Mar 09

A novembre annunciai un progetto che avevo in corso: scrivere un ebook destinato ai golfisti che desiderano seriamente migliorare il proprio gioco.

Ora quel progetto è completo. L’ebook è qui, scaricabile gratuitamente. Senza bisogno di password, di lasciare la propria mail eccetera.

Sono le mie opinioni sulla pratica, nella convinzione che quel che so possa servire anche ad altri. Se piacerà si diffonderà, altrimenti rimarrà lì e andrà bene lo stesso.

Mar 02


Isabella Data, che esattamente tre mesi fa aveva pubblicato qui il suo grazioso Decalogo del campo pratica, ha scritto ora un altro pezzo che reputo interessante e che pubblico volentieri. Parla di regole, la cui conoscenza – è importante che sia chiaro – è un aiuto e non un deterrente per il giocatore. Da qui si possono scaricare le Regole del Golf 2012-2015 (e, mentre si è lì, si potrebbe dare un occhio anche alle Decisioni sulle Regole del Golf 2012-2013 e alla Normativa tecnica).

La parola a Isabella.

Quando ho iniziato a giocare a golf e sono venuta in contatto con le “regole”, il mio spirito libero le ha subito classificate come una raccolta di “tigne” (regole complicate e passabilmente astruse) sedimentata da almeno 200 anni. Poi ho scoperto il fascino etico, non solo tecnico di questo gioco; sono cresciuti, man mano, dentro di me l’apprezzamento e il rispetto per un gioco dove, sostanzialmente, si è arbitri di se stessi.

Giocando ho compreso che la bellezza del golf, il fatto che appassioni ogni giorno sempre di più, nasce dal fatto che è “un gioco che non si può vincere, si può solo giocare”: non annoia mai, giacché presenta sempre nuove e svariatissime situazioni di gioco, su cui influiscono morfologia dei campi, situazioni ambientali, vantaggi assegnati ai giocatori (i cosiddetti “handicap”), materiali a disposizione, tipi di competizione.

L’importanza del conoscere le regole per un giocatore di golf è massima: si tratta probabilmente dell’unico sport in cui ognuno è arbitro di se stesso, e quindi onestà e rispetto devono far parte del bagaglio di ogni golfista. Barare non ha nessun senso, anche perché si finisce non solo per ingannare se stessi, ma per togliere a se stessi l’essenza pura del vero divertimento.

In questo tempo così malinconico, teniamoci stretti lo spirit of the game e le regole.

Ultima riflessione: se un “servitore” dello Stato, un Consigliere di Stato, non coglie la gravità di azioni così disoneste come quella di farsi pagare ripetutamente le vacanze, allora valorizziamo di più un gioco che insegna ad adulti e a ragazzi ad apprezzare valori come onestà e correttezza. Un gioco, più serio della vita vera.

Feb 24


Il post d’oggi è quasi “chiamato”: inizia infatti oggi a Verona la sesta edizione del Salone italiano del golf, dove fino a lunedì cento espositori presenteranno prodotti e servizi legati al nostro sport.

In un momento in cui il golf è in crisi, in cui ci si chiede dove sta andando questo sport, come fare per attirare nuovi giocatori e – soprattutto – conservare quelli esistenti (ne parla ad esempio Antonio Burzio qui e qui), il fatto che si investa in comunicazione e promozione è significativo ed importante.

Le potenzialità che ha questo sport, in particolare in Italia, sono immense. Solo per guardare ai fatti di casa nostra: pensiamo allo sviluppo che regioni come la Calabria, la Puglia e la Sicilia potrebbero avere quando il golf fosse inserito in un programma organico di crescita, basato innanzitutto sul turismo. Ci sono in quelle terre ricchezze che il mondo intero ci invidia.

E non sono solo pie illusioni, visto che resort come il Donnafugata e il Verdura sono stati creati proprio con questo obiettivo in mente.

Ben vengano dunque manifestazioni come queste, che presentano certo bastoni e attrezzature a noi golfisti, che comunque compreremmo qualunque cosa legata alla nostra passione, ma soprattutto possono divenire una vetrina molto più ampia, di promozione di regioni intere anche attraverso il golf – un vero e proprio circolo virtuoso.

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Feb 17


Domenica 29 gennaio, seconda giornata del Trofeo Sanremo: arrivo alla 3 (la mia 9), ho appena tempo per fare un bogey che la sirena suona. Lo aspettavamo tutti, la pioggia battente stava allagando i green e la gara non poteva proseguire.

Nel pomeriggio, tornando verso casa, una sorta di bufera di neve mi accompagna (quattro ore il tempo necessario in luogo delle consuete due e mezza).

Avanziamo di diciotto giorni, fino a mercoledì 15 febbraio alle 15. Il mio circolo fa sapere tramite sms che il campo pratica riapre l’indomani, cioè ieri. Mmmmmmmmm… trillo oltremodo gradito, anche perché in parte inaspettato.

E così ieri ho messo fine ad un digiuno – un’astinenza? – di diciotto giorni. Diciotto giorni in cui ho lavorato come un matto, ho fatto altre cose e il golf è stato un pensiero laterale, qualcosa di lontanissimo e improbabile. La sacca è rimasta in entrata, le scarpe lucide e inservibili.

Strane sensazioni. E siamo di nuovo in pista.

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Feb 10


Ho conosciuto Lorenzo Guanti, giovane golfista di sicuro avvenire, durante la prova campo della gara federale di Sanremo di un paio di settimane fa che ho avuto l’onore di fare con lui. Gara che poi – ma forse è un dettaglio – ha vinto con un giro in 65, contestualmente vedendo scendere il suo handicap da +0,9 a +1,6 [sic]. Mi hanno impressionato la sua mente precisa e analitica, la maniera in cui ha affrontato un percorso che non vedeva da due anni (e in due anni la sua lunghezza è cambiata totalmente, per cui era di fatto un percorso nuovo per lui), le doti di team leader che ha dimostrato verso i suoi compagni (altri giovani golfisti della Margherita, anch’essi di sicuro avvenire – e campioni d’Italia, tra le altre cose).

Due parole sui risultati ottenuti fino ad ora (certamente inferiori rispetto al suo potenziale): secondo posto al Trofeo Umberto Agnelli al Royal Park nel 2010, anno in cui ha anche partecipato ai campionati europei a squadre Boys (secondi classificati), e vittoria lo scorso ottobre al Trofeo Glauco Lolli Ghetti a Margara. Da non dimenticare che, con i compagni Edoardo Aloi, Luigi Botta, Alessandro Catto e Ludovico Righetto ha vinto nel 2011 i campionati assoluti a squadre per circoli.

Ho anche apprezzato la semplicità di un ragazzo come tanti. Gli ho chiesto un’intervista, la cui trascrizione è qui a seguire.

Cominciamo da Sanremo. Io sono rimasto colpito dalla precisione con cui disegnavi le buche sulla mappa, prendevi le distanze, misuravi i green: mi parli di come affronti i percorsi che non conosci durante la prova campo?
Sanremo era una gara per me importante: intanto perché era la prima dell’anno, e poi perché volevo ritornare a giocare con una voglia che avevo un po’ perso l’anno precedente. Quindi volevo affrontarla bene.
Mappare il campo è un’abitudine che abbiamo appreso con la Nazionale, abbiamo capito quant’è importante preparare bene il campo, sapere dove puoi sbagliare, dove non devi andare, le pendenze eccetera, perché questo ti permette di risparmiare anche quei 4-5 colpi che ti possono cambiare un giro. Soprattutto conoscere i green è essenziale, e in particolare in un campo tecnico come Sanremo.
Io caratterialmente sono molto metodico, quando voglio fare una cosa e voglio farla bene ci metto tutto me stesso, lo faccio con passione, mi diverto anche se è faticoso.

Mi racconti invece il 65 del giorno dopo?
È stato un giro molto divertente. Sono partito in maniera drammatica dalla 4 con par – doppio – bogey. Poi mi sono risvegliato un pochino con la 7, il par 4 corto; ma è stato strano perché ho tirato un legno al green – non un drive perché non è una buca lunga – e sono finito alla destra del green, nel boschetto. Da lì ho giocato un colpo contro la sponda a saltare il bunker: l’ho messa a un metro e ho fatto birdie. Da quel momento è iniziata una fase in cui mi sembrava di poter fare qualunque cosa: ho fatto par alla buca dopo (il par 4 lungo), birdie alla 9, alla 10 e alla 11 (imbucando l’approccio da dietro al green). Poi par alla 12, birdie alla 13 tirando un ferro 6 dal tee (il drive era fuori questione perché pioveva e non si sarebbe potuto raggiungere). Alla 14 ho tirato un colpaccio e sono finito a sinistra in mezzo agli ulivi, l’ho tirata fuori col secondo e ho fatto bogey (ed è andata bene così); poi birdie alla 15 e alle 16 (imbucando un putt da inizio green che mi ha regalato sensazioni quasi magiche), par alla 17 e alla 18 (con 3 putt), alla 1 e alla 2. La 3, l’ultima buca, è stata la più strana: ero -3 sul tee e ho pensato ‘tiro al green col drive’, perché pioveva (col drive normalmente andrei lungo perché sono 230 metri a inizio green). Non ho tenuto conto del fatto che avevo le mani fradice… e appena ho toccato la palla mi si è chiuso il bastone: ho preso la prima pianta sulla sinistra e la palla mi è finita nel TR davanti ai battitori, quindi avrò fatto 10 metri. Ho droppato nella zona di droppaggio, e da lì con un legno ho preso le piante a difesa del green per finire nei battitori delle donne della 4, che è a 40 metri alla sinistra dei green; Maccario, che giocava con me, da 80 metri ha fatto 2. È andato lì, ha tolto la palla e io da 40 metri ho imbucato!
È stata una giornata divertente, ho imbucato tanto. Ho preso 11 green su 18, che non sono tanti, ma ho fatto 24 putt – quelli che cambiano un giro.

Mi hai detto che passare professionista non è tra i tuoi piani attuali. Perché?
Finché non sono entrato in Nazionale diventare professionista era il mio sogno, perché la scuola non era la mia passione e giocare a golf mi divertiva un sacco. Dopo di che ho perso un anno scolastico, in quarta liceo, perché sono entrato in Nazionale e ho fatto qualunque gara possibile ci fosse in giro – all’estero soprattutto. Inoltre da quel momento in poi è subentrata un po’ di pressione, mi sono creato delle aspettative che non sono riuscito a mantenere e che mi hanno portato ad un crollo psicologico, nel senso che mi allenavo tanto, giocavo bene ma non riuscivo a dimostrarlo: quando andavo a fare le prove campo avevo una media score che era sempre di -3/-4 e in gara però non riuscivo a rendere. In più mi immaginavo professionista e non mi sentivo tanto a mio agio. Allora ho perso parecchia voglia di giocare; ma poi mi sono tolto alcune paure e sensazioni negative che avevo avuto durante l’anno, il quadro complessivo è migliorato.
Adesso non so: è possibile che a settembre/ottobre decida di andare a fare i giri, però è una cosa che valuterò sul momento perché vorrei andare all’università e magari fare un anno da dilettante però giocando qualche gara all’estero e qualche tappa italiana dell’Alps tour… fare un po’ di gavetta insomma. Ma è tutto da valutare sul momento, perché se hai un buon gioco in un dato momento conviene lanciarsi, non perdere l’attimo, altrimenti ad aspettare si rischia che quell’attimo svanisca. Un passo alla volta quindi.

Hai iniziato ai Ciliegi. Come ti sei avvicinato al golf?
È abbastanza ironico: ho cominciato in giardino con palline da ping pong grazie al socio di mio padre che è un appassionato di golf. Ho fatto poi qualche lezione con Luzi ai Ciliegi: alla seconda lezione tiravo già il legno – quello proprio di legno come si usavano un tempo – a 130 metri. Da lì ho fatto qualche lezione alla Margherita e poi mi sono iscritto a Grugliasco, per vedere se questa cosa poteva avere un seguito. C’è stata un’estate in cui io mi facevo portare da mio padre alle 8.30, quando il circolo doveva ancora aprire, e uscivo quando faceva buio; tranne il martedì in cui il campo pratica era illuminato fino alle 11, e io passavo 15 ore al golf. C’è stata un giorno in cui ho tirato 21 gettoni [567 palline] e ho fatto 9 buche. Se lo penso adesso impazzisco perché non riuscirei a giocare così tanto; ma all’epoca semplicemente andavo lì e praticavo – anche da solo.

E come sono gli allenamenti oggi?
Quando ho iniziato a giocare a golf ho passato tantissimo tempo in palestra, e questo mi ha permesso di formare il mio fisico in maniera ottima: devo a questo la mia caratteristica di tirare colpi decisamente lunghi.
Quando il mio gioco ha cominciato ad essere regolare il mio problema era dai cento metri in giù: in quel settore di gioco facevo delle cose terribili e perdevo una quantità incredibile di colpi. Allora ho dedicato tanto tempo ad allenarmi sul gioco corto, cercare non solo di migliorare ma anche di togliermi le paure che avevo dentro di me. Ora non ho più paura di tirare un colpo da 100 metri e qualche volta faccio birdie: questo cambia completamente lo scenario.

Be’, ad esempio una cosa che mi ha colpito durante la nostra prova campo è successa alla 9, dove tu hai portato su le braccia nel backswing dicendo “questo è un colpo da 85 metri”, e poi portandole leggermente più in su hai detto “questo è un colpo da 90”. Per te sarà normale…
No, non è normale: nel senso che io mi sono sempre affidato al feeling, cercando di avere sempre la stessa velocità di attraversamento e cambiando solo la lunghezza per variare la distanza. Ma questo non bastava, e l’anno scorso ho fatto un grosso lavoro col mio maestro Elena Polloni, che mi ha permesso di memorizzare le varie distanze fatte con un dato wedge portato ad una determinata altezza, ancorando una determinata posizione ad una precisa sensazione. Risultato: tra gli 80 e i 100 metri la mia palla picchia sempre nello stesso posto, e soprattutto questo mi evita di fare scatti col corpo, perché quando arrivo nel punto desiderato so che posso girarmi sapendo già dove va la pallina.
Questo colpo ti fa fare birdie ai par 5, ti fa recuperare il par ad un par 4 dove sei andato storto col tee shot… può fare la differenza. E poi in me era un punto debole; oggi faccio fatica ogni tanto perché ho ancora un po’ di paura, però gli errori sono relativamente minimi; mentre io da 90 metri mancavo anche i green, il che ti demoralizza e ti fa arrabbiare.

Questo lavoro è stato fatto soprattutto in campo o in campo pratica?
In campo, assolutamente. Intanto perché devi usare delle palline buone, per vedere la reazione quando atterrano, e poi soprattutto perché i colpi devono essere variati. Quindi devi allenarli tanto in campo quando sei tranquillo, e poi portarli in gara: e questa è la cosa più difficile, perché la testa quando sei in gara recupera quelle sensazioni – gli ancoraggi – relative a colpi magari sbagliati fatti in passato. E quindi l’obiettivo è di togliere quelle sensazioni negative e sostituirle con quelle su cui hai lavorato. È per questo motivo che tirare 50 palline da 50 metri in campo pratica non serve a molto: perché poi magari vai in campo e fai lo stesso colpo che facevi prima. Invece quel che è utile è andare a 40 metri e tirare un palla, poi a 75 e tirarne un’altra, poi a 50 un’altra e così via. Così hai una sensazione pulita e ogni volta alleni la mente a memorizzare e fare i calcoli. Sono metodi di allenamento più noiosi forse, però rendono molto di più: perché uno quando è in campo pratica e vede che un colpo non funziona tende a ripeterlo all’infinito, ma non necessariamente questo porta risultati in campo; mentre bisogna staccare dopo ogni colpo, variare. E quando non si può andare in campo un buon metodo è giocare un percorso nella propria mente: tiri un drive come se fossi ad un determinata buca di un campo che conosci, col fade, col draw, con ciò che è richiesto da quel colpo, poi immagini dove è andata la palla, fairway, rough eccetera, da lì tiri il secondo e così via: anche in questa maniera puoi allenare le distanze. E poi passare la maggior parte del tempo agli approcci: quello fa la differenza.

Come si svolgono, in pratica, i tuoi allenamenti alla Margherita? Con che frequenza ti alleni, per quanto tempo? Col maestro o senza? Hai una sequenza particolare di bastoni?
I miei allenamenti non sono molto frequenti. Dedico il giovedì pomeriggio alla lezione con il mio maestro anche perché uscendo alle 14 da scuola il tempo di luce rimanente è quel che è! Quindi faccio un ora di lezione in base alle necessità del momento, dedicandomi in genere in piccolissima parte alla tecnica e ormai sempre più concentrandomi sull’aspetto mentale; dopodiché quando riesco vado a fare qualche buca in campo. Se invece la lezione è stata più impegnativa del solito mi fermo in campo pratica per cercare di fare mie le sensazioni appena trovate.
Oltre al giovedì mi alleno il sabato e la domenica, cercando di fare entrambi i giorni almeno 9 buche la mattina con gli altri ragazzi e poi suddividendo il lavoro al pomeriggio in base a ciò che occorre tra putting green, zona approcci, campo pratica e campo. Ci sono diversi esercizi che si possono fare nella zona dedicata al gioco corto e reputo questa parte veramente necessaria se si vogliono ottenere dei risultati significativi. Il consiglio che posso dare è di praticare ogni genere di colpo rendendo la pratica varia e divertente con tutti i bastoni, tirando colpi particolari piuttosto che la solita pratica monotona dove il corpo ormai si muove in automatico e la mente va in pausa.

Come si svolge un tipico ritiro della Nazionale?
Ne facciamo uno al mese nel periodo invernale, quando come adesso c’è la neve e in tante regioni non si riesce a giocare. L’ultimo è stato al San Domenico a inizio anno ed è durato cinque giorni. Tipicamente ci svegliamo presto (6.30-7) e facciamo riscaldamento in campo pratica al mattino – a volte prima di colazione e a volte dopo. Questi due diversi tipi di riscaldamento dipendono dall’orario di partenza in una giornata di gara: quando si ha una partenza al mattino presto diventa difficile fare un lungo riscaldamento, allora si fanno esercizi leggermente differenti da quelli che si farebbero nel caso in cui ci si possa svegliare per tempo, fare riscaldamento, doccia, colazione e poi campo pratica. Una cosa è comunque sicura: senza riscaldamento si rischiano infortuni muscolari e diventa difficile esprimere al meglio il proprio gioco. Per questo motivo durante i ritiri ci abituiamo a effettuarli entrambi: anche perché un lungo allenamento è necessario per interiorizzare qualunque movimento.
Nei primi giorni ci si divide in gruppi e si fa un’ora in putting green, un’ora agli approcci e un’ora in campo pratica: girando passa tutta la mattina. Al pomeriggio si fanno 18 buche e poi si torna in campo pratica. Negli ultimi giorni, dato che questi ritiri servono anche a vedere chi mandare alle gare all’estero, facciamo 2/3 giri di 18 buche in cui il riscaldamento è lasciato a noi in base alla nostra routine: quindi si va in campo alle 8.30, si fanno 18 buche con lo score (uno dei giorni si dedica a fare la mappetta se il campo è sconosciuto, e senza i laser proprio per questo motivo); al pomeriggio si lavora in campo pratica.
Poi ci sono vari test, come il SAM PuttLab, che è una’analisi sul putt per vedere la ripetitività del colpo, la velocità, il ritmo eccetera. Sempre in questo periodo facciamo anche il fitting per i bastoni.
Ogni fine giornata c’è il defaticamento con il preparatore atletico; ci sono poi test fisici per vedere il miglioramento; abbiamo vari dottori, il fisioterapista, il dietologo. Da quest’anno abbiamo iniziato a fare anche mental coaching, utilizzando la PNL e altre tecniche per la mente che ti possono aiutare in gara – ciò che per me ha fatto la differenza e mi ha cambiato il livello di gioco, perché tecnicamente non avevo grandi problemi ma avevo la pressione del dover ottenere risultati, e a quel punto ovviamente entra in gioco la testa.

Fatto 100 il totale, come divideresti l’importanza della parte tecnica, di quella atletica e di quella mentale nel golf?
Raggiunto il livello scratch la tecnica conta solo fino ad un certo punto, e lo si vede anche dai professionisti che giocano sul tour: non tutti hanno uno swing perfetto, se non in determinate posizioni come al momento dell’attraversamento della palla. Secondo me il fisico conta per il 40%: la resistenza è importantissima, anche perché influisce sulla mente. La testa conta per il 35-40%, e ciò che resta è dato dalla tecnica.

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Feb 03


Maria Pia Gennaro, decana tra i giornalisti italiani di golf, non ha bisogno di presentazioni. Io ho la fortuna di averla come direttrice della rivista sulla quale scrivo recensioni di libri di golf, “Golf Today”, e ho approfittato di questa conoscenza per farle qualche domanda.

Partiamo dall’oggi. Com’è nata l’avventura di “Golf Today”?
Dopo 11 anni a “Golf & Turismo” avevo voglia di cambiare; sin da ragazzina ho avuto la passione per “Golf World” (ero abbonata a 14 anni). Così con l’aiuto di Claudia Murri ci siamo mosse per mettere in piedi la rivista che avevo sempre sognato, quella che avrei voluto leggere da golfista e che a “Golf & Turismo” non avrei mai potuto fare perché troppo compressa e dipendente dal commerciale.

Come sei diventata giornalista?
Per scherzo. Giocavo ma amavo molto anche seguire gli Open, in Svizzera (Crans) e in Inghilterra dove andavo a studiare l’inglese. Così avevo conosciuto i giocatori che ai tempi erano molto meno sportivi e più goliardici di adesso. A Crans sono stata avvicinata da una signora, Lio Selva, che mi disse di avere appena aperto una rivista, “Parliamo di golf”, e mi chiese se volevo scrivere il report del torneo. Io frequentavo il primo anno in Bocconi e non avevo mai fatto nulla del genere: lei mi consigliò di pensare di fare un tema. Il risultato le piacque e così non ho più smesso, scoprendo che la mia strada era proprio quella.
Ho iniziato per scherzo, ho continuato con i profili dei campioni dell’epoca. Lio era una persona deliziosa che mi ha insegnato moltissimo. Mi ha sempre lasciato mano libera senza mai impormi nulla.

Com’era il golf italiano in quel periodo?
Pochi ma buoni, signori, poco truffaldini e molto corretti anche perché i segretari/direttori erano molto attenti alle regole. Io ricordo con immenso piacere il mio “maestro” di etichetta cui devo moltissimo, Ettore Muzio.

La tua passione per il golf traspare in ogni cosa che fai. Mi racconti come è nata?
Ho iniziato a giocare a 12 anni seguendo i miei. Non è stato amore a prima vista. Preferivo seguire le gare. Poi, improvvisamente, verso i 17 anni è nato l’amore. Ho iniziato con Pietro Manca e posso dire di avere avuto tutti i migliori maestri: Lillo Angelini, Carlo Grappasonni ma soprattutto la mia grande passione, Alberto Croce.

Noi sappiamo tutto – si fa per dire – del tuo golf raccontato, ma mi parli del tuo golf giocato? Qual è il tuo handicap? Quante volte giochi? Dove?
Non gioco più da cinque anni per problemi fisici, schiena, spalle e recentemente dell’altro. In più quando sei immerso in un mondo per 24 ore al giorno per lavoro non è più rilassante continuare a rimanerci dentro per gioco.
L’handicap era in clamorosa salita (7.3). Giocavo ultimamente non più di una volta a settimana mentre prima, quando facevo tornei, con un hcp fra il 2 e il 3, a livello nazionale ed ero ancora all’università, giocavo anche quattro volte. Sono golfisticamente nata a Varese dove sono rimasta per 30 anni vincendo anche qualche titolo nazionale.

Il tuo libro, Il fascino del golf.
È stato scritto d’accordo con l’editore, Whitestar, e mi dicono abbia avuto un grandissimo successo perché è introvabile o quasi. Ne sono molto fiera. È il quinto libro cui collaboro e devo dire che mi diverto molto.

Che cosa rappresenta per te il golf oggi?
Grande divertimento, passione, lavoro. In poche parole: la mia vita.

Qual è il golfista che hai apprezzato o apprezzi di più, e perché?
Il mio mito sarà sempre e comunque Ballesteros. Ho avuto la fortuna di vederlo giocare nei suoi anni migliori e di giocarci insieme spesso in allenamento. Avresti dovuto vedere come uscivo dagli alberi in quel periodo…
Per me è il GOLFISTA che ha compendiato tutto: carisma, talento, classe, bellezza, simpatia… Amo molto anche Tiger che, insieme a lui, mi ha dato belle emozioni anche se in misura minore.

Mi dici qualcosa di più del tuo rapporto con Ballesteros?
Sul rapporto con Seve potrei scrivere per ore. Preferisco però dire che ci siamo conosciuti a 17 anni ed è subito nata una sincera amicizia che non si è mai interrotta. Lui era attaccato anche a mio figlio, come a moltissimi bambini. È il giocatore che mi ha dato le massime emozioni in campo.
Seve era serio anche a 17 anni, a metà degli anni Settanta, quando un Open come Crans era considerato puro divertimento e la club house la sera diventava una discoteca dove non mancava nessuno. Seve stava lì ma alle 11 cascasse il mondo andava a dormire, mentre altri stavano fino all’alba presentandosi poi direttamente sul tee della 1. Uno di questi era Greg Norman!

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Gen 27

Questo non è un post che racconta dei fatti, recensisce dei libri eccetera. È un “semplice” post di impressioni, quasi una pagina di diario.

Oggi è stato il giorno della prova campo per la gara federale di domani e domenica, quel Trofeo Sanremo che io considero la gara più entusiasmante per un dilettante italiano.

Come ho avuto occasione più volte di dire qui, Sanremo è per me l’epitome del golf italiano per la storia che rappresenta, per il golf che ha espresso, per tutto un insieme di ragioni forse poco tangibili ma per me molto reali. Di impressioni, appunto.

Ed essere qui dentro, ora, nella club house a raccontare queste impressioni, il giorno prima della gara e dopo la prova fatta con dei nazionali ha già – si parva licet – del mito, per me.

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Gen 20


Dove: Circolo Golf degli Ulivi, Sanremo.

Quando: sabato 4 e/o domenica 5 febbraio.

Cosa: gara individuale Stableford, 18 buche – 3 categorie.

Quanto: EUR 55 a giornata (green fee e iscrizione gara).

Premi, incentivi e aggiornamenti qui. Come minimo sarà una splendida due giorni di golf – ci vediamo lì?

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Gen 13


I libri dedicati al golf esercitano un fascino particolare su di me, spesso devo farmi violenza per non comprare questo o quel volume – se potessi, li acquisterei tutti. Adoro i libri usati, e ho scoperto qualche tempo fa questa libreria online dove solo gli usati sono oltre mille.

Per 2,49 sterline ho comprato questo libro; senza un motivo specifico, ma perché adoro leggere le storie dei campioni di golf.

Trovatomelo davanti poi, quando è stato il momento di iniziarlo mi sono chiesto perché avevo speso quei soldi, per quanto pochi. E non sono riuscito a darmi una risposta precisa (davanti ai libri mi sento come mia figlia piccola davanti a una vetrina piena di oggetti marchiati Hello Kitty: questa è la verità).

Ma la storia mi ha preso subito: perché ben raccontata, perché molto emozionante, perché istruttiva. Apprezzo l’umiltà della persona, il suo senso del dovere, l’ammirazione per il padre. Ho adorato quel concetto di “golf totale”, ovvero la fortunata esposizione al golf cui sono stati soggetti Davis Love III e suo fratello Mark da piccoli: avevano la libertà – ma non sono mai stati forzati in nessun modo – di giocare a golf nella maniera che preferivano.

Ho ritrovato concetti espressi in maniera brillante e chiarissima in ambiti assolutamente non correlati al golf, come qui e qui. L’idea, per esempio, che il talento è indispensabile per diventare dei numeri uno, ma un ruolo altrettanto importante – o, dovrei dire piuttosto, fondamentale – lo giocano il caso e il fatto che si raggiungano le diecimila ore di pratica in una determinata disciplina già negli anni della formazione. (Ah, se avessi avuto un papà golfista…)

Il libro amalgama la vita di Davis Love III con insegnamenti del padre. E non è agevole, ma probabilmente nemmeno utile, distinguere che cosa proviene dall’uno e che cosa dall’altro, tanto le due vite sono state intrecciate. Ecco allora qualche passo che mi ha colpito in maniera particolare:

Confidence is born of proper practice. If you practice well, you can do the things on the practice tee that will be demanded of you on the golf course, then you can play with confidence. And if you can play with confidence, you can play well (p. 60).
[La fiducia in se stessi nasce dalla pratica corretta. Se pratichi bene, puoi fare in campo pratica le cose che ti saranno richieste in campo, e allora potrai giocare con fiducia. E se puoi giocare avendo fiducia in te stesso, allora puoi giocare bene.]

Develop one part of your game, and then move on. Improve one thing and move on. Golf is a circle. Keep moving to the next station. Sooner or later, you’ll come back to where you were, then that part will need attention. Don’t try to perfect any one part of the game. That’s a sure road to burnout. Just improve, and move on (p. 61).
[Sviluppa una parte del tuo gioco e poi passa oltre. Migliora una cosa e passa oltre. Il golf è un cerchio. Bisogna che tu vada al passo successivo; prima o poi tornerai dov’eri, e allora quella parte di gioco richiederà la tua attenzione. Non cercare di perfezionare i vari aspetti del tuo gioco tutti insieme: sarebbe la strada sicura per l’esaurimento. Semplicemente migliora e vai avanti.]

Davis parla del rapporto del padre con i propri allievi:

Dad made these people feel better about the future of their golf games, and for many people that meant feeling better about themselves (p. 113).
[Papà faceva sentire meglio queste persone a riguardo del futuro del loro golf, e per tanti tra loro ciò significava stare meglio con se stessi.]

E qui invece il padre parla alla nuora, incinta della primogenita e preoccupata per non poter più fare tutte le cose che desiderava col marito:

We know you’re upset. But you have to understand that everything happens for a reason and everything’s going to work out fine (p. 123).
[Sappiamo che sei turbata. Ma bisogna che tu capisca che tutto accade per una ragione, e che ogni cosa andrà al suo posto.]

Insomma è un libro da cui si possono trarre grandi lezioni, per il golf e – soprattutto – per la vita.

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Gen 06


Chi ha detto che le recensioni dei libri devono sempre essere favorevoli? Oggi parlo di un libro che trovo bruttino e inutile, Dave Pelz’s 10 Minutes a Day to Better Putting.

E ne parlo perché l’autore è il guru riconosciuto a livello mondiale del gioco corto, colui che ha scritto pagine indimenticabili per chi desidera “conquistare” – per quanto umanamente possibile – il gioco corto e il putt. Ammiro tantissimo i suoi altri libri (ne ho scritto qui, qui e qui); ma questo volume del 2003 è sostanzialmente inutile.

È un’ode ai vari strumenti che lui ha inventato in una vita intera dedicata al gioco dai cento metri in giù – qualcosa come una corporate brochure, insomma. Ma ben difficilmente il lettore troverà suggerimenti tanto utili da valere la spesa e il tempo.

Per me un lato positivo c’è stato, tuttavia: poiché l’ho letto nei giorni di Natale, orfano del “mio” campo pratica, mi sono avvalso di alcuni suggerimenti per creare un mio personalissimo, ma mooolto efficace (e divertente), putting green.

In ogni caso, a chi è interessato a migliorare il proprio gioco corto – e quale golfista seriamente deciso a scendere non lo è? –, consiglio vivamente gli altri suoi libri. Ma questo, per carità!, dimentichiamolo.

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