Apr 27


Per me è iniziato tutto tanti anni fa.

Era il principio del 2007, il mio handicap era intorno a 18 – ero insomma quello che non volevo essere, un bogey golfer. Ho preso la strada delle buche approcci, ho iniziato a passare tantissimo tempo là sopra: colpi attorno al green, uscite dal bunker corte e medie, colpi da dietro le piante eccetera. È stato molto divertente. Il tutto supportato soprattutto da quello che reputo essere il miglior libro sul tema, Dave Pelz’s Short Game Bible.

Poi a gennaio di quest’anno, durante la prova campo del Trofeo Sanremo – ero con Lorenzo Guanti, Luigi Botta e Alessandro Catto, e pur potendo essere anagraficamente un loro genitore mi sentivo spettatore ad un evento golfistico –, arriviamo alla buca 9, un par 3 di 85 metri dove la precisione millimetrica è fondamentale: Lorenzo porta su le braccia nel backswing dicendo “questo è un colpo da 85 metri”, e poi portandole leggermente un po’ più in su dice “questo è un colpo da 90” (i dettagli sono qui).

Quella osservazione casuale ha scatenato dentro di me un ragionamento lungo e profondo. Insomma, sappiamo tutti che le distanze sotto i 100 metri sono importanti perché critiche eccetera; ma mettere in pratica questo semplice concetto, sapere la differenza tra un colpo da 60 metri e uno da 70 è un altro paio di maniche.

Mi sono messo a lavorare su questa cosa; e ho scoperto delle cose fantastiche. Se sapevo già che col pitch faccio 110 metri e che col gap (52°) ne faccio 95, non sapevo ad esempio che con lo stesso gap ma impugnato corto (2 centimetri) ne faccio 90. E sì, sapevo che 90 metri li faccio anche col 56° pieno, ma non che “pieno” con i wedge significa con le braccia a ore 9 e non oltre, altrimenti diventerebbe poco controllabile (basta guarda Mickelson e si capisce il concetto); non che col 56° impugnato corto faccio 85 metri e così via.

Sono arrivato in sostanza a coprire tutte le distanze critiche sotto i 100 metri. A questo si aggiunge il fatto che, sapendo con certezza il movimento da fare per ottenere – in condizioni ottimali, in piano e sul fairway – una data distanza, è facile adattare questo alle situazioni che il campo presenta (es. in rough, con la palla più alta o più bassa dei piedi eccetera).

(Che ultimamente abbia preso solo virgole e che ora il mio handicap sia ritornato ai livelli di un anno e mezzo fa, e che nel 2012 abbia fatto up and down solo nel 36% dei casi non mi preoccupa: sto lavorando su vari aspetti del mio golf, so che ad un certo punto i risultati verranno, in maniera naturale.)

To sum up all this: a inizio 2007 ho passato molto tempo agli approcci e ho visto i risultati, adesso faccio la stessa cosa e – matematicamente – so che a tempo debito tutti i pezzi verranno a comporsi come in un quadro.

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Mar 23


Non ho mai amato il campo di Rapallo: ma non perché non sia incantevole, piuttosto per deficienze mie, perché ne sono sempre uscito sonoramente sconfitto (qui il racconto dei disastri di due anni fa).

Dal Trofeo del Tigullio di quest’anno ho ricavato però delle indicazioni – sia fisiche che mentali – su cui lavorare, che vanno ad aggiungersi alle modifiche allo swing che sto facendo (peso maggiormente sui talloni, polso meno chiuso all’apice e fianco destro più piegato nella discesa a liberare spazio per il bastone: il tutto per correggere un pull che mi affligge da tempo).

La parte fisica è riferita soprattutto al primo giorno: dopo 11 buche ero +6, che è un risultato certo non brillante ma nemmeno disastroso. Però, a partire dal par 5 della 6 (ero partito dalla 13) non riuscivo più a controllare i movimenti e ho terminato con un disastroso +9 nelle ultime 7 buche, senza nemmeno un par. Soprattutto, ricordo la sensazione provata nelle ultime due buche, la stanchezza totale che mi impediva quasi di vedere (be’, sto teatralizzando un pochino…), la voglia di andarmene e l’idea che un par o un bogey non potevano fare alcuna differenza.

E dunque la lezione qui è: più corsa e più palestra con esercizi specifici (e anche un Supradyn negli spogliatoi – questo l’ho copiato da Andrea Perrino che ne ha parlato qui – e un Polase durante la gara), perché alla 18 devo essere stanco sì ma non uno zombie!

Domenica invece è stato il giorno della mente: partivo ancora dalla 13 e le prime 11 buche sono andate sostanzialmente bene (un +4 frutto di un doppio bogey frutto a sua volta di un singolo errore e due bogey comprensibili: al par 3 della 18, 214 metri da far tremare le vene e i polsi e poi alla 4, che è un par 4 non lungo ma complicato). Poi sul tee della 6, un par 5 di una semplicità estrema, ho fatto un’osservazione ai miei compagni di gioco che non solo non avrei dovuto dire, ma nemmeno avrei dovuto pensare: “A partire da questa buca ieri ho fatto solo dei bogey e dei doppi”.

Mmmmm.

Pensandoci ora, capisco che l’intento era certamente quello di mettere le mani avanti, di proteggere il risultato acquisito: pensiero che non può che essere foriero di disastri. È stato dunque un errore strategico, soprattutto se confrontato con episodi precedenti. Per esempio all’altro par 5, la 4, avevo sbagliato il drive e poi tirato il terzo da 180 metri, un ibrido terminato a 7 metri dalla bandiera e a pochi centimetri dal green. Uno dei miei compagni di gioco mi ha chiesto se mi dava fastidio il suo marchino e io senza pensare ho risposto di no, “tanto io questo lo imbuco”. Poi sono finito a pochi centimetri dalla bandiera ed è stato un par molto soddisfacente. In quel caso non era importante il fatto di imbucare o meno, era fondamentale il fatto di essere convinto di tirare per imbucare e non per avvicinarmi all’asta.

Insomma quell’osservazione mi ha poi portato ad un +10 finale che non è certamente da incorniciare. Ma non ha importanza, l’importante è l’indicazione che ne ho ricavato, l’idea che devo lavorare tantissimo sulla mia forza mentale.

Quindi i piani di lavoro per i prossimi mesi sono molto chiari: tecnica, palestra e mente. E non importa se l’handicap è in risalita: il processo di apprendimento segue una spirale, e per migliorare devi accettare il fatto che prima dovrai peggiorare. Dai forza!

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Gen 27

Questo non è un post che racconta dei fatti, recensisce dei libri eccetera. È un “semplice” post di impressioni, quasi una pagina di diario.

Oggi è stato il giorno della prova campo per la gara federale di domani e domenica, quel Trofeo Sanremo che io considero la gara più entusiasmante per un dilettante italiano.

Come ho avuto occasione più volte di dire qui, Sanremo è per me l’epitome del golf italiano per la storia che rappresenta, per il golf che ha espresso, per tutto un insieme di ragioni forse poco tangibili ma per me molto reali. Di impressioni, appunto.

Ed essere qui dentro, ora, nella club house a raccontare queste impressioni, il giorno prima della gara e dopo la prova fatta con dei nazionali ha già – si parva licet – del mito, per me.

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Dic 23


Accennavo la settimana scorsa ad un principio fondamentale per un golfista: l’idea che la pratica sia il più difficile possibile, in maniera che il campo diventi il meno complicato possibile.

Ecco, è un’idea semplice ma gravida di corollari e conseguenze. Ci sto riflettendo molto. L’acceleratore è stato questo libro, che prosegue – dal mio punto di vista – il discorso che ho iniziato con quest’altro. Ne scriverò più estesamente in futuro, qui, su “Golf Today” e nell’ebook che sto preparando.

Ad ogni modo, più che un singolo concetto si tratta di un’insieme di concetti che si intrecciano tra di loro. Innanzitutto il golf è divertente e in questo modo va inteso (questa è tra l’altro la singola lezione più significativa che Davis Love III ha appreso da quel grande maestro che era suo padre).

E poi, però, deve avere uno scopo, degli obiettivi, un contesto: per esempio che ci faccia diventare i golfisti migliori che possiamo essere. Non dei campioni, non dei professionisti, non necessariamente dei golfisti con l’handicap a una cifra: semplicemente i golfisti migliori che possiamo diventare. Esprimere il nostro potenziale al massimo.

Ebbene, uno strumento per arrivare lì è proprio quello di rendere la pratica difficile, in maniera che il campo sia poi facile (in senso relativo, è ovvio). Occorre praticare quindi sempre con uno scopo ben chiaro in mente, con degli obiettivi precisi, pensando molto e non semplicemente tirando una pallina dopo l’altra.

E una della modalità possibili per fare questo è proprio il gioco “Facciamo che io ero…” Del resto chi sa chi ha inventato questo gioco, nel golf? E poi anche Tiger ci gioca:

As a kid, it’s the way I learned to excel, to put myself in challenging positions. When I’m out practicing alone, I still do the same thing, like imagine some announcer going, Here’s Tiger Woods on the 18th hole, tied with Ben Hogan, Jack Nicklaus and Bobby Jones. Can he put this 3-wood on the right side of the fairway? It’s always about that inner battle. Can I or can I not do it? Your heart’s going. That’s the beauty of it.

E tra l’altro, in quella stessa intervista Tiger – parlando del padre – dice una cosa forse scontata ma interessante:

The cool thing about Pops is that through all the years, he kept it fun. Always competitive, always challenging, always fun.

Allora arrivo al titolo del post. Sanremo è il campo che io adoro maggiormente, tra quelli che conosco. Il circolo ospiterà a fine gennaio il Trofeo Sanremo, un classico del periodo (e la gara che tre anni fa inaugurò questo blog, by the way). L’altro ieri, ultimo giorno di apertura del mio circolo prima della pausa natalizia, ho passato un’ora in campo pratica giocando nella mia mente tutte e 18 le buche di Sanremo, dal tee della 1 all’ultimo putt alla 18.

Istruttivo e divertente. C’è molto da studiare, ma il cerchio si chiude. Per gli uomini è importante quindi scoprire qual è la crema antirughe uomo migliore.

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Ott 28

Inizia domani la mia clinic numero sette, la seconda a Castellaro: quattro giorni di full immersion golfistica col maestro, allenatore e amico Andrea De Giorgio.

Certamente la considero una gran fortuna, e certamente sarà molto divertente.

Il campo in sé non è il massimo, perché pare incastrato nel poco spazio disponibile (la buca 2, ad esempio, appare poco sensata e comunque ben difficile da decifrare). Ma il campo pratica – cosa che soprattutto conta, in una clinic – è decisamente all’altezza: piazzole spaziose, putting green creato intorno ad un ulivo, manutenzione e cura ottime.

Il tempo si annuncia molto gradevole. Insomma ci sono tutte le condizioni per imparare.

I miei obiettivi per questi giorni sono due:
– dal punto di vista tecnico, devo perfezionare drive e legno 3;
– dal punto di vista psicologico, devo superare la credenza di essere arrivato ai miei limiti.

Rivedere vecchi amici è un’altra sana abitudine di questi appuntamenti.

Bando alle scuse, si va.

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Ott 21

L’ho fatto per il 2009, l’ho ripetuto per il 2010: a stagione di fatto conclusa, questo è il momento di tirare le somme e impostare il lavoro e gli obiettivi per il 2012.

I dati

L’handicap è sceso da 4,8 a 4,2, con un massimo di 5,0 e un minimo di 3,9 che ho raggiunto un paio di volte a giugno (e mantenuto per pochissimo tempo, a dimostrazione del fatto che già solo conservare un handicap nella prima categoria reale – ovvero sotto i 4,5 – è complicato; scendere, poi, è un’altra storia ancora).

Ho registrato 43 giri completi, di cui 15 sotto gli 80 in 6 campi diversi. Più in dettaglio (tra parentesi i dati per il 2010 e, a seguire, per il 2009):
– colpi: 82,2 (82,8 – 87)
– fairway: 54% (53% – 48%)
– green: 37% (38% – 32%)
– putt: 31,1, di cui 3-putt: 1,3 (30,9, di cui 3-putt: 1,1 – 32, di cui 3-putt: 1,9)
– birdie: 1,4 (1 – 1)
– par: 7,7 (8,5 – 7)
– bogey: 6,4 (5,7 – 7)
– doppi o peggio: 2,4 (2,8 – 3)

(Un paio di eagle lungo il cammino, di cui una hole in one.)

Tre volte non sono riuscito a stare sotto i 90, due delle quali alla preselezione.

L’analisi dei dati

Il giro più basso è stato un 73, nel mio campo di cui conosco ogni centimetro. Questo risultato non è però soddisfacente perché, come dice Butch Harmon,

If you’re not shooting four or five under every time you tee it up at your home course, where you know every little break, then you’re no good.

Va detto anche che la media colpi dei 17 giri registrati sul mio campo è di 80,4, ovvero non molto distante dalla media generale: il che è la conferma di un fatto che mi è chiaro da tempo, ovvero che il mio handicap è reale e non legato al campo di casa.

Debriefing degli obiettivi 2011

Vediamo ora gli obiettivi che mi ero dato per il 2011 e come sono andato.

– Handicap 3,5 per fine maggio e 3,0 per fine settembre.
Non mi sono avvicinato neanche lontanamente. Il punto è che tra il 4,2 attuale e un 3,0 c’è una distanza notevole: in ogni gara devo fare almeno 35 punti solo per non salire, e ogni punto sopra il 36 vale solo una limata di 0,1 sull’handicap. E io, provenendo da una terra in cui i punti per non salire erano 34 e in cui ciascun punto sopra il 36 valeva 0,2, avevo semplicemente fatto una proiezione sul futuro utilizzando i dati del passato: errore mio.

– Prendere parte alla gara delle Querce a ottobre, non con l’intento di passarla (che lasciamo per il 2012) ma per fare esperienza.
Fatto. Il risultato in sé non è stato esaltante, ma l’esperienza è stata fantastica e me la sono goduta in ogni minuto. Non sono diventato professionista ma ho giocato a diventarlo per mesi interi, e questo è stato entusiasmante. Sono un ragazzo fortunato.

– Vincere almeno una patrocinata (il lordo, ovviamente).
Quasi fatto. A Valcurone sono arrivato secondo, sostanzialmente per demerito mio. In generale i risultati (lordi, ovviamente) per le patrocinate sono stati buoni:
– 13° a Sanremo;
– 2°, come detto, a Valcurone;
– 12° a Cuneo;
– 12° a Castelconturbia;
– 25° (mmm…) alla Margherita.
Mooolto meno buoni per le ufficiali: sono stato a Monticello e Villa d’Este, senza passare il taglio in nessuno dei due casi, ma anzi finendo indecorosamente verso il fondo della classifica.

– Vincere la gara di match play al mio circolo (pareggiato e, soprattutto, scratch).
Vinte entrambe. Il match play è una gara che mi diverte, mi piace l’aspetto psicologico oltre che quello tecnico.

Gli obiettivi per il 2012

L’obiettivo generale non è più quello di diventare un professionista – troppa è la distanza tra me e loro –, ma di diventare il miglior dilettante che posso diventare.

Nello specifico:
1. Media colpi sotto gli 80.
2. Media putt sotto i 30.
3. Media 3-putt sotto l’1,1.
4. Vincere una patrocinata.
5. Passare il taglio a tutte le ufficiali cui parteciperò (almeno 4).
6. Vincere la gara di match play al mio circolo (pareggiato e scratch).

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Set 23


Forse è strano, o forse no.

Il fatto di non aver passato il taglio alla preselezione, anzi di essere stato certo già dopo il primo giro che non l’avrei passato, non mi ha irritato o deluso. Sì, ho avuto un po’ di frustrazione il primo giorno alla decima e undicesima buca (partivo dalla 10, quindi erano la 1 e la 2) in cui un triplo e un quadruplo mi hanno di fatto tagliato fuori dalla gara; ma io non faccio fatica a dimenticare gli errori, ho lasciato andare tutto con leggerezza.

Insomma ho giocato male e non ci sono scuse. Non il vento, che pure era forte; non il campo, che pure era difficile; non i green, che pure erano velocissimi. Se vuoi diventare pro devi passare da lì, non ci sono scorciatoie. Le condizioni sono chiaramente difficili ma la situazione è equa. Passano i migliori, com’è giusto che sia.

Dopo il secondo giorno, dei 131 partiti ne sono rimasti in gara 52, e di quei 52 solo 26 sono “sopravvissuti”, e oggi si contendono gli otto posti disponibili. Tra di loro c’è anche un hcp 4,3, che non potrà arrivare nei primi otto ma è la dimostrazione del fatto che comunque i giri si possono fare tutti quanti, anche con un hcp alto come il mio.

La settimana sutrese è stata in ogni caso meravigliosa per me. Ho portato via splendidi ricordi, e ho imparato molto. Da ieri ho ricominciato, da ieri si lavora per il 2012.

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Ago 12


Io il mio programma l’avevo fatto: arrivare alle Querce il venerdì precedente la gara (che inizia martedì 20 settembre), provare il campo per tre giorni e – nella mia ingenuità – sarei stato a posto.

Poi però Andrea, il mio maestro, mi ha gentilmente “ordinato” di andare a provare il campo prima, perché – è stato il suo ragionamento – “quando arriverai là per la gara dovrai già essere preparato e conoscere il campo”.

La prima volta che sono finito in rough, questa mattina alla buca uno, ho capito che aveva ragione. E come! Insomma ho ascoltato il suo suggerimento e sono qui per un paio di giri, oggi e domani. Prendo appunti, faccio foto. Non penso al fatto che tra 39 giorni me la farò sotto e sarà bellissimo. È bellissimo già così.

Sono arrivato ieri sera, con la famiglia, l’aria tranquilla e limpida verso il tramonto, ho incontrato persone gentili, avevo e ho sensazioni molto positive dentro di me.

Questa mattina andavo lentissimo, provavo e riprovavo tutti i colpi e soprattutto dal rough. Perché ho capito subito che quando finisci nel secondo taglio già solo trovare la palla è un’avventura. È un campo (giustamente) molto difficile, questo; e questa mattina, man mano che le buche scorrevano, mi vedevo letteralmente imparare dei fatti, assimilare delle sensazioni.

Mi vedevo dal di fuori e mi pensavo in quel territorio in cui mi trovo ora, dove magari la definizione di dilettante mi sta stretta ma non sono certamente un professionista.

A fine giro ero stanchissimo, ma non pensavo a come saranno i giri di settembre, ero pienamente soddisfatto e basta.

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Ago 05


Dopo tre settimane intere in cui non ho toccato un singolo bastone, questo lunedì ho ripreso la preparazione in vista della gara di Roma.

Qualche settimana fa avevo fatto il clubfitting, la cui utilità è difficile da comprendere per il golfista medio; occorrerebbe della promozione a livello generale, in maniera che chi vuole informarsi possa farlo con facilità e senza avere l’idea di stare facendo qualcosa da iniziati, sulla scia per esempio della serie di articoli dedicati al tema da “Golf Digest” di questo mese.

Questa settimana mi sono anche arrivati i bastoni nuovi: ferri Mizuno MP-58, gli “eredi” degli MP-57 che ho usato con estrema soddisfazione per tre anni interi (e che avevo comprato su Internet senza mai averli toccati né provati, solo perché rapito dall’aspetto e convinto da questa recensione), canna stiff ma un po’ più leggera rispetto alla precedente e driver Titleist 910D2, 10,5 di loft e canna stiff. (Sui 10,5 gradi ho i miei dubbi, ma il tempo dirà.)

Li ho scartati lentamente, e lentamente ho iniziato a provarli. Mi sovvenivano le sensazioni di quella volta in cui, da piccolo, avevo ricevuto in regalo – per Natale, credo – una scatola di gianduiotti e con calma avevo cominciato ad assaporarli. Ho iniziato a colpire palline e mi sembrava di non essermi mai fermato. Luciano, il mio preparatore atletico (grande plauso a lui, by the way) dice che in tanti casi succede che dopo una pausa si cominci bene ma poi si vada avanti con difficoltà. Vedremo. (Ma intanto ieri li ho inaugurati con un eagle alla seconda buca del mio circolo: ibrido in centro pista e ferro 8 dritto come una lama che è atterrato in green 4 metri dopo la bandiera, ha spinnato ed è entrato.)

Per quanto riguarda la preselezione alle Querce (o “i giri”, come viene comunemente definita tra i golfisti), a oggi le cose stanno così. Gli iscritti maschi sono 104, dei quali 96 in regola con l’handicap (gli altri hanno un handicap superiore a 4,4). Di questi 96, io mi trovo in ottantatreesima posizione a pari merito (per handicap).

Anche se, va detto, una volta che la gara inizierà l’handicap non conterà assolutamente nulla, conterà solo il mal di pancia. Del resto, come dice Lewis Hamilton citato da Alex Zanardi sull’ultimo “Wired”,

il momento più bello non è quando hai vinto e tutti ti abbracciano. Il momento più bello è la mattina della gara quando ti svegli e te la fai sotto.

Ecco, martedì 20 settembre – tra 46 giorni – io mi sveglierò e me la farò sotto. E sarà comunque splendido: avrò fatto tutto quello che volevo e dovevo e sarò in pace con me.

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Lug 15


È cominciato tutto tanto tempo fa. Intorno a ottobre dello scorso anno mi è stato chiaro che avrei voluto farlo, così, per me soltanto. Insomma ero (e sono) io che mi motivavo. Null’altro. Nessun’altro.

Sto parlando dell’idea – balzana e peregrina, forse (ma se anche fosse, che importa?) – di diventare pro. A quasi 44 anni, avendo preso in mano un bastone poco più di sette anni fa, con un lavoro, una famiglia da mantenere, dei genitori anziani? Ma stiamo scherzando?

Beh, la vida es sueño y los sueños sueños son, potrei dire calderondelabarchianamente.

E comunque l’idea è diventata reale nel momento in cui, all’ufficiale di Villa d’Este della settimana scorsa (una gara in cui sono stato irriconoscibile e ne ho tirati mille per giorno) un amico mi ha detto che il bando era uscito.

Già, il bando è uscito. E io mi sono iscritto. Alea iacta est. Il programma ora è di una semplicità disarmante:

– da qui a fine mese niente golf, solo preparazione atletica (questo perché la Corsica è l’unico luogo al mondo per il quale posso rinunciare al golf);
– dal 1° agosto a metà settembre farò quattro ore di campo pratica al giorno al mio circolo, martedì esclusi, con poche gare qua e là;
– il 16 settembre parto per Nepi.

Comunque vada, sarà un’esperienza fantastica. Già solo il fatto di esserci è per me una vittoria, tutto quel che viene in più è grassissimo che cola. Sì, perché che io diventi professionista oppure no è – dal mio punto di vista – assolutamente irrilevante, perché quello che è veramente fondamentale è il percorso che ho fatto e sto facendo per arrivarci e gli obiettivi che mi sono dato.

E poi, se penso a ciò che il golf mi ha dato in questi anni in termini di conoscenza di me stesso sono assolutamente estatico. Tutto questo, in breve, è molto più che sufficiente.

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