bogey golfer. Ho preso la strada delle buche approcci, ho iniziato a passare tantissimo tempo là sopra: colpi attorno al green, uscite dal bunker corte e medie, colpi da dietro le piante eccetera. È stato molto divertente. Il tutto supportato soprattutto da quello che reputo essere il miglior libro sul tema, Dave Pelz’s Short Game Bible.

Poi a gennaio di quest’anno, durante la prova campo del Trofeo Sanremo – ero con Lorenzo Guanti, Luigi Botta e Alessandro Catto, e pur potendo essere anagraficamente un loro genitore mi sentivo spettatore ad un evento golfistico –, arriviamo alla buca 9, un par 3 di 85 metri dove la precisione millimetrica è fondamentale: Lorenzo porta su le braccia nel backswing dicendo “questo è un colpo da 85 metri”, e poi portandole leggermente un po’ più in su dice “questo è un colpo da 90” (i dettagli sono qui).

Quella osservazione casuale ha scatenato dentro di me un ragionamento lungo e profondo. Insomma, sappiamo tutti che le distanze sotto i 100 metri sono importanti perché critiche eccetera; ma mettere in pratica questo semplice concetto, sapere la differenza tra un colpo da 60 metri e uno da 70 è un altro paio di maniche.

Mi sono messo a lavorare su questa cosa; e ho scoperto delle cose fantastiche. Se sapevo già che col pitch faccio 110 metri e che col gap (52°) ne faccio 95, non sapevo ad esempio che con lo stesso gap ma impugnato corto (2 centimetri) ne faccio 90. E sì, sapevo che 90 metri li faccio anche col 56° pieno, ma non che “pieno” con i wedge significa con le braccia a ore 9 e non oltre, altrimenti diventerebbe poco controllabile (basta guarda Mickelson e si capisce il concetto); non che col 56° impugnato corto faccio 85 metri e così via.

Sono arrivato in sostanza a coprire tutte le distanze critiche sotto i 100 metri. A questo si aggiunge il fatto che, sapendo con certezza il movimento da fare per ottenere – in condizioni ottimali, in piano e sul fairway – una data distanza, è facile adattare questo alle situazioni che il campo presenta (es. in rough, con la palla più alta o più bassa dei piedi eccetera).

(Che ultimamente abbia preso solo virgole e che ora il mio handicap sia ritornato ai livelli di un anno e mezzo fa, e che nel 2012 abbia fatto up and down solo nel 36% dei casi non mi preoccupa: sto lavorando su vari aspetti del mio golf, so che ad un certo punto i risultati verranno, in maniera naturale.)

To sum up all this: a inizio 2007 ho passato molto tempo agli approcci e ho visto i risultati, adesso faccio la stessa cosa e – matematicamente – so che a tempo debito tutti i pezzi verranno a comporsi come in un quadro.

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Apr 20

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Segnalo – volentieri, da mizunista convinto – questa divertente iniziativa di Webgolf, in collaborazione con Intergolf e Mizuno.

C’è tempo fino al 6 maggio per inserire una propria foto. Il vincitore sarà ospite di Mizuno il 21 maggio prossimo a Bearwood Lakes, dove giocherà con Luke Donald. Qui il regolamento.

E sì, è vero che questa settimana Luke Donald non è più il numero uno ma insomma, andrà bene lo stesso! 🙂

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Apr 13


Questo è il primo libro che in vita mia recensisco senza avere letto.

Tuttavia non lo reputo necessario: ho letto gli estratti che “Golf Digest” di aprile pubblica e mi sono bastati. Ma iniziamo da capo.

La copertina della rivista, fatto salvo un accenno ai Masters e ai soliti consigli sullo swing, è interamente dedicata al libro: Tiger è in copertina, accompagnato da queste parole: “Hank on Tiger / The Big Miss / Exclusive! The book everyone’s talking about”.

Mah. Un’operazione mediatica indubbiamente. Poi però vai a pagina 110, dove inizia l’articolo, e leggi gli estratti e non trovi nulla di sconvolgente, nulla che non sapessi già, nulla che aggiunga qualcosa di veramente significativo alla tua conoscenza.

Mi viene in mente Antonio Ranieri che, dopo la morte di Giacomo Leopardi, descrisse in Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi l’insana passione dell’amico per i gelati. Solo che il mondo non ha mai conosciuto Ranieri, mentre i Canti di Leopardi sono immortali.

E ricordo un’intervista che la stessa rivista pubblicò un paio di anni fa che mi lasciò con sensazioni simili a quelle di oggi. Ne parlai qui.

In sostanza questo libro, al di là del clamore che certamente farà (ma perché riguarda Tiger e non certo perché l’autore è Haney, insomma per quel morboso desiderio che abbiamo di conoscere le vite degli altri, soprattutto se ricchi, belli e famosi), verrà dimenticato presto – e, ciò che è sicuro, nessuno avrà a dolersene.

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Apr 06


Tra le pagine di questo pregevole, interessante e utile blog che trattano di tecnica, di pratica, di campioni, di regole e umanità golfistica varia, c’è posto per una bellissima storia d’amore, molto romantica? Io penso di sì. Perché è una storia proprio dei nostri giorni, ancora più bella, a mio avviso, giacché oggi si dice che non vi sia più spazio per sentimenti solidi e profondi.

La storia riguarda due giovani, nati e cresciuti esattamente agli antipodi: lui, emiliano, lei australiana. Certo, il mondo sarà pieno di storie così: a cercare bene, quasi tutti ne hanno una da raccontare. Questa però è così bella che le riassume tutte: è nata in un circolo di golf e… “galeotto fu il Ladies European Tour”.

Nel novembre 2006 si tiene al Golf Club Le Fonti di Castel San Pietro Terme, 30 km circa da Bologna, una Qualifying school del LET. Il Circolo ospiterà l’avvenimento anche nell’anno successivo, ma questa è la prima volta che al “Le Fonti” si gioca un torneo di tale importanza. Tutti i soci sono allertati, molti s’impegnano direttamente nei vari compiti organizzativi necessari. Il Circolo, poi, si fa in quattro per ospitare il torneo: non solo in maniera irreprensibile dal punto di vista tecnico, ma anche con tanto calore dal punto di vista umano. Sarà per via della cultura emiliana, generosa negli affetti, nelle relazioni interpersonali. Arrivano frotte di belle e sportivissime ragazze: per loro è in gioco una posta alta, la carta per giocare nel LET, la carta per dare avvio a una carriera sportiva, la carta della vita.

Tra queste giovani c’è anche Marousa: di famiglia greca ormai australiana, abita a Sidney ed è una delle 12 più belle ragazze del campionato australiano, tanto da avere una pagina nel calendario promozionale delle proette australiane. E a chi capita di andarla a prendere all’aeroporto di Bologna? A Luca, da pochi mesi impegnato nella segreteria del Circolo. Luca parla benissimo l’inglese, magari incespica un po’ nei primi approcci, perché è rimasto subito colpito dalla ragazza. Il colpo di fulmine scoppia in una delle serate organizzate dal circolo durante la settimana di gara del LET per far conoscere un po’ questo bell’angolo dell’Emilia Romagna.

Che volete? Che duri, una storia così? Sì, dura proprio! Sono passati sei anni. Nel frattempo, Luca e Marousa si sono fidanzati, sono entrati nella top list dei frequent flyers, hanno fatto più volte il giro del mondo, infine si sono sposati.

Tutto lì? Ma non è bello pensare a due giovani che sfidano culture e mondi così lontani e diversi? che accettano la sfida che il destino ha messo a portata delle loro mani, una sfida non semplice e non facile. È vero che quando si è giovani tutto si appiana, c’è entusiasmo e gusto della sfida. Bravi! Per noi del Circolo, oltre al sapore dolce di questa bella storia, c’è, in più, il fatto che tutto ciò ha avuto come cornice il mondo del golf. Un circolo, un club, finisce per essere parte di te, una famiglia; questo sport unisce, crea vincoli e affetti. Che il destino abbia voluto scodellarci questo bell’esempio di amore, proprio sui nostri green, è una cosa che ha toccato tutti. Marousa e Luca sono diventati i nostri ragazzi e ora, che vivono la loro vita in Australia, lo sono ancora di più. Tanti auguri per sempre!

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Mar 30


L’ultimo numero di “Golf & Turismo” contiene quattro pagine pubblicitarie Callaway il cui testo dà da pensare.

Ecco una parte di che cosa si legge nella prima delle quattro (ho normalizzato il testo che per ragioni pubblicitarie è tutto maiuscolo nell’originale):

Un drive di Álvaro Quirós percorre 310 iarde tra le Bellagio Fountains a Las Vegasa.

Questo testo è la traduzione della medesima pagina, che si vede ad esempio su “Golf Digest” di questo mese (il video è qui):

Álvaro Quirós and J.B. Holmes drive 310 yards across the Fountains of Bellagio in Las Vegas.

Ora io, da fornitore di un servizio del genere, mi rendo perfettamente conto che la traduzione è sovente una sorta di pensiero laterale dell’ultimo minuto, in casi come questo: l’agenzia pubblicitaria ha mille cose cui badare e fa il possibile. (Qui un ottimo articolo sul tema, scritto da uno dei guru dell’industria della traduzione.)

Tuttavia vedo un problema non da poco, perché una grande azienda investe parecchie migliaia di euro in promozione ma in qualche punto del processo c’è un anello debole che fa sì che non venga spesa qualche decina di euro (una percentuale infima del costo totale del progetto) per un testo tradotto come si deve.

Quindi l’ovvia conclusione è che le scorciatoie a volte diventano delle trappole o, per dirla con Einstein:

Everything should be made as simple as possible, but no simpler.

Mar 23


Non ho mai amato il campo di Rapallo: ma non perché non sia incantevole, piuttosto per deficienze mie, perché ne sono sempre uscito sonoramente sconfitto (qui il racconto dei disastri di due anni fa).

Dal Trofeo del Tigullio di quest’anno ho ricavato però delle indicazioni – sia fisiche che mentali – su cui lavorare, che vanno ad aggiungersi alle modifiche allo swing che sto facendo (peso maggiormente sui talloni, polso meno chiuso all’apice e fianco destro più piegato nella discesa a liberare spazio per il bastone: il tutto per correggere un pull che mi affligge da tempo).

La parte fisica è riferita soprattutto al primo giorno: dopo 11 buche ero +6, che è un risultato certo non brillante ma nemmeno disastroso. Però, a partire dal par 5 della 6 (ero partito dalla 13) non riuscivo più a controllare i movimenti e ho terminato con un disastroso +9 nelle ultime 7 buche, senza nemmeno un par. Soprattutto, ricordo la sensazione provata nelle ultime due buche, la stanchezza totale che mi impediva quasi di vedere (be’, sto teatralizzando un pochino…), la voglia di andarmene e l’idea che un par o un bogey non potevano fare alcuna differenza.

E dunque la lezione qui è: più corsa e più palestra con esercizi specifici (e anche un Supradyn negli spogliatoi – questo l’ho copiato da Andrea Perrino che ne ha parlato qui – e un Polase durante la gara), perché alla 18 devo essere stanco sì ma non uno zombie!

Domenica invece è stato il giorno della mente: partivo ancora dalla 13 e le prime 11 buche sono andate sostanzialmente bene (un +4 frutto di un doppio bogey frutto a sua volta di un singolo errore e due bogey comprensibili: al par 3 della 18, 214 metri da far tremare le vene e i polsi e poi alla 4, che è un par 4 non lungo ma complicato). Poi sul tee della 6, un par 5 di una semplicità estrema, ho fatto un’osservazione ai miei compagni di gioco che non solo non avrei dovuto dire, ma nemmeno avrei dovuto pensare: “A partire da questa buca ieri ho fatto solo dei bogey e dei doppi”.

Mmmmm.

Pensandoci ora, capisco che l’intento era certamente quello di mettere le mani avanti, di proteggere il risultato acquisito: pensiero che non può che essere foriero di disastri. È stato dunque un errore strategico, soprattutto se confrontato con episodi precedenti. Per esempio all’altro par 5, la 4, avevo sbagliato il drive e poi tirato il terzo da 180 metri, un ibrido terminato a 7 metri dalla bandiera e a pochi centimetri dal green. Uno dei miei compagni di gioco mi ha chiesto se mi dava fastidio il suo marchino e io senza pensare ho risposto di no, “tanto io questo lo imbuco”. Poi sono finito a pochi centimetri dalla bandiera ed è stato un par molto soddisfacente. In quel caso non era importante il fatto di imbucare o meno, era fondamentale il fatto di essere convinto di tirare per imbucare e non per avvicinarmi all’asta.

Insomma quell’osservazione mi ha poi portato ad un +10 finale che non è certamente da incorniciare. Ma non ha importanza, l’importante è l’indicazione che ne ho ricavato, l’idea che devo lavorare tantissimo sulla mia forza mentale.

Quindi i piani di lavoro per i prossimi mesi sono molto chiari: tecnica, palestra e mente. E non importa se l’handicap è in risalita: il processo di apprendimento segue una spirale, e per migliorare devi accettare il fatto che prima dovrai peggiorare. Dai forza!

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Mar 16


Questo è un libro cui ho girato intorno per tanto tempo (o lui ha girato intorno a me? Non so rispondere, o forse è lo stesso). È la biografia di Bruce Edwards, storico caddy di Tom Watson.

Racconta la sua vita sul campo da golf, dai primi passi al Greater Hartford Open al Wethersfield Country Club, vicino casa, quando nel 1967 fece per la prima volta – sostanzialmente per caso – da caddy ad un golfista professionista, fino all’UBS Cup del 21-23 novembre 2003, quando già provato dalla malattia lavorò per l’ultima volta per l’amico di sempre.

L’avevo visto, polveroso, da Strand; ritrovato in molte bancarelle e librerie in giro per l’America, in anni diversi; dimenticato. Ma qualche mese fa l’ho incrociato di nuovo, usato, in una libreria online, e non ho potuto resistere.

L’esposizione è affascinante, per quanto triste. L’autore, John Feinstein, è un mago nel raccontare storie di golf (qui avevo recensito un altro suo magnifico libro, Tales from Q School).

È un volume che parla di passioni, di amicizia, di lealtà ma anche di eccellenza, di perizia, di scrupolosità. Bruce Edwards è stato un amico per tanti, un mito per moltissimi, e vive ancora nei ricordi di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

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