Nov 09


Andrea De Giorgio è il mio maestro (lo dico con una punta di malcelato orgoglio) da un anno, colui che ha contribuito a farmi fare un grosso miglioramento sia dal punto di vista tecnico che da quello mentale.

Lietamente annuncio che Tesi & testi è tra gli sponsor di GolfSupervisor, un nuovo software gratuito pensato per tenere online le proprie statistiche di gioco.

Da amico è chiaro che mi è difficile parlarne in maniera obiettiva. Tuttavia, in due parole dirò che il programma è stato concepito per poter inserire i propri dati di gioco ripercorrendo passo dopo passo i colpi giocati durante la gara. Per rendere l’inserimento dati più piacevole e dinamico, la grafica alterna le schermate a filmati correlati ai dati inseriti.

Tenere le proprie statistiche di gioco non è per tutti, perché comporta un lavoro dopo la gara non indifferente; e tuttavia è in prospettiva foriero di grandi soddisfazioni, perché aiuta senza dubbio a vedere con precisione le aree del proprio gioco meno solide, e dunque a migliorare. Non è un sostituto del campo pratica e della riflessione, ovviamente: ma un valido aiuto.

La password per il download è il mondo del golf. Dal mio punto di vista assolutamente parziale, lo consiglio caldamente a tutti i golfisti desiderosi di scendere di handicap.

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Nov 08

Rispondo a Davide (il titolo di questo post è l’oggetto della sua mail), uno dei miei venticinque lettori di manzoniana memoria, che mi scrive:

Ciao,
mi chiamo Davide, ho 28 anni e anche io vorrei diventare professionista. Amo questo sport ed è da 8 mesi che pratico frequentemente, per il momento sono ancora 33 hc, lo so la strada è ancora lunga!!!
Avevo pensato di scrivere un libro anche io, ma non so poi come funziona, da chi devo andare per pubblicarlo e tutte le trafile che bisogna seguire. Potresti darmi delle dritte se non chiedo troppo? A me piace molto anche disegnare e non me la cavo male pensavo anche ad un fumetto sempre sul golf: cosa ne pensi?!?!..
A me piacerebbe tanto contribuire nel golf e mi piacerebbe lavorarci ma non so cosa si potrebbe fare oltre che il maestro?!? e ancora mi manca molto..
Grazie!! Davide

Innanzitutto, Davide, grazie per la mail, che apre un tema caro a molti.

Nella mail tu parli di due strade differenti, sebbene possano anche incrociarsi: diventare professionista e scrivere di golf.

Quanto al diventare professionista, otto mesi sono forse ancora pochi per giudicare. Il mio consiglio è di lavorare duro, presto saranno i risultati che parleranno da sé: se l’handicap arriverà ad una cifra nel giro di un anno, allora l’aspirazione al professionismo potrebbe essere pensabile. Tieni conto che il passaggio al professionismo richiede un handicap non superiore a 4 e un’età non superiore ai 40 anni. Considera anche che arrivare a quei livelli richiede anni di pratica costante, che non è detto che venga ricompensata in qualche modo. (È per questo che di solito chi diventa professionista ha cominciato a giocare da bambino.)

Occorre però soppesare bene i pro (appunto) e i contro: anche perché la vita del professionista non è così rosea come può apparire dal di fuori. Quanti sono infatti, i professionisti che vivono del loro gioco (lezioni escluse)? E per quanto tempo lo fanno? Quindi, se hai questo sogno è bene che lo coltivi, a patto che misuri bene le tue forze e non perda di vista la realtà che ti sta di fronte.

Il secondo punto che tocchi è lo scrivere di golf. In questi casi quel che faccio sempre è, innanzitutto, scoraggiare facili entusiasmi: ammesso che tu abbia un contenuto originale e che possa interessare un numero sufficiente di lettori, se il tuo nome non dice nulla ad un editore è ben difficile che tu possa essere preso in considerazione.

Però, se veramente ritieni di avere delle cose interessanti da dire, allora un blog potrebbe essere una prima risposta: uno strumento facile e gratuito che può permetterti, se curato come si deve, di misurarti con i tuoi lettori e di vedere se davvero scrivere di golf è quello che vuoi fare.

Ciò detto, se è la passione che ti guida, l’unico consiglio che mi sento di darti è quello di seguire – comunque – il tuo istinto. Vai! E quando sarai arrivato faccelo sapere!

Nov 03


Segnalo questo volume dedicato alla forma fisica nel golf, in libreria da qualche mese.

È un libro molto specialistico, quindi non destinato al pubblico indistinto dei golfisti. Tuttavia trovo interessante l’analisi dei vari aspetti legati alla forma fisica nel golf, effettuata anche comparando studi di diversi autori.

Nell’opera si parla di preparazione atletica, infortuni, alimentazione e
aspetti mentali del golf. Molte immagini illustrano e contribuiscono a spiegare meglio i concetti esposti.

Francesco Sartorio, Stefano Vercelli, Marisa Vitali, Dai forma al tuo swing. Manuale di prevenzione e cura degli infortuni, alimentazione, allenamento fisico e mentale, Roma, Aracne Editrice, 2008, pp. 194, EUR 33,00.

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Ott 26

Sabato 24 novembre gara al mio circolo. A seguire i dati.
Colpi: 79 (-2 sul mio hcp di gioco: 3 birdie, 6 par, 8 bogey e un doppio)
Fairway: 79% (11/14, mio record personale)
GIR: 44% (8/18)
Putt: 32 (6 1-putt, 3 3-putt)

E queste le mie sensazioni durante il giro. Sono stato sempre in the flow, concentrato e rilassato nel medesimo tempo – cosa che mi ha colpito molto positivamente. Dopo gli errori non perdevo la calma, ma pensavo al colpo successivo. Stessa cosa quando, verso la fine, cominciavo a fare i calcoli.
Negli intervalli tra i colpi ammiravo la splendida giornata – in particolare il panorama che si godeva dalla 6 – e parlottavo con i compagni di gioco (troppo, in un caso: quando mi sono distratto e ho fatto doppio bogey).

In sostanza, per arrivare ad essere in the flow, sensazione che tutti i golfisti (consapevolmente o meno) ricercano, non esiste una ricetta sicura, ma si possono trovare alcuni indizi:
– concentrarsi sul colpo;
– eseguire sempre la medesima routine;
– rimanere rilassati tra i colpi;
– dimenticare il punteggio.

Ott 12

Questo fine settimana ho affrontato le finali dei match play scratch e pareggiato al mio circolo.

Da una parte ero felice di essere arrivato lì; dall’altra – a riprova del fatto che il golf è metafora perfetta della vita – uno l’ho vinto e uno (il più importante, peraltro) l’ho perso.

È stata in ogni caso l’occasione per pensare ad una serie di regole per il match play. Eccole.

1. Presumi sempre che il prossimo colpo del tuo avversario, per quanto difficile possa sembrare, andrà a segno.

2. Il tuo opponente è nervoso quanto te.

3. Non ti preoccupare troppo di quel che fa il tuo avversario: fai il tuo gioco e rimani fedele alla tua strategia.

4. Mostrati sempre calmo: non esultare troppo per un lungo putt che entra, e soprattutto non buttarti giù per un corto putt che hai sbagliato.

5. Cerca la vittoria dal primo colpo. Poiché la gara è lunga, può venirti la tentazione di non dare il massimo nelle primissime buche. Il fatto è però che se vai 2 o 3 sotto, recuperare può diventare molto difficile; o – nel migliore dei casi – stai aggiungendo difficoltà non richieste ad una partita che è già di per sé complicata.

6. Anche se sei sotto di molte buche, non arrenderti: il match play è un tipo di partita ben diversa dallo stroke play, e recuperare molto non solo è possibile, ma non di rado succede.

7. Alla stessa maniera, il fatto di essere in vantaggio di molte buche non significa che tu abbia vinto: mantieni sempre alta la guardia.

8. Osserva attentamente il tuo opponente: da piccoli segni puoi capire per esempio se è in difficoltà – informazione molto preziosa per il tuo gioco!

9. Nel dubbio, concedi i putt nelle prime buche. In questa maniera puoi creare una sorta di obbligazione psicologica nel tuo avversario, una specie di debito morale che ti verrà ripagato più avanti nella partita, quando il risultato diverrà via via più importante.

Ott 09

Scrive Mario Camicia nell’editoriale di “Golf & turismo” di ottobre:

Ormai si inizia a giocare da giovanissimi […] e sembra che o sfondi subito o sei fuori dai giochi. Ma, mi domando: entrando sulla scena così presto quanto si può resistere alla tensione, allo stress di uno sport (gioco?) che impegna non solo il fisico ma ancor di più la mente e la psiche?

Ho iniziato questo sport – per troppi “gioco”, ma nessun dubbio in merito ha mai attraversato la mia mente – a 36 anni, ci ho messo 4 anni per arrivare ad un handicap ad una cifra e ho l’obiettivo di arrivare entro i 45 anni ad un livello in cui, età permettendo, potrei diventare professionista. Ma, in Italia almeno, questo dopo i 40 anni non è più possibile.

Il golf va nella direzione contraria, dice Camicia, ovvero nel privilegiare sempre più le giovani età – attitudine che può essere perfettamente comprensibile.

Io però chiedo scusa se ho iniziato solo in età adulta, chiedo scusa se in questo sport ho ragionato sempre per obiettivi, chiedo scusa se in Italia non posso più diventare professionista ma cercherò un altro luogo che mi permetta di fare l’agognato salto.

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Ott 06

La buca 4 del percorso delle Querce di Castelconturbia è un par 3 non particolarmente lungo – 119 metri dai tee arretrati -, ma complicato dal fatto che il green non è visibile dal tee, con molte ondulazioni (come praticamente tutti i green del campo) e con pendenza verso sinistra. Un pitch è un ferro adatto alla bisogna.

Ieri pomeriggio ero lì con il mio maestro/amico Andrea De Giorgio, che era arrivato a quella buca con questa sequenza: doppio – bogey – doppio, dunque un po’ contrariato dai risultati ottenuti fino a quel momento (per quel che potevano valere – era un semplice giro tra amici).

Il suo pitch è partito bene: bel suono, solo leggermente a destra rispetto alla bandiera; poi è sparito, inghiottito dal green che – appunto – è invisibile dai tee. Arrivati al green troviamo il suo pitch ma non la palla. “Sta a vedere che è uscita dal green”, è stato il suo commento.

Invece lei era lì, depositata in fondo alla buca. Maestosa e silente, quasi a contraddire ciò che l’aveva preceduta. Magnifica.

E io c’ero. Grande Andrea!

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Set 27

Di solito – ahimè – non ho la risposta pronta, ma questa volta mi è venuta spontanea. La mia domanda era: “Qual è il tuo circolo?”

“Circolo Golf Torino – La Mandria”, è stata la risposta. Anche le maiuscole si sentivano, e la pausa era al posto giusto. Si vede che si è esercitato davanti allo specchio.

E io: “Mannaggia! Si vede che sei nobile!”

Lui è un ragazzino che fino all’altro ieri faceva le elementari, e questa non è certo una colpa; la spocchia, però, mi irrita lievemente.

È che per me il golf è prima di tutto, e soprattutto, espressione di sé stessi, liberazione, divertimento; anche desiderio di prevalere sull’avversario, certo. Ma quando quel desiderio si presenta sotto forma di altezzosità no, non mi sta più bene e il piantagrane che è in me si ribella, viene fuori, si fa sentire.

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Set 22


Come accade a molte persone superati i cinquanta, anche il giornalista di “Repubblica” Giovanni Valentini è stato folgorato sulla via di Damasco dalla magia del golf, al punto da dedicargli un libro dal medesimo titolo, uscito presso Sperling & Kupfer a fine 2007.

Il volume è pensato come una raccolta di brevi testi – praticamente degli articoli –, ciascuno su un differente aspetto del golf, e tutti legati insieme dalla penna lieve e professionale di un giornalista esperto. Lettura veloce e amena dunque, ma non per questo non profonda a tratti.

Già, perché il golf non soltanto sconfina spesso nella filosofia, ma ci insegna anche molto su noi stessi, a patto che siamo disposti ad apprendere. E Valentini, da questo punto di vista, si rivela un ottimo allievo e maestro allo stesso tempo.

L’autore ha detto di aver scritto questo volume per tre ragioni:

Innanzitutto il divertimento di scrivere un testo per golfisti e non solo; in secondo luogo volevo fare un atto d’amore per uno sport cui spero di restituire una parte di quanto mi ha dato, in termini di benessere fisico e mentale. Infine perché penso che il golf sia uno sport socialmente pedagogico, nel senso che trasmette davvero la cultura delle regole, il rispetto dell’avversario e dell’ambiente in cui si gioca. Credo che questi motivi possano fare di questo libro un testo di divulgazione che da una parte può spiegare a chi voglia avvicinarsi a questo sport di che cosa si tratta, e dall’altra può accendere una scintilla di interesse anche a chi non lo ha mai tenuto in considerazione.

Chioserebbe John Hancock: “Ottimo lavoro”.

Giovanni Valentini, La magia del golf, Milano, Sperling & Kupfer, 2007, 145 pp., EUR 15.

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Set 14

Le patrocinate sono un tipo di gara differente rispetto a tutte le altre. Lo capisci subito, arrivando al circolo la mattina del primo giorno, per il silenzio che avvolge l’intero circolo. Sono una gara in cui gli handicap a due cifre sono di fatto estromessi.

E se noi, della montaliana razza di coloro che rimangono a terra, fossimo dei poeti (be’, un po’ ci sentiamo di esserlo, in realtà), saremmo i minori.

Ho partecipato lo scorso fine settimana al I Trofeo Lauretana, alle Betulle di Biella. Ero curioso di conoscere un circolo dove non ero mai stato, ma che è a solo un’ora da casa mia; un circolo che tutte le riviste dipingono non solo tra i più belli d’Italia, ma anche d’Europa e nel mondo.

Ebbene, il campo è splendido: chilometri e chilometri senza mai imbattersi in una casa, praticamente un giorno intero dove gli unici artefatti che incontri sono relativi al campo stesso.

E tutti i contatti che ho avuto col circolo – segreteria, bar, starter – sono stati assai cordiali e pieni di quello che per me è “semplice” bel deuit piemontese. Magari loro non saranno d’accordo sul punto; in ogni caso complimenti!

Il secondo giorno ho sperimentato un paio d’ore di assoluto flow: le prime sette buche in par lordo (un birdie, un bogey e cinque par), un’esperienza avvolgente in cui mi sentivo completamente sicuro dei miei mezzi, in cui ogni colpo era eseguito come si doveva, e dove anche le sbavature si dimenticavano in fretta. Esaltante. (Nota per me: il prossimo passo consiste nel portare quell’esperienza da 7 a 18 buche – un bell’obiettivo da raggiungere entro i miei 45 anni.)

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