Ago 03

83 – 84 – 74.

In questa bella gara.

Il primo giorno, ieri l’altro, il caldo era micidiale, mi chiedevo come facessero gli altri giocatori a resistere in campo e pure a giocare bene. Io ho tirato, faticosamente, 83 colpi e non mi sono divertito per nulla.

Ieri ero in prima partenza (7.30). Sveglia 5.30 ma no, non mi chiedevo chi me lo fa fare, le sensazioni erano più positive rispetto al giorno prima. Il giorno è andato meglio, e anche se alla fine ai colpi del giorni prima è occorso aggiungerne uno per arrivare al totale del giorno ho sentito di giocare un pochino meglio. Anche se drive e legni – pure il mio legno 3, fedele compagno di mille battaglie! – andavano dove pareva a loro, e io sembravo essere lì quasi per caso. E anche tutto il resto del gioco era deficitario.

Allora ieri pomeriggio sono andato in campo pratica con drive e legno 3, deciso a capire il perché di questi errori così marchiani. Ho tirato 43 palline, ed è stata la chiave di volta: perché se un movimento non funziona non saranno due gettoni a rimetterlo in sesto, ma quantomeno potranno aiutarti a capire la genesi dell’errore e dunque a correggerlo un pochino.

Infatti ieri ho capito qualcosa del movimento. Ho capito che dovevo spostare i fianchi e le mani più in avanti prendendo lo stance, e assumere una posizione più atletica.

Oggi tutto questo ha funzionato molto bene. (Alla 8, per dire, partenza tra due file di alberi: nei primi due giorni ne ho tirata una a destra e una a sinistra, lunghe forse cento metri; mentre oggi è partito un fade deciso e pulito, preciso; e mentre lo tiravo ero certo che non poteva che essere così. Fine dei giochi.) Poi certo, avverto che mi manca un pezzo di swing, quello immediatamente successivo all’impatto (vecchia storia; e comunque c’è una bella differenza tra un fade e uno slice); però almeno oggi ho fatto pace col mio golf. Ora posso lasciare per un po’ i bastoni a riposare, dedicare la testa ad altri compiti. (La vacanza, dice Luca Goldoni in non mi ricordo più quale libro, non è non fare nulla, ma fare altre cose.) (E se anche oggi ne avessi tirati mille? Non oso pensare. Comunque non è successo.)

Niente di che, un giro in 74 colpi non significa nulla; ma volevo dirlo. Perché fino a un mese fa girare nei 70 era normale, poi ci sono stati alcuni giri brutti – alcuni tra questi molto brutti – negli 80. Allora ho capito che dovevo ripartire dai fondamentali. E proprio da lì sono ripartito, ieri pomeriggio, in mezz’ora di “studio concentrato”; e quando oggi ho imbucato per il birdie alla 18 ho avvertito un senso di profonda soddisfazione e compiutezza.

E chiuderò citando il mio dolce mito:

Per come la vedo io, fino a un certo punto non c’è nulla di difficile nel golf, nulla. Non vedo davvero alcun motivo per cui il golfista medio, se si applica con intelligenza, non debba giocare al di sotto degli 80 colpi — e intendo giocando il tipo di colpi che giocherebbe un buon golfista.

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Giu 04

È questo il numero di putt che ho tirato ieri (26 il giorno prima), a questa bella gara (Boves per me è un campo pieno di ricordi magnifici perché mi riporta all’inizio del mio golf, tanti anni fa, alla prima volta che sono sceso sotto gli 80, alla mia prima buca in uno e così via – la differenza, lo dico con nostalgia ma senza livore alcuno, è che nel passato ci arrivavo partendo dal mio rifugio tra i monti, mentre ora vi arrivo molto più prosaicamente da nord).

Il risultato finale (77 – 73) è stato soddisfacente. Va detto che si giocava dai battitori gialli, fatto per me assolutamente inedito e che rendeva il campo molto più facile rispetto a quello che conosco molto bene; e dunque anche i numeri vanno messi in prospettiva.

Sono state due giornate sostanzialmente simili per rendimento, con la differenza – non da poco, peraltro – che sabato ho di fatto smesso di giocare le ultime cinque buche, dove – preso dalla paura di tirare primi colpi storti – ho perso sei colpi. Infatti sì, oggi riprenderò a studiare i colpi e ad affinare la tecnica, ma so bene che quel che devo fare è affinare di pari passo la tecnica mentale. Ho ripreso a sfogliare i vari libri sull’argomento che negli anni ho letto e riletto avidamente, e per ora ho scelto di rileggere questo libro e di riascoltare questo CD. Il punto è che sono convinto di dover dedicare all’allenamento mentale una parte significativa del tempo dedicato alla pratica golfistica – perché la mente si allena, e come!, e probabilmente negli ultimi anni ho un poco trascurato questa parte del golf.

Infatti, ripensando alla giornata di sabato, tutto è stato perfetto fino alla 13, dove ero a -1; poi alla 14 dal nulla è uscito un drive sparato basso a sinistra (figlio di quel movimento che ogni tanto ancora mi scappa, quel vecchio “vizio” di buttarmi sulla palla per aggredirla anziché attendere i tempi giusti dello swing, rompendone in questa maniera il ritmo). Da lì sono stato incerto fino alla fine: e quando non sei deciso nei colpi non potrai che avere risultati farraginosi, provvisori e appiccicaticci.

Il medesimo problema si è ripresentato ieri, dove sul tee della 10 ho fatto lo stesso colpo con lo stesso risultato. La differenza fondamentale è che sono stato molto bravo a tenere, mi sono buttato alle spalle l’erroraccio e ho proseguito senza tenerne conto. Questo è un punto fondamentale: accettare gli errori, dimenticarli in fretta e passare oltre.

I 48 putt nei due giorni mi dicono che il problema sul putt è scomparso: ho ritrovato il piacere di pattare con confidenza, e soprattutto ho rivisto in maniera limpida le linee. Altro punto fondamentale sono stati i recuperi intorno al green (ieri ho preso pochissimi green, ma ho fatto 9 up&down su 10 col mio fidato 60°).

Tutto molto interessante.

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Mag 25

Isao Aoki


Parlavo qui di un problema (be’, “problema” è forse termine eccessivo, ma insomma di una questione golfistica – e comunque con il Piccolo principe dico che è il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante) che mi ha afflitto per diverse settimane: il putt. Il putt, tecnica dove sono sostanzialmente autodidatta, è sempre stato per me il luogo per eccellenza del golf dove la sicurezza regna sovrana, il colpo che mai mi ha dato tremore o difficoltà, perché ho sempre visto chiare le linee e ho sempre saputo dosare la forza con precisione. Ragion per cui quel problema mi aveva stupito prima ancora che preoccupato.

Ma come dicevo lo paragonavo a una sciatalgia, a qualcosa che come viene poi passa. Ebbene, quella difficoltà è ufficialmente sparita: nelle ultime due gare ho ripreso ad avere fiducia nei miei mezzi sul green e, di conseguenza, a imbucare il giusto.

Come è successo questo? Innanzitutto dirò che il problema è stato tecnico e non mentale (a differenza del gioco nel suo complesso, dove faccio ancora troppi errori mentali soprattutto nelle buche finali – riprenderò presto il discorso, perché è un punto troppo importante). Mi è stato fatto notare da più parti, anche da chi mi vedeva per la prima volta, che producevo un movimento a chiudere il colpo con la spalla destra all’impatto, cosa che provocava colpi tagliati, fuori linea e di forza non corretta. Allora ho lavorato con impegno sulla tecnica. L’idea di partenza è stata quella di assimilare il colpo del putt allo swing pieno, perché di fatto i difetti erano simili. Quindi ho pensato di spostare leggermente in avanti i fianchi, di tenere le mani più avanti e la spalla destra in basso e indietro. Sono caratteristiche che da tempo cerco di aggiungere allo swing – il paragone è per me evidente, sebbene le due tecniche siano ovviamente diversissime.

Il risultato comunque è stato che con 3-4 settimane di applicazione quel problema se ne è andato. La mia tecnica non sarà da manuale, non avendone le basi, ma del resto nel putt si trovano degli stili assolutamente diversi tra loro (il primo esempio è ovviamente Isao Aoki, uno dei migliori pattatori di sempre, con una tecnica inguardabile). E dunque dico che nel putt un maestro può fare grandi cose, ovviamente; ma nulla sostituisce l’analisi delle proprie sensazioni supportata da video, e che un lavoro profondo e pensato sul proprio movimento, a patto che si parta da conoscenze solide, può solo dare buoni risultati.

Mag 14


76 – 79 – 79 | T-18 | ODM 519: ecco i numeri del secondo campionato nazionale senior cui ho partecipato, dopo quello dello scorso anno.

In tre giorni (quattro, compresa la prova campo) succedono tante cose, si provano tante emozioni, ci si arrabbia, si gioisce e così via. Dirò a seguire le mie impressioni.

Il campo e le persone, innanzitutto. Il percorso è sostanzialmente facile: è prevedibile che le difficoltà aumenteranno con gli anni, a mano a mano che gli oltre mille alberi messi a dimora cresceranno, ma per ora il campo non ha grandi difese né è particolarmente lungo. Si tratta in ogni caso di un campo piacevolmente mosso e molto godibile. La gentilezza del titolo è motivata dai sorrisi e dalla cortesia delle diverse persone appartenenti al circolo con cui ho avuto a che fare nei giorni scorsi.

L’effortlessness, invece, parola che potremmo rendere con naturalezza, facilità, grazia, e che certamente imparento con il concetto di flow, è un pensiero che mi è venuto durante il riscaldamento e poi le prime sei buche di gara del secondo giorno, in cui percepivo in maniera chiarissima che un movimento lento dello swing produceva di fatto una palla più lunga e diritta.

Credo di aver giocato complessivamente un golf molto buono (e ne sono soddisfatto), sporcato però da un doppio bogey a giro (e nel secondo anche da un triplo) – questo è il punto dolente. Il fatto, in buona sostanza, è che per fare dei giri sotto par non occorre tanto pensare ai birdie, perché quelli vengono in maniera naturale da soli, ma occorre soprattutto evitare i doppi bogey. Perché se esistono dei bogey intelligenti (ieri, per esempio: palla in acqua in un par 4 corto di cui vedevo solo il lago e non la prateria che lo circondava, ibrido lungo di 20 metri al green in rough, pitch schiacciato e putt da 5 metri imbucato), i doppi bogey sono dei brutti errori e basta. E se per un pro un ottimo giro è bogey free, per me un ottimo giro è double bogey free; condizione necessaria e non sufficiente, ça va sans dire, perché se i bogey sono troppi e i birdie non vengono allora il giro sarà comunque sottotono. Ovvero, vale sempre la massima di Nereo Rocco, primo non prenderle, ma poi o insacchi o vai a casa.

Ho apprezzato anche il fatto che il campionato si sia tenuto in un campo al di fuori del solito circuito di circoli del nord: cosa che certamente complica la vita a chi proviene da Piemonte, Lombardia e Veneto (infatti il numero di iscritti non era elevatissimo), ma trattandosi di un campionato nazionale trovo che sia corretto spostare la sede, ogni tanto almeno, in centro Italia (e in un futuro prossimo, perché no, magari anche al sud).

Miei problemi tecnici specifici, due: il putt e il drive. Nel primo caso ho scoperto in maniera inequivocabile la causa, che è il chiudere il colpo con la spalla destra; sto lavorando tanto su quell’aspetto e, come dicevo qui, sono fiducioso di portare a soluzione completa il problema nelle prossime settimane. Il drive, che normalmente è più che buono (e decisamente migliorato rispetto all’anno scorso), è a volte un problema quando dal nulla esce uno slice imperiale oppure, aspetto diverso dello stesso problema, un colpo basso e corto a sinistra. Qui è fondamentale la mente, ovvero il ricordarsi che so eseguire il movimento corretto: l’obiettivo è insomma quello di allontanare il più possibile qualunque pensiero durante lo swing, e il resto viene (quasi) in automatico.

Mio giudizio complessivo dell’esperienza: giocare a fare il pro è divertente, ogni tanto, quindi un rotondo otto.

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Feb 14


Ho fatto una gara ieri, ne ho tirati 86 [sic].

Nel dopogara non ci stavo bene, ripassavo le buche, i miei errori, le ingenuità. Posso dire che non conoscevo bene il campo (l’ultima volta, e forse l’unica, ci ero stato oltre dieci anni fa), posso dire che ho avuto un paio di sbordate, posso trovare altre scuse ma questo non mi porterà da nessuna parte.

Allora ho pensato a uno splendido libro che ho terminato da poco, e ai concetti che esso porta. Questo sì è interessante, Questa sì è una chiave di lettura decente e gravida di significato.

Prima di tutto ieri ho giocato male e basta. È stata colpa mia. Ma il punto non è questo, le giornate storte al golf capitano, e come! Quel che devo fare – quel che, credo, ciascuno dovrebbe fare dopo una gara andata male, se veramente vuole migliorare, se veramente vuole diventare il golfista migliore che possa diventare – è analizzare davvero le cause. Lasciando da parte l’ego, mettendo da parte l’immagine di golfista che ho di me. Ovvero non proteggermi pensando a quanto comunque sono bravo, ma sfidarmi pensando a come e dove posso migliorare.

E questo mi porta ad almeno due conclusioni.

La prima è che fisicamente sto cambiando. A cinquant’anni. In meglio, già. Nonostante l’età, io non sono mai stato così flessibile, così preparato atleticamente, così in forma. Mai nella mia vita. E di conseguenza anche il mio swing sta cambiando: le sensazioni nello swing sono piacevolmente inedite, provo un senso di leggerezza soprattutto nel finish; e questo si traduce – si può tradurre, almeno – in un movimento che deve ancore essere messo a punto. Io sul fatto che il mio swing è un work in progress che invecchiando migliora non ho dubbio alcuno, perché ora golfisticamente mi sento pronto per quell’agognato “due virgola, stabile” di cui vado scrivendo da anni.

Il secondo punto riguarda l’imparare. Josh Waitzkin in questa intervista esprime numerosi concetti interessanti, sviluppa gli spunti del libro ma va anche oltre. Parla (semplifico) di un lavoro lungo, lento, costante, faticoso, mai finito ma sempre pieno di gioia e di soddisfazioni.

E nell’imparare c’è il succo di tanto golf – del mio, almeno. Anche perché quando qualcuno mi dice (o pensa senza magari osare dirlo) “perché passi così tanto tempo a cercare di abbassare il tuo handicap?”, la risposta non è in un numero, per quanto lo 0 entro i 55 anni è comunque la carota che ho sempre davanti agli occhi; né sono l’ammirazione, che certamente fa piacere, né la possibilità di essere di esempio, ovvero un testimone da passare. Probabilmente la risposta non è nemmeno da ricercare nel campo del golf: io passo così tanto tempo in campo pratica per le sottigliezze e i dettagli che il golf mi insegna.

E quindi io le cerco, quelle occasioni, perché non voglio proteggere l’esistente ma voglio andare oltre, pavesianamente parlando mangiarmi una collina, e questo solo per il piacere di farlo, per la gioia dell’imparare, che è poi un segno dell’essere vivo e presente a me stesso.

E allora è questa la chiusura del cerchio, è per questo che di un 86 mi vergogno sul momento, ma dopo un giorno tutto mi è passato; dopo un giorno sono di nuovo in campo pratica a lavorare su di me. Perché il campo pratica è in poche parole uno specchio della vita.

Dic 27


Ho riletto quanto ho scritto in questo blog quest’anno. Con questo sono dieci articoli, che in un anno sono decisamente pochi, soprattutto se li paragoniamo ai 52, regolarissimi e puntuali, di ciascuno dei sei anni precedenti.
Ma ci sono stati dei motivi. Uno, extragolfistico e doloroso, una ferita non ancora rimarginata di cui non voglio parlare qui. Qui voglio mantenermi legato al golf, dirò dunque quel che è successo nel mio anno golfistico.

Ho riletto anche il mio diario di bordo di quest’anno, ovvero il luogo dove annoto i pensieri legati alla tecnica – tipicamente, ma non sempre, dopo una lezione.

Ho preso dunque spunto dai miei pensieri e dalle mie sensazioni dell’anno, e ho tratto qualche conclusione.

In poche parole la pratica e il mio approccio al golf sono divenuti più concentrati. In questo periodo so che due ore di pratica sono il limite massimo, per me; nel senso che oltre il paio d’ore – passato non a sparare palle a casaccio, ma a riflettere su ogni singolo colpo – mi rendo conto che non imparo più perché sono mentalmente troppo stanco. È il “vecchio” concetto di spaced practice.

Quest’anno ho registrato 45 giri completi in 9 campi diversi, 27 dei quali alla Marghe, con questi dati:
– media score 78,47
– fairway 64,6%
– green 45,3%
– up&down 45,2%
– media putt 30,76

Alcune considerazioni a seguire.

Prima cosa: nove campi sono pochi, nel corso di un anno. Il prossimo saranno certamente di più, anche perché per il mio secondo anno da senior sono anche diventato membro dell’Agis, e questo significherà certamente molte gare in vari campi.

Seconda cosa: da gennaio non terrò più le statistiche in maniera maniacale, perché a consuntivo non trovo che siano così utili, ma porterò con me il taccuino, che poi diverrà un foglio Excel analizzabile. Già lo faccio, in effetti, ma la differenza sarà che mi concentrerò esclusivamente nel segnare i colpi migliori e peggiori di ciascun giro: quelle saranno indicazioni valide su che cosa occorre lavorare. È importante sottolineare che entrambe le direzioni sono ugualmente importanti: se il significato dei colpi peggiori è ovvio, soprattutto quando divengono tendenza (il taccuino non può mentire, in questo), altrettanto lo è (o lo dovrebbe essere) quello dei colpi migliori, perchè, come dice questo libro,

While golfers can, of course, develop from working on their weaknesses, change and sustained improvement are only possibile when golfers are also working on their strengths.
[Se è vero che i golfisti possono, naturalmente, sviluppare il loro gioco a partire dal lavorare sui loro punti deboli, i cambiamenti e il miglioramento continuo sono possibili solo quando stanno anche lavorando sui loro punti di forza.]

Insieme a ciò, sarà sempre molto utile l’analisi post round di ciascun colpo giocato, che normalmente faccio nel percorso in auto verso casa, quando mi “decomprimo” dalla gara.

Terza cosa: i green presi sono troppo pochi, devono salire sopra il 50%. Anche i putt sono troppi, devono scendere sotto i 30. Soddisfatte queste due condizioni, l’handicap potrà essere stabilmente quel due virgola che sogno da millanta notti.

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Set 25


Sabato, al termine del primo giro di questa bella gara alla Marghe ho provato una sensazione di pienezza, come di un obiettivo raggiunto. Avevo da poco imbucato il putt per il birdie alla 18, il che mi ha lasciato con un totale di 75 colpi e nuovo handicap a 2,9.

Ora, dall’esterno e per gli altri non c’è nessuna differenza tra 3,0 e 2,9, e lo capisco; ma per me, per me che mi sono dato quell’obiettivo diversi anni fa, che l’ho accarezzato e sognato, che l’ho quasi raggiunto un paio di anni fa, averlo raggiunto sabato è stata una soddisfazione. Foss’anche per un giorno solo, al due virgola ci sono arrivato. (Ora c’è subito il prossimo, che è “due virgola stabile” – lì c’è ancora del lavoro da fare.)

Ma poi, vedi come è il golf, il giorno dopo (ieri) ne ho tirati 84, il che mi ha portato alle medesime sensazioni provate dopo il terzo giro all’Ambrosiano qualche mese fa: un misto di vergogna, scoramento e desiderio di nascondermi, di non parlare con nessuno. Uff.

Oggi, il giorno dopo, ci ho ragionato su a mente fredda, e sono arrivato a qualche conclusione.

La prima: differenze così evidenti di score a un giorno di distanza sono al 100% mentali. Ripensando alle mie sensazioni di ieri non trovo nulla di particolare: non avevo velleità di vittoria perché troppa era la distanza tra Alessandro Bianco e il resto del field, stavo bene e non avevo pensieri particolari. Credo però che un mio limite sia di essere legato troppo fermamente al mio handicap: ne sono fiero e lo porto come la stella da sceriffo di quando ero bambino, ma lasciare che l’handicap mi definisca si presta a malesseri e squilibri. (Senza contare che tra il sé conscio e il sé profondo corre un abisso – le cose insomma sono già complicate di loro, a volte probabilmente sarebbe meglio lasciar correre semplicemente, senza pensare di essere sempre alle Olimpiadi). E dunque una possibile soluzione è quella di lasciare libera la mente, senza ingabbiarla in pretese di risultati sempre più pressanti.

La seconda: la pratica è sensata e necessaria, ma forse a volte ai fini della qualità del gioco vale di più una sgambata liberatoria che non una sessione, l’ennesima, in campo pratica. Perché sì, posso ragionevolmente pensare che le 10mila ore di pratica mi portino all’eccellenza nel gioco, al comprendere l’essenza e i minimi dettagli dei colpi, ma sarà poi sempre quello che penso nei momenti topici del gioco a guidarmi.

La terza: ne ho già accennato prima, ma lo ribadisco per chiarezza. A nessuno fuorché a me importa del mio handicap, ma per me è come la rosa del Piccolo principe. A me importa, eccome! O, per dirla con le parole di Joe Kirkwood, golfista di professione, master of the trick shot e anche poeta, che lui stesso volle per la sua lapide:

Tell you a story of hard luck shots,
Of each shot straight and true,
But when you are done, remember son—
That nobody cares but you!

La quarta: se le cose vanno bene di certo stai meglio, ma se non commetti errori non puoi progredire. Quindi un 84 è benvenuto come un 75, a patto che ci si rifletta sopra. O, per dirla con Greg Norman: “Se devi sbagliare fallo in fretta”.

Ho sbagliato, sono contento, mollo tutto e per oggi vado a correre.

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Set 15


Ieri, gara alla Marghe. Non sono stato mai peggio di +1 e mai meglio di -1, ho finito in par. L’agognato par del campo alla Margherita, raggiunto prima d’ora due volte in friendly match ma mai in gara. (L’ultima gara alla Marghe è stato un 73.) (L’unica altra volta in cui ho fatto il par del campo in gara è stato tanti anni fa, ai Ciliegi.)

(Come mi ha fatto notare il mio marcatore ricontrollando gli score, le ultime sette buche sono stati tutti “4”. Sul momento non ci avevo fatto caso. Ora mi sovviene quello strano giro di Paratore in cui fece 4 per diciotto volte.)

Ho fatto un giro molto regolare, di quelli di cui sono capace io (solo che a volte mi dimentico). Quattro birdie e quattro bogey, 12 green presi, 29 putt. Un colpo splendido: un mezzo ferro 8 da centro fairway alla 11, a 138 metri in discesa che parte dritto come un fuso, atterra appena dopo l’asta e spinna per un metro. Un ottimo bogey, alla 13: ferro 7 agganciato in acqua e palla data col terzo. (Perché sì, esistono ottimi bogey, e come!)

Extragolfisticamente dirò che io sono in una fase molto delicata del mio percorso, l’accompagnamento di papà verso il suo ultimo viaggio, e questo vorrebbe dire che probabilmente dovrei lasciare per un po’ del tutto il golf. Ma del resto sono fortunato ad avere assistenza di tante persone e riesco lo stesso a fare quello che mi piace. (Papà torna a casa martedì mattina, l’ho appreso con gaudio poco fa. Sto uscendo dal seminato, ma questo vuol dire che lascerà la terra esattamente nello stesso luogo dove la trovò, un milione circa di anni fa. E questo fatto mi dà sollievo.)

I punti chiave di ieri. Innanzitutto il putt: non ne ho sbagliato nessuno sotto i 2 metri, e uno soltanto sotto i 3 e mezzo. Il gioco lungo è stato accettabile, niente di eccezionale ma senza disastri: il che significa che non puoi fare risultati stratosferici, ma se gestisci bene le altre parti del gioco puoi difenderti egregiamente. I ferri sono stati molto buoni, superiori alla media che di per sé è già soddisfacente: e questa è un’altra causa del bel giro. Il gioco corto è stato sufficiente.

I dati:
– colpi: 72 (4 birdie, 10 par, 4 bogey)
– fairway presi: 57% (8/14 – molto pochi per i miei standard alla Margherita)
– green in regulation: 67% (12/18)
– up & down 40% (2/5)
– putt: 29

Un giro apprezzabile, insomma.

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Ago 09


Ho dedicato la settimana scorsa. golfisticamente parlando, a questa gara.

L’esperienza nel suo complesso è stata decisamente positiva, con alcune zone d’ombra che mi hanno dato degli spunti di miglioramento che condividerò qui insieme al racconto di quei giorni.

Il campo di Cherasco non è lungo (meno di 6mila metri dai bianchi) e nello stesso tempo abbastanza stretto, il che lo rende adatto alle mie caratteristiche. Martedì faccio la prova campo con buone sensazioni, prendo confidenza con un terreno di gioco che non ricordavo praticamente più (vi avevo giocato qualche volta diversi anni fa, ma le memorie erano molto scarse).

Mercoledì le condizioni di gioco sono perfette:
– la partenza non è troppo presto, il che non mi costringe a stravolgere i miei ritmi circadiani;
– giochiamo in due anziché in tre, perché il terzo giocatore non si presenta: questo evita pressioni di tempo;
– non ci sono caddie per il mio compagno, e questo aiuta a tenere le distrazioni esterne al minimo.

Gioco le prime nove in maniera molto regolare, con un solo bogey alla 4, e qualche errore (un paio di legni 3 flosci e a destra, tre putt – di cui due per il birdie – dove ho calcolato male la forza, un ferro 8 smorto che finisce a destra). Ma sono a +1 e dunque abbastanza soddisfatto.

Nelle seconde nove vado meglio, con birdie alla 11 e 14, poi un bogey alla 15 che accetto (è un par 3 di 200 metri molto difeso, arrivare in green non è affar semplice per me). Arrivo alla 18, un par 5, pensando di essere a +1 (mentre sono in par). Sul terzo colpo sono a 77 metri in salita, che sovrastimo (non essendo lontano dalla buca sono nella parte terminale della salita stessa); scelgo il 52° impugnato corto (ah, quanto mi piace impugnare corti i wedge!), ma lo forzo e finisco in bunker. Non riesco a fare up & down e termino in 73. Gli errori sono stati simili a quelli delle prime nove: un legno 3 smorto e uno rasoterra, un putt non attaccato e il 52° di cui ho detto; ma in genere i colpi partivano bene, i green presi sono stati 12 e tutto funzionava. Sono settimo a pari merito in classifica.

Il giorno dopo le cose non funzionavano alla stessa maniera:
– ho ricevuto diversi complimenti per il giro del giorno prima: cosa che fa piacere ma distrae perché sposta il centro dell’attenzione;
– il mio compagno di gioco ha cambiato tre caddie (leggi: amici che lo accompagnavano) durante il giro, e soprattutto con il secondo c’è stato un parlottare fitto che mi distraeva parecchio (anche se la responsabilità degli errori è soltanto mia, sarebbe troppo facile cercare un capro espiatorio per quando le cose non vanno bene).

I colpi totali alla fine sono stati 83 [sic], dovuti sia a prime nove (concluse in 44, con 6 bogey e un doppio) dove il bogey pareva essere il mio par e a due grossi errori nelle seconde, due doppi della serie più classica di quando un errore tira l’altro – mentre fatto un errore (cosa normalissima) bisognerebbe riuscire ad accettarlo molto in fretta, dimenticarlo e passare oltre. In particolare mi è rimasta addosso la brutta sensazione della 18, un normale par 5 dove a un bel drive hanno fatto seguito un legno 3 in slice, un discreto 52°, una flappa col 60°, una flappetta col 60° (la sorella minore) e un putt lasciato corto. Esco a testa bassa dal campo, sono ventottesimo a pari merito in classifica generale. Brutta giornata; anche se il taglio è passato, e questo è un bell’obiettivo raggiunto.

Il terzo giorno è stato a metà tra i primi due, sia come colpi (77) che come sensazioni. La cosa negativa è che con cinque birdie – che non sono pochi – non sono riuscito a far meglio di +5, e questo in virtù di un doppio bogey sciocco (un altro!) alla 8, dove con un ferro 9 da centro fairway non solo non sono arrivato in green, ma sono riuscito ad andare a destra del bunker di destra, e soprattutto di un triplo alla 16, quando viaggiavo con un discreto +3 ma ho chiuso l’ibrido dal tee spedendolo fuori limite e poi, arrivato in green, ho completato l’opera con tre putt (figli però soprattutto del 52° lasciato troppo corto).

Tiro le somme: trentunesimo posto finale. che non è un brutto risultato, se non fosse per il fatto che solo i primi trenta prendono punti per l’ordine di merito. E così scivolo sempre più giù! (Ma questa cosa l’ho già digerita.)

Porto via con me due idee generali. La prima è che se tutto va bene, come nel primo giorno, vado bene e proseguo il mio gioco senza patemi; ma non appena interviene qualche fattore interno o esterno a disturbarmi pare che gli errori vengano a cascata. Epperò nel golf i fattori di disturbo ci sono, e gli errori si fanno: dunque è importante non dare troppa importanza agli errori, così come non esaltarsi troppo per i bei colpi, ma proseguire diritti per la propria strada.

La seconda parte da una citazione di Tommy Armour:

It is not solely the capacity to make great shots that makes champions, but the essential quality of making very few bad shots.
[Non è solamente la capacità di eseguire colpi grandiosi che fa un campione, ma soprattutto la capacità di tirare pochissimi colpi disastrosi.]

Sulla qual cosa occorre riflettere a lungo: perché un birdie fa piacere, ma un triplo bogey ti taglia le gambe e non ammette repliche.

Comunque complessivamente è stata un’esperienza molto positiva per me; l’handicap è anche sceso (3,4 al momento). Mi sono applicato, ho imparato delle cose che spero di mettere a frutto nei mesi a venire, ho sperimentato in tutti i giorni vari tratti di flow. Soprattutto, del gioco delle ultime settimane mi pare questo: sono pronto – e sarebbe ora – per raggiungere quella fatidica quota “due virgola” che da anni vado predicando. Sono pronto.

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Lug 28


Ben Hogan raccontò un giorno, ad una riunione dei venditori della Ben Hogan Company, di un sogno che lo tormentava: in un giro perfetto ad Augusta aveva fatto birdie a tutte le buche dalla 1 alla 17, e alla 18 aveva il putt per il birdie. Che però era sbordato, cosa che lo disturbava tremendamente.

Perfetto stile Hogan; anche se non sono convinto che il racconto non sia apocrifo. (Tra parentesi: proprio in questi giorni ricorreva il ventennale della dipartita del mio dolce mito. Ho pensato tanto a lui, lui che per me è l’essenza distillata della purezza del golf.)

Ieri, alla Margherita, c’era una tranquilla gara d’estate, e per iniziare dalla fine alla 18 mi è sbordato il putt che mi avrebbe dato il par del campo, risultato che non ho mai fatto in gara alla Marghe (solo ai Ciliegi, tanti anni fa). Mi è sembrato immediato il parallelismo tra il perfetto giro di Hogan, un teorico 54, e il mio perfetto giro nel par del campo. Ma vado con ordine.

Inizio lentamente, salvando il par alla 1 e mancando il birdie alle 2. Bei birdie poi alla 3 e alla 4, ma alla 5 manco il green con un ferro 9 (non va bene Gianni, non va bene) e sbaglio il conseguente chip (cosa che mi fa chiedere: perché alleno tanto quel colpo se poi nei momenti topici non la metto data?). Seguono un par e un altro bel birdie che mi riporta a -2.

Alla 8 il colpo più bello della giornata, un ferro 6 da 155 metri impugnato corto e colpito troppo bene che va lungo di un paio di metri di troppo. Finisco in bunker, bogey. Idem alla 9: ibrido 24 impugnato corto e colpito troppo bene (ma anche, va detto, le palle volavano di più rispetto al solito e io non ne ho sempre tenuto conto) che va lungo. Altro bogey, e finisco in par le prime.

Le seconde iniziano con due par, poi un bel birdie mi riporta a -1. Salvo due par alla 13 e alla 14, faccio di nuovo bogey alla 15 (con un secondo orribile questa volta). Par 16 e par 17, arrivo a -1 sul tee della 18.

L’ibrido 24 impugnato corto è colpito bene, finisce in fairway ma solo un po’ troppo a destra. Da lì ho uno dei miei colpi preferiti: un ferro 7 schiacciato che immagino partire diritto sulla sinistra e poi curvare verso destra per raggiungere la parta alta del green. Solo che faccio un errore tecnico: apro un po’ troppo la lama, così che la palla parte più a destra del previsto e finisce nel bunker davanti al green.

L’uscita non è semplice (una ventina di metri), ma uso il sand al posto del consueto lob e la metto a due metri e mezzo. Il putt, che considero diritto, ha in realtà una lievissima pendenza a destra: per questo motivo sborda, e un teorico 72 diventa 73. Che è un risultato ottimo e onorevole, ma molto differente. Un’altra categoria, diciamo.

I dati:
– colpi: 73 (4 birdie, 9 par, 5 bogey)
– fairway presi: 86% (12/14)
– green in regulation: 50% (9/18)
– up & down 44% (4/9)
– putt: 28

Le impressioni: mentalmente ho tenuto bene, e questa credo sia la prima cosa. Tecnicamente ho giocato molto bene, con un paio di errori qua e là ma con drive sempre in pista e ferri diritti. Buon putt, salvo un paio di casi in cui è rimasto corto (e un putt da dieci metri può rimanere corto, da tre no). Sono stato bravo, insomma, mi sono piaciuto.

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