Ago 03

83 – 84 – 74.

In questa bella gara.

Il primo giorno, ieri l’altro, il caldo era micidiale, mi chiedevo come facessero gli altri giocatori a resistere in campo e pure a giocare bene. Io ho tirato, faticosamente, 83 colpi e non mi sono divertito per nulla.

Ieri ero in prima partenza (7.30). Sveglia 5.30 ma no, non mi chiedevo chi me lo fa fare, le sensazioni erano più positive rispetto al giorno prima. Il giorno è andato meglio, e anche se alla fine ai colpi del giorni prima è occorso aggiungerne uno per arrivare al totale del giorno ho sentito di giocare un pochino meglio. Anche se drive e legni – pure il mio legno 3, fedele compagno di mille battaglie! – andavano dove pareva a loro, e io sembravo essere lì quasi per caso. E anche tutto il resto del gioco era deficitario.

Allora ieri pomeriggio sono andato in campo pratica con drive e legno 3, deciso a capire il perché di questi errori così marchiani. Ho tirato 43 palline, ed è stata la chiave di volta: perché se un movimento non funziona non saranno due gettoni a rimetterlo in sesto, ma quantomeno potranno aiutarti a capire la genesi dell’errore e dunque a correggerlo un pochino.

Infatti ieri ho capito qualcosa del movimento. Ho capito che dovevo spostare i fianchi e le mani più in avanti prendendo lo stance, e assumere una posizione più atletica.

Oggi tutto questo ha funzionato molto bene. (Alla 8, per dire, partenza tra due file di alberi: nei primi due giorni ne ho tirata una a destra e una a sinistra, lunghe forse cento metri; mentre oggi è partito un fade deciso e pulito, preciso; e mentre lo tiravo ero certo che non poteva che essere così. Fine dei giochi.) Poi certo, avverto che mi manca un pezzo di swing, quello immediatamente successivo all’impatto (vecchia storia; e comunque c’è una bella differenza tra un fade e uno slice); però almeno oggi ho fatto pace col mio golf. Ora posso lasciare per un po’ i bastoni a riposare, dedicare la testa ad altri compiti. (La vacanza, dice Luca Goldoni in non mi ricordo più quale libro, non è non fare nulla, ma fare altre cose.) (E se anche oggi ne avessi tirati mille? Non oso pensare. Comunque non è successo.)

Niente di che, un giro in 74 colpi non significa nulla; ma volevo dirlo. Perché fino a un mese fa girare nei 70 era normale, poi ci sono stati alcuni giri brutti – alcuni tra questi molto brutti – negli 80. Allora ho capito che dovevo ripartire dai fondamentali. E proprio da lì sono ripartito, ieri pomeriggio, in mezz’ora di “studio concentrato”; e quando oggi ho imbucato per il birdie alla 18 ho avvertito un senso di profonda soddisfazione e compiutezza.

E chiuderò citando il mio dolce mito:

Per come la vedo io, fino a un certo punto non c’è nulla di difficile nel golf, nulla. Non vedo davvero alcun motivo per cui il golfista medio, se si applica con intelligenza, non debba giocare al di sotto degli 80 colpi — e intendo giocando il tipo di colpi che giocherebbe un buon golfista.

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Lug 23


Se dovessi condensare in una parola sola tutto il golf che ho giocato e pensato in questi quindici anni, “ritmo” sarebbe quella parola. Perché il ritmo è dappertutto in un buon golf, e se può esistere il ritmo senza un buon golf, non può esistere un buon golf senza ritmo: ritmo complessivo, ritmo nel camminare tra i colpi, ritmo nello studiare un colpo, ritmo nel movimento.

Ebbene ieri, in questa bella gara, ho dovuto subire una mancanza totale di ritmo che mi ha lasciato, al di là del numero non certo onorevole, una brutta sensazione di tempo perso.

Ma due premesse sono necessarie qui.

La prima è che del mio numero finale sono responsabile io soltanto, e qualunque intervento esterno non può essere preso a motivo per una cattiva prestazione. Ieri ho giocato malissimo e la responsabilità è soltanto mia.

La seconda è che ieri, lassù in Scozia, cinquantacinque anni e dodici giorni dopo l’unica apparizione vincente del mio dolce mito alla gara più carica di storia e tradizione, si è scritta la storia del golf italiano. E dunque ieri era forse un giorno – uno tra i pochissimi – in cui il golf avrebbe dovuto essere (per me dico) più guardato che giocato.

(Nota a latere: nei media generalisti italiani, il fatto è al massimo nei titoli laterali. Non importa. Montale, come spesso accade ai poeti, questa cosa la sapeva già tanti anni fa:

La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario).

Ad ogni modo, il mio problema di ieri è stato quello di avere nella terna un rappresentante della peggior specie di golfista: il ragazzino che si crede Spieth, accompagnato dal padre che lo crede Tiger. E dunque il tempo che gli sarebbe normalmente stato necessario per eseguire un colpo si raddoppiava tranquillamente ogni volta. “Papo, due palle fuori?” “Anche quattro”, eccetera. Questa sceneggiata è andata avanti per tutto il giorno. E l’altro compagno di gioco e io a guardare. È stato frustrante, e in tutta onestà sono convinto che questo atteggiamento abbia danneggiato entrambi noi “spettatori” (se io ne ho tirate mille, lui ne ha tirata una più di mille).

Gli arbitri hanno fatto il possibile, ma sono pochi e non puoi pretendere più di tanto. Aver ricevuto una ammonizione ufficiale come team mi scocciava parecchio, però.

Alla fine abbiamo parlato, in maniera molto pacata, con la direttrice del torneo. La soluzione al problema, per suo conto, sarebbe vietare ai genitori di figli minorenni di fare da caddie nelle gare della Federazione. Io non ci avevo mai pensato, e mi rendo conto che sarebbe di difficile applicabilità, ma risolverebbe un problema del genere. Poi dirò anche che in una gara così sono forse più fuori posto io, un cinquantenne dai capelli grigi, che non lui, un ragazzino con sogni di gloria (e un handicap a due cifre e un 79 finale, ma tant’è).

Però nei primi due giorni ho giocato con due ragazzi splendidi, che sanno stare in campo, che mi incoraggiavano a ogni colpo, con cui abbiamo parlato amabilmente: compagni di gioco ideali, persone umili e corrette e ottimi golfisti. Il salto è stato casuale ma decisamente frustrante.

Quindi lo ripeto, perché sia chiaro: sposo la teoria di Chiara Cerruti e dico che ritengo che una soluzione al gioco lento e discontinuo nelle gare della Federazione, soluzione che uniformerebbe molto le condizioni di partenza, consiste nel vietare ai genitori di figli minorenni di fare da caddie. Perché poi se andassimo ad analizzare il caso dovremmo parlare dei genitori di questi novelli Tiger (come sappiamo bene, sono loro il problema); ma è una storia troppo triste nella quale non voglio addentrarmi.

Amen.

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Giu 27


Ho cominciato a giocare a golf da giovane adulto. Avevo 36 anni all’epoca, mi sono avvicinato a un mondo sconosciuto che mi ha stregato in un amen. Mi bruciava dentro la voglia di diventare più bravo, di capire le sottigliezze dello swing, degli approcci, del putt. Quante volte ho rivisto in sogno i miei colpi!

Poi sono passati 14 anni e ora sono a tutti gli effetti un senior.

Ho i capelli grigi, la vista che cala.

Ho meno voglia di un tempo di dedicarmi anima e corpo al golf, perché tante cose le ho già viste. Situazioni già vissute, non c’è molto nel golf che possa stupirmi oggi. Questo, del resto, l’ha detto magistralmente Leopardi:

Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.

E credo che questo sia un sentire comune a tante persone nate negli anni Sessanta. (Anche perché vedo sempre meno persone della mia generazione alle gare della Federazione cui un tempo partecipavano. Spesso e volentieri mi trovo a giocare con ragazzi i cui genitori, che li accompagnano, sono più giovani di me.)

Eppure il mio swing non è mai stato così cesellato come oggi.

Eppure c’è nel golf quel che di elusivo, di impalpabile e irraggiungibile, un desiderio sempre resurgente che fa sì che tu voglia tornarci ancora e ancora.

Per me è la fine dell’arcobaleno, quell’agognato giocare scratch cui forse arriverò. O forse no.

Ho cinquant’anni, i capelli grigi, tante ansie e paure che col golf non hanno nulla a che fare; ma con Gianni sì, e questo complica le cose.

Forse ci arriverò. O forse no. In ogni caso la fine dell’arcobaleno è là che mi aspetta.

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Giu 04

È questo il numero di putt che ho tirato ieri (26 il giorno prima), a questa bella gara (Boves per me è un campo pieno di ricordi magnifici perché mi riporta all’inizio del mio golf, tanti anni fa, alla prima volta che sono sceso sotto gli 80, alla mia prima buca in uno e così via – la differenza, lo dico con nostalgia ma senza livore alcuno, è che nel passato ci arrivavo partendo dal mio rifugio tra i monti, mentre ora vi arrivo molto più prosaicamente da nord).

Il risultato finale (77 – 73) è stato soddisfacente. Va detto che si giocava dai battitori gialli, fatto per me assolutamente inedito e che rendeva il campo molto più facile rispetto a quello che conosco molto bene; e dunque anche i numeri vanno messi in prospettiva.

Sono state due giornate sostanzialmente simili per rendimento, con la differenza – non da poco, peraltro – che sabato ho di fatto smesso di giocare le ultime cinque buche, dove – preso dalla paura di tirare primi colpi storti – ho perso sei colpi. Infatti sì, oggi riprenderò a studiare i colpi e ad affinare la tecnica, ma so bene che quel che devo fare è affinare di pari passo la tecnica mentale. Ho ripreso a sfogliare i vari libri sull’argomento che negli anni ho letto e riletto avidamente, e per ora ho scelto di rileggere questo libro e di riascoltare questo CD. Il punto è che sono convinto di dover dedicare all’allenamento mentale una parte significativa del tempo dedicato alla pratica golfistica – perché la mente si allena, e come!, e probabilmente negli ultimi anni ho un poco trascurato questa parte del golf.

Infatti, ripensando alla giornata di sabato, tutto è stato perfetto fino alla 13, dove ero a -1; poi alla 14 dal nulla è uscito un drive sparato basso a sinistra (figlio di quel movimento che ogni tanto ancora mi scappa, quel vecchio “vizio” di buttarmi sulla palla per aggredirla anziché attendere i tempi giusti dello swing, rompendone in questa maniera il ritmo). Da lì sono stato incerto fino alla fine: e quando non sei deciso nei colpi non potrai che avere risultati farraginosi, provvisori e appiccicaticci.

Il medesimo problema si è ripresentato ieri, dove sul tee della 10 ho fatto lo stesso colpo con lo stesso risultato. La differenza fondamentale è che sono stato molto bravo a tenere, mi sono buttato alle spalle l’erroraccio e ho proseguito senza tenerne conto. Questo è un punto fondamentale: accettare gli errori, dimenticarli in fretta e passare oltre.

I 48 putt nei due giorni mi dicono che il problema sul putt è scomparso: ho ritrovato il piacere di pattare con confidenza, e soprattutto ho rivisto in maniera limpida le linee. Altro punto fondamentale sono stati i recuperi intorno al green (ieri ho preso pochissimi green, ma ho fatto 9 up&down su 10 col mio fidato 60°).

Tutto molto interessante.

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Mag 25

Isao Aoki


Parlavo qui di un problema (be’, “problema” è forse termine eccessivo, ma insomma di una questione golfistica – e comunque con il Piccolo principe dico che è il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante) che mi ha afflitto per diverse settimane: il putt. Il putt, tecnica dove sono sostanzialmente autodidatta, è sempre stato per me il luogo per eccellenza del golf dove la sicurezza regna sovrana, il colpo che mai mi ha dato tremore o difficoltà, perché ho sempre visto chiare le linee e ho sempre saputo dosare la forza con precisione. Ragion per cui quel problema mi aveva stupito prima ancora che preoccupato.

Ma come dicevo lo paragonavo a una sciatalgia, a qualcosa che come viene poi passa. Ebbene, quella difficoltà è ufficialmente sparita: nelle ultime due gare ho ripreso ad avere fiducia nei miei mezzi sul green e, di conseguenza, a imbucare il giusto.

Come è successo questo? Innanzitutto dirò che il problema è stato tecnico e non mentale (a differenza del gioco nel suo complesso, dove faccio ancora troppi errori mentali soprattutto nelle buche finali – riprenderò presto il discorso, perché è un punto troppo importante). Mi è stato fatto notare da più parti, anche da chi mi vedeva per la prima volta, che producevo un movimento a chiudere il colpo con la spalla destra all’impatto, cosa che provocava colpi tagliati, fuori linea e di forza non corretta. Allora ho lavorato con impegno sulla tecnica. L’idea di partenza è stata quella di assimilare il colpo del putt allo swing pieno, perché di fatto i difetti erano simili. Quindi ho pensato di spostare leggermente in avanti i fianchi, di tenere le mani più avanti e la spalla destra in basso e indietro. Sono caratteristiche che da tempo cerco di aggiungere allo swing – il paragone è per me evidente, sebbene le due tecniche siano ovviamente diversissime.

Il risultato comunque è stato che con 3-4 settimane di applicazione quel problema se ne è andato. La mia tecnica non sarà da manuale, non avendone le basi, ma del resto nel putt si trovano degli stili assolutamente diversi tra loro (il primo esempio è ovviamente Isao Aoki, uno dei migliori pattatori di sempre, con una tecnica inguardabile). E dunque dico che nel putt un maestro può fare grandi cose, ovviamente; ma nulla sostituisce l’analisi delle proprie sensazioni supportata da video, e che un lavoro profondo e pensato sul proprio movimento, a patto che si parta da conoscenze solide, può solo dare buoni risultati.

Mag 14


76 – 79 – 79 | T-18 | ODM 519: ecco i numeri del secondo campionato nazionale senior cui ho partecipato, dopo quello dello scorso anno.

In tre giorni (quattro, compresa la prova campo) succedono tante cose, si provano tante emozioni, ci si arrabbia, si gioisce e così via. Dirò a seguire le mie impressioni.

Il campo e le persone, innanzitutto. Il percorso è sostanzialmente facile: è prevedibile che le difficoltà aumenteranno con gli anni, a mano a mano che gli oltre mille alberi messi a dimora cresceranno, ma per ora il campo non ha grandi difese né è particolarmente lungo. Si tratta in ogni caso di un campo piacevolmente mosso e molto godibile. La gentilezza del titolo è motivata dai sorrisi e dalla cortesia delle diverse persone appartenenti al circolo con cui ho avuto a che fare nei giorni scorsi.

L’effortlessness, invece, parola che potremmo rendere con naturalezza, facilità, grazia, e che certamente imparento con il concetto di flow, è un pensiero che mi è venuto durante il riscaldamento e poi le prime sei buche di gara del secondo giorno, in cui percepivo in maniera chiarissima che un movimento lento dello swing produceva di fatto una palla più lunga e diritta.

Credo di aver giocato complessivamente un golf molto buono (e ne sono soddisfatto), sporcato però da un doppio bogey a giro (e nel secondo anche da un triplo) – questo è il punto dolente. Il fatto, in buona sostanza, è che per fare dei giri sotto par non occorre tanto pensare ai birdie, perché quelli vengono in maniera naturale da soli, ma occorre soprattutto evitare i doppi bogey. Perché se esistono dei bogey intelligenti (ieri, per esempio: palla in acqua in un par 4 corto di cui vedevo solo il lago e non la prateria che lo circondava, ibrido lungo di 20 metri al green in rough, pitch schiacciato e putt da 5 metri imbucato), i doppi bogey sono dei brutti errori e basta. E se per un pro un ottimo giro è bogey free, per me un ottimo giro è double bogey free; condizione necessaria e non sufficiente, ça va sans dire, perché se i bogey sono troppi e i birdie non vengono allora il giro sarà comunque sottotono. Ovvero, vale sempre la massima di Nereo Rocco, primo non prenderle, ma poi o insacchi o vai a casa.

Ho apprezzato anche il fatto che il campionato si sia tenuto in un campo al di fuori del solito circuito di circoli del nord: cosa che certamente complica la vita a chi proviene da Piemonte, Lombardia e Veneto (infatti il numero di iscritti non era elevatissimo), ma trattandosi di un campionato nazionale trovo che sia corretto spostare la sede, ogni tanto almeno, in centro Italia (e in un futuro prossimo, perché no, magari anche al sud).

Miei problemi tecnici specifici, due: il putt e il drive. Nel primo caso ho scoperto in maniera inequivocabile la causa, che è il chiudere il colpo con la spalla destra; sto lavorando tanto su quell’aspetto e, come dicevo qui, sono fiducioso di portare a soluzione completa il problema nelle prossime settimane. Il drive, che normalmente è più che buono (e decisamente migliorato rispetto all’anno scorso), è a volte un problema quando dal nulla esce uno slice imperiale oppure, aspetto diverso dello stesso problema, un colpo basso e corto a sinistra. Qui è fondamentale la mente, ovvero il ricordarsi che so eseguire il movimento corretto: l’obiettivo è insomma quello di allontanare il più possibile qualunque pensiero durante lo swing, e il resto viene (quasi) in automatico.

Mio giudizio complessivo dell’esperienza: giocare a fare il pro è divertente, ogni tanto, quindi un rotondo otto.

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Apr 28


Mi è successa una cosa strana, e per me del tutto inedita, nelle ultime settimane: ho cominciato a sbagliare un numero molto più alto del normale di putt dalla corta distanza.

Ora, da sempre il putt è stato il mio principale punto di forza nel golf. È un movimento sul quale sono autodidatta (è possibile che abbia fatto una mezzoretta di lezione nei primissimi periodi del gioco, e poi l’ho approfondito un pochino nelle clinic con Andrea, ma nulla di sistematico o continuativo), ma che ho studiato a fondo sia teoricamente (da Pelz in giù) sia, soprattutto, praticamente. E dunque la prima reazione per me è stata di sorpresa, perché mi vedo come un eccellente pattatore, vedo nel putt un movimento assolutamente naturale e semplice.

Però quando in un giro sbagli tre-quattro putt intorno al metro le cose assumono una diversa prospettiva. E devi fare qualcosa.

In questo momento non posso dire di aver risolto il problema, ma ci sto lavorando e sono fiducioso nel poterlo risolvere presto. (Ricordo la sensazione stranissima provata con un improvviso shank, sei anni fa, che poi andò via così com’era venuto.) Quel che posso fare ora è dire come sto impostando la soluzione.

Per prima cosa con la pratica specifica. Due-tre volte la settimana passo quaranta minuti in putting green (non di più, perché trascorso quel tempo le mie forze mentali sono drenate), curando soprattutto i putt corti – fino a tre metri, ovvero quelli che ragionevolmente ho una discreta probabilità di imbucare. (Sul razionale di questo si veda qui.)

Poi con esercizi dedicati: una piccola bibbia che mi guida è questa (ne ho scritto la recensione un paio di anni fa su “Il Mondo del Golf Today”, e da allora la porto spesso con me quando vado in campo pratica).

Ho fatto anche qualche ricerca (l’impareggiabile Isalbella Calogero, questo lungo e documentatissimo articolo di David Owen). Ma alla fine credo che sia un problema passeggero, qualcosa che si incontra lungo il e cammino non troppo dissimile da una sciatalgia o un dolore alla spalla. Quindi applico le cure che conosco e vediamo quel che succede.

I miei venticinque lettori, ovviamente, non mancheranno di essere avvertiti degli sviluppi.

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Apr 18

Torno oggi da un evento, tenutosi a Roma, della durata di un paio di giorni di presentazione prodotti destinati al golf, di cui scriverò su “Il Mondo del Golf Today” di giugno. Ho parlato (poco), ho soprattutto ascoltato e osservato. E mi sono fatto qualche idea in più sullo stato del golf nostrano.

I presenti, una cinquantina, erano tutte persone molto competenti all’interno del mondo del golf, provenienti da numerosi paesi (pochissimi dall’Italia, e già questo è indicativo).

A tavola, tra i vari discorsi è stato inevitabile parlare di numeri. E non che non ne fossi consapevole, ma a sentire il numero di golfisti praticanti nei vari paesi c’è comunque da restare basiti. Non siamo nemmeno nei primi dieci paesi europei.
Perché noi siamo tanto indietro?
Perché da noi il golf continua ad avere quest’aura di esclusività, quando i costi – non sempre, ma in diversi casi – possono essere paragonabili a quelli di una palestra?

Un collega mi diceva che un teorico massimo, calcolato come percentuale dei golfisti sugli abitanti di un paese, è del 5% – il che per l’Italia significherebbe 3 milioni di persone, una cifra lontana anni luce dai novantamila golfisti tesserati attuali (di cui praticanti effettivi? Forse non molti più della metà).

Anche l’aria che si respirava mi ha colpito tanto, ho percepito la differenza che sovente c’è tra l’approccio nostrano al golf e quello di un professionista dal respiro europeo. C’è del lavoro da fare. Le cose si fanno ma non possono essere improvvisate. Per fare marketing golfistico, per vendere golf ci vogliono preparazione e studi.

E poi c’è il Marco Simone, sede della Ryder del 2022, in cui ho avuto la fortuna di giocare ieri. Il campo è assolutamente magnifico, ma come la mettiamo con l’ospitalità, con le infrastrutture? La mia paura – che vedevo condivisa da molti – è che quest’occasione grandissima che abbiamo possa andare sprecata, e che a seguire non possa passare un altro treno così carico di opportunità.

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Feb 19

Josh Waitzkin


Questo è un post interlocutorio. L’obiettivo mio generale – ambiziosissimo, ma senza sogni grandi che cosa ci stiamo a fare in un campo da golf? – è quello di craccare il codice dell’imparare nel golf, ovvero di raggiungere veramente nel giro dei prossimi quattro-cinque anni il mio massimo potenziale golfistico, per il vero obiettivo ultimo: dimostrare a me stesso fin dove posso arrivare.

Fare questo è un affare molto complesso, che richiede delle competenze intellettive che vanno molto al di là, o quantomeno al di fuori, della mera tecnica golfistica. Nel senso che questo processo non prescinde, non può prescindere dall’affinare la tecnica, ma soprattutto il punto è quello che devo arrivare a migliorare la maniera di pensare. Pensare in maniera creativa, pensare a un livello superiore per ottenere dei risultati di un ordine di grandezza superiore.

Ovviamente questo è un progetto valido nel lungo termine, e comunque dai confini e dai risultati assolutamente incerti. Cionondimeno sono sicuro che valga la pena percorrerlo, perché da qualche parte laggiù c’è la fine dell’arcobaleno che aspetta di essere vista, sotto forma di cura e salvaguardia e tutela della rosa del Piccolo principe.

Una spinta notevole mi viene da questo libro, e più in generale dal pensiero di quest’uomo. Il libro mi ha portato ad alcune sue interviste che sto ascoltando e studiando (questa e questa tra le altre – senza dimenticare le chiacchierate tra lui e Tim Ferriss che me lo ha fatto scoprire).

Josh Waitzkin mette insieme tanti argomenti pesanti, e l’assimilazione di quei concetti richiede molto tempo e molto pensiero. Occorre respirarli, sognarli, farli propri. Non puoi avere fretta. Di tutti quei concetti al momento mi colpisce soprattutto quello di andare incontro al dolore (sia fisico che mentale), ovvero ritenere che gli errori sono benvenuti perché ti insegnano delle cose, ti insegnano ad andare oltre, ad andare solo un po’ più in là. E questo è un concetto olistico, per così dire, perché si applica in tanti campi: per esempio nella ginnastica, resistere gli ultimi cinque secondi quando i muscoli bruciano o aggiungere due ripetizioni fatte bene quando sei al limite ti spinge in maniera naturale un po’ più in là. È una sensazione splendida, che sto sperimentando più volte in questi giorni.

Sì, ma come si applica questo al golf? Be’, partiamo per esempio dalle parole di Anthony Kim:

Even when you don’t want to hit that last bucket or two of range balls, physically you can, and then maybe you find something in that last part of the session. After a while, those somethings add up.
[Anche quando non vuoi tirare l’ultimo secchio o paio di secchi di palle, fisicamente ti è possibile, e poi può essere che trovi qualcosa in questa ultima parte della sessione. Dopo un po’, tutte queste piccolezze si sommano.]

E, portando il ragionamento un po’ più in là, ho il sospetto che una parte almeno del tempo che passo in campo pratica sia poco efficace dal punto di vista dell’apprendimento: perché il punto dovrebbe essere quello di essere sempre o comunque spesso verso i limiti della conoscenza, ovvero con l’obiettivo di provare colpi e sperimentare situazioni in cui la sicurezza è minima, e grande il rischio di errore. E questo perché tirare colpi che sappiamo eseguire alla perfezione alimenta il nostro ego, ma non ci aiuterà dopo un errore in campo in una situazione in cui dovremo recuperare. Ne ho il sospetto e qualche indizio ma non le prove certe: ecco perché Josh Waitzkin ha molte cose da dirci (da dirmi, almeno), ecco perché in questo mio diario di bordo continuerò ad annotare pensieri e scoperte.

Feb 14


Ho fatto una gara ieri, ne ho tirati 86 [sic].

Nel dopogara non ci stavo bene, ripassavo le buche, i miei errori, le ingenuità. Posso dire che non conoscevo bene il campo (l’ultima volta, e forse l’unica, ci ero stato oltre dieci anni fa), posso dire che ho avuto un paio di sbordate, posso trovare altre scuse ma questo non mi porterà da nessuna parte.

Allora ho pensato a uno splendido libro che ho terminato da poco, e ai concetti che esso porta. Questo sì è interessante, Questa sì è una chiave di lettura decente e gravida di significato.

Prima di tutto ieri ho giocato male e basta. È stata colpa mia. Ma il punto non è questo, le giornate storte al golf capitano, e come! Quel che devo fare – quel che, credo, ciascuno dovrebbe fare dopo una gara andata male, se veramente vuole migliorare, se veramente vuole diventare il golfista migliore che possa diventare – è analizzare davvero le cause. Lasciando da parte l’ego, mettendo da parte l’immagine di golfista che ho di me. Ovvero non proteggermi pensando a quanto comunque sono bravo, ma sfidarmi pensando a come e dove posso migliorare.

E questo mi porta ad almeno due conclusioni.

La prima è che fisicamente sto cambiando. A cinquant’anni. In meglio, già. Nonostante l’età, io non sono mai stato così flessibile, così preparato atleticamente, così in forma. Mai nella mia vita. E di conseguenza anche il mio swing sta cambiando: le sensazioni nello swing sono piacevolmente inedite, provo un senso di leggerezza soprattutto nel finish; e questo si traduce – si può tradurre, almeno – in un movimento che deve ancore essere messo a punto. Io sul fatto che il mio swing è un work in progress che invecchiando migliora non ho dubbio alcuno, perché ora golfisticamente mi sento pronto per quell’agognato “due virgola, stabile” di cui vado scrivendo da anni.

Il secondo punto riguarda l’imparare. Josh Waitzkin in questa intervista esprime numerosi concetti interessanti, sviluppa gli spunti del libro ma va anche oltre. Parla (semplifico) di un lavoro lungo, lento, costante, faticoso, mai finito ma sempre pieno di gioia e di soddisfazioni.

E nell’imparare c’è il succo di tanto golf – del mio, almeno. Anche perché quando qualcuno mi dice (o pensa senza magari osare dirlo) “perché passi così tanto tempo a cercare di abbassare il tuo handicap?”, la risposta non è in un numero, per quanto lo 0 entro i 55 anni è comunque la carota che ho sempre davanti agli occhi; né sono l’ammirazione, che certamente fa piacere, né la possibilità di essere di esempio, ovvero un testimone da passare. Probabilmente la risposta non è nemmeno da ricercare nel campo del golf: io passo così tanto tempo in campo pratica per le sottigliezze e i dettagli che il golf mi insegna.

E quindi io le cerco, quelle occasioni, perché non voglio proteggere l’esistente ma voglio andare oltre, pavesianamente parlando mangiarmi una collina, e questo solo per il piacere di farlo, per la gioia dell’imparare, che è poi un segno dell’essere vivo e presente a me stesso.

E allora è questa la chiusura del cerchio, è per questo che di un 86 mi vergogno sul momento, ma dopo un giorno tutto mi è passato; dopo un giorno sono di nuovo in campo pratica a lavorare su di me. Perché il campo pratica è in poche parole uno specchio della vita.

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