Mag 10

Io ho un problema con le gare.

Il problema è che le gare di circolo mi danno ormai pochissimi stimoli: che gusto c’è a vincere una gara che potrebbero vincere in quattro o cinque? Sì, è bello l’applauso dei tuoi pari, ma tutto finisce lì. (La prima volta che vinsi una gara, in un giovedì qualunque di otto anni fa, quello sì fu un avvenimento!) Il vero premio è lo scendere di handicap, cosa che però ovviamente capita di rado.

Il problema è che i giocatori bravini come me non sono sufficientemente bravi per fare il salto di categoria, e si ritrovano dunque in un limbo da cui non sanno come uscire.

Il problema è comune, vedo, a tanti giocatori. Me ne accorgo per esempio leggendo una lettera pubblicata sull’ultimo Mondo del golf, dove un giocatore con hcp 3,2 si lamenta di non poter più entrare nel field delle gare ufficiali e simili.

Prendiamo ad esempio il trofeo Glauco Lolli-Ghetti a Margara: vi partecipai nel 2010 con un hcp di 5,5, che era sulla linea del taglio. Ma l’anno dopo il taglio scese a 3,9, e a 2,3 nel 2012, cosa che mi ha impedito di prendervi parte. E in genere il taglio delle gare ufficiali è ormai intorno all’1. (Ci arriverò, un giorno.)

Insomma il sistema premia – giustamente, credo – i giocatori più bravi, che sono spinti a partecipare alle gare più importanti. E io penso alla montaliana Esterina:

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

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Mar 15

Oggi parla la parte pirandelliana che è in me.

Alla penultima gara al mio circolo, lo scorso anno, registrai un +7 con un triplo bogey finale dovuto a presunzione: avevo tirato il drive sulla destra, avrei dovuto rimetterla in pista, fare un approccio e due putt, prendere il bogey che ne sarebbe risultato e veder scendere il mio handicap di 0,4. Invece io vedevo il green ma sbagliai il conseguente ferro 7 tra le piante: l’ego ebbe la meglio sulla ragione e il mio handicap restò immutato.

Il risultato lo vedo però oggi: domani inizia il trofeo del Tigullio e io mi trovo primo escluso, mentre anche solo un 0,2 in meno mi avrebbe fatto entrare. Uff. (Va detto anche che c’è una differenza abissale rispetto all’anno scorso, quando il taglio fu di 12,5, mentre quest’anno cade a 4,9.)

Si parva licet, penso ai rabbit, i giocatori di torneo di seconda fascia che un tempo correvano da un torneo del PGA all’altro nella speranza di ottenere un posto nel tabellone principale grazie alle qualificazioni del lunedì.

Insomma ho ancora una minima speranza che qualcuno questa mattina si ritiri: metterei veloce le scarpe e correrei a provare il campo. L’alternativa – molto più reale, in verità – è di trovarmi mesto (si fa per dire) nel mio campo, questo pomeriggio…

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Dic 07


Be’, prima o poi avrei dovuto commentare e definire questa mia stagione, anche per chiuderla e passare oltre.

(Qui la stessa analisi per l’anno scorso, qui e qui per gli anni precedenti.)

Per lunghi mesi quest’anno ho avuto difficoltà a mantenere il mio handicap (altro che scendere!). A maggio sono stato colpito, all’improvviso, da un terribile shank, che a oggi mi pare l’esperienza peggiore che a un golfista possa capitare.

Il punto più basso è stato a Valcurone, un campo che adoro, dove il risultato è stato di 93 e 86 colpi: +37 sul par in due giorni (per fortuna ho rimosso tutto). Non sono mai sceso – nemmeno una volta – al mio circolo.

Ho fatto belle gare nel finale di stagione: i campionati piemontesi individuali al Colline del Gavi (dove per la prima volta nell’anno sono sceso), quelli a squadre alle Fronde (di nuovo sceso), la patrocinata alla Romanina (con un 72 il primo giorno (+2) e secondo posto finale, di nuovo scendendo), e ho vinto le ultime due gare cui ho partecipato al mio circolo.

I numeri

L’handicap è salito da 4,1 a 5,1, con un massimo di 5,6 tra luglio e settembre (a luglio feci una gara a Cuneo in cui ne tirai 89, per così dire out of frustration).

Ho registrato 32 giri completi, di cui undici nei 70 in cinque campi diversi. Più in dettaglio (tra parentesi i dati per il 2011 e, a seguire, per il 2010 e il 2009):
– colpi: 81,9 (82,2 – 82,8 – 87)
– fairway: 61,4% (54% – 53% – 48%)
– green: 40,3% (37% – 38% – 32%)
– putt: 31,84 (31,1 – 30,9 – 32)
– di cui 3-putt: 1,5 (1,3 – 1,1 –1,9)

(Un unico eagle di cui mi ricordi, però in un momento significativo: l’ultima gara della stagione al mio circolo, alla 16, un par 5 facile, inserito in una striscia finale in assoluto flow di sei buche che comprendevano cinque par.)

Una volta sola non sono riuscito a stare sotto i 90 (a Valcurone appunto, dove ho cominciato con triplo – triplo – bogey: e sfido chiunque a continuare dopo un inizio del genere!).

Debriefing degli obiettivi 2012

Gli obiettivi per quest’anno erano sei:

1. Media colpi sotto gli 80.
No. 81,9 è un disastro.

2. Media putt sotto i 30.
No. 31,84 è un disastrissimo.

3. Media 3-putt sotto l’1,1.
No. 1,5 è un super-disastro, e tra l’altro qualcosa che mi spiego poco – la mente, le distrazioni hanno sicuramente un ruolo importante qui, perché se penso a quanto mi piace il putt mi viene difficile credere che in media 1,5 volte a giro abbia fatto 3 putt.

4. Vincere una patrocinata.
Be’, secondo alla Romanina non è male.

5. Passare il taglio a tutte le ufficiali cui parteciperò (almeno 4).
N/A (non sono entrato in nessuna; l’unica volta in cui avrei potuto partecipare era a Padova, ma la mattina in cui avrei dovuto partire mi sembrava talmente una sciocchezza – per via del fatto che in quel periodo non la prendevo de alguna manera – che ho preferito rinunciare).

6. Vincere la gara di match play al mio circolo (pareggiato e scratch).
No. Ho raggiunto la semifinale allo scratch. Uff.

Gli obiettivi per il 2013

In generale ora preferisco pensare in termini di sogni che non di obiettivi (per farlo devi prima sognarlo, è questo uno degli insegnamenti fondamentali di Bob Rotella). In ogni caso, l’obiettivo a medio termine è quello di entrare nello European Senior Tour (ruit hora, e nel 2017 avrò cinquant’anni…). I traguardi – i sogni – per l’anno veniente non sono tanto nei numeri (è evidente che devo migliorare nel putt, tanto per dire) quanto piuttosto nelle sensazioni: voglio uno swing fluido, libero, pieno, voglio passare un’infinità di ore in campo pratica a studiare il mio swing (e sui libri e sulle riviste e sui siti a studiare lo swing in generale) e fare un bel numero di gare senza pensare a nulla, semplicemente facendo quel che so già di saper fare per catturare il gioco, the game, che è già dentro di me.

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Ott 05


Lo scorso fine settimana al Golf Club La Romanina è andata in scena la gara patrocinata FIG.

Ora, io adoro le gare medal su 36 buche, sono una maniera più approfondita per competere con me stesso. Il campo in sé non è male (pur nel limite delle 9 buche), ma i green erano assolutamente impossibili. Non perché difficili o veloci – il che sarebbe accettabile –, ma perché carotati da poco e dunque sabbiosi e soprattutto pieni di buchi. In sostanza il putt è stato un concetto aleatorio, nei due giorni.

In ogni caso domenica no (il risultato finale è stato un secondo classificato dovuto soprattutto a magagne mie), ma sabato è stata una giornata perfetta: +2 sul campo (72 colpi, 11 fairway su 14 con 9 green presi e 27 putt totali). Ho avuto sensazioni ottime lungo tutta la giornata, ma in particolare alla fine con una striscia di birdie birdie par birdie nelle ultime quattro buche (le ultime due delle quali sotto la pioggia battente). Era uno di quei momenti di assoluto flow, in cui vorresti continuare per sempre quel che stai facendo.

Anche negli errori sono sempre rimasto calmo, non ho fatto mai peggio del bogey e ho anzi infilato 5 birdie.

Questo per quanto riguarda me. Ma ancora un paio di cose vorrei dire del circolo: mi hanno colpito l’atmosfera rilassata e cordiale (la domenica prima della partenza, per dire, il segretario mi ha dato la mano e augurato buon gioco, cosa che mi era accaduta finora una volta sola in vita mia, tanti anni fa al Golf Limone) e la presenza di tantissimi bambini e ragazzi.

Insomma anche per il golf di periferia c’è speranza.

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Set 14


… ma quanti abissi ci sono tra me e loro? Vediamo un po’:

– un primo abisso c’è tra me, che posso essere ritenuto un ottimo dilettante, e un giocatore della Nazionale o comunque un ragazzo con handicap intorno allo 0 (il fatto che anagraficamente potrebbe essere mio figlio conta, certo, ma non è una scusante);

– un secondo c’è tra un ragazzo come quello e un giocatore professionista, per esempio dell’Alps Tour, qualcuno che gioca sempre intorno al par o sotto ma che, alla fine dell’anno, ha magari guadagnato 20mila euro in premi spendendone 30mila tra alberghi, viaggi, entry fee eccetera;

– un terzo abisso c’è tra quel professionista e un giocatore del tour maggiore;

– un quarto (e ultimo!) abisso c’è tra un giocatore del tour e un vero fenomeno.

Quattro abissi. (In effetti mi basterebbe passare i primi due…)

Il tempo che io dedico al golf giocato settimanalmente può essere di dieci-quindici ore; che è una gran fortuna ed è obiettivamente tantissimo, se paragonato a quel che può fare qualcun altro come me con lavoro e famiglia, ma non è nulla rispetto ad un vero mestiere. Dieci-quindici ore la settimana non creano l’eccellenza, l’eccellenza si crea preparandosi con tutta calma per essere un cristallo. Questo io l’ho fatto nella scrittura, per il golf siamo ancora lontani.

Del resto, prendiamo ad esempio la palestra, ovvero uno dei tanti aspetti che compongono la professione, e vediamo quel che dice Massimo Messina, preparatore atletico, fisioterapista e osteopata, a proposito di Matteo Manassero sull’ultimo “Golf & Turismo” (settembre 2012, p. 102):

Matteo Manassero […] viene da me massaggiato per almeno 30 minuti in modo attivo al mattino prima della gara […]. A gara conclusa invece, Matteo (almeno il lunedì, martedì e mercoledì) esegue il suo allenamento tipo in palestra o al di fuori, che normalmente consiste in una seduta di circa 30-45 minuti. Successivamente viene sottoposto a un trattamento osteopatico per correggere le disfunzioni che il golf crea in lui ogni volta, oltre a degli esercizi di stretching tenuti, il tutto per circa 30-40 minuti.

Insomma un giocatore di tour dedica alla cura del corpo quasi tanto tempo quanto io dedico al golf. E passa otto ore al giorno al golf, tra allenamenti e campo, com’è normale e logico che sia. (Si veda ad esempio il programma di Tom Lewis su “Golf Today” di novembre 2011, p. 62: una giornata-tipo è fatta di otto ore di golf e una di palestra.)

E dunque i giocatori del tour non sono solo bravissimi, ma di più. Gli abissi si spiegano tutti (e si veda anche qui). Talento, partire da ragazzini, passione infinita, dedizione, lunghe ore in solitaria quando i tuoi amici sono a divertirsi…

E poi anche le imprese molto più strutturate della mia fanno fatica. Prendiamo Dan McLaughlin, ad esempio: sì, l’idea di mettere insieme 10mila ore di pratica per arrivare all’eccellenza attrae, ma poi la curva dell’apprendimento ad un certo punto si appiattisce e lì le cose si fanno complicate…

Insomma, qual è il sugo di tutta la storia? Si può dire in tante maniere, ma lo spirito lo si coglie bene dal breve dialogo tra Ben Hogan – uno che notoriamente era parco di parole con i suoi colleghi – e un giovanissimo Gary Player, al termine di uno US Open vinto da Hogan e in cui Player era arrivato secondo (l’episodio è raccontato dallo stesso Player nell’ultimo “Golf Today”):

– Bravo ragazzo, ben fatto; diventerai un grande giocatore. Esercitati tanto.
– Certo, pratico almeno quanto fa lei, signor Hogan.
– Bene. Ora raddoppia.

Ago 31

Da tempo avevo smarrito la voglia di giocare ma mi è tornata proprio qui, nella mia seconda patria, e nel più improbabile dei posti.

L’anno scorso ero partito con proclami e dichiarazioni di intenti; la realtà si è poi rivelata più prosaica. Ora quella cicatrice è digerita e somatizzata, il mio golf è quel che è e va bene così.

Così come si corre per correre, alla stessa maniera si gioca a golf per giocare a golf. Fine.

E quest’anno ho coronato un mio sogno mai nemmeno dichiarato e forse immaginato, ho giocato e rigiocato a golf in Corsica. Fantastico.

Che poi “giocare” per me non è tanto andare in campo – senza una competizione non lo trovo molto divertente –, è soprattutto stare in campo pratica a diventare il golfista migliore che io possa diventare. A passare del tempo tirando palline e pensando al movimento, analizzando gli errori e cercando di andare oltre. A migliorare, ad affinare il movimento. Il pro del circolo che mi chiede se voglio fare qualche buca con lui è allo stesso tempo una soddisfazione e una gioia.

E allora qui ho tirato sempre almeno 200 palline per volta – a volte in solitaria sotto il sole cocentissimo, più spesso nei pomeriggi in compagnia di altri golfisti –, e qui mi è tornata la voglia di partecipare a gare, di ottenere risultati.

Insomma ho superato uno scoglio, ora vado avanti.

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Ago 10

Un anno fa, di questi tempi, ero in piena fibrillazione per il bando per diventare assistente di golf, ovvero il primo passo verso il titolo di maestro. Ricordo il momento preciso in cui ho appreso la notizia che tanto aspettavo: ricordo benissimo e con vividezza dove mi trovavo e con chi, ricordo il clima e molti tra i particolari intorno a me.

Di fatto l’unico vero scoglio – e dici niente! – è la preselezione, che quest’anno si terrà dal 16 al 19 ottobre.

Sì, il bando è uscito (è uscito da oltre tre settimane in verità) ma la cosa mi tocca, ahimè!, solo tangenzialmente.

Ovvero: da un punto di vista sportivo quello è sempre il mio obiettivo, ma quest’anno le condizioni di gioco non mi permettono di pensare alla partecipazione.

Non importa: l’anno scorso è stato bellissimo, questo è un anno di transizione, domani si vedrà. Accetto quel che succede. Ho già dimostrato a me stesso di saper giocare come un professionista (per un mese circa, tra giugno e luglio dello scorso anno), tutto ciò che viene in più è grasso che cola. Sono un ragazzo fortunato e tanto mi basta.

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Lug 27

Quest’anno le cose per il mio golf non sono andate come previsto. (Finora, almeno.) Nel golf è verissimo che you are your numbers, e nel 2012 – per la prima volta da quando ho preso un bastone in mano – il mio handicap a fine stagione potrebbe essere più alto rispetto a quant’era all’inizio. A me non pare di fare brutte prestazioni, ma alla fine i numeri non mentono.

Ho cercato allora di riflettere sulle ragioni di questo regresso – o almeno non-progresso – che è fastidioso e financo avvilente; anche se tutti siamo bravi a spiegare i fenomeni dopo che sono accaduti, come bene ha messo in luce Nassim Taleb nel suo Cigno nero.

Un primo motivo è sostanzialmente ovvio: è ben possibile che io mi sia avvicinato ai miei limiti. L’età è certamente un fattore da mettere in conto, per esempio: è una componente che non posso controllare e devo quindi accettare per quel che è.

Questo, a sua volta, fa leva sulle motivazioni: che cosa succede quando arrivi ai tuoi limiti e ti rendi conto che più in là non puoi andare? Quando capisci che anche uno sforzo titanico produce solo un miglioramento piccolissimo?

(È vero che l’apprendimento non è lineare ma procede a spirale, ovvero che per migliorare va messo in conto il peggioramento temporaneo delle prestazioni: però anche questa spirale per chiunque ha un limite. E quindi cosa fai? Ti rassegni a rimanere un ottimo dilettante? Lasci perdere? Giochi solo ogni tanto e quasi per abitudine? Lasci che la passione se ne vada?)

Mi sovviene anche quanto André Agassi scrive in apertura del suo Open, ovvero il suo odio viscerale per il tennis e per quella pallina che una macchina gli rimanda senza sosta al di qua delle rete, e questo da quando aveva sette anni o giù di lì. No, io non odio il golf: io amo il golf, lo adoro perché mi permette di esprimermi ma mi pare di avere smarrito il mio focus. E questo non è un bene, perché a volte mi sembra di non sapere perché sto colpendo tutte quelle palline, dedicando tempo e denaro ed energie ad una attività che, come dice Marco Soffietti, ti ripagherà sempre e comunque solo per un centesimo rispetto agli sforzi che ci hai messo.

Penso anche alla conversazione avvenuta tra Bob Rotella e Darren Clarke il giorno prima del British Open del 2011, raccontata nel suo The Unstoppable Golfer. “Doc” disse tra l’altro a Clarke:

You don’t need to spend seven hours a day here practicing. You already know how to play golf. You need to chill. You don’t need to spend every daylight hour here trying to find your game. It’s already inside you.

Quindi? Mettendo insieme tutte queste considerazioni, che cosa viene fuori?

Non ho la risposta definitiva e precisa, ma penso qualcosa del genere: rilassati, Daviquez, prendi il golf come un divertimento e non come un lavoro, non è sempre necessario volere controllare tutti i dettagli e non sei sempre alle Olimpiadi. Que será será.

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Giu 08


Ecco, questo voleva essere un post in cui magnificavo le doti del Golf Valcurone. E lo è, anche, perché il campo è splendido, i green perfetti, i fairway magnifici (anche se a tratti troppo innaffiati), i panorami spettacolari.

Ma è anche l’occasione – e ti pareva! – per parlare del mio golf. Sabato, al primo giorno della gara federale, io non ho giocato a golf: ho vagato per il campo con nonchalance. Il problema era che non mi importava se un colpo fosse ben fatto oppure no, se un putt andasse dentro oppure no. E il risultato – 92 colpi, di gran lunga il peggiore dell’anno – riflette questa sensazione.

Eppure io, anche se il mio golf non è in questo momento – per usare un eufemismo – ai massimi livelli, non mi sento ancora pronto per essere “solo” un ottimo giocatore di circolo. (E mi sovviene, si parva licet, un episodio: Matteo Delpodio che un paio di anni fa, nel campionato della PGAI a Margara, in una pausa su un tee disse a Costantino Rocca che lui era ben lontano dall’essere il giocatore che era stato.)

Essere considerato il più bravo, o tra i più bravi, al mio circolo mi fa piacere, mi fa molto piacere; ma voglio andare oltre, pavesianamente voglio mangiarmi una collina e insomma vedere fino a dove posso arrivare.

Certo non con il gioco di adesso, è chiaro. (Strana la vita: non ho tirato mai tante palle in campo pratica come in questi mesi, ho fatto lezioni eccetera eppure l’handicap non ha fatto che salire. Forse, per dirla con Vittorini, “ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni”.)

Eppure per me un putt sbagliato conta, un colpo brutto fa la differenza, nonostante quel che pensassi o non pensassi sabato. Ma poi domenica ho fatto pace col golf, ho giocato davvero a golf; e se l’anno scorso ero arrivato secondo e quest’anno sono arrivato ventesimo pazienza. Sì, pazienza: sto aspettando con pazienza che i risultati ritornino. E ritorneranno, eccome.

Intanto mi sono goduto tre giorni splendidi in un luogo magnifico, e per i venticinque lettori che mi hanno seguito fino a qui volevo dire andate a giocare in quel campo, visitate quelle zone, ne vale la pena.

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Giu 01


Venerdì 18 maggio, in sull’ora del desinare. Mi avvio in campo pratica con un piano preciso in mente (mai andare in campo pratica senza un’idea su che cosa si praticherà, o si finirà per tirare palline e basta): gioco corto – putt – gioco lungo, un’oretta per ciascuno. Il tutto nella logica della rifinitura prima della gara di circolo del giorno dopo e lasciando tempo per il binomio golf – paternità (di cui parlerò in uno dei prossimi post).

Mi porto nella buca executive più alta, dove sono solitario e tranquillo, con 42 palline (due gettoni). Le prime 42 vanno bene: provo dei colpi tra i 20 e i 50 metri sia col sand che col lob, tutto funziona. Raccolgo e riprovo. Parte uno shank. Sarà un caso. Ne parte un secondo. Mmmm. Un terzo. Ah. Un quarto, un quinto, un sesto… ad libitum et permulta.

La mia mente analitica si allarma. Provo, riprovo e riprovo ancora ma si sa, in questi casi l’insistere non fa che peggiorare le cose. Il pomeriggio termina con ansie di un tipo per me sconosciuto (e poi dai, esiste colpo peggiore nel golf dello shank?).

Il giorno dopo arrivo con ampio margine al circolo, per darmi tempo di fare un lungo riscaldamento e sperabilmente capire quel che mi succede e aggiustare le cose. Applicare una sorta di cerotto, insomma; ma ho poche speranze, e infatti parto con tutti i dubbi del caso. Tremo all’idea di quando mi capiterà un colpo da 80, 60, 50, 30 metri.

Succede alla 3. Mi parte uno shank imbarazzante, che provoca una X. (Non è per il risultato, è la frustrazione di non capire la meccanica del colpo, e soprattutto la sensazione di non avere il controllo del mio corpo.)

Alla 5 ne faccio tre di fila [sic]. Shank, shank, shank. Alla 6 un altro. Da lì in poi la gara si rimette sui binari (3 bogey e 9 par nelle restanti buche: non il massimo ovviamente, ma date le premesse sono contento).

La sera rimugino, la notte non dormo, la mattina dopo prima delle 8 sono in campo pratica, da solo (la situazione ideale; e non perché abbia paura delle brutte figure, cui non penso, ma perché posso parlare a voce alta, raccogliere le palline dal prato – vietatissimo! – eccetera).

Le cose a tutta prima si aggiustano. Ma proseguendo il maledetto shank ritorna. Alla fine, sia grazie all’aiuto dei maestri sia grazie ad articoli pescati in rete (come questo, ottimo), capisco alcune cose:

– devo stare un poco più lontano dalla palla, e quindi tenere le mani più basse;
– devo tenere le gambe ferme e per contro ruotare i fianchi (questo è, in piccolo, lo stesso difetto che ho nello swing completo – il maggiore dei due o trecento, voglio dire);
– devo avere la sensazione di schiacciare la palla verso il basso;
– devo mantenere il peso sui talloni.

Insomma tutto si è aggiustato – più o meno! sull’aspetto mentale della questione c’è da lavorare ancora – nel giro di tre giorni. Verranno altri problemi (golfistici, tutto è relativo), mi emozionerò e preoccuperò, gioirò e farò altri errori ma la cosa fondamentale dello shank l’ho capita: lo shank così come via se ne va. E così sia.

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