Dic 30


Un coccodrillo per Mario Camicia? Ma non facciamo ridere.

La voce del golf italiano, qualcuno che poteva piacere o non piacere ma difficilmente lasciava indifferenti, un profondo conoscitore del mondo del golf, persona correttissima e alla mano: tutto questo (e molto altro) era Mario Camicia.

Il mondo fa in fretta a dimenticare, però ogni appassionato italiano di golf gli deve almeno un pensiero, per tutti i bei momenti che ci ha fatto passare.

E per l’allegria nella sua voce, le sue battute mitiche. Come lo scorso gennaio, ad esempio, alla 18 del primo giro dello Joburg Open, quando Ross McGowan, che usava una pallina con le sembianze di un pallone da calcio (con i colori della squadra di cui è tifoso, l’Aston Villa), mancò un facile putt da un metro. Camicia: “Ha sbagliato un rigore”.

E per le gag involontarie: come quando Francesco Molinari, all’ultimo giro del HSBC Champions dell’anno scorso (che poi vinse), imbucò da fuori per l’eagle al par 4 della 13. A Camicia quasi venne un colpo.

Caro Mario, oggi siamo tutti un poco orfani di te. Ma la tua presenza ha reso più ricche e piacevoli le nostre vite: quindi oggi non piangiamo perché non sei più tra noi, ma sorridiamo perché abbiamo avuto la grande fortuna di averti come compagno per un pezzetto di strada insieme.

Taggato:
Dic 23


Accennavo la settimana scorsa ad un principio fondamentale per un golfista: l’idea che la pratica sia il più difficile possibile, in maniera che il campo diventi il meno complicato possibile.

Ecco, è un’idea semplice ma gravida di corollari e conseguenze. Ci sto riflettendo molto. L’acceleratore è stato questo libro, che prosegue – dal mio punto di vista – il discorso che ho iniziato con quest’altro. Ne scriverò più estesamente in futuro, qui, su “Golf Today” e nell’ebook che sto preparando.

Ad ogni modo, più che un singolo concetto si tratta di un’insieme di concetti che si intrecciano tra di loro. Innanzitutto il golf è divertente e in questo modo va inteso (questa è tra l’altro la singola lezione più significativa che Davis Love III ha appreso da quel grande maestro che era suo padre).

E poi, però, deve avere uno scopo, degli obiettivi, un contesto: per esempio che ci faccia diventare i golfisti migliori che possiamo essere. Non dei campioni, non dei professionisti, non necessariamente dei golfisti con l’handicap a una cifra: semplicemente i golfisti migliori che possiamo diventare. Esprimere il nostro potenziale al massimo.

Ebbene, uno strumento per arrivare lì è proprio quello di rendere la pratica difficile, in maniera che il campo sia poi facile (in senso relativo, è ovvio). Occorre praticare quindi sempre con uno scopo ben chiaro in mente, con degli obiettivi precisi, pensando molto e non semplicemente tirando una pallina dopo l’altra.

E una della modalità possibili per fare questo è proprio il gioco “Facciamo che io ero…” Del resto chi sa chi ha inventato questo gioco, nel golf? E poi anche Tiger ci gioca:

As a kid, it’s the way I learned to excel, to put myself in challenging positions. When I’m out practicing alone, I still do the same thing, like imagine some announcer going, Here’s Tiger Woods on the 18th hole, tied with Ben Hogan, Jack Nicklaus and Bobby Jones. Can he put this 3-wood on the right side of the fairway? It’s always about that inner battle. Can I or can I not do it? Your heart’s going. That’s the beauty of it.

E tra l’altro, in quella stessa intervista Tiger – parlando del padre – dice una cosa forse scontata ma interessante:

The cool thing about Pops is that through all the years, he kept it fun. Always competitive, always challenging, always fun.

Allora arrivo al titolo del post. Sanremo è il campo che io adoro maggiormente, tra quelli che conosco. Il circolo ospiterà a fine gennaio il Trofeo Sanremo, un classico del periodo (e la gara che tre anni fa inaugurò questo blog, by the way). L’altro ieri, ultimo giorno di apertura del mio circolo prima della pausa natalizia, ho passato un’ora in campo pratica giocando nella mia mente tutte e 18 le buche di Sanremo, dal tee della 1 all’ultimo putt alla 18.

Istruttivo e divertente. C’è molto da studiare, ma il cerchio si chiude. Per gli uomini è importante quindi scoprire qual è la crema antirughe uomo migliore.

Taggato:
Dic 16

Photo by http://www.flickr.com/people/billtam/


Il golf decembrino è molto particolare. Le gare sono terminate da tempo, le sacche in sala sacche cominciano a sparire – giorno per giorno le vedi calare, come una marea che refluisce –, l’atmosfera si fa più ovattata. Particolare.

Mi sovviene un racconto di John Updike, di cui ho riportato qui alcuni brani.

Per me personalmente vuol dire però anche altre cose interessanti: per esempio la possibilità di servirmi del campo come un campo pratica per provare colpi che mi danno ansia o mi mettono difficoltà, o anche per semplice soddisfazione.

L’altro ieri, per dire: per la serie ansia ho tirato 17 palline come secondo colpo alla 7 (un par 5 da noi), non riuscendo a prendere un singolo green (e anzi perdendo due ProV1 – le undici palle da lago naturalmente le ho ritrovate tutte, è la legge di Murphy applicata al secondo colpo del par 5). Poi mi sono assolto pensando che ero troppo lontano, data la stagione.

Per la serie soddisfazione ho provato due volte il secondo colpo alla 2, un par 4 corto (per me è un pitch da 105 metri in salita), e il suono all’impatto del ferro con la palla mi dava un senso pieno di appagamento. La prima volta ho tirato 6-7 palle, la seconda 11. (Gran lavoro di livellamento pitch mark dopo, naturalmente.)

E ieri dopo il pilates avevo solo mezz’oretta, in parte spesa sul green della 9 a provare un putt con doppia pendenza. Ed è vero che i green adesso non fanno testo, ma avevo in mente un principio fondamentale per un golfista, di cui parlerò ampiamente il prossimo anno: che la pratica sia il più difficile possibile, in maniera che il campo diventi il meno complicato possibile.

Nel giro di pochissimi giorni arriverà il freddo reale, e poi il circolo chiuderà. Ma il dottor Seuss direbbe:

Don’t cry because it’s over. Smile because it happened.

Golf decembrino.

Taggato:
Dic 09


Oggi parliamo del golf dal punto di vista linguistico. Come si può dire, in italiano, l’azione del tirare un putt?

Puttare, per quanto si trovi in tanti siti e financo sulle riviste, non funziona. In italiano si leggerebbe con la u, non sarebbe sensato; e peraltro è orrendo!

Pattare è bruttino. Esiste già in italiano ma con altro significato. Lo possiamo adoperare nel parlato, certamente; ma a scriverlo non facciamo bella figura.

Allora, a mio parere, non possiamo che risolvere la questione con una perifrasi. Per esempio:

tirare un putt, come detto sopra, che è probabilmente il miglior compromesso;
colpire con il putt (che però è un’espressione troppo generica, non certamente da golfista);
imbucare con il putt (però questo è un concetto specifico, corrispondente all’inglese to putt out);
effettuare un putt (brutto!).

Altri suggerimenti?

Taggato:
Dic 02

Isabella Data è una golfista che si è chiesta come si potrebbe migliorare quel luogo ameno che è il campo pratica. Dice:

Nella mia decennale esperienza di golfista ho avuto modo di elaborare un “decalogo” per trasformare il campo pratica da purgatorio (quale spesso si presenta) a paradiso del golfista praticante. Sì, perché, nonostante il campo pratica sia una fonte di entrate assai interessante sotto diversi aspetti, mi è parso sovente che i circoli non facciano poi tutta questa gran gara per attirarvi assidui frequentatori.

Nei mesi scorsi Il Mondo del Golf lo ha pubblicato a puntate. A me è piaciuto parecchio, mi sono sembrati tutti ottimi spunti di riflessione per i circoli. Allora le ho chiesto il permesso di inserirlo in questo blog: lei ha acconsentito di buon grado. Ora il decalogo è scaricabile qui.

Chi lo leggerà troverà le riflessioni pacate di Isabella, cui spetta anche l’ultimo commento:

Voglio sottolineare come la situazione attuale non sia assolutamente negativa. È anzi doveroso, da parte mia, segnalare come già oggi ci sia molto impegno per rendere i campi pratica sempre agibili, in tutte le stagioni e in fasce di orario già molto ampie. C’è qualità di servizio, ci sono i luminosi esempi di abnegazione a raccogliere palline in mezzo al fango e alla neve per far giocare gli irriducibili appena si può.
Grazie quindi a tutti i presidenti, a tutte le segreterie e a tutti i “Mohamed”, “Maurizio”, “Ikbal” che già oggi ci permettono di stare in un bel purgatorio. Sarà veramente bello se qualcuno troverà buona qualche mia idea, la metterà in pratica – magari migliorandola ancora, visto che a me manca di sicuro l’esperienza gestionale – e se, così facendo, qualche praticante in più si sentirà in paradiso e migliorerà con soddisfazione il suo gioco.
Il più bello del mondo.

Nov 25


Oggi sono qui per chiedere. Mettendo insieme articoli scritti in questi anni per questo blog e altrove, letture fatte, pensieri eccetera sto preparando un ebook, che sarà disponibile gratuitamente su questo sito entro un paio di mesi, destinato ai golfisti italiani che desiderano seriamente togliere 5 – 10 – 15 – 20 colpi (a seconda del loro livello di partenza) dal proprio handicap.

Titolo e sottotitolo: Come migliorare il proprio gioco. Diventare il golfista migliore che tu possa diventare. Sarà grossomodo un’estensione di questo articolo.

Io non sono un maestro e quindi non posso dare suggerimenti di tecnica; ma il golf lo conosco bene, conosco le mille sfaccettature del campo pratica. Conosco a memoria le pendenze del nostro putting green millimetro per millimetro, per dire; e probabilmente faccio ridere quando mi si vede lì con la bolla da carpentiere e tutti i miei strumenti di misurazione. (Ma what gets measured gets done, come si dice.) So insomma di poter scrivere un volumetto utile a chi è interessato.

Ho già in mente gli argomenti e la struttura, ma la mia domanda è questa:

Che cosa deve contenere, secondo te? Quali argomenti vorresti vedere trattati?

Oggi sono io che chiedo il tuo aiuto. E me lo aspetto.

Nov 18


Lentamente. A fatica. Ma sta succedendo.

Da quest’anno il mio circolo pare aver puntato con decisione sui bambini, ragazzini e ragazzi. Lo si vede da segni piccoli, ma inequivocabili.

Per esempio, all’ultima premiazione (sabato scorso) uno scricciolino di sette anni ha vinto una sorta di coccodrillo copribastone come primo premio junior (e già il fatto che la categoria junior esista è un segno). E la sua felicità e il suo orgoglio nel ritirarlo, e nel mostrarlo il giorno dopo in campo pratica, erano tangibili. E contagiosi!

Molti pomeriggi di quest’anno sono stati segnati dal corso ragazzi. E un po’ di fastidio ai soci l’avranno dato, col loro vociare allegro e le movenze magari non compostissime, ma mi pare un prezzo basso da pagare in cambio di potenziali soci che arriveranno (e sono già arrivati).

E poi le scuole: quante classi hanno frequentato il circolo al mattino e si sono avvicinate, sia pure timidamente e tangenzialmente, al golf! Merito di professoresse e professori illuminati, della disponibilità del circolo, della politica della federazione.

Il golf in Italia sta cambiando (per fortuna). Da gioco elitario a sport per tanti (non per tutti, certo; ma per tanti), e le famiglie sono protagoniste in questo fenomeno, perché rappresentano comunque denaro che entra nelle casse dei circoli.

E poi, a ben vedere, un golfista in erba è un potenziale golfista per i settant’anni prossimi della sua vita, il notaio ottantenne ha – ahimè! – meno possibilità di contribuire alle finanze dei circoli.

Una nuova primavera, dunque. Degli altri circoli ignoro, ma ai Ciliegi son fioriti i bambini.

Taggato:
Nov 11


La prima volta che ho visto Marco Soffietti di persona è stato all’Open d’Italia del 2008, dove arrivò decimo (e primo tra gli italiani). Lo ricordo vicino al tabellone dei risultati, da solo. Avrei voluto avvicinarmi e dirgli bravo, ma non lo feci.

Poi lo vidi l’anno scorso al PGAI Championship di Margara, l’ultimo giorno, senza caddie, terminata la buca 10 dove lui aveva appena fatto bogey. Era un momento di difficoltà ed era da solo, soffrivo con lui ma non dissi nulla.

La terza volta è stato alla Pro-Am del mio circolo, un ragazzo gentile che si presenta e inizia a parlare con me, che ero un perfetto sconosciuto.

In questi giorni ho avuto l’onore di avere con lui una lunga conversazione di golf. Ha detto cose molto interessanti. Io gli ho fatto alcune domande, ma senza avere con me un registratore: di certo mi sono sfuggite tante cose, ma si sarebbe persa la spontaneità dei suoi discorsi.

Soprattutto, mi è stato chiaro che un campione ragiona diversamente da noi comuni mortali. “Io dico ai ragazzi: prima di scendere in campo definisci il numero di errori che ti permetti per il giro. Quando ne avrai fatto uno lascialo andare e passa al colpo successivo”. Mi aveva colpito a questo proposito un’intervista in cui il giornalista, all’Open d’Italia del 2009, gli chiedeva: “Domani allora, l’ultimo giorno, si deve fare veramente sul serio”. E lui, quasi stizzito: “Non si deve fare: quello che viene viene”. Questo è uno dei due o trecento tratti che distingue un fuoriclasse da noi golfisti dilettanti.

Marco Soffietti, ragazzo di famiglia normalissima, ha cominciato come caddie al circolo golf Torino e quando gli è stato permesso di giocare a golf aveva 14 anni. Dopo poco più di due anni era scratch – se non è segno di talento questo… (E non può non venire in mente Greg Norman, che prese in mano un bastone la prima volta a 15 anni.)

I risultati maggiori sono legati all’Open d’Italia: decimo, come detto, nel 2008, e diciassettesimo l’anno successivo. Poi probabilmente nella vita di un giocatore arriva il momento in cui fai il bilancio tra il gioco giocato e l’insegnamento e ti rendi conto che gli anni sono passati, tu sei giovane ma non più giovanissimo e continuare questa vita così vagabonda potrebbe non essere il caso – anche se il talento è indiscutibile. Allora l’insegnamento diviene lo sbocco naturale.

E anche in questo campo la bravura non gli manca: tra i suoi allievi ci sono diversi nazionali, e le sue lezioni sono prenotate con settimane d’anticipo. È molto appassionato sul tema, come si evince dalle sue parole; e poi quando hai dei giovani che ottengono risultati, vanno in nazionale e così via, ciò aumenta ancora la voglia di fare bene. Son soddisfazioni.

Quindi l’insegnamento come mestiere: e sempre al circolo golf Torino, club al quale ricorda di dovere molto e di cui parla sempre con grande stima; anche se dai suoi occhi e dalle sue parole, pur essendo lui una persona soddisfatta e realizzata, si coglie ancora questo desiderio di provare la strada del Tour maggiore. Staremo a vedere ciò che deciderà. D’altra parte, col suo talento 34 anni non sono troppi per tentare di arrivare a tempo pieno sul Tour.

Una persona molto pacata, con opinioni molto interessanti. Molto interessante vedere, ascoltare non tanto e non solo come ragiona un professionista di golf, ma come ragiona un giocatore del Tour; e chiaramente, come dice lui, “quando insegni il fatto che tu abbia giocato o giochi sullo European Tour è ben diverso rispetto al fatto che tu sia un pro e basta, perché comunque ciò che puoi trasmettere è di gran lunga superiore”.

Abbiamo parlato anche del putt. Gli ho chiesto perché a suo parere è uno degli aspetti più trascurati nell’insegnamento golfistico. “È il mercato che lo richiede, perché il golfista medio fatica ad arrivare in green e di conseguenza il putt è come un pensiero dell’ultimo momento. Il golfista vuole imparare a tirarla lunga, il più lontano possibile, e quindi di fatto chiede che gli venga insegnato lo swing e non il putt”. Chiaramente con i suoi allievi di punta dedica tantissimo tempo al gioco corto, al putt e al campo.

Taggato:
Nov 04


Mi scrive Renato, un lettore di questo blog:

ho 46 anni e ad aprile 2011 ho preso l’handicap. Per essere arrivato dove sei con l’handicap quanto e come ti alleni? Perché vorrei anche io arrivare dove sei tu.
In attesa di un tuo prezioso consiglio…

La mia esperienza è certamente d’aiuto a coloro che, come Renato – e sono molti più di quanti possiamo immaginare – desiderano davvero migliorare il proprio gioco. Ecco dunque la mia “ricetta”, che non ha pretese di esaustività ma vale come percorso abbastanza tipico, avendo io cominciato a giocare a golf da adulto. La prima volta che ho preso in mano un bastone era infatti il 7 febbraio 2004 (il primo giorno di apertura del mio circolo – ero tendenzialmente monomaniaco già allora, mi sa…): avevo 36 anni e mezzo.

Ci sono state delle circostanze casuali che mi hanno fatto amare la pratica. Ne segnalo un paio:

  • mi scocciava (o, più esattamente, mi vergognavo) farmi vedere in campo a tirare colpi di qua e di là (quello che gli americani chiamano army golf): è stato naturale allora passare più tempo in campo pratica che in campo;
  • nello stesso tempo, un nove buche con 350 soci ha chiaramente tempi di percorrenza abbastanza elevati (2 – 2,5 ore anche girando da soli), il che vuol dire attese infinite ai tee di partenza: meglio allora tirare come dei forsennati in campo pratica, no? 🙂

C’è stata dunque una componente di casualità, ma il risultato è che il campo pratica è stato per me fin dall’inizio il ricettacolo naturale per l’esperienza golfistica.

E questo è il primo “segreto”: non esistono scorciatoie. Per diventare bravi occorre amare la pratica, praticare con disciplina e costanza. Il campo può essere più divertente, ma senza diecimila [sic] ripetizioni di un singolo movimento non lo si interiorizzerà, e il risultato dello swing sarà dunque sostanzialmente casuale.

Seconda componente: il mio handicap è sceso in maniera decisa l’anno in cui ho dedicato più tempo al gioco corto che non allo swing completo. Nel 2007 – il mio quarto anno di golf – sono sceso da 18,4 a 13,0 passando tanto tempo nell’area approcci. Non per niente si dice “drive for show, putt for dough”.

E qui arriviamo al terzo punto: il putt. Io “amo” il putt, amo la pratica del putt, e quando sono sul green tiro sempre per imbucare, da 10 centimetri come da 20 metri. Questo è un punto importante: troppi golfisti tirano il primo putt per lasciarsi un comodo tap in, il che si traduce troppo spesso in secondi putt da due o tre metri. Invece il concetto è proprio questo: tirare il putt – qualunque putt – per imbucarlo.

Corollario: in campo pratica è molto più importante allenarsi nei putt da uno, due e tre metri – quelli che fanno la differenza – che non in quelli da sei metri, dove non c’è pressione perché l’aspettativa non è di imbucarli ma semplicemente di avvicinarsi all’obiettivo.

Un paio di articoli che ho scritto sull’argomento putt si trova qui e qui.

Altro aspetto fondamentale: l’allenamento mentale. Contrariamente a quel che possiamo pensare, la mente si può allenare proprio come il corpo, e la psicologia sportiva è una disciplina scientifica che può aiutare molto, né c’entra nulla con lettini freudiani, paranoie di vario genere e così via. Il golf è essenzialmente uno sport mentale, quindi saper governare la propria mente nei momenti cruciali è fondamentale per un buon gioco. Io ho la fortuna di avere un maestro che lavora con uno psicologo sportivo, e ho trovato tantissimi benefici da questo. I miei due maestri, Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati, hanno scritto un libro sull’argomento, che consiglio caldamente a chi è interessato a questi temi (qui un estratto).

E, per finire, ancora un paio di note.

La prima: la lettura e l’ascolto. Io adoro leggere e mi rendo conto che non per tutti sarà così, ma ho trovato beneficio dalle riviste, dai libri e dagli audiolibri.

La seconda: la forma fisica. Ho tratto un grossissimo giovamento da quando, poco più di un anno fa, ho cominciato a frequentare con regolarità la palestra (pilates e corsa soprattutto). Oggi, a 44 anni, mi sento in forma fisica splendida, molto più di vent’anni fa quando sarei stato in teoria al mio zenit (ma come dice Yogi Berra, in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica non è così). I miei muscoli invecchiano e non posso farci nulla, ma la resistenza, l’elasticità e il benessere che derivano dal tempo trascorso in palestra sono sensazioni meravigliose da provare.

Questi sono i miei ingredienti. Chi, tra coloro che sono ancora qui dopo questa tirata, vuole aggiungere i suoi sarà il benvenuto.

Ott 28

Inizia domani la mia clinic numero sette, la seconda a Castellaro: quattro giorni di full immersion golfistica col maestro, allenatore e amico Andrea De Giorgio.

Certamente la considero una gran fortuna, e certamente sarà molto divertente.

Il campo in sé non è il massimo, perché pare incastrato nel poco spazio disponibile (la buca 2, ad esempio, appare poco sensata e comunque ben difficile da decifrare). Ma il campo pratica – cosa che soprattutto conta, in una clinic – è decisamente all’altezza: piazzole spaziose, putting green creato intorno ad un ulivo, manutenzione e cura ottime.

Il tempo si annuncia molto gradevole. Insomma ci sono tutte le condizioni per imparare.

I miei obiettivi per questi giorni sono due:
– dal punto di vista tecnico, devo perfezionare drive e legno 3;
– dal punto di vista psicologico, devo superare la credenza di essere arrivato ai miei limiti.

Rivedere vecchi amici è un’altra sana abitudine di questi appuntamenti.

Bando alle scuse, si va.

Taggato:
preload preload preload
© 2026 Gianni Davico  Licenza Creative Commons