Nov 08

VLUU L110  / Samsung L110
Come fatto per gli ultimi quattro anni, è ora il momento per me di riassumere la mia stagione golfistica (qui il 2012, che contiene anche i link per gli anni precedenti).

Complessivamente, le sensazioni per il 2013 sono ottime. È stato l’anno in cui per la prima volta da che ho preso un bastone in mano (a febbraio saranno dieci anni) ho avuto la sensazione di capire un pochino il mio swing. Ora mi sento molto più sicuro, molto più preciso nel capire e analizzare gli errori, e per lo stesso motivo sento anche meno forte l’esigenza di prendere lezioni (non che non siano utili, per carità; ma ormai conosco bene il mio swing e riesco fino a una certa misura a correggermi da solo).

I numeri

L’handicap è sceso da 5,1 a 3,5, che è anche il mio minimo assoluto. Ed è pure un handicap che in questo momento sento di poter giocare in tanti campi, ovvero il è mio handicap reale. Per il 2014 non rimane che abbassarlo (more on this later).

Ho registrato 32 giri completi, di cui undici nei 70 in sette campi diversi. Più in dettaglio (tra parentesi i dati per il 2012 e, a seguire, per il 2011, 2010 e 2009):
– colpi: 81,2 (81,9 – 82,2 – 82,8 – 87)
– fairway: 63,9% (61,4% – 54% – 53% – 48%)
– green: 39,8% (40,3% – 37% – 38% – 32%)
– putt: 30,88 (31,84 – 31,1 – 30,9 – 32)
– di cui 3-putt: 0,9 (1,5 – 1,3 – 1,1 – 1,9)

Un paio di volte – ehm – ne ho tirati 90: a Valcurone (che qualche volta pare essere la nemesi del golf su di me) e a Ferrara (pioveva, c’era vento forte, il campo era pesante ma ho giocato male e basta). Ho fatto comunque diversi giri di assoluto flow: 71 ai campionati piemontesi individuali, 74 al campionato nazionale mid-amateur e 73 al mio circolo un paio di settimane fa, nell’ultima gara della stagione.

L’anno che verrà

Riguardo agli obiettivi, relativamente a quest’anno dicevo un anno fa:

In generale ora preferisco pensare in termini di sogni che non di obiettivi (per farlo devi prima sognarlo, è questo uno degli insegnamenti fondamentali di Bob Rotella). In ogni caso, l’obiettivo a medio termine è quello di entrare nello European Senior Tour (ruit hora, e nel 2017 avrò cinquant’anni…). I traguardi – i sogni – per l’anno veniente non sono tanto nei numeri (è evidente che devo migliorare nel putt, tanto per dire) quanto piuttosto nelle sensazioni: voglio uno swing fluido, libero, pieno, voglio passare un’infinità di ore in campo pratica a studiare il mio swing (e sui libri e sulle riviste e sui siti a studiare lo swing in generale) e fare un bel numero di gare senza pensare a nulla, semplicemente facendo quel che so già di saper fare per catturare il gioco, the game, che è già dentro di me.

Che è, in pieno e semplicemente, quel che ho fatto quest’anno. Sono molto soddisfatto, e per il 2014 mi dico questo: voglio consolidare un gioco già solido, ovvero fare un passo in più verso la strada che mi porta a diventare il golfista migliore che io possa diventare.

Taggato:
Ott 25

score
Lunedì scorso ero arrivato al campo nel primo pomeriggio con l’idea di fare un giro completo. (So che dovrei andare di più in campo piuttosto che non trascorrere la maggior parte del tempo in campo pratica, ma il traffico che c’è in un 9 buche può essere scoraggiante. Poi qui entrerebbero in gioco altri considerazioni – agli inizi andavo in campo solo la mattina alle 8 proprio per non far vedere a nessun quant’ero scarso, mentre ora troppo spesso vedo esibire degli swing che mi fanno rabbrividire… ma lasciamo andare e passiamo oltre.)

Le prime buche scorrono senza problemi, ma alla 5 incontro una coppia di army golfer. Mi metto pazientemente dietro di loro, chiedendomi perché non mi facciano passare: loro perderebbero tre minuti tre e tutti quanti giocheremmo più rilassati. Vabbé.

Sul tee della 8 li incontro, stanno aspettando che la quadretta di fronte finisca la buca (un par 3). Mi dicono: “Non è colpa nostra, davanti come vede ci fanno aspettare”. Al che replico: “Vi capisco, ma l’etichetta del golf imporrebbe a loro di far passare voi e a voi di far passare me“. L’argomento pare convincerli, mi fanno passare: completo la buca in quattro minuti (tee shot in bunker per la fretta, uscita appena sufficiente e putt da fuori green).

A quel punto però non posso pretendere che anche davanti mi facciano passare (dovrebbero, ma vaglielo a far capire!). Ruit hora, e la luce è già declinante: salto la 9 e la 10 e passo alla 11 (la 2, essendo un 9 buche). La completo, ma poi siamo da capo: davanti a me altri due army golfer. Salto quindi le tre buche successive e faccio le rimanenti 4.

In sintesi: 13 buche completate, score di +1 (2 bogey e 1 birdie). Ero in perfetto flow, pensavo soltanto al ritmo (concetto su cui sto riflettendo molto ultimamente, a partire da questo interessante libro).

Chiunque ne ha titolo ha certamente diritto di calcare qualunque campo di golf. Però stiamo facendo attività differenti (sport vs. leisure). A me queste cose stufano, e il mio golf ne esce danneggiato. Vabbé.

Taggato:
Ott 18

Tolcinasco
Comincio dalla fine: domenica ne ho tirati 74 (tra cui 15 par di fila) ed è stato bellissimo.

Partecipavo per la prima volta al campionato nazionale mid-amateur, e già solo il fatto di poter far parte di questo evento era fonte di gioia per me.

Non ho fatto, per questioni sia lavorative che familiari, la prova campo. Il primo giorno, venerdì, ne ho tirati 85 [sic!], ma paradossalmente ho giocato molto bene (infatti non ho nemmeno preso la virgola): solo, ho cominciato con uno stupidissimo triplo bogey alla 1 (un par 5 senza grandi difficoltà) e poi, per non farmi mancare nulla, ho segnato un settuplo bogey alla 6 (un par 4 di 328 metri, dove ho tirato due palle in acqua, ho sbagliato un chip e un approccio – in questi casi gli errori vengono a cascata, si sa), ma per il resto ho fatto un dignitoso +3 in 16 buche.

Mi ricordo in particolare tre colpi:

– alla 5 (un par 4 lunghissimo), un legno 3 da 185 metri all’asta in fade che batte in green e si ferma a 3 metri dalla buca (ho poi mancato il putt per il birdie, ma questa è un’altra storia);

– alla 15, il putt per il birdie da due metri abbondanti, che già prima che partisse sapevo che sarebbe entrato (avvertivo la stessa, precisa sensazione che avevo avuto l’unica altra volta che mi ero trovato lì, qualche anno fa col mio maestro e amico Roberto Cadonati, in cui tiravo il putt per l’eagle che puntualmente imbucai);

– alla 17, un pitch schiacciato ad arrivare in green da sotto gli alberi (ho fatto bogey in quella buca, ma aver pensato e poi eseguito come pensato quel colpo è stato fonte di gran soddisfazione).

Sabato giro più anonimo in 81 (un doppio e 7 bogey, di cui gli ultimi 3 nelle ultime 3 buche). Alla 16 ho sbagliato il putt per il par da meno di un metro perché sentivo la stanchezza. E mi è venuta in mente la battuta di Scarafoni, il “cattivo” di quello straordinario film d’animazione che è La freccia azzurra (la voce è di Dario Fo): “Eh ma che finale loffio!”

Comunque venerdì ero T66 e sabato T52 (i partecipanti erano 78, e io ero al numero 69 per handicap).
Tolcinasco., il castellojpg
Il giro di domenica, come dicevo in apertura, è stato assolutamente magnifico. Era come essere col pilota automatico: i colpi andavano da soli, senza sforzo alcuno. Facevo i calcoli dei metri eccetera, tiravo e via verso il colpo successivo. Ho cominciato con birdie – bogey, poi ho continuato con 15 [sic!] par di fila. Era tutto semplice e automatico.

Solo verso la 16 ho cominciato a sentire un po’ di tensione, però è stato un agevole par. Alla 17 spedisco un ferro 9 da centro pista in bunker ma riesco comunque a fare par. Alla 18 il drive è in fairway, ma ci sono ancora 170 metri dall’asta. Non posso tirarmi indietro proprio adesso (a fare i calcoli avrei dovuto giocare per il bogey, ma quando sei in par dopo 17 buche non puoi farlo!): tiro l’ibrido – e vado in acqua. Finisco con un doppio bogey, ma è comunque un giro che ricorderò molto a lungo e con piacere; tra l’altro fatto con compagni di gioco assolutamente simpatici e supportevoli.

Risultato finale T30 (240 colpi).

I dati per domenica (tra parentesi quelli cumulativi dei tre giorni);

– colpi: 74 (80)
– fairway: 86% (71%)
– GIR: 67% (54%)
– up and down: 80% (50%)
– putt: 30 (30,67)
– putt per GIR: 1,92 (1,95)

Ho curato l’allenamento mentale soprattutto; ma poi penso che quando le cose girano girano comunque, non è questione di Polase o che. E io domenica ho lasciato che le cose andassero per così dire da sole – come detto, mi pareva di avere il pilota automatico.

Ma la lezione più importante che ricavo da questi giorni splendidi non riguarda domenica – che cosa puoi imparare da un giro pressoché perfetto? –, quanto piuttosto gli errori, e segnatamente quell’11 del primo giorno. Allora ho ripercorso la buca nel dettaglio.

Intanto, è un par 4 corto (328 metri, diciamo legno 3 e ferro 8), con acqua sulla sinistra lungo quasi tutto il percorso e poi anche sulla destra nei pressi del green. Green che è ben difeso da diversi bunker, ma la buca in sé non presenta difficoltà soverchie.

Ad ogni modo io ho spedito il legno 3 verso l’acqua (solito problema dei fianchi che non girano come dovrebbero), ma la palla colpisce gli alberi e si ferma a 3 metri dall’acqua. Anziché dichiararla ingiocabile, prendere la medicina e giocare di fatto per il doppio bogey, voglio comunque colpirla – e la mando in acqua. Droppo dallo stesso punto – e la rimando in acqua. A questo punto mi rendo conto che probabilmente non è quella la via migliore. Allora vado indietro di una quindicina di metri, passati gli alberi, e droppo lì. Dovrei fare un chip con un pitch, ma ho con me solo l’ibrido e il ferro 5 e non voglio far aspettare troppo i compagni di gioco che sono già sul green; uso il ferro e la palla fa pochi metri, rimanendo ancora in rough. Altro chip, due approcci e due putt per un 11 totale che mi sorprende prima e più che darmi onta.
Tolcinasco, la 18
È comunque da buche come queste che si può imparare, ovvero occorre fare una disamina lucida e onesta a gara conclusa e chiedersi che cosa si sarebbe dovuto fare, preparandosi dunque a quel che si potrà fare la prossima volta in cui una situazione del genere capiterà (perché capiterà, è sicuro!).

E l’altra lezione è quella dell’allenamento mentale cui accennavo sopra: ricordo perfettamente che domenica ho smesso di tirare colpi in campo pratica 25 minuti prima del tee time, proprio per prepararmi da un punto di vista mentale. Il risultato era che ero assolutamente calmo quando è stato il mio turno di tirare, e da lì le cose sono poi andate a cascata in maniera sequenziale e assolutamente naturale.

Detto ciò, rimane l’enorme soddisfazione per il giro. Se nei giorni precedenti mi mancavano un po’ le motivazioni, ne ho trovate un’infinità nel giro di domenica – questo è il golf.

Taggato:
Ott 04

img_py_5
Ho ripensato all’ufficiale di Bergamo della settimana scorsa, e c’è una buca che mi è rimasta impressa. Ne parlo oggi perché penso sia di utilità per chi legge.

È la buca 14, ovvero la 5 del percorso giallo. È un par 4 di 375 metri, dogleg a sinistra. Il primo colpo è verso un fairway abbastanza largo, che però ha sulla sinistra delle piante altissime a chiudere il colpo; il colpo al green è in salita ed è generalmente ancora abbastanza lungo (il primo giorno dopo un bel drive fu ad esempio un ferro 5).

Ebbene, la 14 del terzo giro è quella che ricorderò come emblematica di una gara intera, ovvero di tutte le 54 buche fatte in quei giorni. Il mio drive è decisamente sulla sinistra (solito problema dei fianchi che ogni tanto partono in ritardo), prende in pieno le piante e si ferma nel rough, a circa 200 metri dal green. Da quel punto il green non è visibile, non c’è maniera per me di raggiungerlo. Allora il ragionamento è: tiro un ferro 8 a uscire e piazzarmi in posizione favorevole in centro pista, da lì un buon approccio mi garantisce comunque il bogey e magari il par.
5 giallo
Il secondo colpo non è niente di che: parte pesante e non fa troppa strada. Sono a 115 metri dalla bandiera, in centro fairway e in leggera salita. Fino a questo momento ho tirato due colpi decisamente insufficienti, ma il terzo colpo – un ferro 9 – è fatto proprio di un’altra pasta: il contatto è pulito e cristallino, il suono pieno e rotondo, appena la colpisco so che è un ottimo colpo. E infatti atterra a un metro e mezzo dalla bandiera, sulla destra e poco oltre la buca, con un leggero spin.

Il putt per il par è in lieve discesa, con pendenza non pronunciata verso sinistra; cionondimeno impegnativo anzichenò. È comunque un ottimo putt, che entra per un par che mi dà grande soddisfazione e mi dice – il succo del discorso – che due colpi mediocri seguiti da due colpi ottimi fanno generalmente un par. Quindi mai scoraggiarsi.

Poi parlano del golf come metafora della vita.

Taggato:
Set 27

L'Albenza
Sono tornato ieri sera dal Mattone d’Oro, gara ufficiale FIG che si è tenuta al golf club Bergamo “l’Albenza” – ovvero il circolo di colui che, insieme a Mario Camicia, ha di fatto introdotto il golf in Italia.

È stato bellissimo; e, a beneficio dei miei venticinque lettori, racconterò ora l’esperienza.

Innanzitutto non ero sicuro di volerci andare, sia per una questione di costi che di tempo sottratto a lavoro e famiglia. Ma la notte precedente il mattino dell’ultimo giorno utile per l’iscrizione ha portato consiglio, e sono andato sul sito per verificare a quanto cadeva il taglio. Sorpresa! Le iscrizioni erano state chiuse con un giorno di anticipo. Chiamo il circolo, e mi dicono che non c’è più nulla da fare. Mi sembrava strano (la normativa tecnica è molto chiara sul punto), ma mi metto l’animo in pace e passo oltre. A fine mattinata guardo un’ultima volta il sito, per scrupolo e invidia, e con somma meraviglia mi accorgo che le iscrizioni sono state riaperte. Wow! Con l’aiuto prezioso della segreteria del mio circolo provvedo ad iscrivermi. Sono dentro!

Lunedì prova campo. Faccio le prime 12 buche e trascuro le altre, le immagino soltanto (ero troppo stanco, era tardi e avevo ancora del lavoro da fare).

Martedì parto con le prime 9 pressoché perfette (+1), poi le seconde sono più difficili (+8). Errori mentali molto più che tecnici, mi sono lasciato distrarre ma complessivamente sono soddisfatto.

Il secondo giorno vado meglio. Quando il secondo colpo alla 18 atterra nei pressi del green sono certo di essere nel taglio, che era il mio obiettivo (ero 67° come handicap nelle iscrizioni e passavano i primi 48, quindi era tutt’altro che scontato). Aver poi imbucato da fuori per il birdie mi ha dato la carica.

Ieri, ultimo giorno, tutto procede al meglio fino alla 15, dove faccio un errore marchiano con l’approccio (un sand da 80 metri dall’asta che, complici il vento e la discesa, batte lungo e finisce in ostacolo d’acqua). Vado in confuisione per qualche minuto e ne esco con un triplo bogey. Cosa che un po’ mi pesa ma passo oltre. Finisco con par – bogey – par e sono comunque molto soddisfatto.

Alla fine sono 38° (ero 31° dopo il primo giro e 30° dopo il secondo) e torno a casa felice.

Ho speso qualcosa più di 300 euro in totale.

Le statistiche:
– media colpi: 81,77
– fairway: 62,21%
– GIR: 37,61%
– up and down: 33,52% (qui c’è da lavorare, soprattutto nelle uscite dal bunker sono stato insufficiente)
– media putt: 31
– putt per GIR: 2,08

Gli errori:
– non aver comprato la mappa del campo (l’ho ricavata dal sito ma non è sufficiente, deve essere molto più analitica – questa cosa la faccio in genere);
– qualche errore di troppo negli approcci col sand dai 50-80 metri (voglio provare ad usare il pitch quando possibile);
– come detto, le uscite dal bunker.

Giudizio complessivo su campo e circolo: bellissimi.

Complessivamente un’ottima esperienza.

Taggato:
Set 13

VLUU L110  / Samsung L110
Mi chiede un lettore su Twitter, Enrico Esposti:

Complimenti per tutti i tuoi suggerimenti! Ci racconti la tua settimana tipo di golf?

Beh, volentieri! Inizio da osservazioni generali, e passerò poi a descrivere i vari giorni.

Io parto sempre con un obiettivo in mente, che tipicamente può essere la gara di circolo nel fine settimana oppure una gara della federazione (federale, patrocinata, ufficiale eccetera). Nel primo caso (che mi interessa sempre meno) il ciclo dura una settimana, nel secondo almeno due.

Una mia seduta di allenamento va dalle due alle quattro ore (la media è intorno alle due e mezzo). Questo perché mi sono reso conto che in un tempo limitato non riesco ad imparare: sia perché la mia natura è lenta e non posso farci nulla, sia perché tutti abbiamo bisogno di tempo per assimilare. Considero sempre le giornate in campo pratica come delle mini-clinic solitarie: mi sono divertito tantissimo alle varie clinic cui ho partecipato col mio maestro, ho preso tantissimi spunti e ora quando sono in campo pratica mi piace pensare di essere in una sorta di vacanza-studio, una persona privilegiata e fortunata che ha il tempo e la voglia di fare quello che adora fare.

Io non vado mai in campo pratica senza almeno un’idea precisa, che può essere relativa ad una debolezza percepita del momento, ad un colpo che voglio studiare o migliorare e così via. Ieri, per esempio, era il grip: c’era qualcosa che non mi quadrava, e ho confrontato le mie sensazioni recenti con alcune letture. Sono partito da qui, passando per le Five Lessons di Hogan – ormai una sorta di bibbia per me – e per quest’altro volume che consulto di tanto in tanto. (Con una precisazione: mi sono reso conto che, per me, la maggior parte dei libri di tecnica golfistica è inutile, perché contano molto di più le sensazioni; però a volte mi serve andare a vedere che cosa pensano altri di determinati argomenti.)

Non esiste mia visita al campo pratica senza almeno quindici minuti di putt (come assoluto minimo, ma spesso e volentieri sono molti di più): e questo per un’idea che ho ricavato da un bel libro di Bob Rotella che avevo recensito qui. Ovvero che

non serve allenarsi quattro ore di seguito sul putt, bastano venti minuti. Però – e qui sta il “segreto” – la pratica deve essere costante, nel senso che i pochi minuti devono essere ripetuti tutti i giorni, o comunque ogniqualvolta sia possibile. E questo anche perché tale meccanica si perde facilmente e dunque va esercitata con costanza.

L’ultima indicazione generale è questa: ho organizzato il mio tempo intorno alle mie passioni (spiego tutto qui). Ciò in pratica significa che una parte considerevole dei miei pomeriggi scorre al golf.
VLUU L110  / Samsung L110
Specificate queste condizioni, ecco la settimana in pillole.

Lunedì: in questo giorno riparto per così dire da capo, e mi dedico in particolare all’area di gioco che è stata la meno performante nella gara dei giorni precedenti.

Martedì: giorno di riposo golfistico (il mio circolo è chiuso), e dunque corro (in questo momento un’ora di seguito, e questo per quattro motivi: mi piace, mi fa stare bene sia dal punto di vista fisico che mentale, aiuta le prestazioni in gara e mi avvicina ad un obiettivo extragolfistico che mi sono dato, quello di terminare una mezza maratona entro la fine del prossimo anno).

Mercoledì: avendo saltato un giorno, questo è di solito il giorno in cui faccio un “ripasso” completo. Parto da mezz’ora di putt, poi passo al gioco corto e infine al gioco lungo (questa è la sequenza che preferisco ma non è chiaramente fissa, perché dipende dalla parte di gioco che voglio sviluppare).
Pelagone
Giovedì: dopo al pilates, che mi sfianca anzichenò pur essendo di un’ora sola, vado generalmente in campo. Faccio nove buche e poi termino in campo pratica a precisare qualcosa che può essere andato storto in campo.

Venerdì: in genere è una seduta leggera, soprattutto se il giorno dopo è di gara.

Il fine settimana è in genere, ovviamente, dedicato alle gare.

È tutto. L’ho fatta lunga, ma è perché (come diceva non ricordo più quale personaggio, Pascal o Voltaire o Twain) avevo poco tempo – se ne avessi avuto di più sarei stato mooolto più sintetico. E se qualcosa non è chiaro, sono qui.

Taggato:
Ago 02

Il golf d’agosto è un po’ com’era il calcio d’agosto quand’ero ragazzo (il campionato cominciava a settembre e tutt’al più c’era qualche torneo amichevole tra squadre di cartello): molto rilassato e tranquillo.

Ecco, proprio in questa maniera io ho ripreso la mia preparazione tecnica in vista delle sfide di fine estate e dell’autunno (i campionati match play del mio circolo, qualche patrocinata e federale, qualche gara di circolo e sperabilmente qualche ufficiale). Un giorno sì e uno no (circa) passo il pomeriggio in qualche circolo a tirare palline, e mi sovviene una frase che avevo trovato in questo bel libro e che ora cito a memoria:

Allènati ragazzo, perché in un giorno qualunque, in un campo di grano dell’Alabama, c’è un altro ragazzo che sta tirando palline dall’alba al tramonto al solo scopo di batterti.

E mi piace pensare di essere entrambi i personaggi, ovvero io medesimo che cerco di battere me stesso. Il tutto nella sola maniera che conosco: rilassata e testarda, cocciuta e tranquilla.

Taggato:
Lug 12

VLUU L110  / Samsung L110
Domenica sera, al termine dei campionati piemontesi individuali, ho sentito un senso di appagamento e di calma. Mi è sembrato di aver raggiunto un obiettivo, di aver messo come un punto fermo nel mio rapporto d’amore col golf, e di essere pronto quindi a prendermi una pausa dal continuo logorio – piacevole, per carità – dato dal pensare sempre a come migliorare quel dato colpo, alle linee dei putt, alle gare e tutti i sacrifici che comportano, insomma dal drenare tutte quelle energie mentali nel gioco.

Il risultato (settimo assoluto) è stato buono, ma soprattutto il primo giro è stato fantastico: ho giocato tutto il giorno con leggerezza, e anche quando mi è scappato un doppio bogey ero assolutamente calmo. Il risultato di giornata è stato un +1 (5 birdie, 4 bogey e un doppio) decisamente apprezzabile; ma al di là dei numeri, quel che mi ha dato vera soddisfazione è stato il constatare che tutti i settori di gioco hanno funzionato alla perfezione:

– 10 fairway presi su 11;
– 10 GIR (con 1,6 putt per GIR);
– 29 putt.

È stato bellissimo. E ho pensato che, per ora, può bastare. Oltre a qualche eventuale gara al Golf Club Boves (ex Golf Club Cuneo), che però è questione di affezione più che di agonismo, fino a metà settembre non ci saranno più competizioni per me. L’handicap attuale è 4,3, di un punto quasi più basso rispetto ad inizio anno (quel 5 decisamente non mi piaceva e non lo sentivo mio, cozzava proprio con l’immagine che ho di me come golfista). Ora l’obiettivo sarà togliere ancora mezzo punto entro la fine dell’anno – anche grazie all’ausilio del BreakMaster, di cui dirò prossimamente.

Insomma in questi mesi ho fatto pace col mio gioco, con cui troppo a lungo avevo litigato l’anno scorso. Adesso i tempi chiamano pensieri più leggeri: continuerò a pubblicare qui un articolo tutte le settimane, si capisce, ma in questi mesi estivi in maniera più leggera e meno ossessiva.

Taggato:
Giu 28

022
Be’, era un sogno che inseguivo da tanto tempo: vincere una patrocinata. Questa domenica, alla fine, ce l’ho fatta. Certo, la Romanina non è un campo di punta e il field non era irresistibile, ma insomma i fatti dicono che è successo. Due anni fa a Valcurone ero arrivato secondo, e l’anno scorso di nuovo secondo proprio qui alla Romanina.

Questo sabato il primo giorno di gara non era andato male, fatti salvi – e dici poco – un doppio e un triplo per un +9 totale che non era certo da incorniciare. Domenica sono arrivato al campo senza aspettative, con la sola intenzione di tirare un colpo per volta e vedere quello che sarebbe successo.

Alla 15 – ero +2 in quel momento – un ferro 9 dal rough mi porta in un luogo poco desiderabile: a soli 10 metri dalla bandiera, ma in un rough alto oltre mezzo metro. Mmmm. Esamino le mie possibilità; a tutta prima prendo un pitch con l’intenzione di tirare fuori quella palla da quel posto impossibile. Sono assolutamente calmo. Rifletto. Prendo la medicina, che tutto sommato non mi pare nemmeno troppo amara: palla ingiocabile, approccio a saltare un ostacolo che rende invisibili green e bandiera, altro approccino da bordo green, un putt, doppio e si va alla buca successiva.

Buca (par 5) dove faccio un bel birdie, costruito con un bellissimo secondo colpo: un ibrido che vola lunghissimo e diritto per atterrare a pochi metri dal green.

Alla 17 faccio un altro errore: un legno 3 dal tee che si alza a campanile e atterra davanti ad una selva di alberi. Vedo il buco, passo in mezzo e ne esco con un bogey.

Alla 18 un par di routine mi permette di finire con un dignitoso +4. Dopo di me c’erano altre due partenze, quindi quattro ragazzi che avevano fatto meglio il giorno prima. Sono ben piazzato ma la vittoria non è assolutamente scontata. Mi attardo nella doccia, e quando salgo Andrea – il segretario del circolo – mi accoglie con la coppa e un applauso generale mi riempie di serenità.

Questa, almeno, è fatta.

Taggato:
Mag 17

Storia di un corpo
C’è un nemico che si annida dentro di me da sempre. Che cresce, molto lentamente, dentro di me. Un nemico che mi sconfiggerà senza possibilità di appello. Mi è stato chiaro leggendo questo libro.

Ci ho messo nove anni esatti, ovvero da quando ho preso in mano un bastone per la prima volta ad ora, per avere la sensazione di aver capito un pochino il mio swing, le logiche del movimento e del mio corpo. E ora quel libro (che tra parentesi è un capolavoro assoluto, bellissimo, lancinante, che ti tocca l’anima e la scuote nel profondo) mi chiarisce senza tema di smentita che devo fare i conti con un corpo che si trasforma. Lentamente, ma si trasforma.

Ormai al risveglio la mattina è come un habitus mentale: faccio un controllo rapido del mio corpo, ascolto le mie sensazioni per sentire che cosa mi dicono. E, ahimè, troppo spesso mi capita di avvertire un dolorino nuovo, qualcosa che prima non c’era ma che dovrò portare con me; oppure una variazione sul tema, tipicamente una varietà nuova di mal di schiena.

Con la sciatalgia, e più in generale con la schiena, è stato così. Ogni tanto sento uno scricchiolio sospetto. Sì, faccio tutto quel che devo fare – palestra esercizi corsa eccetera –, ma questo mio corpo invecchia con me.

Un mio cugino, grande sportivo, mi ha detto una frase che mi ha colpito e che condivido: parlando del lato sportivo, mi ha detto che devo imparare a convivere col dolore. Non fare sciocchezze che poi pagherei salate, ma prenderlo come un dato di fatto e passare oltre.

Non che tutto ciò non sia bello, per carità; però non sarà bello negli anni a venire accorgermi che poco a poco perderò quella fluidità di swing la cui superficie ho messo così tanto a scalfire.

Taggato:
preload preload preload
© 2026 Gianni Davico  Licenza Creative Commons