Mag 27

Adventures in Extreme Golf
Alcune citazioni tratte da questo bel libro – la mia recensione completa sarà pubblicata su “Il Mondo del Golf Today” di giugno.

If music is the space between the notes, then golf must be the walk between the shots (p. 28).
[Se la musica è lo spazio tra le note, allora il golf deve essere la camminata tra un colpo e l’altro.]

Coaching golf is, of course, one of the game’s more recognized occupations – and our perpetual ineptitude at the game suggests it will be for some time (p. 152).
[L’insegnamento del golf è, naturalmente, uno dei mestieri più riconosciuti nel campo: e la nostra inettitudine perenne al gioco suggerisce che sarà così per tanto tempo ancora.]

There is an old saying in golf: You can’t fire a cannon from a canoe. Foundations may not be fancy, but they are the key component (p. 155).
[C’è un vecchio detto nel golf: non puoi sparare con un cannone da una canoa. Le basi possono non essere attraenti, ma sono la componente chiave.]

To the detriment of my various careers, I play golf (pp. 176-177).
[A scapito delle mie varie carriere, io gioco a golf.]

Of course the social, communal side is an important adjunct of golf; but as long as it takes precedence over the game itself, golf culture will marginalize the people who have the most fire for the game (p. 178).
[Ovviamente l’aspetto sociale e comunitario è un importante complemento del golf; ma fintanto che ha la precedenza sul gioco stesso la cultura del golf marginalizzerà le persone che hanno la passione più grande per il gioco.]

Duncan Lennard, Adventures in Extreme Golf: Incredible Tales on the Links from Scotland to Antarctica. 2013, 199 pp.

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Mag 20

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Ho faticato tanto, e onestamente la gara era un po’ troppo per me, un po’ fuori della mia portata; ma è stata una bella esperienza.

Vi avevo già partecipato l’anno scorso, ma con risultati disastrosi (e anche litigando con un ragazzino compagno di gioco per un droppaggio – ogni tanto Gianni, di solito molto pacifico, diventa litigioso).

Quest’anno è stato diverso.

Nella prova campo, fatta con l’amico Edoardo che pratica otto ore al giorno tutti i giorni (la mia pratica, al confronto, impallidisce), drive, legni e anche ferri avevano la tendenza maldestra – che non riuscivo a correggere se non con la seconda palla – ad andare a destra.

Tant’era. La partenza del primo giro era fissata per le 7:52, ma già dalla sera prima era quasi scontato che non si sarebbe giocato per la pioggia. E, dopo una sospensione annunciata fino alle 11, così è stato: annullato il secondo giro (dei quattro), ci si sarebbero giocate le carte nel primo giro del venerdì. Allora giovedì è stato un giorno lento, di campo pratica e poi stretching in camera. Ho tirato otto gettoni, ovvero 160 palle (che in confronto alla pratica di Edo fanno ridere, ma tant’è), e rimesso le cose a posto. La sera ero sereno: non mi aspettavo nulla dal giorno dopo ma ero tranquillo.
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Oggi ne ho tirati tanti, troppi (87: ecco, l’ho detto): cinque doppi bogey sono troppi per chiunque, anche ammettendo l’attenuante del campo lungo.

Non importa; è andata. È stata una bella esperienza. Il vantaggio del giocare le gare difficili rimane: quando torni nel tuo orticello tutto ti sembra più semplice. Si va avanti, va bene così.

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Mag 13

Ieri pomeriggio arrivo in campo pratica alla Margherita per la consueta sessione di allenamento e una lieta sorpresa mi attendeva alla macchina distributrice di palline:

palle nuove

È una piccolezza, se vogliamo, ma si tratta di un cambiamento che non solo era necessario, ma che può portare benefici al golfista e, di riflesso, al circolo. Al golfista, che sente finalmente di poter praticare con delle “vere” palline di campo pratica e non solo con palle che provengono dalla notte dei tempi (teatralmente parlando, ma non siamo lontani dalla realtà); al circolo, che guadagnerà in immagine complessiva e in vendita di gettoni.

Ho subito preso un paio di gettoni, per sentire la differenza.

(Fatto che non c’entra niente col discorso ma c’entra, e come!, con la pratica e che mi ripromettevo da un po’ di scrivere qui – eventualmente lo approfondirò in futuro –: quando sono in campo pratica prendo sempre un gettone per volta, anche se piove, anche se sono lontano dalla gettoniera e così via: questo perché la camminata tra la postazione del momento e la gettoniera ogni venti palle o che mi permette di elaborare meglio e più a lungo i pensieri di quel momento relativi allo swing, di distenderli, per così dire: insomma di applicare nella maniera migliore quella spaced practice che è poi l’essenza della pratica stessa, è la maniera migliore di imparare in campo pratica. È un piccolo suggerimento che mi permetto di dare ai miei venticinque lettori.)

Comincio a tirare queste palline. Le sensazioni sono – com’è logico aspettarsi – completamente diverse rispetto a quelle che mi avevano accompagnato fino alla mattina precedente. Le palle sono vere palline da campo pratica, tutte uguali, con un volo prevedibile. Dunque la pratica alla Margherita da questo momento in poi non avrà più scuse!

(Ricordo calcoli fatti anni fa ai Ciliegi quando anche là arrivò un carico di palle nuove, e io immaginai che nel giro di un paio d’anni avrei colpito tutte quelle palle, una per una. Parlami di qualcuno che adora la pratica!)

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Mag 06

Per la prima parte di stagione mi ero dato quattro obiettivi:
– passare il taglio a questa gara;
– arrivare entro i primi otto a questa gara;
– riprendere l’ordine di merito;
– entrare a far parte della squadra della Margherita a questa gara.

Non ho centrato nessuno di questi.

All’Albenza mi sono cancellato la mattina del giorno prima, perché ero primo in lista di attesa (sarei poi entrato, ma non lo sapevo al momento) ed era il decimo compleanno di mia figlia: considerando che i dieci anni arrivano una volta sola per tua figlia piccola, ho preferito una gita al mare con lei e la famiglia intera a una gara di golf. Si parva licet, anni fa lessi non ricordo dove che Arnold Palmer un giorno stava per pattare quando un bambino si mise a parlare. La mamma lo zittì. Lui si rimise pazientemente sulla palla e il bambino, di nuovo, aprì la bocca. Alla terza volta la mamma era atterrita, pronta a ricevere una lavata di capo da Palmer e lui le disse: “Non si preoccupi, signora. Il mio putt non è così importante, dopotutto”. Che poi è la stessa cosa che ho pensato ieri pomeriggio al mio circolo, quando ho visto un papà, solitario in campo pratica col suo bambino di cinque anni forse – io unico testimone del momento –, tirare colpi col figlio in una giornata di sole.
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A Boves sono arrivato in un’anonima diciannovesima posizione: al sabato quando alla diciotto ho visto il mio putt (il ventottesimo) sbordare leggermente ho capito che quel colpo mancato sarebbe stata la mia virgola del giorno (e infatti così è stato); il giorno dopo due acque di troppo mi hanno ricacciato indietro in classifica. Ogni anno la stessa storia, in un campo che conosco a menadito e che adoro. Mi sovveniva Pavese de Il diavolo sulle colline:

Come, – gridò Pieretto nel vento, – non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.

L’ordine di merito non ripreso è stato una conseguenza di questi due episodi. Ormai senza ordine di merito entrare nel field di una gara della federazione è cosa rara (come mi è accaduto a Sanremo quest’anno, per dire, anche se in quel caso un lutto familiare è stato il discrimine reale).

Non essere entrato nel team della Margherita mi è pesato, ma solo fino a un certo punto: perché il circolo ha per fortuna giocatori più in palla (e più giovani, ma questo è un fattore che a mio avviso ha un peso molto relativo) di me e sono fiducioso nel fatto che saliremo di categoria, come certamente il circolo merita.

Nel frattempo comunque il gioco c’è, pur con tutte le magagne di uno swing cominciato da adulto e non da bambino, e l’handicap è sceso in questo inizio di stagione. Vedo in maniera chiara il mio prossimo obiettivo, quel “due virgola” che sbandiero da due anni almeno, e sono pronto per le prossime sfide.

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Apr 29

Ultimamente parlo un po’ troppo di me, ma le due ultime gare sono state prove convincenti e desidero condividerle.

1. La penultima: Ciliegi, sabato 23. Ci sono tornato per via dell’acqua alla trentaseiesima buca della settimana prima, che mi era rimasta sul gozzo. 73 colpi finali, ottime sensazioni lungo tutto il giorno ma è la 18, appunto, il luogo in cui ho avuto la mia completa rivincita sul campo.

Ero a +1 in quel momento (un doppio, 2 bogey e tre birdie), e la 18 in sé è sempre un momento delicato quando stai giocando bene. La settimana prima ero finito in acqua con un colpaccio col legno 3, ma avevo calcolato che avrei preso comodamente il fairway anche con un ibrido 19°, per poi tirare al green con un ferro 9 anziché con un pitch. Problema: apro il colpo, la palla tocca una pianta e torna indietro. Sono in rough a 170 metri dall’asta con l’acqua davanti. Non penso nemmeno per un momento a un lay up, perché snaturerebbe l’essenza del mio golf in un campo che conosco così bene. L’ibrido 24° batte in green qualche metro prima dell’asta ma naturalmente corre, si arrampica dietro al green e… e rimango col fiato sospeso: sarà buona? sarà fuori?

La palla è buona, dentro di mezzo metro; con un pitch la metto a due metri e mezzo dall’asta. Studio il putt, vagamente penso agli ottimi colpi tirati su quel green (anche se non è esatto dire che ci penso, è più preciso dire che le tante splendide sensazioni dei putt imbucati in passato a quella buca mi accompagnano in quel momento), la palla entra. Sensazioni magiche.

2. Due giorni dopo alla Margherita, 75 colpi. Inizio con due bogey, poi mi riprendo e finisco le prime nove in +1. Poi quattro bogey nelle prime quattro delle seconde nove mi scorano un po’ (errori sciocchi, mi sembrava di non avere il controllo del mio gioco), ma tengo mentalmente. Sul tee della 16 un caro amico mi dice che magari, con un paio di birdie potrei ancora fare risultato… Sul momento non do peso alla cosa, ma alla 16 (par 5) faccio birdie prendendo l’asta col terzo colpo; alla 17 sono in asta ma tiro un putt senz’anima per un anonimo par; alla 18 sono col secondo a 143 metri dall’asta. Calcolando salita e vento laterale la scelta cade in maniera naturale su un ferro 6 pieno, che si ferma a due metri dalla bandiera. Guardo e riguardo il putt, mi sdraio anche per terra per vederlo meglio, sono sicuro. Il putt entra senza problemi per un 75 che mi dà piena soddisfazione.

(Con un 75 alla Marghe non sei nemmeno a premio – ecco perché sono venuto qui, per imparare a sfidare il campo.)

L’handicap è passato di conseguenza da uno stanco 4,0 a un più consono 3,3, che mi permette finalmente di vedere il mio obiettivo primo degli ultimi due anni circa, quel “due virgola” dove ora sono pronto ad andare. Quel che succederà, vedremo.

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Apr 22


Sabato e domenica scorsi sono tornato alle radici prime del mio golf. Ero stato in campo ai Ciliegi per l’ultima volta il 12 luglio 2014. Ho provato sensazioni strane e bellissime, che cerco ora di mettere in parole.

La prima cosa, la più importante: sono stato accolto calorosamente da tantissime persone che non vedevo da tempo, e che sono state gentili e amichevoli con me. Questo mi ha fatto un grande piacere, perché mi ha ricordato che dieci anni in un luogo non passano invano.

Poi, dirò che il campo è in condizioni splendide: in entrambi i giorni mi hanno accompagnato paesaggi magnifici, bei fairway e green curati come è nella consuetudine del luogo.

Per i due giorni di gara sono stato rapito dalla bellezza del luogo, una bellezza che un tempo mi era familiare. Già, c’era un alone di malinconia in me, che stava tra il montiano “non tornare a Monesiglio” e il montaliano “noi, della razza / di chi rimane a terra”.

Qualche parola, infine, va spesa anche sul mio gioco. Il risultato finale (78 – 77) non è brutto in sé, e sono stato in controllo del mio gioco per buona parte della gara, ma ho fatto anche qualche errore di troppo, soprattutto errori banali: 35 putt nel secondo giorno (un’enormità) e acqua alla 18 col primo colpo.

Per quanto riguarda i putt è stato strano. Sentivo di pattare decisamente bene, ma in più di un caso mi è scappata la mano, per così dire (e dal birdie al bogey è un attimo, si sa).

Per l’acqua, quella sì mi ha colpito. È stato un errore mentale (tecnicamente il colpo non presenta difficoltà, è un normalissimo legno 3 con ampia area di atterraggio), analizzando il quale, a mente fredda, sono andato a una radice del mio golf – del mio carattere – che temo non potrò cambiare, ovvero la mancanza di lucidità nei momenti decisivi. Credo che questo sia un tratto comune a tantissimi golfisti, e in fondo, molti livelli più in su, è ciò che distingue il golfista ottimo dal campione assoluto. Mentalmente ho lavorato tanto su di me in questi anni, ma so bene che ci sono tratti che sono connaturati in noi e non possono essere ribaltati, al limite solo un poco modificati. Niente, si tratta di accettare i propri limiti.

Al di là di questo sono state due giornate splendide, un ritorno all’antico e un girare attorno a milioni di sensazioni e pensieri che nei miei dieci anni di Ciliegi ho provato e pensato. Già, perché ogni scorcio del circolo è legato a memorie, a episodi, a linee, a vittorie e sconfitte; ogni scorcio ha memorie positive per me. Sono tornato nel luogo dove sono nato golfisticamente, ed è stato magnifico.

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Apr 15

Domenica scorsa, in gara alla Margherita, ho messo in pratica un semplice cambiamento sperimentato in maniera del tutto casuale in campo due giorni prima e poi provato in campo pratica il giorno seguente. Sono passato, infatti, da qui:
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a qui:
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Non so se è una cosa piccola oppure importante, non so ancora giudicare – time will tell. So però perché è successo che io abbia spostato la posizione della palla rispetto alla testa del bastone in partenza dal centro (dov’è logico e naturale che stia) alla punta: qualche anno fa avevo notato, soprattutto col drive, che quella posizione favoriva un impatto più vicino allo sweet spot. Da lì avevo esteso l’accorgimento a tutti i bastoni; anche, ma per fortuna per breve tempo, al putter.

C’era stato l’avallo di un maestro in ciò, e altri maestri in seguito possono aver notato la cosa ma non mi hanno detto nulla. Per me è diventata dunque nel tempo una caratteristica naturale, qualcosa di dato, cui non pensi perché è così e basta.

Ma venerdì scorso, in campo, ho fatto uno splendido giro in solitaria (sono partito di fatto nel momento in cui “bisognerebbe” smettere e ho terminato con le ultimissime luci del giorno, con un 77 dai bianchi in perfetto flow, incluso un putt di un metro e mezzo in discesa alla mia 18, che è la 9 del campo, per i 77 colpi, che mi ha lasciato estatico e gaudente). Ebbene, in quel giro assolutamente per caso ho provato a spostare la posizione della palla verso il centro e visto che, magia!, funzionava lo stesso. E anzi meglio.

Questa era tra l’altro l’atmosfera:
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Naturalmente si tratta di qualcosa da sperimentare a lungo, da registrare; ma insomma ho capito che è più efficace così. (Tranne che coi i tre wedge, ma questa è una storia differente.)

È stata un sensazione magnifica, quasi come svegliarsi da un lungo sonno. E domenica questo cambiamento ha funzionato senza che ci pensassi; ho fatto degli errori, certo, ma dovuti soprattutto ad altri fattori. Lo swing – sempre all’interno della considerazione che si tratta di una cosa viva, e dunque in mutamento continuo – ora mi sembra che ci sia.

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Apr 08

Honorary Starters (L-R) Masters champion Jack Nicklaus, Masters champion Arnold Palmer and Masters champion Gary Player of South Africa pose for a photo on the No. 1 tee during Round 1 at Augusta National Golf Club on Thursday April 7, 2016.

Honorary Starters (L-R) Masters champion Jack Nicklaus, Masters champion Arnold Palmer and Masters champion Gary Player of South Africa pose for a photo on the No. 1 tee during Round 1 at Augusta National Golf Club on Thursday April 7, 2016.


Il Masters è una gara a sé, questo lo sappiamo – l’atmosfera è unica, non c’è molto da aggiungere.

La storia del primo giorno per me è una sola: la presenza di Arnold Palmer sul primo tee, alle 8.05 ieri mattina, ora di Augusta, a guardare, seduto, gli altri due honorary starter, altre due leggende al pari suo, aprire ufficialmente la competizione.

La sua compostezza, il suo sguardo. I suoi pensieri.

Cinque anni fa lasciò scadere, senza rinnovarla, la sua licenza da pilota. Accettare la vita che passa, il tempo che scorre.

Questo video dice molte cose.

Not driving this year, but forever a part of the Masters tradition, please join me in a welcome, a salute and a heartfelt thank you to our four-time Master champion, Mr Arnold Palmer.

I suoi occhi lucidi. Suona come una specie di addio, ma un Re è per sempre.

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Apr 01

… ma che fatica.

Ieri prima gara dell’anno, al mio circolo (in realtà avevo già fatto gara domenica, ma questa era la prima valida per l’handicap).

Iniziamo dal fondo: 76. Che non è un numero malvagio, certo; ma l’handicap è passato da 3,9 a 3,8. Una miseria, una briciola. Ieri sono stato in the flow per tutte le cinque ore di gara, mi sono goduto fino in fondo ogni colpo, ogni volo di palla, ogni rimbalzo; e i numeri però non mentono.

Ho fatto cinque bogey e un birdie. Il campo era facilissimo. I cinque bogey sono stati frutto di due errori di swing, due errori di strategia e un brutto rimbalzo: tutte cose comprensibili e accettabilissime.

Il punto però è che io non posso al momento giocare molto meglio di così. Insomma un 76 può abbastanza facilmente diventare un 74, ma per farlo diventare un 71 o 72 occorre molto più lavoro del tantissimo fatto in questi anni.

Vale la pena, io sempre lì a pensare come migliorare un passaggio dello swing? Io con i miei 48 anni (e mezzo, anche il mezzo conta) e considerando che l’enorme quantità di pratica fatta fino a oggi mi ha portato “soltanto” qui? Golfisticamente parlando non è poco quel che ho fatto, certo, ma inevitabilmente arriva un momento in cui le somme le devi tirare per forza. E qui si innesta la parte filosofica del golf, che per me da sempre è stata quella che conta davvero. I miei pensieri quando sono in campo da solo. Il mio stato d’animo quando sono in campo pratica. Mettermi in macchina per 22 minuti per arrivare al circolo. Keep grinding rimane un motto validissimo, l’obiettivo 0 nel 2022 l’ho ben presente davanti a me.

Mi sovviene comunque Ligabue:

calendari a chiederci se
stiamo prendendo abbastanza

L’aspetto filosofico del golf, questo è il punto; tutto il resto è contorno secondario.

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Mar 25

swing
Ho un po’ di scoramento riguardo al mio swing. È una sensazione che certamente a comune a tanti golfisti e che ora – prendendola un po’ larga – cercherò di descrivere.

Qualche giorno fa ho fatto, dopo tanto tempo, una lezione. La sera ho visto il video. E il giorno dopo, in maniera indipendente dal primo fatto, ho fatto grazie a un amico che i lettori di questo blog conoscono un’analisi col Trackman.

Tutto ciò ha portato tante informazioni che a me richiedono tanto tempo per essere elaborate, e quindi sono un poco confuso al momento. Ma insomma la polvere si sta depositando, e il quadro emerge.

Prima cosa: guardo il video di me che swingo e mi sembra una cosa bruttissima.

Seconda cosa: guardo i dati, i freddi numeri che escono dal Trackman, e ho conferma di due fatti macroscopici che già so – che coi ferri arrivo dall’esterno e che col drive l’angolo di attacco è pesantemente negativo.

Allora mi dico: ma come? Tutte queste migliaia di ore di pratica, e riflessioni e sogni e conquiste e scoramenti eccetera e poi il mio swing è quella roba lì?

Mi viene in mente quanto dice ogni tanto Silvio Grappasonni nelle sue telecronache, per esempio descrivendo Ernie Els uscire dalla sabbia, ovvero che si vede che quel movimento l’ha praticato all’infinito sin da bambino. E da bambino io non solo non sapevo nemmeno che cosa fosse, il golf, ma anche ero cicciottello e goffo e certamente non quello che si potrebbe dire un provetto sportivo, e dunque non posso pretendere. Questo è certamente vero.

Ma comunque rimane in piedi – per me rimane sempre il piedi – il progetto delle 10mila ore, il mio desiderio di andare fino alla fine dell’arcobaleno per vedere se è proprio vero che dopo 10mila ore di pratica si diventa provetti golfisti. Onestamente oggi, a metà del guado, qualche dubbio mi viene; e comunque so bene che arriverò là in fondo solo per me stesso, per questa assurda sfida che mi sono lanciato e per nessun altro motivo.

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