Mar 18

JN
Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo capitolo di questo libro, The Most Fulfilling. Jack Nicklaus descrive il Masters del 1986 e la sua incredibile e storica vittoria, con soddisfazione evidente e senso di rivincita soprattutto verso i critici che a 46 anni e majorless da sei anni lo ritenevano “finito”.

Ma tutto il libro, peraltro ormai datato, è una lettura godibilissima dell’avventura sportiva e professionale di Nicklaus, dei suoi successi e anche dei fallimenti: è vero che ha vinto 18 major, o anche 20 a seconda di come si conta, ma è altrettanto vero che nei major è arrivato 19 volte secondo (di cui una come dilettante, allo US Open del 1960 in cui giocò il giro finale con Ben Hogan).

Nonostante le sue oltre 500 pagine, è un libro di lettura scorrevole, anche perché la mano esperta di Ken Bowden si sente, e come!

Non c’è molto da aggiungere, perché l’irripetibile carriera di Nicklaus parla da sola; ma questa lettura mi ha felicemente accompagnato per un paio di settimane. E nella mia libreria, che ha tre ripiani dedicati al golf – sopra gli illeggibili, nel mezzo i medi e sotto gli irrinunciabili –, My Story è finito nel ripiano di sotto. Well played, Mr Nicklaus.

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Mar 11

che-fidel-golf1
Oggi segnalo questo articolo di Emmanuele Macaluso, esperto di marketing, per gli aspetti positivi che può avere nella rinascita del golf italiano. E lo faccio commentando alcune tra le soluzioni che propone.

(Io, incidentalmente, alcuni spunti li avevo già espressi qui.)

La prima soluzione che Macaluso suggerisce è quella di “inserire il circolo all’interno di un contesto turistico di incoming attivo (marketing turistico)”.

Questo lo condivido pienamente. Già nel 2012 scrivevo:

Pensiamo allo sviluppo che regioni come la Calabria, la Puglia e la Sicilia potrebbero avere quando il golf fosse inserito in un programma organico di crescita, basato innanzitutto sul turismo. Ci sono in quelle terre ricchezze che il mondo intero ci invidia.

Futuregolfersmr
Altro punto interessante sottolineato da Macaluso:

Bisogna rendere il socio fiero di far parte del proprio circolo e del suo brand.

E questo lo sposo in pieno, in primis da un punto di vista personale: io sono assolutamente fiero di fare parte del mio circolo, così come – esattamente come – sono fiero oggi di aver fatto parte per dieci anni del mio vecchio circolo.

Inoltre: il management, ovvero la gestione economica del circolo, ovvero il considerare un golf club alla stregua di qualunque attività economica; con tutte le attenzioni agli stakeholder che ne conseguono.

Insomma c’è tanto da riflettere e tanto da lavorare. Ma anche opportunità immense, pronte per essere colte. Mi sovvengono – capitano a fagiolo, diciamo – le parole di Jeff Tarde nell’editoriale di “Golf Digest” di maggio 2009:
Obama-Golf

Private enterprise has been involved in golf sponsorship and entertainment for 100 years, not because the boss plays but because it’s good for business. Bank of America officials told the Sports Business Journal that for every $1 spent on sponsorships, $10 in revenue and $3 in earnings is brought in. […]

When we come out of this cycle, and we will, the allure of our sport based on its values and ethos will still prove good for business. The best stimulus package is a robust golf economy, because nobody out-travels, outspends or out-contributes a golfer.

Mar 04

Mercoledì sono andato in campo per un deludente 81. Nel golf you are your numbers, si sa, e 81 nel tuo campo è un giro da archiviare subito senza tante storie.

Però… però ci sono due considerazioni che voglio fare.

La prima, e più importante, riguarda le sensazioni provate sullo swing, che erano eccezionali, decisamente superiori alla normalità. Insomma lo swing di mercoledì era a posto, e ricordo in particolare due colpi magnifici: un ibrido 4 da 170 metri, che ho preso assolutamente nel centro e con uno swing diritto all’obiettivo, e che è atterrato a 3 metri dalla buca dopo un volo alto e lì si è stampato; e un sand molto verticale a 60 metri circa dalla buca che, carico di spin, è atterrato 4 metri oltre ma poi, complice anche il green in discesa, è tornato indietro fino ad altezza buca. Questi sono buoni anzi ottimi segni di uno swing che funziona; anche se vale sempre il discorso che lo swing è una cosa viva, che cambia di giorno in giorno.

La seconda considerazione, che suona quasi come una scusa e diventa quindi un tipico discorso da diciannovesima buca, riguarda il putt: in undici casi – così ho contato – ho lasciato la palla corta di pochissimi centimetri quando era dritta alla buca, oppure si è trattato di sbordate per una palla lievemente troppo forte oppure lievemente storta.

Ma il primo punto è più importante. Perché io ho grande fiducia nel mio putt, e i green sono ovviamente ancora imperfetti. Quindi complessivamente anche un anonimo 81 può essere un buon viatico per la stagione alle porte.

Come dice Nicklaus: “Patience, patience…”

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Feb 26

carta
Il fatto che la stagione delle gare sia alle porte significa che il lavoro invernale deve considerarsi pressoché concluso (certo, sappiamo bene che il lavoro sullo swing è una storia senza fine, ma insomma a un certo punto bisogna mettere un punto fermo). Ovvero: d’inverno si è lavorato, si sono provati nuovi colpi, si sono interiorizzate nuove sensazioni (proprio in questi giorni pensavo che il lavoro che ho fatto in questi mesi sul mio swing equivale a tante lezioni, perché ha portato consapevolezza e tecniche nuove); ora è tempo di passare dal training mode al trusting mode, per usare sintagmi cari a Bob Rotella (Golf Is Not a Game of Perfect).

Non è che si smetta di lavorare sul proprio gioco, ma si passa alla “modalità gara”. In fondo il golf non è mica il campo pratica! (E lo dice uno che in campo pratica pianterebbe la tenda.)

Per fare questo, ho sentito nei giorni scorsi la necessità di fare un certo numero di giri completi, proprio per acquisire il ritmo di gara che mi garantisca la confidenza necessaria per fare buoni giri quando i colpi contano davvero. Il primo giro dell’anno non è stato male:
– 76 colpi
– fairway: 86%
– green: 44%
– putt: 29, senza 3-putt
– putt per GIR: 1,9
– up&down: 50%

(Tutto è relativo comunque: perché il giorno prima, dopo aver spedito tre palle di fila in acqua da 70 metri, ho smesso di contare i colpi e ho giocato e basta. Il giorno dopo ho capito l’errore tecnico e sono passato oltre.)

Anche il secondo, ieri, è stato discreto nonostante i green ancora lontani dall’eccellenza (o forse era il mio putt?):
– 78 colpi
– fairway: 79%
– green: 33%
– putt: 30, con uno sciocco 3-putt
– putt per GIR: 2
– up&down: 58%

(Nota laterale: giro completato in 3 ore e 10 minuti. Mi sovveniva Harry Vardon: “I don’t play too much golf. Two rounds a day are plenty”.)

Al di là di questi giri sono comunque sceso in campo diverse volte negli ultimi giorni simulando il più possibile la gara. Ora sono al 90% in trusting mode, e in ogni caso il ritmo gara è acquisito. Si attendono notizie dal mese di marzo.

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Feb 19

reverse-K
I miei post, naturalmente, non sono articoli di tecnica. Sono spunti, racconti di tribolazioni e conquiste, descrizioni di sensazioni che possono permettere al lettore di ricavare – elaborando le mie parole – dei suggerimenti validi per sé.

Oggi parlo del reverse-K, ovvero la K rovesciata. Questo articolo e questo video, tra i tanti, possono spiegare di che cosa si tratta (uno dei grossi problemi delle istruzioni di golf essendo che la maggior parte di ciò che si trova in rete, diciamolo, è costituito da sciocchezze senza importanza quando non palesemente sbagliate).

In due parole, comunque, la K rovesciata consiste nel leggero spostamento in avanti (verso l’obiettivo) del bacino. Io ci sono arrivato per caso – ultimamente penso che le mie sperimentazioni in campo pratica e in campo mi servono come delle lezioni, per il fatto che un maestro ovviamente la sa molto più lunga di me ma non conosce il mio swing così bene come lo conosco io –, e questa “conquista” mi ha aiutato molto.

Da qualche settimana ho incluso questo spostamento nel mio set up, come penultima fase prima dello stacco (l’ultima essendo lo spostare le mani leggermente in avanti), dopo lo spostamento della spalla destra indietro e in basso; e trovo che funzioni, e che mi dia un discreto controllo sui colpi che patisco di più, ovvero i ferri lunghi (non temo più il ferro 5, ma anzi lo uso con desiderio).

Alla fine sono sensazioni, dicono e non dicono. Però nel complesso trovo di avere un movimento molto più fluido e completo. Poi si sa che lo swing è una cosa viva, e oggi funziona ma potrebbe sfaldarsi domattina; ma comunque oggi mi dà soddisfazione e gioia, e non vedo l’ora che arrivi il momento delle prime gare, in 2-3 settimane da ora, per vedere a che punto mi trovo.

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Feb 12

Scrive un lettore, Fabio:

Ti chiederei con questo mio post di scavare nella tua esperienza golfistica, ritornando ai tuoi inizi, per dare un piccolo conforto a quei golfisti che, come me, hanno iniziato da poco e sono alle prese con uno swing da costruire. Mi piacerebbe in particolare sapere se anche a te capitava in determinati giorni di trovare uno swing fantastico, che ti consentiva di tirare qualunque bastone con grande confidenza, ed in altri misteriosamente questa capacità svaniva facendo una fatica mostruosa. […] Hai presente quando fai un puzzle? Sei verso la fine, ormai trovi velocemente i pezzi da attaccare, poi succede che lo lasci lì per un paio di settimane e quando lo riprendi non sai più da dove cominciare, e allora tanto vale che lo smonti tutto e ricominci da capo.

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Partiamo dalla fine: questa esperienza è comune a tutti o quasi tutti i golfisti che iniziano, e la soluzione esiste e si chiama pratica, o più in particolare spaced practice e deliberate practice. Questa è la versione corta.

Ora la versione lunga. Per immedesimarmi nella situazione sono andato a riprendere le mie statistiche del 2006, ovvero della mia terza stagione di golf. L’handicap di inizio anno era 20,6, a fine anno era diventato 18,5 – dunque un handicap abbastanza tipico, diciamo da golfista medio. (Con una differenza sostanziale di atteggiamento: il 20 può essere un punto di passaggio oppure di arrivo, ma questo dipende dagli obiettivi. Ovviamente stiamo parlando del primo caso.)

Registrai 17 giri completi quell’anno. Lo score più basso fu un 80 (ma il secondo più basso un 86 – comunque quel giro me lo ricordo bene, e rammento in particolare un ferro 4 in un par 3 lungo che atterrò in centro green – all’epoca non credevo che fossi capace di cose del genere, anche se oggi ho il fondato sospetto che avvenne sostanzialmente per caso), il più alto un 104; la media poco più di 96, la mediana 98. Quindi già da questi pochi dati si vede bene quel che dici tu, la variabilità degli score (che è risultato della variabilità degli swing e dei putt). Quindi sì, anche a me capitava quel che dici tu, ma lo trovo del tutto normale.
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La soluzione, ovvio, è nella pratica: sia in campo pratica che – quando possibile – in campo (senza scontrarsi con le madame, grazie). Ma non, certamente non nella pratica per la pratica, ovvero nel tirare duecento palle un giorno (di cui magari cento con lo stesso bastone) e poi dimenticarsene per i giorni a venire. La pratica ha senso se fatta in maniera costante; non servono tre ore al giorno, può bastare mezz’ora – ma non una volta ogni due settimane, o si vanificherebbe ogni sforzo. (Questo libro di Pelz può essere inutile, ma il titolo è significativo.) La pratica deve essere pensata (spaced, per dirla con Guadagnoli – in quella intervista che ho citato sopra ha detto cose molto interessanti). Insomma lo swing è una cosa viva che solo col tempo si attacca a te come una seconda pelle; e anche così sarà sempre qualcosa che cambia di continuo; ma quantomeno la pratica pensata e ripetuta porterà agli automatismi che sono il sale degli score bassi, proprio perché un score basso si fa senza pensare a nulla – è il gioco stesso che si prende cura di sé, e il risultato è una semplice conseguenza.

E comunque l’obiettivo della pratica non è quella di arrivare ad eseguire il colpo perfetto (che non esiste nemmeno per i pro, salvo rarissime eccezioni – anche il Tiger dei tempi d’oro diceva che in un giro non tirava più di 4-5 colpi esattamente come li aveva pensati), ma di acquisire una tale confidenza che sbagliare diventa impossibile (almeno come idea).

Altra considerazione: l’apprendimento procede a cerchi, e dunque per migliorare occorre peggiorare: perché acquisire un movimento nuovo vuole dire adattarsi a sensazioni nuove, cha all’inizio saranno tutt’altro che confortevoli. Quindi se si cambia qualcosa dello swing occorre accettare l’idea che molto probabilmente per un po’ di tempo si peggiorerà, fino a che quel movimento diverrà acquisito.

Ho dato un po’ di conforto? 🙂

Feb 05

Golf-Etiquette
Io sono una persona mite, i miei venticinque lettori lo sanno. Mercoledì pomeriggio ero da solo in campo al mio circolo. Quando sono solo ne approfitto per provare i vari colpi, pensare, studiare eccetera. Da sempre (ovvero sin da quando ero un neofita e non volevo giocare all’army golf né far ridere per la mia incapacità) faccio in maniera di non avere nessuno dietro. Ovvero, se ho qualcuno accelero oppure mi fermo e lo faccio passare.

Mercoledì comincio dalla 10, e quando arrivo nei pressi del primo green mi accorgo che dietro di me c’è una signora. Uff. Accelero un pochino, ma la cosa mi mette ansia appunto perché non mi permette di studiare i colpi con il tempo che ritengo necessario. La signora sul tee della 14 (non prima) aspetta perché ho riprovato il secondo colpo al green. Mi guarda, le mani ai fianchi; la guardo di rimando. Sul tee della 15 tiro tre tee shot (il primo agganciato, il secondo agganciato, il terzo agganciato – e d’accordo, ciò è questionabile da un punto di vista di stretta etichetta), poi mi fermo e aspetto che arrivi. Le dico di passare, “così non deve aspettare”.

Mi sarei aspettato non dico un grazie, ma un mezzo grugnito e che passasse oltre. Invece ha avuto un atteggiamento strafottente: mi ha detto qualcosa come “ho visto che gioca due palle, non dovrebbe far aspettare” (non ricordo le parole, ma questo è il senso). A quel punto ho messo a confronto la mia mitezza con quello che avrebbe detto la persona che, tra tutte quelle che conosco alla Margherita, ha le risposte che considero più efficaci in situazioni del genere, e le ho detto “anche tre” (perché a quel punto volevo sfidare questa persona che strafottentemente si arroga il diritto di giudicare chi non conosce per aver dovuto aspettare forse un minuto e aver appena ricevuto il passo). Lei ha risposto qualcosa, al che ho aggiunto: “Se ha qualcosa da dire lo dica in segreteria”, a cui è seguita la sua replica piccata: “Lo farò”. Io ho incalzato con una frase che non posso ripetere qui, e lei ha risposto con una frase che non posso ripetere qui. Fine dello scontro.

Questa la mia percezione dei fatti.

E questa la mia considerazione: quando vado in campo da solo l’obiettivo è quasi sempre l’allenamento il campo. L’allenamento in campo è necessario per quello che voglio fare io, ma questo non pregiudica nella maniera più assoluta il gioco di altre persone, anche se può accadere che qualcuno debba aspettare un minuto – a volte anche due – per via di ciò. Poi le incomprensioni possono accadere, ma non voglio più farmi mettere i piedi in testa sul campo da gioco da qualcuno che considera “suo proprio” il luogo in cui si trova.

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Gen 29

Comincia oggi un appuntamento cui avrei tenuto molto a partecipare, il Trofeo Sanremo. Una gara cui ho preso parte ininterrottamente negli ultimi sette anni almeno (degli anni precedenti non ricordo). Quindi è una sorta di epitome della competizione golfistica, per me: potrei quasi dire che Sanremo esiste da che io ho contezza del golf.

Purtroppo un lutto familiare recentissimo e il fatto di essere in lista d’attesa mi impediscono di partecipare. Il lutto in sé mette tante cose in prospettiva. Il golf non è poi così importante, dopotutto.

Oggi mi fa comunque piacere scrivere due righe su questo evento, che è pieno per me di ricordi magnifici, di gioie e colori e profumi e atmosfere che sono proprie solo di quel luogo. Sanremo contiene della magia per me, per tanti motivi che ho descritto negli anni e per altre cose che non so nemmeno mettere in parole.

Volevo ricordarlo, ecco.

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Gen 22

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È proprio vero che spesso le soluzioni vengono da dove meno te lo aspetti. Martedì avevo lasciato il campo pratica con un’idea centrale, che era quella di tenere le mani più unite nel grip (ovvero di avvicinare più verso il centro sia la destra che la sinistra), in maniera da avere un grip più solido. Che infatti è la nota che verso sera ho scritto nel mio diario di bordo. Insomma stavo pensando (anche in maniera inconscia, sicuramente anche di notte – what’s wong with me? :-D), cosa che mi accade spesso quando lascio il campo pratica: cerco di fare in maniera di avere un punto soltanto su cui riflettere, per elaborare e, come dire?, espandere il pensiero e la riflessione su quel punto specifico. E questo perché golf is a game of circles, come dice Mark Guadagnoli.

Poi la sera, prima di andare a dormire, stanco di una giornata impegnativa come tante altre, mi sono messo a leggere un libro vecchissimo pagato 2,70 sterline su questo sito. Che di fatto non diceva nulla di particolare, essendo molto elementare; ma un po’ per caso nel secondo capitolo, dedicato al grip, ho letto il consiglio di tenere la spalla destra più indietro e soprattutto più in basso rispetto alla sinistra all’address: cosa che costituisce un’indicazione normalissima, una che si riceve da neofiti alla prima o seconda lezione. Però per qualche motivo accade che, quando la pratica è prolungata e continuata nel tempo come è la mia, magari ci si dimentichi delle regole base (soprattutto a inizio stagione). E insomma la spalla destra era troppo in alto e troppo in avanti (che sia già per natura troppo in alto lo so grazie alla visita dall’osteopata, che mi ha detto che questa è una caratteristica del mio corpo, qualcosa su cui ovviamente non è possibile intervenire).

Mercoledì sono tornato in campo pratica con non troppo tempo disposizione, e casualmente tirando dei sand da 60 metri all’asta mi è venuta in mente quella frase letta la sera prima quando già ero un po’ addormentato. E sempre molto casualmente ho provato a tenere la spalla destra un po’ più indietro e soprattutto un po’ più in basso (o anche più di un po’ più in basso), e vedevo che i colpi partivano più in alto e soprattutto erano più precisi.
GP50
Ho provato poi la stessa cosa con il legno 3 e con il drive, che erano gli unici bastoni che insieme al sand avevo con me sia martedì che mercoledì, e ho visto che la cosa funzionava. Di fatto, soprattutto con il drive, è un passaggio già abbastanza interiorizzato; ma questo non vale per gli altri bastoni, e soprattutto nel caso del legno 3 è chiaro che se c’è un errore questo viene magnificato dell’ampiezza del movimento.

Per il legno 3 ho aggiunto un punto (conseguenza quasi matematica): l’idea di tenere la palla un po’ più indietro nello stance rispetto a quanto facevo prima. Questo permette di colpire in maniera più piena.

In sostanza: ho inserito un tassello (importante) che mancava allo swing. Ho tirato dei legni 3 magnifici. Sono andato via dal campo pratica molto soddisfatto di me.

E il giorno dopo (ieri) ho provato in campo, e ho verificato che la stessa cosa accade con il ferro 5, che per me è il bastone più difficile della sacca.

Allora concludo che comprare dei libri che apparentemente non servono a nulla anche se in maniera del tutto casuale può servire – e tanto – per migliorare il tuo proprio gioco.

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Gen 15

Photo credit: http://www.mygolfspy.com/buyers-guide-personal-launch-monitors/

Photo credit: http://www.mygolfspy.com/buyers-guide-personal-launch-monitors/


Ho intenzione di acquistare, nei prossimi mesi, un “portable launch monitor”, ovvero uno strumento che mi permetta di analizzare per conto mio lo swing. Ho fatto qualche ricerca preliminare, e questa è l’esposizione di quanto so ad ora.

Prima premessa: sto imparando, sto esplorando, non sono certamente un esperto. Quindi è possibile che alcune considerazioni qui espresse non siano del tutto corrette. Sarò grato ai lettori che vorranno segnalarmele.

Seconda premessa: mi pare di capire che strumenti del genere stiano creandosi un mercato in sé, qualcosa che prima non esisteva. In questo specifico settore la tecnologia ha fatto passi da gigante, un po’ come accaduto con i bastoni negli anni passati (e a differenza di oggi, dove il modello di quest’anno non ha – non può avere – differenze significative rispetto a uno, per dire, di un paio di anni fa), e la conseguente discesa dei prezzi ha creato appunto questo spazio.

Ho subito scartato i due “top di gamma”, TrackMan e FlightScope, che pure sono indiscutibilmente il meglio presente sul mercato, sia per questioni di prezzo sia perché non possono essere usati indoor (e uno dei miei progetti golfistici è appunto quello di attrezzare uno spazio personale in casa a questo scopo).

Considero una fascia di prezzo tra i due-trecento e i duemila euro.

Quali sono i fattori da prendere in considerazione? I parametri possono essere moltissimi, ma secondo me quelli importanti sono:
– velocità della palla e della testa del bastone, e conseguentemente lo smash factor, ovvero il rapporto tra i due dati;
– distanza del colpo (sia come carry che come distanza totale);
– angolo d’attacco;
– backspin;
– angolo di lancio;
– angolo della faccia all’impatto rispetto all’obiettivo;
– club path, ovvero il percorso lungo il quale si muove il bastone all’impatto;
– loft dinamico.

Una buona disamina delle definizioni si trova qui.

Andrea Zanardelli, a mia domanda specifica (“Qual è secondo te il miglior portable launch monitor per uso sia indoor che in campo pratica?”), ha risposto (velocissimamente, grazie!):

Indoor senza ombra di dubbio il Foresight GC2,

che però mi risulta essere in una fascia di prezzo superiore (intorno ai 6mila euro).

Ho seguito per qualche tempo l’ES14, che però non dà il valore dell’angolo della faccia che ritengo fondamentale (per me che faccio una fatica boia a fare draw).

Ho trovato interessante questa recensione, la quale presenta SkyTrak come buona opzione. Sempre Andrea dello SkyTrak dice:

Legge bene la palla non il bastone ma può rendere la pratica molto buona specie indoor.

E quindi se io dovessi decidere oggi sarebbe questo lo strumento che prenderei. Però devo ancora fare ricerche, riflettere eccetera. Ovviamente i miei venticinque lettori saranno aggiornati dei progressi; e comunque sono invitati a dire la loro.

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