Ago 05

Five Lessons
(La traduzione italiana della lunga citazione che inserisco a seguire si trova qui, grazie ad Andrea Gandolfi. Il grassetto è mio. Del secondo putt che Ben Hogan tirò in quell’occasione ho parlato qui.)

Twenty-five years ago, when I was 19, I became a professional golfer. I suppose that if I fed the right pieces of data to one of our modern “electronic brain” machines it would perform a few gyrations and shortly afterwards inform me as to how many hundreds of thousands of shots I have hit on practice fairways, how many thousands of shots I have struck in competition, how many times I have taken three putts when there was absolutely no reason for doing so, and all the rest of it. Like most professional golfers, I have a tendency to remember my poor shots a shade more vividly than the good ones – the one or two per round, seldom more, which come off exactly as I intend they should.

However, having worked hard on my golf with all the mentality and all the physical resources available to me, I have managed to play some very good shots at very important stages of major tournaments. To cite one example which many of my friends remember with particular fondness — and I, too, for that matter — in 1950 at Merion, I needed a 4 on the 72nd to tie for first in the Open. To get that 4 I needed to hit an elusive, well-trapped, slightly plateaued green from about 200 yards out. There are easier shots in golf. I went with a two-iron and played what was in my honest judgment one of the best shots of my last round, perhaps one of the best I played during the tournament. The ball took off on a line for the left-center of the green, held its line firmly, bounced on the front edge of the green, and finished some 40 feet from the cup. It was all I could have asked for. I then got down in two putts for my 4, and this enabled me to enter the playoff for the title which I was thankful to win the following day.

I bring up this incident not for the pleasure of retasting the sweetness of a “big moment” but, rather, because I have discovered in many conversations that the view I take of this shot (and others like it) is markedly different from the view most spectators seem to have formed. They are inclined to glamorize the actual shot since it was hit in a pressureful situation. They tend to think of it as something unique in itself, something almost inspired, you might say, since the shot was just what the occasion called for. I don’t see it that way at all. I didn’t hit that shot then — that late afternoon at Merion. I’d been practicing that shot since I was 12 years old.

Ben Hogan’s Five Lessons: The Modern Fundamentals of Golf, 1993 [la prima edizione è dell’ottobre 1957], 128 pp.

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Lug 29

La versione breve è questa: ho mancato entrambi gli obiettivi che mi ero dato per la gara della settimana scorsa, e allora ho pensato che è il momento di staccare dal golf in maniera decisa per un po’.

La versione lunga: non posso dire di aver giocato male né sabato né domenica, ma per motivi diversi i risultati non sono arrivati. Sabato, ad esempio, ho fatto uno sciocco triplo laddove in prova campo avevo segnato un teorico eagle (quando non contava, appunto). Domenica ho fatto troppi bogey, con un paio di putt corti sbagliati che sono il segno chiaro che è tempo di cambiare.

Insomma quando giri intorno alle cose è il momento di lasciar perdere, di fare altro. In effetti a guardare quanto ho scritto in questo mio diario pubblico nel mese di luglio degli anni precedenti trovo molte similitudini rispetto a quel che penso ora. E non mi pare strano, sia perché da una parte in questo periodo mi attirano altre attività, sia per il discorso che vado qui facendo da tempo immemore, ovvero della difficoltà di tenere alte le motivazioni quando i progressi non sono visibili.

In poche parole questo significa che da qui a inizio settembre il mio golf sarà soprattutto lettura e scrittura e pensieri, ma non pratica e gioco. Si tratta di cinque settimane, che sono un periodo lunghissimo, me ne rendo conto; ma lo accolgo con piacere.

A settembre riprenderà il lavoro sullo swing (partendo da quell’idea di mirare a destra con la faccia chiusa, ovvero una sorta di draw per qualcuno – io – che pare essere incapace di fare draw), riprenderanno le gare, riprenderà tutto.

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Lug 22

pluck
Due cose, oggi. (E finalmente sono sensazioni positive.)

La prima mi è occorsa ieri, in campo alla Margherita, verso la fine di nove buche in solitaria. Ho capito che per evitare il mio classico fade molto pronunciato, che è parente stretto dello slice, con i legni e con i ferri lunghi non devo mirare a sinistra e poi aspettare che la palla curvi a destra, perché questo la fa curvare ancora di più; ma devo mirare leggermente a destra dell’obiettivo, tenendo la faccia del bastone leggermente chiusa, ricordarmi della K rovesciata, tenere la spalla destra bene all’indietro e decisamente più in basso della sinistra e avere la mano destra ben ruotata verso il centro: in questa maniera la palla parte non troppo alta (io alte le palle non le so tirare, o quantomeno è un obiettivo che mi costa una fatica nera e con risultati molto incerti – un po’ come con il draw) ma dritta all’obiettivo.

Allora poi sono andato in campo pratica – c’ero solo io, le ombre erano lunghe, si stava benissimo – a fissare quella sensazione. E mi sembra di esserci riuscito.

La seconda è di oggi, durante la prova campo per questa gara. Durante il giro quella sensazione mi ha accompagnato, ma è stata ampliata e ingrandita da una sensazione generale di benessere e di divertimento che non provavo da tanto tempo. E alla buca 11 (la mia seconda della giornata) ero a 91 metri dall’asta e ho tirato il 52° impugnato corto: la palla è partita dritta all’asta, la distanza mi pareva giusta. E infatti l’ho imbucata di volo. Pluck. E il pluck è molto diverso dal rumore della palla imbucata con il putt, perché più forte, più secco, più ampio. Ed è anche una bella soddisfazione!

Ho subito pensato al mio dolce mito, e di conseguenza all’hashtag #precisionisback che caratterizza i bastoni Ben Hogan. Alla precisione chirurgica dei colpi, che poi è buona parte del gioco del golf.

E dunque ieri e oggi sono stati due bei momenti di golf, cristallizzati in se stessi e pieni di gioia autotelica. Ho pensato anche a due obiettivi per la gara che sta per cominciare (finire nei primi venti e non tirare più di 158 colpi complessivi); ma quel che sarà sarà, arrivo da un bel momento di gioia golfistica come non mi capitava da tempo – e questo per oggi mi basta.

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Lug 15

Mercoledì sono ritornato alla Marghe dopo due settimane giuste di assenza, e i colpi partivano. Mancava il ritmo gara, e mancavano mille altre cose che forse torneranno e forse no. (Mi sovveniva una nota di tanti anni fa.)

Ieri ho giocato parte da solo e parte con amici, non ho completato il giro ma sarebbe stato qualcosa nei dintorni dell’85: niente di memorabile e niente che valga la pena di raccontare. Comunque è stato divertente, ho giocato senza pensare al risultato ma per la gioia del giocare.

Insomma il golf per me oggi è un po’ come Roma (o la Spagna, è lo stesso) per Marziale: nec tecum nec sine te. In più questa settimana è stata molto strana, per via di un fatto occorso domenica che non c’entra nulla col golf ma che mi ha lasciato molto scosso e di cui dirò ampiamente quando sarà il momento.

Poi ci sono le considerazioni relative alla mezza età. Insomma le motivazioni golfistiche non sono allo zenit, e il golf non può che essere gioia, libertà e divertimento: se diventa costrizione e fatica in sé finisce lo scopo. (Difatti una parola che lego al golf, in questo periodo, è proprio pointless.)

La settimana prossima c’è questa gara, cui penso prenderò parte.

Sono combattuto insomma, e lo sto dicendo da un po’. Mi sono trovato altre volte in situazioni simili, ma non avevo tutti questi anni!

Forse accetterò le mie debolezze, me ne farò una ragione e passerò oltre, pensando che questo è il crescere. Forse non le accetterò e la pianterò lì, pensando che è stata un’avventura magnifica.

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Lug 08

Mi sono preso una pausa dal golf. (Questo l’ho già detto, mi rendo conto.)

Questa settimana ho fatto altre cose. Sono contento di me stesso per aver fatto divertire ventidue bambini (non da solo), aver gestito una situazione di difficoltà nella casa dove abito; e nello stesso tempo aver mandato avanti l’attività. Tutto è proseguito senza troppi patemi, il mondo non è crollato.

Questo post, quindi, non parla propriamente di golf. O forse sì: nel senso che i segni del cambiamento sono difficili da cogliere all’inizio, quando si presentano insieme a tanti altri falsi segnali. Quindi quel che penso ora è che questa fase potrebbe essere di transizione: dalla trance agonistica, ovvero dalla ricerca dell’handicap più basso possibile giocato nel numero più ampio di campi possibili a… a che cosa non lo so esattamente ora. Potrebbe essere un posto onorevole nei senior, dove entrerò tra sei mesi esatti (domani, praticamente), combinato con l’attività di scrittura di golf, che è un luogo dove so di poter offrire il mio contributo e dove non temo la concorrenza di chicchessia (a volte mi sembra di essere nato con la penna in mano).

Comunque a dire il vero oggi, adesso, il golf giocato non mi manca; non sento la necessità di andare in un campo pratica o in campo, tirare palline eccetera. Mi serve ancora qualche giorno; dalla settimana prossima ricomincerò a pensare al golf giocato, e vedremo. Di sicuro, come minimo, questa pausa mi avrà fatto bene; e poi succederà quel che deve succedere.

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Lug 01

La faccio breve perché nelle settimane scorse ho fatto il pieno con il golf, e prima di rischiare la saturazione, prima di rovinare il mio rapporto con una tra le attività più belle che conosca, ho capito che è giunto il momento di staccare per un po’. (Più in generale, penso che una pausa ogni tanto sia di beneficio per chiunque, nel golf.)

Ci sarà ancora – forse – qualche gara (questa e questa sono nel programma), ma dopo un paio di settimane di pausa (cominciate ieri) e, soprattutto, dopo a tante cose belle tra le quali quelle di cui ho parlato qui. Poi più nulla fino a metà settembre.

Mercoledì, durante l’ultimo giro (un 79 discreto, in cui ho provato buone sensazioni), ho capito bene quel concetto di cui parla ogni tanto Silvio Grappasonni (non è che lo dica lui soltanto, naturalmente; è che le sue parole sono da ascoltare sempre con molta attenzione), ovvero che nei grandi giocatori vedi bene come i movimenti esistono cristallini fin da quando erano bambini. Insomma: se riuscissi effettivamente ad arrivare nei dintorni dello 0 nei prossimi sei anni sarebbe certo uno splendido risultato, ma non posso dimenticare il fatto che certi limiti non derivano da mancanza di talento (che cos’è il talento, dopotutto?) o di dedizione (che non mi manca di sicuro): sono “semplicemente” il risultato del fatto che io da bambino ero goffo e grassottello e non sapevo nemmeno cosa fosse, il golf.

Comunque: quel che voglio dire qui in una parola è che non smetteranno certo le mie filippiche del venerdì, è solo che lascio per due settimane i bastoni al mio circolo senza pensarci più: e più avanti si vedrà.

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Giu 24

A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, vedere morire, ritrovare la Mora com’era adesso.
Cesare Pavese, La luna e i falò

Oggi parto da una citazione:

When deciding whether to do something, if you feel anything less than “Wow! That would be amazing! Absolutely! Hell yeah!” then say no.

È tratta da questo libro (ma consiglierei di cominciare dal sito dell’autore).

Nel mio golf recente – diciamo dell’ultimo anno, grossomodo; anche se le radici sono da ricercare più indietro – si sono inseriti elementi che prima non esistevano. A questo punto della mia avventura golfistica, se qualcuno oggi mi chiedesse se il golf per me è assolutamente “wow” non sarei sicuro della risposta. Al di là dei motivi (e delle motivazioni), oggi non sarei più così convinto delle mie convinzioni.

Nei miei primi anni di golf tutto era assolutamente entusiasmante ed emozionante. Ricordo con assoluto piacere la prima volta che misi piede in un circolo di golf, la mia prima lezione, la mia prima volta in campo, la prima volta che scesi sotto gli 80, le clinic, la prima volta che l’handicap scese sotto l’8, l’ingenuo incanto delle patrocinate di Sanremo che aprivano la stagione eccetera.

Poi col tempo… Sono cambiato io, certamente. Forse è l’essere arrivato nei pressi dei miei limiti, forse è il tempo che passa che rende le cose più difficili, forse sono altre attività, come il camminare in montagna, che attirano la mia attenzione.

Qualche anno fa mi colpirono le parole di Maria Pia Gennaro, cui feci un’intervista, che disse:

L’handicap era in clamorosa salita (7.3). Giocavo ultimamente non più di una volta a settimana mentre prima, quando facevo tornei, con un hcp fra il 2 e il 3, a livello nazionale ed ero ancora all’università, giocavo anche quattro volte.

Mi colpirono perché non le capivo, esattamente. Che cosa voleva dire che un tempo il golf giocato ti piaceva più di ora? Era un concetto che mi era estraneo; mentre ora riesco a coglierlo molto meglio.

Dove mi porterà questa incertezza non lo so adesso. Certo l’estate porta in sé, fortunatamente, i germi della riflessione – a guardarmi indietro vedo bene che i pensieri più profondi e più forieri di sviluppi (e non parlo soltanto del golf, ma della professione e della vita in senso lato) – li ho avuti in luglio e agosto, spesso e volentieri in luoghi di vacanza.

Quindi approfitterò certamente del periodo “leggero” e vedremo. Continuerò comunque a dire qui la verità come ho sempre fatto: perché non devo “vendere” alcunché ma voglio “solo” registrare i miei pensieri.

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Giu 17

Il golf è fatto a onde, si sa; il gioco va e viene senza che ci sia un vero motivo. Ne ho avuta una prova lampante – non che ce ne fosse davvero bisogno – nella gara della settimana scorsa, dove ad un anonimo 78 (il campo è un par 70) ha fatto seguito un bel 71, rotondo e convincente.

Il primo giorno mi sentivo la testa pesante, nel senso di oppressa da tanti pensieri che col golf non c’entrano molto ma che se li porti in campo pesano, e come! Venerdì scorso, prima della gara, avevo parlato qui di questi argomenti, dicendo in sostanza che se non vai avanti anche a stare fermo significa che stai tornando indietro. E questo non va bene, tantomeno all’età mia.

Ad ogni modo ho archiviato sabato come un giro senza nulla da raccontare, e domenica sono arrivato al campo mezz’ora prima del tee time, con l’idea di non passare dal campo pratica (non da ultimo perché quelle palline meriterebbero di stare in un altro luogo, non certamente lì; ma soprattutto perché mi sembrava cosa inutile); ho dedicato invece tutto il tempo necessario al putt e soprattutto allo stretching.

Morale: alle 11 ero pronto per fare il mio giro. Sbaglio qualche putt per il birdie e faccio qualche errore qua e là, ma concludo le prime nove in par. Alla 12 un bruttissimo putt da un metro mi fa salire a +1; alla 13, 15 e 16 faccio dei gran recuperi – dei bei colpi, diciamolo – e poi un birdie alla 17 mi riporta in par. Gioco la 18 un po’ in difesa, ovvero con l’idea di potermi anche accontentare del bogie ma di non fare assolutamente sciocchezze. Così è stato, +1 finale che mi ha rifatto fare pace col mio golf.

A gara appena conclusa su Facebook ho scritto quel che mi pare riassumere questo momento:

Oggi mi sono dimenticato di ricordarmi di pensare che non so giocare a golf.

Perché domani ci saranno altre difficoltà e altre batoste, e ieri, per dire, mi sono fatto un paio di video e ho visto uno swing francamente brutto; ma domenica è stata una bella giornata di golf. Mi sono anche fatto firmare lo score, quello che tengo per me, dai miei compagni di gioco: cosa che non mi capitava da anni, il che vuol dire che da millanta giri non mi sembrava di fare veramente un bel giro di golf. Ebbene, domenica l’ho fatto.

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Giu 10

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È venerdì sera (tardi) e io non ho ancora scritto il post con le mie elucubrazioni settimanali. Ma non è che oggi non abbia dedicato tempo al golf: ho fatto la prova campo per questa gara di domani e dopodomani, e ho anche consegnato l’articolo a Il Mondo del Golf Today con le recensioni per luglio/agosto.

Però il mio golf è stanco. Sostanzialmente credo che sia il fatto di non riuscire a superare i miei stessi limiti, ovvero il fatto di essere da anni tra il 3 e il 4 e non riuscire a schiodarmi di lì. Anche il tempo, si sa, non gioca a mio favore.

Da una parte sì, mi spingono parole come queste:

Once you have practiced for a while and can see the results, the skill itself become part of your motivation. You take pride in what you do, you get pleasure from your friends’ compliments, and your sense of identity changes.

Che sono estratte da questo libro che ho finito di leggere in questi giorni, e di cui parlerò anche qui nelle prossime settimane. Però quando il tempo passa e tu non vai avanti, allora in poche parole vuol dire che stai tornando indietro.

Forse mi occorre una riflessione profonda sul senso ultimo del golf, per me. Chissà. Ci ho messo l’anima per anni, ma poi mi accorgo che rimango sempre “della razza / di chi rimane a terra”; e non che non trovi ciò normale, ma insomma un po’ di scoramento ti viene.

Tant’è. Anche se non mi sento preparato, il campo di domani è proprio quello dove tre anni fa feci un giro di gran soddisfazione che mi permise di entrare nell’Ordine di merito. Se quei giorni torneranno, ignoro; ma domani, intanto, si va.

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Giu 03

Dan
Tramite questo articolo ho avuto in questi giorni la conferma che il Dan Plan è giunto al capolinea, e non con l’esito sperato. Dato che in questi anni ho considerato Dan McLaughlin come la mia “controparte” americana, e dato che ho preso tanti spunti da lui e dal suo progetto (ne ho parlato, per esempio qui, qui e qui), è questo il momento per proporre alcune mie considerazioni finali.

Per prima cosa, il massimo rispetto va a questa persona e al suo progetto. Certo, sarebbe facile dire adesso – il Cigno nero ce lo ricorda – che l’obiettivo era troppo al di sopra della sua portata, ma il fatto di averlo pensato, sognato, visualizzato e poi cercato è un grande merito di Dan.

Del resto anch’io qualche anno fa avevo l’idea di diventare un professionista (all’epoca ciò era consentito, poi il limite è stato riportato a quarant’anni di età: cosa che se da un punto di vista sportivo trovo corretta, non posso certamente dire lo stesso da un punto di vista per così dire costituzionale, ovvero di eguaglianza, ovvero di pari opportunità). Quando mi è stato chiaro, circa tre anni fa, che ciò non sarebbe stato possibile ho elaborato il mio piano B, che è quello di arrivare nei dintorni dello 0 entro i miei 55 anni di età. (Poi qui ovviamente si inseriscono considerazioni relative all’invecchiamento e alle motivazioni di cui ho parlato tante volte e che non ribadirò ora.)

Del resto la teoria delle 10mila ore – a proposito: sto leggendo proprio in questi giorni l’ultimo libro di Anders Ericsson, di cui dirò senz’altro nelle prossime settimane (ed è tra l’altro ironico che proprio questo libro ricordi in maniera ampia la storia di Dan) – dice “semplicemente” che con tale numero di ore di deliberate practice puoi raggiungere un livello professionale, ovvero di esperto, in qualunque disciplina umana (semplifico, perché la teoria è più complicata di così; e comunque si tratta di qualcosa oggetto di dibattito nella comunità scientifica, non certo di assiomi). Però da “esperto” a “giocatore del tour maggiore” ci sono almeno un paio di salti di categoria. E comunque non esistono allo stato prove che sia possibile partire da zero a trent’anni e arrivare a competere con i migliori. Perché in effetti è vero quel che dice Silvio Grappasonni quando Ernie Els esce dalla sabbia: che si vede che quel movimento l’ha praticato all’infinito sin da bambino, e dunque per lui è del tutto naturale. Al contrario le mie uscite dal bunker, come immagino quelle di Dan, per quanto praticate e raffinate col tempo saranno sempre “costruite”, avranno sempre e comunque un che di posticcio, di appiccicato che le rende di una categoria inferiore.

Sarebbe certamente interessante che Dan facesse un’analisi di questi anni, una sorta di bilancio di questa esperienza che è assolutamente eccellente. (È molto facile per noi, “della razza / di chi rimane a terra”, guardare che cosa fanno gli altri e criticare; ma essere nell’occhio del ciclone, ovvero buttare il cuore al di là dell’ostacolo è un atto che merita la massima considerazione e il massimo rispetto.) Questo sarebbe utile a noi golfisti “normali”, per cercare di capire qualcosa di più dell’apprendimento.

Lo dice anche l’autore dell’articolo succitato:

But if Dan leaves his “Plan” like it is now, we’ve gained nothing. We don’t know anything more about the ten-thousand-hour theory than we did before. I doubt Dan will do any kind of post-mortem as it really isn’t his style. He will say that he wants to focus on the positive and to keep looking forward. But, in failing, I believe that Dan has brought one of the major problems facing golf to the forefront. How people learn to play the game is broken and it needs to be fixed.

In ogni caso il punto centrale non cambia: è solo la pratica concentrata e focalizzata che ti farà diventare il golfista migliore che tu possa diventare. E questo Dan l’aveva capito da tempo. Non sei arrivato in fondo ma te la sei giocata bene, hai il mio massimo rispetto per questi anni che hai dedicato a questa avventura. Well played, dear Dan.

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