Nov 16


E infine anche il golfista che più ha dato al golf italiano ha il suo sito. Ci sono le immagini e i video più appassionanti, la biografia e i successi.

È apprezzabile lo sforzo, l’aver cominciato. Ma ora bisogna seguitare: perché quello che dovrebbe trasparire di più dal sito è la persona Costantino Rocca, ovvero il fatto che lui – per storia personale, età anagrafica, risultati sportivi, personalità e gran cuore – può fare davvero moltissimo per lo sviluppo sano del nostro sport in Italia.

Un appunto al sito va fatto (e lo dico con cognizione di causa): le traduzioni fatte con Google Translate! Certamente non rendono onore all’immagine del campione; sarebbe stato meglio lasciare solo la versione italiana, allora.

Ma insomma s’è cominciato, e da qui non si può che migliorare.

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Set 07


David Owen non ha bisogno di grandi presentazioni: è un giornalista e scrittore di chiara fama, e scrive tra le altre cose da anni per “Golf Digest”.

Segnalo il suo blog di golf, che contiene i racconti di una storia d’amore senza fine per lo sport più bello del mondo.

Una citazione:

Teeing off by yourself as the sun is coming up is an intoxicating experience and a good way to settle your mind for whatever lies ahead. Nine holes alone on an uncrowded course in the early evening is as good as a martini at expunging the day’s accumulation of disappointment and regret.

Keep up the good work, David.

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Giu 08


Ecco, questo voleva essere un post in cui magnificavo le doti del Golf Valcurone. E lo è, anche, perché il campo è splendido, i green perfetti, i fairway magnifici (anche se a tratti troppo innaffiati), i panorami spettacolari.

Ma è anche l’occasione – e ti pareva! – per parlare del mio golf. Sabato, al primo giorno della gara federale, io non ho giocato a golf: ho vagato per il campo con nonchalance. Il problema era che non mi importava se un colpo fosse ben fatto oppure no, se un putt andasse dentro oppure no. E il risultato – 92 colpi, di gran lunga il peggiore dell’anno – riflette questa sensazione.

Eppure io, anche se il mio golf non è in questo momento – per usare un eufemismo – ai massimi livelli, non mi sento ancora pronto per essere “solo” un ottimo giocatore di circolo. (E mi sovviene, si parva licet, un episodio: Matteo Delpodio che un paio di anni fa, nel campionato della PGAI a Margara, in una pausa su un tee disse a Costantino Rocca che lui era ben lontano dall’essere il giocatore che era stato.)

Essere considerato il più bravo, o tra i più bravi, al mio circolo mi fa piacere, mi fa molto piacere; ma voglio andare oltre, pavesianamente voglio mangiarmi una collina e insomma vedere fino a dove posso arrivare.

Certo non con il gioco di adesso, è chiaro. (Strana la vita: non ho tirato mai tante palle in campo pratica come in questi mesi, ho fatto lezioni eccetera eppure l’handicap non ha fatto che salire. Forse, per dirla con Vittorini, “ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni”.)

Eppure per me un putt sbagliato conta, un colpo brutto fa la differenza, nonostante quel che pensassi o non pensassi sabato. Ma poi domenica ho fatto pace col golf, ho giocato davvero a golf; e se l’anno scorso ero arrivato secondo e quest’anno sono arrivato ventesimo pazienza. Sì, pazienza: sto aspettando con pazienza che i risultati ritornino. E ritorneranno, eccome.

Intanto mi sono goduto tre giorni splendidi in un luogo magnifico, e per i venticinque lettori che mi hanno seguito fino a qui volevo dire andate a giocare in quel campo, visitate quelle zone, ne vale la pena.

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Mag 18


Com’è come non è, le mie statistiche sul putt sono peggiorate: 32,7 putt a giro quest’anno (e mai sotto i 30) contro i 31,4 del 2011 e i 31,0 del 2010. (Non medie da tour, sia chiaro, ma insomma si può – si deve, necesse est – fare meglio.)

Col tempo mi era venuto il sospetto che stessi ciurlando nel manico, insomma che parte del problema fosse nel putter stesso (un Odissey White Hot #3 comprato almeno cinque anni fa). Non che l’anzianità di un putt debba dimostrare qualcosa, ma certo in cinque anni il mio gioco è cambiato.

Allora io lo scorso autunno avevo adocchiato questo bell’oggetto e, provatolo, me ne ero invaghito; ma le finanze del momento erano tutt’altro che floride e ho preferito rimandare.

Il momento era poi giunto un paio di mesi fa, ma nel frattempo il California Coronado è uscito di produzione. (Questo aprirebbe una filippica sulle esigenze del marketing, che cambia nome alle cose senza cambiarne la sostanza per spingere le vendite ma insomma in questo momento andremmo un po’ fuori dal seminato.) Prova e riprova, leggi recensioni eccetera e alla fine ritorno al punto di partenza, ovvero a questo modello che è – guarda caso – l’erede del Coronado.

Ieri mattina mi è arrivato. Ieri pomeriggio, dopo il rito del togliere la pellicola che protegge il manico, ho passato un’ora e mezza in putting green a provarlo. C’era il sole, una brezza leggerissima, e io tutto solo (e felice) con il mio nuovo strumentopolo misterioso.

Wow!

L’ho scelto un po’ più corto del precedente (33’ contro 34’): questo perché mi pare la lunghezza più adatta alla mia statura.

È più pesante dell’altro, soprattutto in testa. Il tocco è morbido e pulito. Ne sono molto soddisfatto.

È un bell’oggetto da vedere.

In più sto lavorando sul movimento, che è sempre stato troppo ampio all’indietro e poi rallentante nella discesa. Abbreviando la salita e accelerando nella discesa trovo che – con i diecimila colpi che dovrò fare per arrivare a interiorizzare il movimento, ovvio – il colpo risulterà ancora più netto e preciso.

Insomma altre sfide mi attendono; e il nuovo è davanti a me, tutto da venire. Bene.

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Mag 04


Ritorna uno dei più divertenti circuiti che conosca, il Citielle Challenge Tour.

Venti tappe + finale nazionale a Croara a ottobre + finale internazionale a Dubai nel marzo del prossimo anno. E bellissimi premi ad ogni tappa (ne sono testimone diretto e recente), tra cui quattro sacche di Mickelson grazie a KPMG.

Senza dimenticare l’impegno per il sociale – costante, tenace e mai esibito.

Insomma Giuseppe Lazzarotto ha creato diversi bellissimi progetti, e anno per anno li conferma. Non mi stancherò mai di far notare quanto è bravo, e lo direi anche se non lo conoscessi di pirsona pirsonalmente.

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Apr 13


Questo è il primo libro che in vita mia recensisco senza avere letto.

Tuttavia non lo reputo necessario: ho letto gli estratti che “Golf Digest” di aprile pubblica e mi sono bastati. Ma iniziamo da capo.

La copertina della rivista, fatto salvo un accenno ai Masters e ai soliti consigli sullo swing, è interamente dedicata al libro: Tiger è in copertina, accompagnato da queste parole: “Hank on Tiger / The Big Miss / Exclusive! The book everyone’s talking about”.

Mah. Un’operazione mediatica indubbiamente. Poi però vai a pagina 110, dove inizia l’articolo, e leggi gli estratti e non trovi nulla di sconvolgente, nulla che non sapessi già, nulla che aggiunga qualcosa di veramente significativo alla tua conoscenza.

Mi viene in mente Antonio Ranieri che, dopo la morte di Giacomo Leopardi, descrisse in Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi l’insana passione dell’amico per i gelati. Solo che il mondo non ha mai conosciuto Ranieri, mentre i Canti di Leopardi sono immortali.

E ricordo un’intervista che la stessa rivista pubblicò un paio di anni fa che mi lasciò con sensazioni simili a quelle di oggi. Ne parlai qui.

In sostanza questo libro, al di là del clamore che certamente farà (ma perché riguarda Tiger e non certo perché l’autore è Haney, insomma per quel morboso desiderio che abbiamo di conoscere le vite degli altri, soprattutto se ricchi, belli e famosi), verrà dimenticato presto – e, ciò che è sicuro, nessuno avrà a dolersene.

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Mar 16


Questo è un libro cui ho girato intorno per tanto tempo (o lui ha girato intorno a me? Non so rispondere, o forse è lo stesso). È la biografia di Bruce Edwards, storico caddy di Tom Watson.

Racconta la sua vita sul campo da golf, dai primi passi al Greater Hartford Open al Wethersfield Country Club, vicino casa, quando nel 1967 fece per la prima volta – sostanzialmente per caso – da caddy ad un golfista professionista, fino all’UBS Cup del 21-23 novembre 2003, quando già provato dalla malattia lavorò per l’ultima volta per l’amico di sempre.

L’avevo visto, polveroso, da Strand; ritrovato in molte bancarelle e librerie in giro per l’America, in anni diversi; dimenticato. Ma qualche mese fa l’ho incrociato di nuovo, usato, in una libreria online, e non ho potuto resistere.

L’esposizione è affascinante, per quanto triste. L’autore, John Feinstein, è un mago nel raccontare storie di golf (qui avevo recensito un altro suo magnifico libro, Tales from Q School).

È un volume che parla di passioni, di amicizia, di lealtà ma anche di eccellenza, di perizia, di scrupolosità. Bruce Edwards è stato un amico per tanti, un mito per moltissimi, e vive ancora nei ricordi di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

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Feb 24


Il post d’oggi è quasi “chiamato”: inizia infatti oggi a Verona la sesta edizione del Salone italiano del golf, dove fino a lunedì cento espositori presenteranno prodotti e servizi legati al nostro sport.

In un momento in cui il golf è in crisi, in cui ci si chiede dove sta andando questo sport, come fare per attirare nuovi giocatori e – soprattutto – conservare quelli esistenti (ne parla ad esempio Antonio Burzio qui e qui), il fatto che si investa in comunicazione e promozione è significativo ed importante.

Le potenzialità che ha questo sport, in particolare in Italia, sono immense. Solo per guardare ai fatti di casa nostra: pensiamo allo sviluppo che regioni come la Calabria, la Puglia e la Sicilia potrebbero avere quando il golf fosse inserito in un programma organico di crescita, basato innanzitutto sul turismo. Ci sono in quelle terre ricchezze che il mondo intero ci invidia.

E non sono solo pie illusioni, visto che resort come il Donnafugata e il Verdura sono stati creati proprio con questo obiettivo in mente.

Ben vengano dunque manifestazioni come queste, che presentano certo bastoni e attrezzature a noi golfisti, che comunque compreremmo qualunque cosa legata alla nostra passione, ma soprattutto possono divenire una vetrina molto più ampia, di promozione di regioni intere anche attraverso il golf – un vero e proprio circolo virtuoso.

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Gen 13


I libri dedicati al golf esercitano un fascino particolare su di me, spesso devo farmi violenza per non comprare questo o quel volume – se potessi, li acquisterei tutti. Adoro i libri usati, e ho scoperto qualche tempo fa questa libreria online dove solo gli usati sono oltre mille.

Per 2,49 sterline ho comprato questo libro; senza un motivo specifico, ma perché adoro leggere le storie dei campioni di golf.

Trovatomelo davanti poi, quando è stato il momento di iniziarlo mi sono chiesto perché avevo speso quei soldi, per quanto pochi. E non sono riuscito a darmi una risposta precisa (davanti ai libri mi sento come mia figlia piccola davanti a una vetrina piena di oggetti marchiati Hello Kitty: questa è la verità).

Ma la storia mi ha preso subito: perché ben raccontata, perché molto emozionante, perché istruttiva. Apprezzo l’umiltà della persona, il suo senso del dovere, l’ammirazione per il padre. Ho adorato quel concetto di “golf totale”, ovvero la fortunata esposizione al golf cui sono stati soggetti Davis Love III e suo fratello Mark da piccoli: avevano la libertà – ma non sono mai stati forzati in nessun modo – di giocare a golf nella maniera che preferivano.

Ho ritrovato concetti espressi in maniera brillante e chiarissima in ambiti assolutamente non correlati al golf, come qui e qui. L’idea, per esempio, che il talento è indispensabile per diventare dei numeri uno, ma un ruolo altrettanto importante – o, dovrei dire piuttosto, fondamentale – lo giocano il caso e il fatto che si raggiungano le diecimila ore di pratica in una determinata disciplina già negli anni della formazione. (Ah, se avessi avuto un papà golfista…)

Il libro amalgama la vita di Davis Love III con insegnamenti del padre. E non è agevole, ma probabilmente nemmeno utile, distinguere che cosa proviene dall’uno e che cosa dall’altro, tanto le due vite sono state intrecciate. Ecco allora qualche passo che mi ha colpito in maniera particolare:

Confidence is born of proper practice. If you practice well, you can do the things on the practice tee that will be demanded of you on the golf course, then you can play with confidence. And if you can play with confidence, you can play well (p. 60).
[La fiducia in se stessi nasce dalla pratica corretta. Se pratichi bene, puoi fare in campo pratica le cose che ti saranno richieste in campo, e allora potrai giocare con fiducia. E se puoi giocare avendo fiducia in te stesso, allora puoi giocare bene.]

Develop one part of your game, and then move on. Improve one thing and move on. Golf is a circle. Keep moving to the next station. Sooner or later, you’ll come back to where you were, then that part will need attention. Don’t try to perfect any one part of the game. That’s a sure road to burnout. Just improve, and move on (p. 61).
[Sviluppa una parte del tuo gioco e poi passa oltre. Migliora una cosa e passa oltre. Il golf è un cerchio. Bisogna che tu vada al passo successivo; prima o poi tornerai dov’eri, e allora quella parte di gioco richiederà la tua attenzione. Non cercare di perfezionare i vari aspetti del tuo gioco tutti insieme: sarebbe la strada sicura per l’esaurimento. Semplicemente migliora e vai avanti.]

Davis parla del rapporto del padre con i propri allievi:

Dad made these people feel better about the future of their golf games, and for many people that meant feeling better about themselves (p. 113).
[Papà faceva sentire meglio queste persone a riguardo del futuro del loro golf, e per tanti tra loro ciò significava stare meglio con se stessi.]

E qui invece il padre parla alla nuora, incinta della primogenita e preoccupata per non poter più fare tutte le cose che desiderava col marito:

We know you’re upset. But you have to understand that everything happens for a reason and everything’s going to work out fine (p. 123).
[Sappiamo che sei turbata. Ma bisogna che tu capisca che tutto accade per una ragione, e che ogni cosa andrà al suo posto.]

Insomma è un libro da cui si possono trarre grandi lezioni, per il golf e – soprattutto – per la vita.

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Gen 06


Chi ha detto che le recensioni dei libri devono sempre essere favorevoli? Oggi parlo di un libro che trovo bruttino e inutile, Dave Pelz’s 10 Minutes a Day to Better Putting.

E ne parlo perché l’autore è il guru riconosciuto a livello mondiale del gioco corto, colui che ha scritto pagine indimenticabili per chi desidera “conquistare” – per quanto umanamente possibile – il gioco corto e il putt. Ammiro tantissimo i suoi altri libri (ne ho scritto qui, qui e qui); ma questo volume del 2003 è sostanzialmente inutile.

È un’ode ai vari strumenti che lui ha inventato in una vita intera dedicata al gioco dai cento metri in giù – qualcosa come una corporate brochure, insomma. Ma ben difficilmente il lettore troverà suggerimenti tanto utili da valere la spesa e il tempo.

Per me un lato positivo c’è stato, tuttavia: poiché l’ho letto nei giorni di Natale, orfano del “mio” campo pratica, mi sono avvalso di alcuni suggerimenti per creare un mio personalissimo, ma mooolto efficace (e divertente), putting green.

In ogni caso, a chi è interessato a migliorare il proprio gioco corto – e quale golfista seriamente deciso a scendere non lo è? –, consiglio vivamente gli altri suoi libri. Ma questo, per carità!, dimentichiamolo.

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